Thursday 23 May 2013

IL MANIFESTO BLOG
   notizie dall'ex impero del male a cura di Astrit Dakli
Archivio di dicembre 2011
  • Il manifesto del film di Ejzenstejn

    Ancora un disastro su un sommergibile nucleare russo. Con meno danni alle persone rispetto ad altri disastri del passato recente (questa volta ci sono stati “solo” nove tra feriti e intossicati), ma pur sempre gravissimo e – al solito – molto misterioso. Come sia stato possibile che un banale lavoro di saldatura all’esterno, eseguito in cantiere, abbia provocato un incendio così terribile da resistere per ventiquattr’ore a undici squadre di vigili del fuoco e da mettere ko, forse definitivamente, uno dei vascelli più moderni, potenti e pericolosi della marina militare russa, è cosa difficile da comprendere: non meraviglia che il presidente Medvedev abbia affidato l’inchiesta a ben due vicepremier, nessuno dei quali con le stellette della marina.

    Il sommergibile d’attacco Ekaterinburg, classe Delta-IV, è uno strumento bellico micidiale in grado di lanciare 16 missili intercontinentali R-29, ciascuno dotato di quattro testate nucleari indipendenti, dunque da solo è potenzialmente in grado di annientare 64 grandi città in ogni angolo del pianeta; insieme ai suoi 42 “fratelli” (in realtà ormai molti meno, visto che parecchi sono stati decommissionati) costituisce il nerbo delle forze strategiche nucleari di Mosca. Ci si chiede quindi che razza di gestione sia quella che fa avvolgere un ordigno simile da rozze impalcature di legno, infiammabili, e consente lavori di saldatura a caldo su una superficie a sua volta altamente infiammabile perché rivestita in gomma anti-rumore. A prima vista, sembrerebbe di essere in presenza di una superficialità e approssimazione a dir poco inquietanti, al punto che è lecito chiedersi se siano vere le affermazioni dei comandi della marina secondo cui prima dell’inizio dei lavori i due reattori nucleari del sommergibile erano stati spenti e i missili sbarcati a terra. Ma ancora una volta, nonostante la terrificante e tragica esperienza del Kursk, il sommergibile affondato con tutti i 118 membri dell’equipaggio dopo una misteriosa esplosione nel Mar di Barents, mentre i comandi supremi con menzogne e segreti rendevano impossibile il salvataggio, si ha soprattutto l’impressione che gli stati maggiori cerchino di coprire una realtà assai poco gloriosa, fatta di avidità e corruzione e “risparmi” a spese della sicurezza nazionale e soprattutto a spese della vita di marinai e tecnici – come pare sia tradizione consolidata nella marina russa, visto che i casi non si contano. La storia della corazzata Potemkin, dove la rivolta dei marinai fu per il cibo marcio che veniva loro somministrato dallo stato maggiore, non sembra aver insegnato nulla.

di a. d.
pubblicato il 30 dicembre 2011
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  • Il varo del rompighiaccio nucleare "San Pietroburgo", nel 2009

    Il tribunale commerciale di Mosca ha ordinato la vendita forzata delle azioni degli storici cantieri “Baltiysky Zavod” di San Pietroburgo, appartenenti a un oligarca in disgrazia. Le azioni, appartenenti alla International Industrial Bank dell’oligarca Sergei Pugachyov, erano state offerte come collaterale alla stipula di un enorme prestito (oltre un miliardo di dollari) che la Iib aveva negoziato con la Banca centrale russa. All’epoca Pugachyov, pietroburghese doc e amico intimo di Putin, era all’apice delle sue fortune e aveva anche avuto un seggio senatoriale in rappresentanza della remota repubblica autonoma di Tuva, in Siberia. Ma in seguito le sue fortune sono girate al peggio: il fallimento di un gigantesco progetto edilizio sulla Piazza Rossa di Mosca lo ha lasciato in difficoltà; si sono poi aggiunti il fallimento di un’altra banca di sua proprietà, una conseguente inchiesta a suo carico per bancarotta fraudolenta, la perdita del seggio senatoriale “per inadempienze istituzionali” (non era mai andato a Tuva), la perdita dell’immunità parlamentare. Anche la Iib era andata alla fine in default sulle sue proprie obbligazioni, perdendo con ciò la licenza di operare e fallendo. Conseguenza finale, l’ordine di vendita forzosa delle azioni messe a garanzia del prestito, azioni che costituiscono poco meno del 90 per cento del totale emesso e che ora finiranno al miglior offerente.

