Wednesday 19 June 2013

IL MANIFESTO BLOG
   notizie dall'ex impero del male a cura di Astrit Dakli
Archivio di giugno 2012
  • Il leader riconosciuto del movimento di opposizione di piazza Aleksej Navalny è entrato nel Consiglio di amministrazione della compagnia di bandiera russa Aeroflot. La nomina di Navalny è avvenuta grazie ai voti dell’oligarca Aleksandr Lebedev, che detiene attraverso la sua National Reserve Bank il 15 per cento delle azioni Aeroflot ed è quindi il secondo azionista dopo lo Stato, che ne possiede il 51 per cento. Lebedev, va ricordato, è anche possessore di diversi giornali importanti: la Novaya Gazeta (schierata su posizioni anti-regime) e alcuni periodici in Russia, l’Independent e l’Evening Standard in Gran Bretagna.

    Non risulta peraltro che lo stesso Lebedev sia personalmente in antagonismo con Vladimir Putin o impegnato nelle file dell’opposizione: anche la scelta di un uomo-simbolo come Navalny per rappresentare il suo pacchetto azionario nella compagnia aerea sarebbe stata dettata – dice il medesimo Navalny – “in virtù delle qualità professionali” del notissimo blogger. Vero è che prima di mettersi alla testa del movimento di protesta contro i brogli elettorali, nel dicembre scorso, Navalny era noto soprattutto per le sue battaglie “di trasparenza” condotte nelle assemblee degli azionisti delle grandi compagnie semi-statali come Gazprom o Rosneft. Forte del suo pacchettino azionario di minoranza e di uno stuolo di avvocati e giuristi volontari dietro di lui, Navalny aveva portato vittoriosamente in giudizio diversi Consigli di amministrazione di questi colossi smascherando truffe e maneggi ai danni degli stessi azionisti.

     

    Aleksej Navalny

    Ma secondo gli esperti, questo non sarebbe il caso di Aeroflot, che ha fama – ormai lontani i tempi in cui era la mangiatoia della famiglia di Boris Eltsin – di essere una compagnia relativamente “pulita” e ben amministrata. Navalny sostiene, in un’intervista rilasciata a Forbes subito dopo la nomina, di avere già pronto un piano per migliorare la governance dell’azienda, ma non sembra che ciò possa incidere in maniera più che marginale sui conti.

    Sembrerebbe quindi che la vera motivazione che ha spinto Lebedev a mettere in quel posto il nome più noto dell’opposizione (e che ha spinto il Cremlino a non mettersi di traverso, cosa che avrebbe potuto certamente fare se avesse voluto) sia essenzialmente politica: dare una nuance maggiore di indipendenza al proprio ruolo di tycoon e banchiere e al tempo stesso de-radicalizzare la figura pubblica di Navalny, associandolo comunque ad un’azienda statale in una posizione che non gli permetterà di fare troppi danni. La novità risulterà probabilmente sgradita ai settori più di sinistra del movimento di opposizione.

di a. d.
pubblicato il 26 giugno 2012
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  • L’Università di Mosca

    Per il nuovo ministro dell’educazione russo, Dmitrij Livanov, lo stato del sistema di istruzione superiore e della ricerca scientifica nel paese è ormai catastrofico. “Abbiamo perso ogni capacità competitiva in questi campi negli ultimi vent’anni” – ha detto il ministro di fronte al Forum economico di San Pietroburgo, una delle platee internazionali più importanti che si tengono in Russia – “Il sistema educativo e la scienza non erano male nell’Unione sovietica, ma ormai non esistono più e quello che abbiamo adesso non è neanche minimamente all’altezza delle necessità”. Dunque, conclude il neoministro, occorre una riforma radicale dell’intero sistema. Una tesi sostenuta, nella stessa sala, anche da German Gref, presidente della maggior banca russa, Sberbank: “Il nostro sistema di educazione superiore va riformato completamente, e questa riforma è già in agenda”.

    Che tipo di riforma, è facile capirlo sia dal richiamo alla competitività (che significa sempre e solo tagli al personale e al welfare) sia dalle biografie liberiste di Livanov e Gref sia infine, ancor più esplicitamente, dalle prime dichiarazioni fatte da Livanov il giorno stesso della sua nomina, il mese scorso: “Occorre ridurre drasticamente, del 50 per cento, il numero degli studenti che oggi usufruiscono di borse di studio statali, in modo da rendere disponibili risorse per migliorare le paghe dei professori e da stimolare al tempo stesso la competitività e il merito tra gli studenti”. Dichiarazioni che hanno sollevato un putiferio di reazioni indignate, ma non hanno mai trovato una smentita o una retromarcia da parte del governo.

