Saturday 25 May 2013

IL MANIFESTO BLOG
   notizie dall'ex impero del male a cura di Astrit Dakli
Archivio di luglio 2011
  • Una galleria in una miniera di carbone ucraina

    E’ salito a 37 – e non è ancora definitivo – il conto dei morti nel duplice incidente avvenuto venerdì nelle miniere di carbone ucraine. Il primo incidente ha visto un’esplosione distruggere una galleria della miniera di Sukhodilska-Vostochnaya, nella regione orientale di Luhansk, uccidendo 26 dei 28 minatori presenti in quel momento. Poche ore dopo, nella limitrofa regione di Donetsk, un ascensore crollava nella miniera di Bazhanov uccidendo undici minatori che si trovavano a bordo; altri quattro restavano gravemente feriti. Sempre nella regione di Donetsk altri quattro minatori erano morti nel crollo di una galleria martedì notte.

    Secondo Dmitrij Kalitventsev, un leader del sindacato dei minatori, la responsabilità del primo incidente va ricercata esclusivamente nella ricerca di produttività “impossibile” da parte della direzione della miniera, che costringe gli operai a trascurare misure di sicurezza fondamentali. La stessa ragione che è alla base della maggior parte dei terribili incidenti che costellano regolarmente l’attività mineraria in Ucraina (e non solo). Nel 2007 più di cento minatori morirono in un singolo incidente nella regione di Donetsk, nel 2002 un altro incidente ne uccise 80. Ma ogni anno la somma delle vittime di incidenti “minori” è comunque spaventosa: secondo una statistica non ufficiale, dal 1991 (quando l’Ucraina è diventata indipendente) i minatori morti in incidenti sono stati quasi 5000, con una media intorno ai 25o all’anno.

di a. d.
pubblicato il 31 luglio 2011
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  • Poliziotto allontana dei dimostranti dalla Pietra delle Solovetsky

    La Russia sembra sempre alla ricerca della propria memoria, e continuamente si scontra a vario titolo con la “questione di Stalin”, ossia sul modo di ricordare quella parte così importante del passato recente rappresentato, più che dal settantennio sovietico, dai trent’anni dello stalinismo. L’ultimo episodio che fa discutere è di lunedì mattina, quando qualche centinaio di persone – riporta il giornale Noviye Izvestija – si sono radunate in piazza della Lubjanka, davanti alla famigerata sede dei servizi segreti e sul luogo dove dal 1991 sta il monumento alle vittime della repressione. Il raduno alla “Pietra delle Solovetsky” (un masso proveniente dalle isole del Mar Bianco dove venne aperto il primo campo di prigionia sovietico per detenuti politici, nel 1921)  ha una cadenza annuale: e come ogni anno, la richiesta dei manifestanti è stata anche lunedì quella che lo Stato russo riconosca un risarcimento ai sopravvissuti del GULag e ai discendenti delle vittime – quelli che al tempo furono definiti “nemici del popolo”. Il che lo Stato puntualmente rifiuta di fare. Lunedì è anche intervenuta la polizia per sgomberare dalla pietra-monumento alcuni manifestanti più vivaci (in realtà esponenti dei gruppi protestatari antigovernativi come Altra Russia).

    Per coloro che manifestano davanti alla Lubjanka la questione è molto semplice: “Se il governo non ci riconosce un risarcimento, significa che non ci considera delle vittime di un atto illegale, dunque che considera legitime le repressioni staliniane”, dicono. Da parte del governo non c’è mai stato però un rifiuto esplicito e motivato, ma solo un caparbio silenzio e generiche considerazioni sulla “non opportunità” di un passo del genere. Vero che ci sono questioni “tecniche” non semplici da risolvere, dalla determinazione dell’entità del danno e quindi del risarcimento all’individuazione degli aventi diritto: quanti sono? Un conto, fatto dall’Associazione Vittime della Repressione Politica, parla di 450.000 sopravvissuti (erano un milione nel 1995); ma gli eredi delle vittime? Comunque almeno un riconoscimento simbolico, di principio, avrebbe potuto essere fatto, e non lo è stato.