    I Cantieri del Baltico sono una delle realtà industriali storiche di San Pietroburgo, essendo stati fondati nel 1856 (allora si chiamavano Cantieri Carr & MacPherson, dal nome dei proprietari) ed essendo rimasti in piena attività anche durante il periodo sovietico (col nome di Cantieri Ordzhonikidze). Dalla fabbrica sono uscite oltre 500 navi da guerra (soprattutto) e civili, comprese le maggiori corazzate dell’età imperiale, i sommergibili e poi i rompighiaccio atomici degli anni sovietici; negli ultimi anni la sua attività è stata orientata principalmente sulle unità commerciali, grandi portacontainer, tanker e simili, ma dai cantieri sono anche uscite alcune fregate lanciamissili e altre unità militari minori. Inoltre la fabbrica continua a produrre sistemi missilistici navali e componenti fondamentali per propulsori nucleari.

    Incerto il destino dei Cantieri, che danno lavoro a circa 4000 dipendenti. Qualche settimana fa il vicepremier Dmitrij Kozak ha preannunciato l’intenzione del governo di dar vita a una nuova società a capitale statale che prenda in carico la gestione dell’azienda, considerata strategica.

di a. d.
pubblicato il 29 dicembre 2011
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  • La copertina dell'edizione russa del libro sacro hindu

    Un tribunale nella città siberiana di Tomsk ha respinto la richiesta, avanzata dalla locale procura, di mettere al bando per “estremismo” la traduzione russa di uno dei principali libri sacri della religione hindu, la Bhagavad Gita. Il singolare processo aveva prodotto un incidente diplomatico tra Mosca e New Delhi, con l’ambasciatore russo in India convocato per spiegazioni e con la richiesta formale, da parte del parlamento e del ministero degli esteri indiano, che il governo di Mosca si adoperasse per una positiva soluzione del caso. Il che a quanto pare è effettivamente avvenuto, visto che non succede quasi mai che un giudice russo dia torto alla procura.

    La vicenda era tanto più paradossale in quanto il libro sacro in oggetto non rappresenta certo una novità dell’ultima ora in Russia: le prime copie tradotte furono pubblicate in Russia già nel remoto 1788 e da allora ci sono state numerose edizioni che non hanno mai incontrato nessun problema né da parte delle autorità zariste (e poi sovietiche) né da parte delle gerarchie religiose ortodosse, a conferma di una tradizione nazionale abbastanza tollerante della Russia in materia religiosa. La richiesta di messa al bando era invece venuta su pressioni di ambienti legati alla destra nazionalista, che negli ultimi tempi hanno incominciato a prendersela con le minoranze religiose attive nel Paese. Il testo messo sotto accusa è “L’autentica Bhagavad Gita”, curato dal fondatore della Società Internazionale per la consapevolezza di Krishna, Bhaktivedanta Swami Prabhupada.

di a. d.
pubblicato il 28 dicembre 2011
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  • Igor Smirnov

    Alla fine, senza traumi, il più coriaceo leader dell’Europa ex sovietica se n’è andato a casa, licenziato dai suoi cittadini con normali e democratiche elezioni. Igor Smirnov lascia il posto di presidente della Transnistria a Yevgeny Shevchuk, ex speaker del parlamento e leader del partito Rinnovamento, che ha battuto nel turno elettorale di ballottaggio lo speaker attuale, Anatoly Kaminsky. Smirnov nel primo turno si era classificato solo al terzo posto e il suo appello contro tale risultato, da lui giudicato “falsato”, è stato respinto dalla Commissione elettorale. Quella di Smirnov è stata l’unica protesta di cui si sia avuta notizia; per il resto i due turni elettorali sembrano essersi svolti in modo regolare e trasparente, a dispetto dell’opinione alquanto cupa e negativa finora prevalsa in Occidente riguardo la libertà e la democraticità della vita politica in questo piccolo Paese.