    E sì che proprio Vladimir Putin, nel corso della sua campagna elettorale, aveva in sostanza promesso il contrario, cioè un impegno crescente dello Stato nel settore dell’istruzione superiore per aumentarne l’accessibilità a livello nazionale: già un anno fa peraltro, quando era ancora capo del governo e non si era ancora candidato al terzo mandato presidenziale, Putin aveva snocciolato in tv un’impressionante serie di cifre in materia di investimenti nel settore educativo e scientifico che sarebbero arrivati nel 2012 e negli anni successivi. Ora invece tutto fa pensare che il suo terzo mandato si svolga all’insegna del “meno stato, più mercato” e di una crescente limatura del welfare, cioè il contrario esatto di quel che i suoi elettori si attendevano da lui votandolo. Ben più delle frodi elettorali e della scarsa libertà politica, che tanto stanno a cuore all’Occidente, sono queste le cose che stanno facendo perdere a Putin, in misura crescente, il consenso di cui ha goduto negli ultimi dodici anni.

di a. d.
pubblicato il 21 giugno 2012
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  • Folla di giornalisti davanti a casa di Navalny durante la perquisizione odierna

    Domani a Mosca è in programma una grossa manifestazione del movimento d’opposizione, convocata per protestare contro la nuova legge che aumenta a dismisura le sanzioni pecuniarie contro chi organizza e partecipa a iniziative di piazza non autorizzate. La manifestazione di domani autorizzata lo è: il municipio della capitale ha dato l’ok per un raduno di 50mila persone, anche se in luoghi diversi da quelli richiesti dagli organizzatori. Alla vigilia del corteo, però, la Procura (evidentemente su istruzioni del Cremlino) ha deciso di lanciare un attacco preventivo contro i leader dell’opposizione, un attacco che sembra destinato a peggiorare le cose e ad alimentare nuove e più forti proteste.

    Stamattina, dunque, la polizia si è presentata in forza nelle case di una decina di persone considerate “leader” del movimento, avviando una perquisizione furibonda e convocando per stamane in procura tutti gli interessati (che quindi non potranno guidare e gestire la manifestazione). L’iniziativa della procura è “in relazione agli incidenti del 6 maggio scorso”, quando – appunto alla vigilia dell’insediamento di Putin – polizia e manifestanti si scontrarono duramente in piazza con diversi feriti, per fortuna non gravi.

    Tra i perquisiti, i nomi più noti dell’opposizione, dal blogger Aleksei Navalny al comunista Sergei Udaltsov, dal liberale Ilya Yashin alla star televisiva Ksenia Sobchak. A tutti sono stati sequestrati computer, cellulari ecc., nonché documenti e materiali vari. La Sobchak ha anche denunciato la sparizione, durante la visita degli agenti, di un milione e mezzo di euro in contanti (così riporta l’agenzia Ria-Novosti, ma sembra difficile che la pur ricca ed eccentrica presentatrice tv avesse in casa una cifra simile; forse si trattava di 1,5 milioni di rubli, equivalenti a circa 36mila euro). Contrariamente a quanto supponevamo, la cifra è stata confermata anche dagli inquirenti, che intendono accertarne la provenienza e l’uso; un po’ debole la giustificazione di Ksenia, “guadagno molto, circa 2 milioni all’anno, e ho diritto di tenermi tutto a casa”. 

    Il tam tam di twitter – attraverso l’hashtag #Hello37 , che si riferisce alle grandi repressioni staliniane del 1937 – ha fatto sì che in pochi minuti decine e poi centinaia di persone si raccogliessero davanti alle case in cui era in corso la perquisizione; domattina, di sicuro, i convocati saranno accompagnati in procura da una folla di persone, e con esse stuoli di giornalisti russi e stranieri. Insomma, la repressione contro questi pochi nomi noti rischia di diventare un evento mediatico internazionale più importante della manifestazione, tale da danneggiare seriamente l’immagine di Putin e del suo governo sia che il corteo si riveli un successo, sia che fallisca. Insomma, un autogol dei più classici.

di a. d.
pubblicato il 11 giugno 2012
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  • Nikolai Alekseyev

    Cent’anni senza sfilate Gay Pride. Che tenere una manifestazione di omosessuali a Mosca sia difficile, è cosa che i rappresentanti della comunità lgbt moscovita hanno imparato a proprie spese da tempo, a furia di divieti e di tentativi stroncati o dalla polizia o da gruppi di attivisti di destra e ultra-ortodossi a suon di botte. Certo, non sono più i tempi in cui il sindaco-padrone della capitale, Yurij Luzhkov, parlava di “manifestazioni sataniche”: il nuovo sindaco Sergei Sobyanin ha un atteggiamento più soft e prudente, è persino arrivato a consentire, l’altr’anno, una piccola manifestazione in un parco cittadino, ma al fondo la situazione non è veramente cambiata e la tolleranza verso le differenze di orientamento sessuale resta bassissima. Pure, un divieto di manifestare esteso per la durata di un secolo (proprio come Luzhkov, prima di essere licenziato, aveva minacciosamente predetto: “Non ci sarà mai un gay pride a Mosca!”) rappresenta qualcosa di nuovo e sconcertante.

