-
E’ davvero un brutto pasticcio quello creato dal governo ungherese di Viktor Orban con la consegna all’Azerbaigian di Ramil Safarov, un ufficiale azero condannato all’ergastolo per l’uccisione di un collega armeno durante un corso Nato frequentato da entrambi. L’improvvida scelta di Orban, presumibilmente premiata con un ricco prestito di Baku alle depauperate casse magiare, sta provocando enorme imbarazzo alla Nato e all’Unione Europea, mentre ha provocato un fulminante aumento della tensione nella regione caucasica – che non ne aveva proprio nessun bisogno.
(In due parole la vicenda del delitto. Ramil Safarov e Gurgen Margarian, ufficiali rispettivamente dell’esercito azero e di quello armeno, nel 2004 si trovavano a Budapest per un corso di aggiornamento Nato legato al programma Partnership for Peace. Nottetempo Safarov con un coltello e un’accetta ha ucciso Margarian che dormiva: parecchie coltellate al petto e 16 colpi d’accetta alla testa. Arrestato e processato, Safarov è stato condannato all’ergastolo nel 2006 da un tribunale ungherese).
Safarov, che secondo la versione di Budapest avrebbe dovuto scontare la sua pena in patria dopo la riconsegna a Baku, è stato invece “perdonato” dal presidente azero Ilham Aliyev il giorno stesso del suo arrivo, quindi rimesso in libertà, promosso maggiore e trattato come una sorta di eroe nazionale: il che ha ovviamente prodotto una escalation di furore in Armenia – dove comprensibilmente Safarov è considerato un mostruoso assassino – al punto che il governo di Erevan ha rotto le relazioni diplomatiche con l’Ungheria, accusata di aver stretto un patto segreto con gli azeri e di aver consegnato loro il killer sapendo benissimo che sarebbe stato liberato. Un giornale economico magiaro ha scritto che il ritorno di Safarov in Azerbaigian è coinciso con la concessione di un prestito di 3 miliardi di euro da Baku a Budapest, attuato con l’acquisto di speciali bond emessi dallo Stato ungherese e denominati in lire turche; Orban ha smentito ogni connessione tra le due vicende, ma è chiaro che i sospetti restano più che legittimi.
Per cercar di arginare l’ira armena si sono immediatamente mobilitati i governi di Usa, Francia e Russia, co-presidenti del cosiddetto “Gruppo di Minsk” che per conto dell’Osce (l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) cercano da 18 anni di promuovere la pace sul fronte armeno-azero: hanno parlato con i ministri degli esteri di Erevan e Baku, hanno chiesto moderazione, hanno deplorato, perorato, auspicato – senza gran successo. Particolare riprovazione per il “perdono” concesso a Safarov è stata espressa dal governo di Mosca.
Di fatto, anche la Nato e, in misura minore, l’Unione Europea si trovano coinvolte. L’Ungheria è membro di entrambe le istituzioni, che a loro volta hanno una partnership aperta con Armenia e Azerbaigian; la Nato, in particolare, era l’istituzione che ospitava Safarov e la sua vittima e quindi ha una responsabilità particolare nella vicenda. Anche se nessuno ha ancora esplicitamente chiamato in causa l’Ungheria, è chiaro che tutti pensano che quella di Budapest sia stata una pessima idea: tant’è che, vista la pressione internazionale, il governo ungherese ha dovuto protestare con quello azero, definendo “inaccettabile” il perdono concesso a Safarov. E oggi il segretario della Nato Anders Fogh Rasmussen si è sentito in dovere di precipitarsi di persona a Erevan, presumibilmente per dare agli armeni l’idea che l’Alleanza è solidale con loro. Quanto alla Ue, che ha già rapporti piuttosto tesi e polemici con l’Ungheria di Orban per le iniziative nazionalistiche e anti-comunitarie di quest’ultimo, si è finora limitata a esprimere “seria preoccupazione” per la piega presa dagli eventi: ma ha sottolineato come il Commissario per la politica estera dell’Unione, Catherine Ashton, sia “in continuo contatto” con le autorità ungheresi per “capire meglio” quello che è accaduto.
