Saturday 25 May 2013

IL MANIFESTO BLOG
   notizie dall'ex impero del male a cura di Astrit Dakli
Archivio di febbraio 2012
  • Il voto in Lettonia

    Come ampiamente previsto non ha avuto successo il referendum indetto in Lettonia per portare il russo a livello di seconda lingua ufficiale. A votare si è recato il 70 per cento degli aventi diritto, e solo il 25 per cento circa dei voti è stato favorevole alla proposta (per un totale di 273.000 voti), mentre il 75 per cento si è pronunciato contro. Promotori dell’iniziativa sono stati alcuni esponenti della numerosa comunità russofona della Lettonia, che sono riusciti a mobilitare un gran numero di elettori, spingendoli a firmare la richiesta di referendum. Solo a quel punto la vicenda, fino ad allora snobbata dai media e dai politici lettoni, è diventata di colpo di rilevanza nazionale, portando perfino il presidente della repubblica a pronunciarsi (molto scorrettamente) annunciando la sua intenzione di votare contro. In precedenza il presidente aveva detto che si sarebbe dimesso se il referendum fosse passato.

    Pur perdendo – ma era del tutto scontato che l’esito fosse questo – la comunità russofona ha comunque segnato un importante punto a favore, sollevando con forza anche a livello internazionale il tema dei diritti fondamentali di cui una parte consistente della popolazione lettone viene deliberatamente privata. Sono infatti oltre duecentomila gli abitanti del paese che pur essendo nati in Lettonia (alcuni anche di seconda o terza generazione) non hanno potuto ottenere la cittadinanza per l’impossibilità – o il rifiuto – di sostenere un esame di lingua e letteratura lettone, in quando hanno sempre vissuto all’interno della numerosa comunità russofona usando il russo, che nei decenni sovietici era lingua franca e anche lingua ufficiale. L’Unione Europea, di cui la Lettonia fa parte da dieci anni, non ha mai avuto da ridire su questa situazione di grave discriminazione e privazione dei diritti fondamentali (di voto, di eligibilità e di assunzione in posti pubblici) che colpisce una parte della popolazione, nonostante le ripetute proteste e segnalazioni ufficiali da parte di esponenti della comunità russofona.

di a. d.
pubblicato il 21 febbraio 2012
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  • Un cd di Melodiya degli anni 80 (edizione internazionale)

    L’enorme archivio musicale della più importante e storica casa di edizioni musicali sovietica e poi russa, “Melodiya”, rischia di andare perduto. Lo ha denunciato il direttore della casa stessa, Andrei Krichevsky, in un’intervista all’agenzia Ria-Novosti. Il rischio viene dalle affrettate e irregolari procedure che stanno venendo impiegate per privatizzare “Melodiya” – in realtà per chiuderla e impadronirsi dei suoi asset commercialmente rilevanti, cioè due grandi edifici nel centro di Mosca. Secondo Krichevsky la legge sulle privatizzazioni impone che prima di avviare concretamente la privatizzazione di un’azienda venga compiuto un completo inventario dei suoi beni: nel caso di Melodiya, andrebbero inventariati gli oltre duecentomila fra matrici di dischi e nastri originali che giacciono nei magazzini e che sono un pezzo fondamentale di storia della musica non solo sovietica ma mondiale; e inventario che non può essere compiuto senza una previa digitalizzazione di ogni singolo disco e nastro, il che richiede molto tempo e anche spazio di lavoro. Mentre invece la casa editrice rischia di essere messa in strada in brevissimo tempo perché gli acquirenti intendono entrare immediatamente nella piena disponibilità degli edifici.

    Nata nel 1964, Melodiya è rimasta fino al 1989 l’unica casa editrice musicale dell’URSS e sotto le sue etichette sono stati messi in commercio sia dischi e nastri con le nuove produzioni sia la musica degli anni dal 1933 in poi: il catalogo, ricchissimo, comprendeva soprattutto musica classica e folk ma anche moltissimi brani moderni di autori sovietici e stranieri, questi ultimi ri-registrati per il mercato sovietico. Dopo la fine dell’URSS Melodiya ha subito varie traversie, rimanendo però sempre di proprietà statale, fino a quando, l’anno scorso, non è stata decisa la sua privatizzazione.

di a. d.
pubblicato il 16 febbraio 2012
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  • Ksenia Sobchak