    La questione infatti è molto delicata. In un paese dove non c’è mai stata alcuna cesura giudiziaria con il passato (come per esempio è avvenuto in Germania), dove cioè non sono mai stati fatti i conti con la propria storia, la frattura in seno alla società è molto forte e una larga parte della popolazione mantiene una memoria positiva non solo, com’è naturale, del periodo sovietico e delle conquiste sociali e materiali dell’Urss, ma anche del ruolo storico di Stalin e del suo regime. Non a caso, pur tra le polemiche, il nome e l’immagine di Stalin sono sempre più sfruttati a fini politici o persino commerciali anche da chi (per esempio l’ex sindaco di Mosca Yurij Luzhkov) non ha la benché minima vicinanza politica al dittatore georgiano. Sondaggi recenti parlano di quasi metà della popolazione maggiorenne che valuta in un modo o nell’altro positivamente Stalin (quasi tutti riferendosi in realtà alla guerra ’41-’45). Attribuire un indennizzo alle vittime della repressione, pur ormai definita ufficialmente “illegale”, significherebbe probabilmente provocare reazioni risentite da parte di coloro che hanno sofferto durante quel periodo per altri motivi ma egualmente lo considerano parte fondativa della storia e dell’identità nazionale.

    Purtuttavia, il problema resta: e porta con sè varie conseguenze negative. In primis, anche se indirettamente, sul piano dei rapporti internazionali, dove il non tracciare nella ricostruzione del periodo stalinista una divisione tra i ruoli reciproci di vittime e di repressori finisce col dare del regime attuale un’immagine appiattita più del necessario sul passato sovietico, e accentua la contraddizione (quando non il conflitto esplicito) con i regimi dei paesi ex sovietici o dell’ex Patto di Varsavia: i quali, invece, della revisione storica (e dell’indennizzo a chi del “socialismo reale” è stato vittima o danneggiato) hanno fatto un pilastro fondativo.

di a. d.
pubblicato il 27 luglio 2011
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  • Gli elettori lettoni hanno detto sì a stragrande maggioranza allo scioglimento del parlamento nazionale, il Saeima. Il referendum sulla permanenza o meno del parlamento, svoltosi sabato, era stato voluto dal presidente della repubblica Valdis Zatlers prima della scadenza del suo mandato, alla fine di maggio, in polemica con la decisione dei deputati di concedere l’immunità a un loro collega indagato per corruzione. Zatlers, un medico “prestato” alla politica ma non iscritto a nessun partito, aveva sollevato scalpore con la sua affermazione di essere “stanco di vivere in un Paese dominato dalle menzogne, dal cinismo e dall’avidità”.

    Pochi giorni dopo i deputati si sono vendicati di Zatlers, come previsto, negandogli la rielezione ed eleggendo al suo posto Andris Berzins, un politico di centro-destra (come Zatlers) che in passato è stato anche primo ministro. In Lettonia il presidente non ha il potere di sciogliere il Saeima, parlamento unicamerale con 100 seggi, dal quale viene eletto ogni quattro anni. L’attuale Saeima era uscito dalle elezioni politiche dell’ottobre 2010, che avevano confermato una larga maggioranza a una coalizione di partiti di centro-destra. Ora, stanti i risultati schiaccianti del referendum, dovranno essere convocate al più presto nuove elezioni politiche ma non è detto che esse modifichino gli attuali equilibri tra i partiti.

    In Lettonia da tempo la politica esaspera e anticipa il trend visibile anche in Scandinavia. Si registra il dominio dei partiti di centro-destra e di destra anche estrema, mentre le forze identificabili come “centro-sinistra” non vanno oltre il 30 per cento dei voti (peraltro l’affluenza alle urne è sempre molto bassa, intorno o sotto il 60 per cento dell’elettorato). Non mancano neppure i neonazisti, che in questo paese hanno anche la sponda costituita dai vecchi nazisti, i sopravvissuti di due divisioni della “Legione lettone” delle Waffen SS che tra il ’41 e il ’45 combatterono fianco a fianco con i tedeschi contro l’Armata rossa e che oggi sono considerati eroi nazionali. Le loro sfilate a Riga sono sempre autorizzate dal governo e, seppur non molto numerose, riscuotono un generale consenso.