pubblicato il 5 settembre 2012
Tag: Armenia, Azerbaigian, Caucaso, Europa, Nato, Russia, Stati Uniti, Ungheria
| Nessun commento »
-
Seri scontri, con diversi morti e feriti, sono stati segnalati nelle ultime ore lungo la linea di demarcazione fra Armenia e Azerbaigian. Le notizie, anche se in modo diverso e ovviamente con opposte attribuzioni di responsabilità, sono state confermate sia dal governo di Baku sia dalle autorità armene autonome del Nagorno Karabakh: entrambe le parti si accusano reciprocamente di aver tentato l’infiltrazione di commandos nel territorio avverso, affermando che tali tentativi sarebbero stati respinti con perdite. Difficile fare un bilancio realistico: sommando le vittime denunciate, dovrebbero esserci tre morti armeni e cinque azeri.
Non certo casualmente, gli scontri sono avvenuti in coincidenza con la visita che la segretaria di stato americana Hillary Clinton sta compiendo in Azerbaigian. Clinton ha condannato ovviamente il ricorso alla forza, affermando che per questa via l’annoso conflitto del Nagorno-Karabakh non arriverà a nessuna soluzione, ma non sfugge il fatto che negli ultimi tempi Washington – e con essa anche Israele – ha sistematicamente incoraggiato e armato il regime azero. Americani e israeliani hanno rifornito abbondantemente il suo esercito e la sua marina, in considerazione del ruolo strategico che il paese governato da Ilham Aliyev (una dittatura piuttosto pesante, ma evidentemente il rispetto dei diritti umani per gli Usa è un valore solo quando fa comodo) svolge tanto sul piano dei rifornimenti energetici quanto rispetto al confinante Iran.
L’Azerbaigian resta lo snodo principale per l’avviamento verso il Mediterraneo e l’Europa occidentale del petrolio e del gas proveniente dai giacimenti offshore del Mar Caspio, sia azeri che turkmeni e kazaki, senza passare dal territorio della Russia. Le relazioni azero-iraniane, d’altra parte, stanno via via peggiorando, con Tehran che accusa Baku di fomentare tensioni nelle regioni settentrionali iraniane (Tabriz) dove vive una consistente popolazione di etnia e lingua azera, nonché di aver offerto a Usa e Israele l’uso di proprie basi militari in caso di guerra con l’Iran. Aliyev ha sempre respinto queste accuse, giurando che il territorio azero non sarà mai usato come base per un’aggressione all’Iran, ma vista la rapidità e l’intensità del riarmo di Baku, è lecito dubitarne: del resto Tehran è, dopo Mosca, il miglior alleato dell’Armenia, con cui spartisce un confine e che si rifornisce di quasi tutto quel che le serve, evitando il blocco impostole dalla Turchia, proprio attraverso il canale iraniano.
Quanto al conflitto armeno-azero, che fa da sfondo a tutto ciò, le trattative per arrivare a una pace stabile e alla definizione dei confini si trascinano senza progressi ormai da 18 anni: la guerra aperta durò dal 1988 al 1994, passando attraverso diverse fasi e lasciando oltre trentamila morti e due milioni di profughi. I negoziati avvengono con la mediazione del cosiddetto Gruppo di Minsk (Russia, Usa e Francia, più un gruppo di altri paesi europei e i due interessati, Armenia e Azerbaigian) formato in ambito OSCE; il prossimo incontro, a livello di ministri degli esteri, dovrebbe avvenire il 18 giugno prossimo a Parigi.
pubblicato il 6 giugno 2012
Tag: Armenia, Azerbaigian, Iran, Israele, Russia, Stati Uniti
| Nessun commento »
Uno scontro a fuoco nei pressi del villaggio di Chaili, sul confine nord-orientale del Nagorno Karabakh, ha prodotto ieri diverse vittime. Secondo la versione armena, due soldati del Karabakh sarebbero rimasti feriti insieme a un imprecisato numero di “vittime” azere; secondo la versione azera, ci sarebbero cinque morti, tre militari armeni e due azeri. Poco chiare le circostanze dello scontro: entrambe le parti si rinfacciano la responsabilità di aver attaccato, rompendo la tregua de facto che vige sulla frontiera da sedici anni, tra sporadiche scaramucce a volte molto violente.
