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Come ampiamente previsto non ha avuto successo il referendum indetto in Lettonia per portare il russo a livello di seconda lingua ufficiale. A votare si è recato il 70 per cento degli aventi diritto, e solo il 25 per cento circa dei voti è stato favorevole alla proposta (per un totale di 273.000 voti), mentre il 75 per cento si è pronunciato contro. Promotori dell’iniziativa sono stati alcuni esponenti della numerosa comunità russofona della Lettonia, che sono riusciti a mobilitare un gran numero di elettori, spingendoli a firmare la richiesta di referendum. Solo a quel punto la vicenda, fino ad allora snobbata dai media e dai politici lettoni, è diventata di colpo di rilevanza nazionale, portando perfino il presidente della repubblica a pronunciarsi (molto scorrettamente) annunciando la sua intenzione di votare contro. In precedenza il presidente aveva detto che si sarebbe dimesso se il referendum fosse passato.
Pur perdendo – ma era del tutto scontato che l’esito fosse questo – la comunità russofona ha comunque segnato un importante punto a favore, sollevando con forza anche a livello internazionale il tema dei diritti fondamentali di cui una parte consistente della popolazione lettone viene deliberatamente privata. Sono infatti oltre duecentomila gli abitanti del paese che pur essendo nati in Lettonia (alcuni anche di seconda o terza generazione) non hanno potuto ottenere la cittadinanza per l’impossibilità – o il rifiuto – di sostenere un esame di lingua e letteratura lettone, in quando hanno sempre vissuto all’interno della numerosa comunità russofona usando il russo, che nei decenni sovietici era lingua franca e anche lingua ufficiale. L’Unione Europea, di cui la Lettonia fa parte da dieci anni, non ha mai avuto da ridire su questa situazione di grave discriminazione e privazione dei diritti fondamentali (di voto, di eligibilità e di assunzione in posti pubblici) che colpisce una parte della popolazione, nonostante le ripetute proteste e segnalazioni ufficiali da parte di esponenti della comunità russofona.
pubblicato il 21 febbraio 2012
Tag: Lettonia, Russia
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8 Commenti a “Lettonia, referendum fallito”
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21 febbraio 2012 alle 12:56
Il lettone è la lingua ufficiale della Lettonia. I cittadini russofoni devono adeguarsi. In quasi tutti i Paesi civili gli stranieri che vogliono essere cittadini effettivi del Paese che li ospita devono dimostrare di conoscere la cultura del Paese ospitante, pertanto per prima cosa devono imparare la lingua e questo va anche a loro beneficio. Chi non s’adegua, non è certo costretto a rimanere, può tornare al suo Paese d’origine.
21 febbraio 2012 alle 16:02
Concordo pienamente, come ho scritto nel mio articolo pubblicato oggi da Meridiani Relazioni Internazionali: http://www.meridianionline.org/2012/02/21/referendum-lettonia-russo-lingua-ufficiale/. Anzi, visto che ci sono ora La cito anche nei commenti.
21 febbraio 2012 alle 19:13
Stefano, la questione non e’ esattamente cosi’ semplice, visto che la Lettonia e’ il Paese, o quanto meno il territorio di origine anche della stragrande maggioranza dei cittadini russofoni che ci vivono, ovvero quasi un terzo della popolazione (leggi anche l’articolo che ho postato nel mio commento precedente).
22 febbraio 2012 alle 09:24
Si parla di cittadinanza, ragazzi, in Europa per di più, e di riconoscimento della lingua di una cospicua minoranza che è maggioranza nella capitale. E ricordo che siete sul sito de Il Manifesto e non di Libero o Repubblica, liberissimi di migrare su altri siti e posizionarvi in sintonia con chi erige monumenti alla legione SS Lettone e alla nuova Europa imperiale, che evidentemente a Est ha ancora un confine che considera nemico.
22 febbraio 2012 alle 17:57
Ci sono molte imprecisioni sia nel reportage che nei commenti, riguardo
al numero dei russofoni che potevano andare a votare per il referendum.
Infatti hanno potuto recarsi al voto meno del 30% dei russofoni nati e residenti dalla nascita in Lettonia. In conclusione se a tutti i russofoni fosse stato dato democraticamente la possibilita’ di votare, il risultato avrebbe premiato i sostenitori del SI’ alla richiesta di lasciare in eesere un bilinguismo piu’ che giustificato. Aggiungasi che a Riga, la cui popolazione supera il 60% dell’intera Lettonia, i russoni in grande maggioranza sui lettoni, hanno eletto un sindaco di parte russofona. E che nella regione di Daugapils il SI’al referendum ha raggiunto l’80%. Strasburgo, stavolta, non puo’ piu’ far finta di non conoscere questi dati !
23 febbraio 2012 alle 08:57
Semjon25, grazie per i dati aggiuntivi.
23 febbraio 2012 alle 16:15
Io eviterei di sposare un nazionalismo contro un altro. Si rischia di diventare “balcanizzati”. E nella questione specifica i torti e le ragioni sono ben distribuite.
23 febbraio 2012 alle 18:24
Il torto meglio distribuito è quello dell’Unione Europea che da 20 anni tace su questa scandalosa situazione che rischia tra qualche anno di trasformare il Baltico in un nuovo Kosovo. Ma i cervelloni occidentali ritengono che un paio di regimetti fascistoidi si possano tollerare se servono come baluardo antirusso, salvo poi mollarli quando le cose si mettono male (vedi Georgia 2008)