    Yevgeny Shevchuk

    Il cambio al vertice non dovrebbe, almeno nel breve periodo, cambiare troppe cose nell’esile staterello della Transnistria, schiacciato fra l’Ucraina e la Moldova – di cui fa tuttora parte secondo la comunità internazionale che non ha mai riconosciuto la sua indipendenza (ottenuta de facto con una guerra di secessione nel 1992). Pure, la sconfitta di Smirnov, al potere ininterrottamente dal 1990 e nella cui figura di padre padrone semi-mafioso la Transnistria si è identificata per tutto il tempo della propria esistenza, non potrà non avere un impatto importante. Il nuovo presidente Shevchuk, leader di un partito formalmente di opposizione (anche se maggioritario nel parlamento), non è portatore di programmi o ideologie particolarmente innovativi rispetto al passato e chiaramente – come tutti senza eccezione i politici del Paese – fa dell’indipendenza dalla Moldova la propria stella polare. Ma dovrà pure confrontarsi con gli enormi problemi che fin dalla nascita stringono il Paese e che probabilmente hanno finito per stancare i suoi cittadini: un’economia che non produce praticamente nulla e che vive di sovvenzioni russe, rimesse di emigrati e contrabbando; uno status internazionale (la Transnistria è riconosciuta solo da Sud Ossezia e Abkhazia, le due mini-repubbliche staccatesi dalla Georgia e a loro volta non riconosciute quasi da nessuno; a differenza di quelle, però, la Transnistria non è riconosciuta nemmeno da Mosca) che impedisce ai cittadini di viaggiare, se non con passaporti gentilmente forniti dalla Russia; e una tensione permanente, minacciosa, con la Moldova cui pure i cittadini della Transnistria sono legati da non indifferenti vincoli di parentele, amicizie, affari.

    Che di fronte a simili problemi Smirnov non fosse più in grado di continuare nel suo ruolo di guida unica e indiscussa era già apparso chiaro da tempo: le elezioni parlamentari più recenti avevano visto la sconfitta del suo partito e nonostante i tentativi di repressione parecchie voci di dissenso erano arrivate alla superficie. Ma la spinta finale molto probabilmente è venuta da Mosca – senza la cui protezione economica e militare la Transnistria non potrebbe sopravvivere – che si mostra desiderosa di normalizzare i suoi pessimi rapporti con la Moldova e che tollera sempre meno il disinvolto uso del territorio russo per le operazioni finanziarie della famiglia Smirnov. Quest’anno, segno premonitore della caduta del padre, il figlio di Smirnov è stato arrestato a Mosca dove è tuttora in carcere, con l’accusa di truffa e contrabbando.

di a. d.
pubblicato il 26 dicembre 2011
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  • La tensione nelle aree petrolifere del Kazakhstan resta tesissima

    Non si arrendono gli operai degli impianti petroliferi del Kazakhstan occidentale, in lotta da sette mesi e che hanno finora subìto licenziamenti, aggressioni, uccisioni, fino al massacro della scorsa settimana nella città di Zhanaozen, in cui la polizia ha ucciso decine di persone (c’è un nuovo agghiacciante video, in cui si vedono chiaramente gli agenti sparare su persone disarmate e poi finire i feriti a bastonate). Il presidente Nazarbaev aveva ordinato ier l’altro che i duemila e più operai che erano stati licenziati nei mesi scorsi per aver scioperato fossero assunti, a paga minore, da imprese statali poste in altre regioni lontane dalla provincia di Aqtau dove si trovano gli impianti in lotta; gli operai hanno rifiutato, preferendo i rischi di una continuazione della lotta sul posto all’idea di essere esiliati in luoghi lontani da casa. Intorno a questa questione la protesta si è riaccesa, con manifestazioni nella capitale regionale sotto la sede del governo. Non sembra, per ora, che ci siano state altre violenze, ma alcuni lavoratori sarebbero stati arrestati.