Negli ultimi anni ci sono stati diversi tentativi internazionali di sponsorizzare un effettivo accordo di pace tra armeni e azeri, che porti stabilità in una delle aree più esplosive del mondo: ma ogni volta gli sforzi si sono arenati di fronte a una rigidità insuperabile di entrambe le parti. Il riaccendersi della tensione rende anche problematico l’effettivo disgelo tra Erevan e Ankara, che ha visto nel corso del 2009 e del 2010 diversi sviluppi positivi, con visite reciproche, incontri dei capi di stato e match sportivi.
La posizione armena è resa rigida dall’inflessibilità della leadership del Nagorno Karabakh (teoricamente indipendente da Erevan), che non vuol sentir neanche parlare di concessioni territoriali agli azeri; questi ultimi da parte loro non possono accettare nessuna vera trattativa di pace finché tutto quanto il territorio occupato dagli armeni nella guerra del ’91-’94 (oltre un quinto del territorio complessivo azero, comprese diverse regioni in cui non esisteva nessuna popolazione armena e che oggi sono completamente spopolate per l’espulsione degli azeri seguita all’occupazione) continuerà a restare in mano ai nemici.
pubblicato il 1 settembre 2010
Tag: Armenia, Azerbaigian
| Nessun commento »
Armenia e Azerbaigian hanno raggiunto un’intesa preliminare su quella che dovrebbe essere la base di un accordo di pace per regolare l’annoso conflitto sul Nagorno Karabakh. Lo ha annunciato oggi il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov, al termine di un incontro al vertice che ha visto riuniti nella città russa di Soci, sul Mar Nero, i presidenti dei due paesi – Serzh Sargsyan e Ilham Aliyev – e il loro collega russo Dmitrij Medvedev.
L’intesa preliminare costituisce una sorta di preambolo che, ha detto Lavrov, riprende e aggiorna i principi già stabiliti dalla conferenza dell’Osce di Madrid del novembre 2007, in cui si afferma che la risoluzione del conflitto armeno-azero dovrà avvenire per passi successivi, partendo con la liberazione (graduale) dei territori azeri intorno alla regione del Nagorno Karabakh che vennero occupati dalle forze armene durante la guerra del 1992-1994; di questi territori, il Karabakh dovrebbe mantenere sotto proprio controllo un “corridoio” che lo metta in comunicazione diretta con l’Armenia – presumibilmente il distretto di Lachin, teatro di furiosi combattimenti durante la guerra. Al Karabakh dovrebbe inoltre essere riconosciuto formalmente il diritto di determinare il proprio status definitivo attraverso un referendum.
Il preambolo, sempre secondo il ministro degli esteri russo, dovrebbe essere presto seguito dalla presentazione di nuove proposte delle due parti, che andranno quindi “sincronizzate” e fatte entrare nell’accordo di pace definitivo; i leader dei due paesi si sono detti d’accordo nel proseguire la discussione su questa base. Non è chiaro quale dovrebbe essere il “tavolo di lavoro” intorno al quale proseguire la trattativa, anche se probabilmente sarà quello coordinato dal cosiddetto “Gruppo di Minsk” (Russia, Francia e Stati uniti) che già da anni sta cercando di svolgere una mediazione fra Erevan e Baku in vista diuna soluzione del conflitto. Alcuni progressi importanti sono stati fatti, soprattutto nel 2008, ma solo adesso, con questo incontro di Soci, si è avuta la sensazione di un vero sblocco del negoziato.