    Sembra mettersi male per i media russi, nelle settimane che mancano da qui alle elezioni presidenziali del 4 marzo. Se ieri a ricevere un colpo pesante era stata la popolarissima e autorevole emittente radiofonica Ekho Moskvy, il cui comitato di direzione è stato azzerato dal proprietario statale Gazprom Media, oggi a denunciare un attacco è la star televisiva Ksenia Sobchak, conduttrice di un programma di intrattenimento politico su MTV inopinatamente soppresso dalla direzione in quanto “non rispondente al gusto dello specifico target di spettatori dell’emittente”. In realtà, dice Sobchak, il fulmine è caduto a ciel sereno, dopo la seconda puntata della trasmissione, “quando ho reso noto che nella terza puntata avrei avuto come ospite Alekej Navalny”, il popolarissimo blogger anti-corruzione che negli ultimi mesi è assurto a vero e proprio leader informale del movimento di opposizione a Putin nato sul web. Sobchak, che ha partecipato in prima fila a tutte le grandi manifestazioni di protesta contro le “elezioni sporche” del parlamento, il 4 dicembre scorso, sostiene che la sua trasmissione aveva fatto registrare indici di ascolto superiori alla media di MTV e che quindi la giustificazione adottata per toglierla dal palinsenso non ha senso se non quello di una “punizione” politica per la posizione anti-putiniana sua e della sua trasmissione.

    Va ricordato che Ksenia Sobchak, figlia dello scomparso sindaco di San Pietroburgo Anatoly Sobchak, è una specie di nipotina (o sorellina minore, se si preferisce) di Vladimir Putin, che del potente ex sindaco era stato uno strettissimo collaboratore per anni, un vero e proprio protegé, e che gli deve molto della sua carriera politica. Proprio in virtù di questa quasi-parentela Ksenia aveva potuto finora muoversi con molta disinvoltura e molta libertà sulla scena dello show business, meritandosi il titolo di “Paris Hilton russa” per i suoi numerosi amanti e la sua sovraesposizione erotico-mediatica. Solo di recente la giovane (oltre a tutto molto ricca e influente) aveva anche incominciato ad occuparsi di politica, fino alla svolta delle manifestazioni di dicembre: una scelta che potrebbe costarle cara.

    E intanto non sono finiti i guai per Ekho Moskvy – accusata da Putin in persona di “continue critiche infondate” e addirittura di “far piovere diarrea” sul governo; anzi, i guai veri sembrano appena incominciati. Ieri il veterano direttore della radio, Aleksej Venediktov aveva annunciato che la rimozione del comitato dei direttori non riguardava il suo proprio ruolo alla testa dell’emittente, che per statuto può essere terminato solo con il consenso del 75 per cento degli azionisti (e Gazprom Media detiene solo il 66 per cento, il resto essendo del collettivo dei giornalisti e di Venediktov personalmente). Ma oggi si è appreso che anche la Procura di Mosca sta indagando sulla radio e Venediktov è stato convocato per testimoniare: secondo le indiscrezioni, un non meglio precisato “cittadino di Tambov” (una città della Russia centrale) avrebbe sporto denuncia per presunte violazioni del codice del lavoro avvenute dentro la radio. Se si dovesse arrivare ad una vera e propria incriminazione, è chiaro che Venediktov potrebbe a quel punto venir sostituito da qualcun altro, presumibilmente più gradito alla proprietà.

di a. d.
pubblicato il 15 febbraio 2012
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  • Aleksej Venediktov insieme a Putin

    La più autorevole emittente radiofonica russa, Ekho Moskvy (“l’eco di Mosca”) ha perso di colpo l’intero comitato di direzione – o quasi – in una ancor confusa operazione di allineamento politico. O forse come punizione per il modo in cui ha seguito le manifestazioni di protesta anti-Putin. La notizia è stata data via twitter dal notissimo direttore della radio, Aleksej Venediktov, il quale però sostiene di essere ancora in carica fino al 2014. La decisione di licenziare tutti i membri del comitato (salvo Venediktov, ma la cosa non è ben chiara) è stata presa dalla proprietà della testata, cioè Gazprom Media, la società del gruppo Gazprom che si occupa di informazione e che possiede vari giornali e televisioni di primaria importanza nazionale; nessuna motivazione ufficiale, anche se tutti hanno pensato subito al duro attacco pubblico che Vladimir Putin ha sferrato contro la radio il mese scorso, incontrando proprio Venediktov. Il premier aveva allora affermato che Ekho Moskvy aveva “fatto piovere diarrea” su di lui, di alimentare “critiche immotivate” contro il governo e infine, più grave di tutto, di “servire interessi stranieri”.