    Impressionante il modo in cui i media occidentali hanno sostanzialmente ignorato tutta la vicenda degli operai kazaki, salvo brevi notizie immediatamente dopo la strage di Zhanaozen. L’agenzia Reuters ha messo in rete un servizio dal Kazakhstan centrato sul fatto che ora non solo sta tornando la normalità negli impianti petroliferi ma si pensa che questi manterranno pienamente gli obiettivi di produzione nonostante le proteste e gli incidenti. Di fatto, l’unica attendibile fonte di informazione su questa vicenda, dall’inizio a oggi, è stata rappresentata da giornali e televisioni della Russia – nonostante gli strettissimi legami politici e militari esistenti fra Mosca e Astana (la nuovissima capitale fatta costruire ex novo nella steppa desertica al posto della vecchia capitale Almaty). Il governo russo, in effetti, non ha finora aperto bocca, nonostante gli inviti a prendere posizione venuti da diverse organizzazioni russe per la difesa dei diritti umani.

di a. d.
pubblicato il 25 dicembre 2011
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  • Il primo ministro russo Vladimir Putin ha annunciato la sua intenzione di metter mano a una “manovra” per modernizzare il sistema fiscale. Per il momento ad essere interessati dovrebbero essere soltanto le aziende industriali, con un alleggerimento delle aliquote in alcuni settori e un inasprimento in altri, “in modo da rendere più equilibrato l’insieme”, per usare le parole del premier. Ma non si sa mai: nei mesi scorsi erano circolate ipotesi di un rimescolamento di carte anche per la tassazione personale, oggi calcolata per tutti sulla base di un’unica aliquota del 13 per cento (il che ovviamente favorisce soprattutto i ricchi). Nell’annunciare l’imminenza della manovra, Putin ha anche sottolineato che occorre uscire dall’attuale concezione del fisco come strumento di pura cassa: la leva fiscale deve essere invece usata, dice il premier, per favorire lo sviluppo dei settori più trainanti dell’economia e non solo di quelli che portano grandi quantità di valuta come l’energia e le miniere.

di a. d.
pubblicato il 21 dicembre 2011
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  • Zhanaozen, sabato 17. Dalla tv "Kplus"

    Col passar delle ore si prospetta sempre più drammatica la situazione nella provincia petrolifera del Kazakhstan, dove la repressione del regime contro gli operai in sciopero potrebbe aver causato 70 morti e centinaia di feriti nella città di Zhanaozen e dove arrivano voci di rivolte di massa in diverse città. Le comunicazioni telefoniche e via internet sono state bloccate dalle autorità, che hanno inoltre messo praticamente tutta la regione di Mangystau in stato d’assedio, con posti di blocco lungo le strade di accesso. Tre giornalisti russi che stavano indagando sugli avvenimenti di questi giorni sono stati arrestati. Il bilancio ufficiale dei “disordini” di venerdì, il cui contorno comincia a chiarirsi con le testimonianze che filtrano dalla zona isolata, è ancora fermo a 13 morti e 86 feriti, ma diversi sindacalisti e testimoni oculari affermano che le vittime dovrebbero essere molte di più, almeno 70, e i feriti contarsi a centinaia. Quel che è peggio, la repressione sta continuando con arresti in massa e anche con nuovi scontri e sparatorie. A prender parte alle azioni, che sembrano mirate a stroncare definitivamente una protesta operaia in atto da sette mesi, sono stati chiamati anche reparti d’assalto dell’esercito. Da parte loro gli operai, in gran parte appartenenti all’azienda petrolifera OzenMunaiGas, avrebbero risposto proclamando nuovi scioperi “a gatto selvaggio” che coinvolgono gran parte delle attività petrolifere nella regione e con azioni di sabotaggio – pare ad esempio che abbiano divelto le rotaie su interi tratti della ferrovia che serve per trasportare petrolio e macchinari. Nella capitale regionale Aktau sono stati segnalati scontri fra manifestanti e polizia, e anche ad Almaty, la città più importante del Kazakhstan, ci sono state manifestazioni di protesta per la sanguinosa repressione, le cui notizie cominciano a circolare in tutto il paese nonostante la censura dei principali media.