Ricordiamo che il conflitto armeno-azero ha avuto inizio nel 1988 – quando l’Armenia e l’Azerbaigian erano ancora repubbliche sovietiche – intorno alla richiesta dell’Armenia e soprattutto degli abitanti (armeni) del Nagorno Karabakh di sottrarre questa provincia all’amministrazione azera. Parallelamente al conflitto che diventava sempre più serio sul terreno militare, con progressivo coinvolgimento di reparti regolari dell’Armata rossa su entrambi i fronti, divampava anche una sanguinosa fiammata di odio etnico che portava all’espulsione di decine di migliaia di armeni dall’Azerbaigian e di azeri dall’Armenia. Dopo la fine dell’Urss e l’indipendenza delle repubbliche il conflitto prendeva una piega più violenta, di guerra guerreggiata con l’uso di tank, artiglierie e bombardamenti aerei; nel giro di due anni si calcola che i combattimenti abbiano fatto circa 30mila morti; il successo delle forze armene portava come esito, nel ’94, all’occupazione di quasi un quarto del territorio dell’Azerbaigian, da cui fuggivano tutti gli abitanti, mentre il Nagorno Karabakh si proclamava indipendente. Nei quindici anni successivi la situazione non è sostanzialmente cambiata, né veniva risolto il rapporto fra Karabakh e Armenia vera e propria: un’indipendenza formale accompagnata da fortissime influenze reciproche, soprattutto per la presenza di leader politici e militari del Karabakh nelle vicende politiche e nelle stesse istituzioni della repubblica armena.
In questo periodo i governi di Erevan e Baku si sono continuamente accusati A) di non volere la pace e soprattutto B) di commettere violazioni armate della tregua stabilita nel ’94. Ancora nel 2009 si sono verificate diverse scaramucce lungo la linea di demarcazione fra i due eserciti, con diverse vittime (sempre militari, dato che dalle due parti di questa linea non esistono più insediamenti civili). Il permanere del conflitto costituisce inoltre il maggior ostacolo alla piena ripresa delle relazioni bilaterali tra l’Armenia e la Turchia (che con essa spartisce una lunga frontiera). Ancora di recente gli accordi di normalizzazione dei rapporti stipulati nell’ottobre scorso fra i presidenti armeno e turco sono rimasti condizionati al conseguimento di progressi nel negoziato di pace tra Armenia e Azerbaigian.
pubblicato il 25 gennaio 2010
Tag: Armenia, Azerbaigian, Russia
| Nessun commento »
La Turchia e l’Armenia hanno annunciato mercoledì sera, con un comunicato congiunto dei due ministri degli esteri, di aver raggiunto un accordo su una “road map”, un piano a tappe per normalizzare le relazioni bilaterali e superare i problemi – assai seri – che finora le hanno ostacolate. L’annuncio afferma che “le due parti durante i colloqui finora svolti hanno raggiunto tangibili progressi e una mutua comprensione”, ma non accenna concretamente né al modo di superare i problemi né ai tempi della citata road map, che dovrebbe portare alla riapertura della lunga frontiera comune (chiusa da 16 anni) e a una forte spinta nelle relazioni commerciali, il cui congelamento nuoce non poco a entrambi i paesi.

Obama ad Ankara con i ministri degli esteri armeno (a sinistra) e turco (a destra)
La svolta, preannunciata da mesi di contatti anche al massimo livello tra i due governi, giunge anche in seguito alle pressioni che la nuova amministrazione statunitense sta esercitando su Ankara: non per niente la Casa bianca (come anche l’Unione europea) ha salutato con grande favore l’annuncio turco-armeno, e il presidente Barack Obama ha messo per il momento in stand-by una risoluzione del Congresso in cui si parla del “genocidio degli armeni” da parte della Turchia nel 1915, risoluzione destinata a provocare un grave risentimento nell’opinione pubblica dell’importante alleato. Proprio oggi, peraltro, Obama dovrà dire comunque qualcosa sulla vicenda: il 24 aprile è il Giorno della Memoria armena, in cui si ricorda la terribile strage di 94 anni fa in cui un milione e mezzo di armeni, abitanti delle province nordorientali dell’impero ottomano, vennero deportati e massacrati.