    E’ esattamente quello che è avvenuto nei giorni scorsi – anche se in qualche modo si tratta di una forzatura voluta da parte dello stesso movimento lgbt. Esasperati dal sistematico “no” opposto dalle autorità della capitale (da notare che in altre città russe la situazione è a volte diversa), alcuni rappresentanti del movimento gay (in particolare uno dei “leader” più in vista, Nikolai Alekseyev, con cui peraltro alcuni settori del movimento sono in aperta polemica, ritenendo le sue provocatorie iniziative più dannose che utili) hanno presentato 100 richieste di sfilata gay pride tutte insieme, una per ogni anno da qui al 2111. Dato che la legge obbliga il municipio a rispondere comunque, con un sì o con un no, alle richieste di autorizzazione, i funzionari della capitale per coerenza non hanno potuto far altro che dire no a tutte e 100 le richieste e il tribunale, cui gli attivisti si sono immediatamente rivolti per far valutare la legittimità del rifiuto “secolare”, ha dovuto sentenziare che la decisione non violava nessuna legge. Con questi atti in mano gli attivisti, come avevano progettato, si rivolgono ora alla Corte europea per i Diritti umani di Strasburgo, nella speranza di ottenere una sentenza che metterebbe in grave imbarazzo le autorità russe.

    Tantopiù alla luce della nuova legge locale, appena approvata dalla città di San Pietroburgo e in discussione alla Duma per diventare legge federale, che in nome della protezione dei minori trasforma in un reato la “propaganda di orientamento sessuale” svolta in pubblico vicino a luoghi frequentati da minorenni: una legge talmente vaga da prestarsi all’incriminazione di chiunque – e certamente di chi partecipa o organizza una manifestazione gay. Una sentenza di Strasburgo che parlasse chiaramente contro la discriminazione a proposito delle manifestazioni gay sarebbe ovviamente un forte argine alla deriva clericale e maschilista in atto nelle alte sfere della Russia putiniana. Non va dimenticato che l’omosessualità ha smesso di essere considerata un crimine solo nel 1993, e che tuttora nella legge russa non esiste nessuna specifica misura contro la discriminazione basata sull’orientamento sessuale.

di a. d.
pubblicato il 9 giugno 2012
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  • Truppe armene in azione

    Seri scontri, con diversi morti e feriti, sono stati segnalati nelle ultime ore lungo la linea di demarcazione fra Armenia e Azerbaigian. Le notizie, anche se in modo diverso e ovviamente con opposte attribuzioni di responsabilità, sono state confermate sia dal governo di Baku sia dalle autorità armene autonome del Nagorno Karabakh: entrambe le parti si accusano reciprocamente di aver tentato l’infiltrazione di commandos nel territorio avverso, affermando che tali tentativi sarebbero stati respinti con perdite. Difficile fare un bilancio realistico: sommando le vittime denunciate, dovrebbero esserci tre morti armeni e cinque azeri.

    Non certo casualmente, gli scontri sono avvenuti in coincidenza con la visita che la segretaria di stato americana Hillary Clinton sta compiendo in Azerbaigian. Clinton ha condannato ovviamente il ricorso alla forza, affermando che per questa via l’annoso conflitto del Nagorno-Karabakh non arriverà a nessuna soluzione, ma non sfugge il fatto che negli ultimi tempi Washington – e con essa anche Israele – ha sistematicamente incoraggiato e armato il regime azero. Americani e israeliani hanno rifornito abbondantemente il suo esercito e la sua marina, in considerazione del ruolo strategico che il paese governato da Ilham Aliyev (una dittatura piuttosto pesante, ma evidentemente il rispetto dei diritti umani per gli Usa è un valore solo quando fa comodo) svolge tanto sul piano dei rifornimenti energetici quanto rispetto al confinante Iran.