    Silenziosa o quasi, finora, la morbidissima “opposizione” ufficiale, che si è limitata a sollecitare un’inchiesta sui fatti di Zhanaozen – peraltro già ordinata dal presidente Nazarbaev, che ha anche proclamato lo stato d’emergenza fino al 5 gennaio. Circa la dinamica della strage, la ricostruzione più credibile sostiene che c’è stato un preordinato piano di provocazione: nella piazza principale di Zhanaozen, dove gli operai petroliferi da sette mesi mantengono un presidio con tende e striscioni, le autorità hanno fatto installare un grande palco per le celebrazioni del 20esimo anniversario dell’indipendenza e la polizia ha iniziato a mandar via gli operai; a quel punto sulla scena avrebbe fatto irruzione un gruppo di uomini con le tute dell’azienda petrolifera statale KazMunaiGas, che avrebbe attaccato direttamente i poliziotti (come si vede in alcuni brevi filmati) e cercato di dare alle fiamme alcuni veicoli e un paio di uffici governativi; a questo punto è scattata una reazione violentissima della polizia che si è messa a sparare facendo una strage. Poco dopo le comunicazioni telefoniche sono state interrotte e grossi contingenti militari hanno bloccato gli accessi alla città.

    La lotta degli operai petroliferi è iniziata questa primavera, con ripetuti scioperi per ottenere migliori condizioni di lavoro e paghe più alte; la totale chiusura incontrata da parte delle aziende e in particolare le due più importanti semi-statali – KazMunaiGas e OzenMunaiGas – ha spinto i lavoratori ad azioni più clamorose, in particolare a stabilire un presidio permanente nella piazza principale di Zhanaozen (90.000 abitanti), dove ogni giorno gruppi di lavoratori erano presenti con striscioni e cartelli. Nel corso dei mesi le autorità e i dirigenti delle compagnie hanno tentato in vari modi di spezzare la resistenza degli operai, sia con licenziamenti in massa (più di tremila hanno perso il lavoro) sia con arresti sempre più numerosi (tra cui anche gli avvocati che difendevano la causa operaia) sia infine con attacchi diretti e provocazioni condotte da gruppi in abiti civili, che hanno portato all’uccisione di due scioperanti. Questa lotta è stata circondata da un silenzio molto fitto, rotto solo da una tv privata locale, Kplus, e da qualche giornale russo, nell’indifferenza più totale dei media occidentali sempre sensibili alle proteste di qualche politico liberale a Mosca ma assai poco sensibili alle proteste di migliaia di lavoratori orientali – tantopiù che tra le aziende petrolifere della regione ce ne sono parecchie occidentali, in testa Eni, Chevron, ecc.

di a. d.
pubblicato il 18 dicembre 2011
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  • Un'immagine degli incidenti di venerdì a Zhanaozen. Un poliziotto spara in aria

    Dopo i gravissimi incidenti di ieri il presidente del Kazakhstan, Nursultan Nazarbaev, ha imposto lo stato d’emergenza nella regione occidentale di Mangystau, sul Mar Caspio, dove si trovano i maggiori giacimenti di petrolio e gas. Nazarbaev ha anche ordinato una commissione speciale d’inchiesta sui fatti avvenuti nella città di Zhanaozen, dove 11 persone sono morte e oltre 70 ferite in scontri ancora non ben chiariti tra gruppi di operai petroliferi in sciopero e la polizia, che cercava di sgomberare la piazza centrale della città da sei mesi occupata dagli stessi operai. Testimoni hanno parlato di agenti che sparavano contro civili disarmati; la versione della Procura locale è che gli agenti sono stati aggrediti da gruppi di provocatori che hanno anche attaccato il presidio degli operai. Chiaro comunque che le autorità kazake intendono sfruttare la vicenda per mettere la parola fine alle agitazioni che da molti mesi sono in corso nella regione, dove gli operai delle aziende petrolifere (anche l’ENI è presente, anzi è tra le imprese più importanti in loco) chiedono adeguamenti salariali e normativi, rifiutati categoricamente dalle aziende e in particolare dalla semi-statale OzenMunaiGas.