Se ha un forte valore simbolico che il pre-accordo turco-armeno sia stato annunciato proprio alla vigilia di questa ricorrenza, non è ancora per nulla chiaro comunque quale potrà essere il punto di convergenza fra Ankara e Erevan su quel lontano ma cruciale passaggio storico: la Turchia, dopo aver lungamente negato ogni responsabilità nella tragica vicenda, oggi riconosce che un massacro di armeni ci fu, ad opera delle milizie turche, ma nega recisamente che si possa usare il termine “genocidio” e comunque non accetta la cifra di un milione e mezzo di vittime. Ancora oggi, i paesi stranieri che adottano risoluzioni ufficiali in cui si parla di genocidio vengono boicottati, e se a farlo sono dei cittadini turchi, rischiano il carcere per offese alla dignità nazionale. La posizione del governo armeno, com’è ovvio, è diametralmente opposta.
Ma c’è un altro e complicato punto su cui un accordo fra i due paesi è difficilissimo: la vicenda del Nagorno-Karabak e dei rapporti fra Armenia e Azerbaigian. Il governo di Baku ieri ha reagito malissimo all’annuncio della road map, affermando che vedrebbe come un atto ostile da parte turca una normalizzazione dei rapporti turco-armeni senza una precedente soluzione del problema del Karabak – che con il crollo dell’Urss si è reso indipendente dall’Azerbaigian, occupando inoltre con le sue milizie e con l’aiuto dell’esercito armeno anche larghe porzioni del territorio propriamente azero, con un corollario di centinaia di migliaia di profughi molti dei quali vivono ancora in condizioni di estrema precarietà in tende e baracche. Finora Erevan non ha neanche lontanamente accennato a possibili concessioni da parte armena su questo argomento (che pure è quello che ha provocato nel ’93 la rottura dei rapporti con Ankara).
Confine turco-armeno. La Turchia è a destra
Da Baku si fa indirettamente capire che a rischio è la fruttuosa partnership petrolifera tra i due paesi: il gas e il petrolio azeri, che vanno verso l’Europa con le pipelines che attraversano la Georgia e la Turchia (esistenti come il BTC, Baku-Tbilisi-Ceyhan, o in progetto come il Nabucco, sponsorizzato da Usa ed Ue ma dalla realizzazione sempre più in forse), potrebbero essere facilmente dirottati verso le pipelines russe. Gazprom ha già offerto di acquistare, per la riesportazione in Europa, tutto il gas dei giacimenti di prossimo sfruttamento nel Caspio, e il presidente azero Ilham Aliyev è stato di recente a Mosca a discuterne. Difficile che si arrivi a questi estremi, ma è certo comunque che per Ankara si sta allontanando la prospettiva di usare l’Azerbaigian – che alla Turchia è unito da fortissimi legami linguistici e culturali ma anche economici – come “testa di ponte” sul Mar Caspio per estendere nei paesi turcofoni dell’Asia centrale la propria influenza. E’ una prospettiva che agli inizi degli anni Novanta sembrava molto attraente, ma che in seguito è stata offuscata da una forte ripresa dell’influenza russa su quei paesi, al punto che oggi il controllo di Mosca sull’Asia centrale è più forte che mai.