di a. d.
pubblicato il 24 luglio 2011
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  • Sulla scala mobile della metropolitana di Mosca

    Alla rincorsa tecnologica dell’Occidente, talvolta la Russia supera i suoi modelli: è così che la metropolitana della capitale, già di per sè un oggetto di assoluta avanguardia mondiale quanto a efficienza e funzionalità (nonostante i suoi venerandi 80 anni) sta compiendo un ulteriore passo avanti consentendo ai suoi dieci milioni di utenti giornalieri di utilizzare sottoterra anche i loro telefonini e i loro computer.

    Già adesso, in effetti, in parte della rete metropolitana funziona il servizio di ripetitori Gsm e 3G che consente di fare e ricevere chiamate telefoniche e di collegarsi a internet: vero è che in molte stazioni ancora il servizio non c’è o è intermittente, e che nelle gallerie usare il cellulare è possibile più che altro in teoria, visto che il rumore molto elevato a bordo dei convogli rende ardua anche solo l’idea di una conversazione telefonica (ma gli sms invece vanno benissimo). Quanto a internet, la rete 3G sotterranea è ancora in fase sperimentare e in pratica ci si può effettivamente collegare solo da alcune stazioni, stando fermi.

    Ma il nuovo progetto della società che gestisce la rete metropolitana prevede entro quattro anni di dotare l’intera rete – stazioni, gallerie e treni in movimento – di collegamento wi-fi gratuito. Contemporaneamente è partito un progetto sperimentale per mettere il wi-fi gratuito anche sugli autobus. Un “regalo” che sarà di certo molto gradito ai moscoviti, che devono passare parecchio tempo ogni giorno sui bus e sui treni della metro viste le enormi distanze spesso esistenti tra i quartieri residenziali periferici e le zone dove si concentrano gli uffici o le fabbriche.

    Oggi i moscoviti sono già in larga misura “connessi” e adorano le nuove tecnologie portatili: tutti hanno il cellulare e proprio nei vagoni della metro è normale vedere la maggior parte dei passeggeri seduti “smanettare” con smartphone, tablet e attrezzi simili; comunissimi, persino in mano ad anziane signore dall’aria assai poco tecnologica, sono anche i lettori di e-book, che sembrano aver completamente sostituito, tra i moscoviti in movimento, i classici libri di carta (infatti pare che il mercato russo sia uno di quelli in crescita più rapida per gli e-book reader).

di a. d.
pubblicato il 21 luglio 2011
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  • Il busto di Stalin inaugurato a Penza

    In Russia, nella città di Penza, è stato inaugurato un nuovo monumento a Josif Vissarionovic Dzhugashvili, meglio noto come Stalin. Non è un monumento imponente e non è esattamente un monumento pubblico, visto che si trova nel cortile dell’edificio che ospita il Comitato cittadino del Partito comunista; ma è pur tuttavia un segno dei tempi che cambiano. Soprattutto perché sulla vicenda, che ha sollevato indignate reazioni di alcuni gruppi di attivisti per i diritti umani, il locale partito del potere Russia Unita ha scelto di non proferire parola, così come le autorità cittadine, come riferisce il giornale online Progorod58. Insomma, l’argenteo busto dell’ex dittatore è un fatto privato che il potere ritiene di non dover criticare né tantomeno proibire (il che del resto esulerebbe dalle sue possibilità legali). Chiaro però che a trattenere Russia Unita e il sindaco di Penza da ogni commento sulla questione non è tanto il rispetto della privacy dei dirigenti comunisti quanto la fastidiosa sensazione che a criticare troppo si rischierebbe una perdita di consensi tra gli elettori.