    L’Azerbaigian resta lo snodo principale per l’avviamento verso il Mediterraneo e l’Europa occidentale del petrolio e del gas proveniente dai giacimenti offshore del Mar Caspio, sia azeri che turkmeni e kazaki, senza passare dal territorio della Russia. Le relazioni azero-iraniane, d’altra parte, stanno via via peggiorando, con Tehran che accusa Baku di fomentare tensioni nelle regioni settentrionali iraniane (Tabriz) dove vive una consistente popolazione di etnia e lingua azera, nonché di aver offerto a Usa e Israele l’uso di proprie basi militari in caso di guerra con l’Iran. Aliyev ha sempre respinto queste accuse, giurando che il territorio azero non sarà mai usato come base per un’aggressione all’Iran, ma vista la rapidità e l’intensità del riarmo di Baku, è lecito dubitarne: del resto Tehran è, dopo Mosca, il miglior alleato dell’Armenia, con cui spartisce un confine e che si rifornisce di quasi tutto quel che le serve, evitando il blocco impostole dalla Turchia, proprio attraverso il canale iraniano.

    Quanto al conflitto armeno-azero, che fa da sfondo a tutto ciò, le trattative per arrivare a una pace stabile e alla definizione dei confini si trascinano senza progressi ormai da 18 anni: la guerra aperta durò dal 1988 al 1994, passando attraverso diverse fasi e lasciando oltre trentamila morti e due milioni di profughi. I negoziati avvengono con la mediazione del cosiddetto Gruppo di Minsk (Russia, Usa e Francia, più un gruppo di altri paesi europei e i due interessati, Armenia e Azerbaigian) formato in ambito OSCE; il prossimo incontro, a livello di ministri degli esteri, dovrebbe avvenire il 18 giugno prossimo a Parigi.

di a. d.
pubblicato il 6 giugno 2012
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  • Laureati a Mosca

    La Russia come meta di immigrazione non solo per manovali asiatici senza qualifiche o per supermanager multinazionali ma anche per “normali” laureati in cerca semplicemente di un buon lavoro, obiettivo sempre più irreale nell’Occidente (e in particolare in diversi paesi europei) attanagliato dalla crisi. E’ quanto emerge da diversi elementi pubblicati negli ultimi giorni dalla stampa russa: da un lato le statistiche che mostrano un continuo aumento nel numero dei curricola spediti ad enti e aziende russe da giovani laureati occidentali in cerca di occupazione, cui corrisponde un parallelo aumento delle domande di residenza temporanea in Russia da parte di stranieri neoassunti; dall’altro alcune novità introdotte recentemente dal governo di Mosca, tra cui in primo luogo la decisione di riconoscere valore legale, senza esami e defatiganti trafile burocratiche, alle lauree ottenute in una lunga serie di università straniere.

    La ricerca di lavoro da parte di stranieri in Russia è ovviamente legata alla diversa situazione economica: finora la crisi che imperversa in Europa (e in misura minore negli Stati uniti) ha toccato solo di striscio la Russia, la cui economia è prevista crescere anche quest’anno del 4,5 per cento (contro poco più dell’1 per cento della Ue e l’1,7 degli Usa); in particolare è diverso il tasso di disoccupazione, regolarmente superiore al 10 per cento nei paesi occidentali e limitato al 6,5 in Russia. Tutti motivi macroeconomici che inducono diversi giovani europei e americani a cercare a Mosca nuove opportunità di carriera e di guadagno, sia nei settori tradizionalmente ricchi di prospettive (banche, industria petrolifera) sia nei settori più nuovi per la Russia come le energie alternative, dove la formazione in loco di personale qualificato è ancora insufficiente.

    Ed è proprio in relazione a questo che il governo ha aperto le porte agli atenei stranieri. Fino ad ora, gli stranieri laureati che volevano vedersi riconoscere in Russia il titolo di studio per accedere a determinate posizioni dovevano sottostare a un “percorso di guerra” lungo molti mesi e pieno di ostacoli realmente scoraggianti; dalla settimana scorsa, per decisione del governo guidato dall’ex presidente Medvedev, chi proviene da un’università compresa in un elenco di ben 210 atenei pubblicato sul giornale ufficiale Rossiiskaya Gazeta non dovrà più né sottoporsi ad esami né produrre documenti particolari (tra cui la temutissima traduzione certificata in russo).

    A testimonianza del decadimento dell’Italia nel mondo, perlomeno per quanto attiene alla scuola, sta il fatto umiliante che nonostante le amicizie tra leader soltanto tre atenei italiani (Milano, Bologna e Padova) sono stati inclusi nell’elenco delle università il cui valore è riconosciuto automaticamente in Russia: tre, contro le 66 statunitensi, le 28 inglesi, le 13 tedesche – ma siamo surclassati anche da paesi piccoli come l’Olanda (10 atenei riconosciuti), la Svezia (7), la Svizzera (6) o il Belgio (5).

di a. d.
pubblicato il 3 giugno 2012
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