pubblicato il 23 aprile 2009
Tag: Armenia, Azerbaigian, Turchia
| 3 Commenti »
Una linea ferroviaria unirà per la prima volta nella storia l’Armenia cristiana con il confinante Iran musulmano. Il progetto è stato messo a punto negli ultimi anni, dopo una lunga gestazione, ed è stato trasformato in accordo internazionale la settimana scorsa a Tehran dal ministro dei trasporti iraniano Hamid Behbahani e dal suo collega armeno Gurgen Sargsyan: si tratta di una ferrovia lunga oltre 500 chilometri, di cui 60 in Iran, fino all’allacciamento con la rete esistente, e 44o in Armenia, dalla città di Meghri (sul confine armeno-iraniano) fino a Sevan, sul lago omonimo nel nord del paese. Il costo previsto complessivamente per l’opera, che deve attraversare regioni aspre e montagnose, è di circa 1,8 miliardi di dollari; 400 milioni verranno prestati da Tehran a Erevan, il resto dovrebbe arrivare da finanziamenti della Asian Development Bank e della Banca mondiale; anche il governo russo si è detto interessato a partecipare all’impresa.

Camion sulla strada che unisce Iran e Armenia
Per l’Armenia, si tratta di un radicale rinnovamento della propria struttura di trasporti. Attualmente le ferrovie nazionali coprono poco più di 800 chilometri, collegando Erevan con il confine georgiano, con quello turco e con quello azero: ma, a parte il fatto che il collegamento con Turchia e Azerbaigian è comunque interrotto sia per motivi tecnici che – soprattutto – per motivi politici (i due paesi non hanno relazioni con l’Armenia) si tratta in ogni caso di linee praticamente in rovina, che non hanno avuto nessuna manutenzione da circa vent’anni e sulle quali si muove materiale rotabile vecchissimo. L’unica tratta più o meno funzionante è quella che collega Erevan con la Georgia, ma fra Tbilisi e la capitale armena i pochissimi treni passeggeri impiegano anche dodici ore, contro le quattro o cinque dei pullman. Inoltre il traffico merci su questa tratta è modestissimo, dato che la prosecuzione verso la Russia – principale mercato per l’Armenia – è in pratica impossibile (la ferrovia passa per la repubblica secessionista dell’Abkhazia ed è da anni interrotta).
La principale via commerciale da e per l’Armenia passa quindi dalla frontiera meridionale della repubblica: la strada che conduce in Iran, sulla quale sono permanentemente in marcia lunghe colonne di camion che portano in Armenia tutto quello che serve al paese, in primo luogo benzina e gasolio, uniche fonti energetiche (a parte l’elettricità fornita dalle centrali idroelettriche e dalla centrale nucleare di Metsamor, considerata peraltro fortemente a rischio per l’età, le tecnologie obsolete e l’estrema sismicità della zona). Alla strada adesso dovrebbe affiancarsi, e con maggiori capacità di movimento, la nuova linea ferroviaria.
pubblicato il 20 aprile 2009
Tag: Armenia
| Nessun commento »
Tre morti sulla linea di separazione fra truppe dell’Armenia e dell’Azerbaigian, durante il weekend. Il governo di Baku ha informato che due suoi soldati sono rimasti uccisi dall’esplosione di una mina e un terzo è morto per le ferite riportate durante uno sconto a fuoco con militari armeni, nella zona a ridosso della contesa regione del Nagorno Karabakh. Ovviamente la responsabilità dei gravi incidenti nel comunicato azero viene attribuita a “violazioni degli accordi di cessate-il-fuoco” da parte armena. Opposta la versione del governo indipendentista del Nagorno Karabakh, che conferma gli incidenti ma li attribuisce ad “attacchi da parte azera”. Il risultato è comunque un nuovo aumento della