    Il monumento infatti è stato commissionato dal Pc di Penza su richiesta di un folto gruppo di pensionati veterani della guerra ’41-’45, spalleggiati da più giovani cittadini, sull’onda di una generale rivalutazione popolare della figura del “piccolo padre” emersa di recente anche attraverso clamorosi sondaggi televisivi. E se il Comitato cittadino del partito ammette di non essere riuscito a raccogliere una somma sufficiente con le collette in loco (solo l’equivalente di circa 7.000 euro), rivela d’altro canto l’esistenza di una rete di aficionados di Stalin corsa in aiuto da altre regioni della Russia e  principalmente dalla repubblica caucasica dell’Ossezia del Nord, con contributi non meglio precisati che hanno consentito di realizzare l’obiettivo.

    Va ricordato che l’Ossezia del Nord ospita già dei monumenti a Stalin (ne abbiamo visto uno in una via principale di Beslan, la città del massacro di ragazzini del 2004) e probabilmente vi si trova una fonderia con il calco del busto del dittatore: da quelle parti il georgiano Stalin era del resto quasi di casa, e gli ossetini in particolare avevano apprezzato la sua decisione di “ripulire” la zona dalle popolazioni ingusce e cecene nel ’44, per punire la presunta collaborazione con gli occupanti tedeschi. Va aggiunto inoltre che le statue, i busti e i bassorilievi del leader, tolti ufficialmente dalle pubbliche piazze dopo il 1956, non sono in realtà mai scomparsi del tutto in Russia (anche a Mosca ne restano diversi nel museo all’aperto accanto alla Casa degli Artisti).

     

di a. d.
pubblicato il 16 luglio 2011
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  • Natalia Estemirova

    Due anni fa, il 16 luglio 2009, veniva ritrovato in un bosco della repubblica caucasica di Inguscezia il corpo senza vita di Natalia Estemirova, notissima militante per i diritti umani, sequestrata il giorno prima davanti alla sua casa di Grozny, in Cecenia, da alcuni sconosciuti. Ieri gli amici e i compagni di Natalia hanno presentato un rapporto sullo stato delle indagini, accusando gli inquirenti di aver deliberatamente deviato le indagini stesse con false piste e false prove per “coprire” i veri responsabili del delitto – presumibilmente membri della polizia cecena; oggi gli inquirenti hanno risposto, confermando per la prima volta in modo pubblico la loro tesi, che attribuisce a un militante islamista (peraltro ucciso tempo fa in un conflitto con le forze federali) la responsabilità dell’omicidio di Estemirova.

    Ma secondo Memorial, l’organizzazione per i diritti umani di cui Estemirova faceva parte, la tesi della Procura fa acqua da tutte le parti e non è convalidata da nessuna prova reale come l’analisi del dna, oltre al fatto che i moventi che dovrebbero aver spinto al delitto il leader della guerriglia Alkhazur Bashayev appaiono inconsistenti. Al contrario, sottolinea la sorella di Estemirova, Svetlana (anche lei membro di Memorial), è certo che la vittima aveva ricevuto serie minacce da parte delle autorità cecene per aver raccontato di un’esecuzione extragiudiziaria “esemplare” messa in atto dalla polizia nel villaggio di Akhkinchu-Borzoi davanti a tutta la popolazione riunita. Inoltre gli amici di Estemirova denunciano che nel corso delle indagini i compagni di lavoro di Estemirova non sono stati minimamente ascoltati pur avendo molto da raccontare, mentre sia prima che dopo l’omicidio il leader ceceno Ramzan Kadyrov ha ripetutamente manifestato la propria ostilità verso la vittima e verso la sua attività. Al punto che persino un tribunale moscovita gli ha dato torto nella causa per diffamazione da lui intentata contro il presidente di Memorial Oleg Orlov, che lo aveva esplicitamente accusato di essere responsabile dell’omicidio di Estemirova.

    Come che sia, resta il fatto che a due anni dal delitto nessuno è stato ancora formalmente incriminato e nessun processo è in vista, esattamente come per altri due militanti per i diritti umani, Zarema Sadulaeva e suo marito Alik Dzhabrailov, ammazzati pochi giorni dopo Estermirova nella stessa estate del 2009 in Cecenia in circostanze poco chiare. Ieri la Procura, nel confermare la sua tesi investigativa, ha comunque annunciato che le indagini proseguiranno almeno fino a novembre.

di a. d.
pubblicato il 15 luglio 2011
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