    Ovviamente il portavoce del premier, Dmitrij Peskov, ha smentito qualsiasi coinvolgimento del suo capo nella vicenda, sostenendo che “probabilmente si tratta di una questione interna tra Gazprom e la radio”; ma è difficile credergli – anche se è chiaro che l’intera operazione non gioverà di sicuro al candidato Putin, che sta cercando in queste settimane di presentare agli elettori e ai russi indignati un volto più “soft” e aperto al dialogo con gli oppositori. Nonostante il fatto di essere di proprietà del colosso energetico statale Gazprom, che in generale esercita per conto del Cremlino la funzione di cane da guardia dei media, oltre che di braccio economico della politica estera, Ekho Moskvy ha sempre saputo mantenere finora una notevole indipendenza che l’ha fatta apprezzare da tutti, aprendo i suoi microfoni alle personalità più varie di qualsiasi opinione politica. Un suo brusco allineamento al conformismo di regime sarebbe un duro colpo ai tentativi – evidenti negli ultimi mesi un po’ in tutto il mondo dei media russi – di riconquistare spazi di libertà per l’informazione.

    La radio, nata nell’agosto 1990, è rimasta di proprietà di un trust di istituzioni pubbliche (tra cui anche l’università della capitale) fino al 1994, quando venne acquistata dal gruppo Media-Most del tycoon Vladimir Gusinski; nel 2001, al culmine dello scontro tra quest’ultimo e il Cremlino, l’emittente passò sotto il controllo di Gazprom Media, che ne detiene tuttora il 66% del pacchetto azionario, il rimanente essendo di proprietà del collettivo dei giornalisti e personalmente di Venediktov.

di a. d.
pubblicato il 14 febbraio 2012
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  • Putin con l'oligarca Roman Abramovich

    Un nuovo exploit preelettorale del premier russo, che ha proposto inopinatamente una supertassa sulle aziende privatizzate nei primi anni ’90 dagli oligarchi, ai tempi di Boris Eltsin. Secondo Putin, è giunto il momento di “regolarizzare” quelle privatizzazioni, che hanno privato il Paese di un ingente patrimonio. Il premier però non ha voluto entrare nel dettaglio, né per quanto riguarda l’entità di questa tassa “riparatrice” né per le modalità di esazione né per i tempi in cui si potrebbe arrivare a questo passaggio: il premier ha parlato di “una tassa in un’unica soluzione o qualche altra cosa”, e di un governo che “potrebbe approntare una proposta di legge entro la fine di aprile” – tutti elementi molto vaghi, che secondo diversi politologi potrebbero indicare che della questione non si parlerà più una volta passate le elezioni.

    Come che sia, certamente Putin ha toccato un tasto che per la grande maggioranza dei russi è molto sensibile, e che mette anche in difficoltà gli oppositori di orientamento liberale: non a caso Mikhail Prokhorov, l’oligarca che ha presentato la sua candidatura alle presidenziali e che vorrebbe raccogliere i voti del movimento di opposizione sceso in piazza negli ultimi due mesi (ma difficilmente ci riuscirà) si è subito detto contrario all’idea, sostenendo che le privatizzazioni compiute negli anni Novanta forse sono state “sleali”, ma sono comunque avvenute nel pieno rispetto della legge e quindi non c’è motivo di punirle.

    Ancor più delicata è ovviamente la posizione del più famoso degli oligarchi, Mikhail Khodorkovskij, in carcere da otto anni e destinato a restarci fino al 2017, che non è più proprietario delle aziende che aveva incamerato fraudolentemente negli anni di Eltsin ma non ha mai rinunciato a protestare per esserne stato espropriato. Khodorkovskij è una delle bandiere del movimento di opposizione liberale, per compiacere gli americani che in Khodorkovskij avevano il maggior punto di riferimento politico-economico in Russia. Sollevando la questione delle privatizzazioni passate, Putin mette in luce una questione su cui evidentemente il movimento di opposizione ha il fianco scoperto.

di a. d.
pubblicato il 11 febbraio 2012
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