tensione lungo un fronte estremamente “caldo”, che da quando è terminata la guerra aperta (una quindicina d’anni fa) non ha mai conosciuto la pace e neppure un vero negoziato fra le parti. Ancora il mese scorso i mediatori internazionali dell’Osce andavano affermando di sperare nell’imminenza di qualche importante passo avanti, ma evidentemente non tutti gli interessati sono d’accordo. Ricordiamo che il conflitto armeno-azero è stato il primo e più violento dei conflitti esplosi a cavallo della dissoluzione dell’Unione sovietica e si è protratto per diversi anni – fra il 1990 e il 1994 – terminando provvisoriamente con la sconfitta degli azeri, che si videro sottrarre “manu militari” un terzo circa del territorio appartenente alla loro repubblica durante gli anni sovietici (cioè il Nagorno Karabakh propriamente detto e una vasta area tutt’intorno ad esso, nell’est del paese). Va anche tenuto presente che la zona del conflitto armato è molto vicina al corridoio dove passano i tubi della nuova grande pipeline che porta il petrolio e il gas estratti off shore davanti alle coste azere del Mar Caspio fino in Georgia e da lì in Turchia e ai porti mediterranei; in questa versione caucasica del “grande gioco”, la Georgia e in misura assai più incerta l’Azerbaigian giocano dalla parte degli americani e degli inglesi (il consorzio che estrae il petrolio azero è guidato dalla Bp), mentre l’Armenia è alleata della Russia…
pubblicato il 23 febbraio 2009
Tag: Armenia, Azerbaigian
| Nessun commento »
| L | M | M | G | V | S | D |
|---|---|---|---|---|---|---|
| « gen | ||||||
| 1 | 2 | |||||
| 3 | 4 | 5 | 6 | 7 | 8 | 9 |
| 10 | 11 | 12 | 13 | 14 | 15 | 16 |
| 17 | 18 | 19 | 20 | 21 | 22 | 23 |
| 24 | 25 | 26 | 27 | 28 | 29 | 30 |
- gennaio 2013
- novembre 2012
- ottobre 2012
- settembre 2012
- agosto 2012
- luglio 2012
- giugno 2012
- maggio 2012
- aprile 2012
- marzo 2012
- febbraio 2012
- gennaio 2012
- dicembre 2011
- novembre 2011
- ottobre 2011
- settembre 2011
- agosto 2011
- luglio 2011
- giugno 2011
- maggio 2011
- aprile 2011
- marzo 2011
- febbraio 2011
- gennaio 2011
- dicembre 2010
- novembre 2010
- ottobre 2010
- settembre 2010
- agosto 2010
- luglio 2010
- giugno 2010
- maggio 2010
- aprile 2010
- marzo 2010
- febbraio 2010
- gennaio 2010
- dicembre 2009
- novembre 2009
- ottobre 2009
- settembre 2009
- agosto 2009
- luglio 2009
- giugno 2009
- maggio 2009
- aprile 2009
- marzo 2009
- febbraio 2009
- gennaio 2009
- dicembre 2008
- Harken su Un mezzo trasloco
- stefano su Un mezzo trasloco
- erverin3764 su Un mezzo trasloco
- erverin3764 su Un mezzo trasloco
- Sergio Finardi su Un mezzo trasloco
- Annaviva
- Baikal World Web
- Caucasian Knot
- Caucasus Journalists
- CeceniaSOS
- Comitato per la pace nel Caucaso
- DE REBUS ANTIQUIS ET NOVIS
- Eagle and the Bear
- English Russia
- Eurasianet
- Far from Moscow
- In Moscow's Shadows
- karlmarxplatz
- La Russia che non tutti conoscono
- La Russophobe
- Latvia Economy Watch
- Mat Rodina
- Osservatorio Caucaso
- Raffaele Mastrolonardo
- Ragoburgo
- Robert Amsterdam
- RUNET-ECHO
- Russia Blog
- Russia di Vadim Nikitin
- russiablog
- sean's russia
- The Sochi Project
- Antiviolenza
- Anziparla
- AutoCritica
- Chips&Salsa
- Compagni di squadra
- Dal Giappone con Furore
- EstEstEst
- FranciaEuropa
- Game Odissey
- Generazioni Occupy
- Horror Vacuo
- Islamismo
- La finanza spiegata ai gatti
- La Rete nel cappio
- Losangelista
- Lo scienziato borderline
- Napoli centrale
- Nuvoletta Rossa
- Popocatépetl
- Poltergeist
- Quinto Stato
- Rovesci d'Arte
- Street Politics