    Della strage di ieri i media di stato non hanno dato praticamente alcuna notizia. La tv ha parlato dei festeggiamenti per il ventesimo anniversario dell’indipendenza, senza far parola del massacro. Un’inchiesta indipendente è stata sollecitata anche dal Partito socialdemocratico di opposizione (nel parlamento, il Majlis, è presente un solo partito, il partito Otan, quello del presidente), che ha anche denunciato la cortina di silenzio calata sulla vicenda e il blocco di ogni informazione, compresa quella dei siti internet indipendenti. Anche Human Rights Watch ha protestato chiedendo al governo di evitare l’uso sproporzionato della forza.

di a. d.
pubblicato il 17 dicembre 2011
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  • Un'immagine degli scontri di Zhanaozen, diffusa dalla tv locale

    Notizie ancora confuse vengono riportate da diverse fonti circa una violenta aggressione compiuta da uomini in borghese contro un presidio di operai in lotta nella città di Zhanaozen, nella regione occidentale del Kazakhstan vicino ai campi petroliferi del Mar Caspio dove anche l’Eni opera in prima fila tra le compagnie straniere. L’attacco, coordinato con la polizia che aveva iniziato a sgomberare il presidio, secondo i testimoni avrebbe provocato una decina di morti. Nella zona gli operai delle compagnie petrolifere sono in agitazione già da molti mesi (ne abbiamo parlato qui nel giugno scorso) e in particolare a Zhanaozen da sette mesi hanno messo un rumoroso presidio nella piazza principale. Gli operai chiedono un miglior trattamento, visti gli enormi profitti che stanno realizzando le compagnie, ma queste ultime – in particolare la compagnia semi-privata kazaka OzenMunaiGas - hanno finora risposto con licenziamenti a raffica senza nessuna concessione. Il governo è rimasto sostanzialmente alla finestra, limitandosi ad alcuni fermi, ma ora a quel che sembra le autorità hanno deciso di mettere fine alla protesta con le maniere forti. Non è chiaro se la squadra di aggressori che ha provocato i morti fosse formata da poliziotti o da guardie private delle compagnie; alcuni testimoni hanno riferito che anche la polizia ha sparato ad altezza d’uomo. Secondo la Procura, che ha confermato il numero di morti, la polizia presente in piazza è stata aggredita da sconosciuti e costretta a difendersi.

di a. d.
pubblicato il 16 dicembre 2011
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  • La copertina di Playboy con la neodeputata Maria Kozhevnikova

    Evidentemente è destino che la politica russa e italiana seguano percorsi paralleli, o forse l’amico Vladimir ha voluto fare un omaggio (postumo) all’amico Silvio: fatto sta che tra i deputati della nuova Duma, il parlamento, eletti fra tanti contrasti il 4 dicembre, ha fatto la sua splendente comparsa anche una stella di Playboy (edizione russa),  Maria Kozhevnikova, 27 anni e una già ricca carriera televisiva alle spalle, oltre al titolo di donna più sexy di Russia. Eletta, manco a dirlo, nelle liste di Russia Unita, il partito di Putin e Medvedev. La notizia ha subito fatto la gioia dei media scandalistici di tutto il mondo, ma la dobbiamo riportare anche qui, perché alla fine sono anche episodi come questo che contribuiscono a creare il clima di sfiducia e scontento diventato di colpo chiaro a tutti in queste ultime settimane. La gente scende in piazza, come ha fatto il 10 dicembre e come molto probabilmente farà di nuovo il 24, anche se non soprattutto per protestare contro un potere che manipola le istituzioni a suo capriccio, e decide a modo suo chi debbano essere i rappresentanti dei cittadini, ignorando le scelte che questi fanno nell’urna.

    Detto questo, non c’è naturalmente nessun motivo per pensare che la bella Maria non sia stata eletta regolarmente, con un bel numero di preferenze, né per ritenerla non all’altezza del nuovo e impegnativo compito – è possibile e forse anche probabile che sia una persona migliore, per intelligenza e rettitudine, di tanti altri deputati eletti senza copertine-scandalo. Qualche dubbio è invece lecito sui motivi che hanno portato il partito di Putin a far entrare alla Duma lei e altri personaggi conosciuti per le loro prestazioni in campi molto lontani dalla politica, come l’ex campione dei pesi massimi Nikolaj Valuyev o il tennista Marat Safin. Si direbbe che tra i progetti del partito non ci sia esattamente quello di dare una maggior consistenza politica al parlamento e – vista l’aperta sfiducia mostrata nelle piazze da decine di migliaia di cittadini – sarà in effetti difficile che la nuova assemblea, anche in versione sexy, possa godere di grande prestigio.

     

di a. d.
pubblicato il 16 dicembre 2011
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