Thursday 20 June 2013

IL MANIFESTO BLOG
   Agguato ai quotidiani a cura di Savana
Share 'Mi chiamo eurobond' on AddThis Share 'Mi chiamo eurobond' on Facebook Share 'Mi chiamo eurobond' on FriendFeed Share 'Mi chiamo eurobond' on Google Reader Share 'Mi chiamo eurobond' on Tumblr Share 'Mi chiamo eurobond' on Twitter Share 'Mi chiamo eurobond' on Email
  • Dopo l’incontro di ieri Sarkozy-Merkel, tutti i giornali parlano di eurobond. Ma cosa sono gli eurobond?

    Approfittiamo del fatto che sull’edizione odierna del manifesto c’è una spiegazione ben fatta. Copio e incollo.

     

    Cosa sono gli eurobond?

    Gli eurobond, o meglio l’euro obbligazione, sarebbero dei titoli comuni con garanzie altrettanto collettive da lanciare sui mercato europei. Il denaro reperito verrebbe poi distribuito a ciascuno dei 17 paesi della moneta unica per coprire le rispettive esigenze di rifinanziamento del debito, che andrebbero approvate in anticipo. Un meccanismo di questo tipo darebbe sollievo a paesi messi sotto pressione, come Italia e Spagna, che potrebbero così appoggiarsi su paesi finanziarmene più solidi come la Germania. I favorevoli ritengono che gli eurobond eserciterebbero un appeal maggiore sugli investitori rispetto ad un mercato obbligazionario frammentato, convinti che il prestito comune creerebbe un mercato dei titoli di alta liquidità di oltre 8 trilioni di euro, secondo per dimensioni solo al mercato del debito degli Usa. Le euro-obbligazioni porterebbero inoltre il tasso di interesse ad un livello medio tra il basso rendimento tedesco e i più alti yelds di Spagna e Italia. I contrari temono invece che l’emissione di titoli comuni dela zona euro ponga fine alle pressione sui governi nazionali per ridurre i deficit.

di cinzia
pubblicato il 17 agosto 2011
Tag: ,
| 2 Commenti »


Share 'Vendite allo scoperto' on AddThis Share 'Vendite allo scoperto' on Facebook Share 'Vendite allo scoperto' on FriendFeed Share 'Vendite allo scoperto' on Google Reader Share 'Vendite allo scoperto' on Tumblr Share 'Vendite allo scoperto' on Twitter Share 'Vendite allo scoperto' on Email
  • La Repubblica, 13 agosto 2001, pag 15

    “La misura presa ieri, con la regia dell’Esma, che coordina le autorità di mercato europee, ha vietato le vendite allo scoperto – nel solo comparto finanziario – sui listini di Milano, Madrid, Bruxelles, e Parigi. Per 15 giorni su queste piazze sarà proibito vendere titoli ancora non posseduti, una pratica comune della spculazione che ha amplificato i cali visti nell’ultima fase. Una misra per alcuni operatori “illiberale e passibile di ridurre i flussi di mercato”, per altri “grave ma necessaria perché impedisce le spirali ribassiste”

     

    Spiega Antonio Tricarico

     

    Ci puoi spiegare più chiaramente cos’è una vendita allo scoperto?

    E’ quando si acquistano dei titoli sul mercato utilizzando strumenti finanziari come i derivati (vedi post precdenti, ndr) senza però essere proprietario di nulla del bene sottostante. L’esempio classico è: scommetti che la casa di qualcun altro vada a fuoco e ti assicuri contro questo evento, ma appunto la casa non è la tua. Alla fine succede che questi titoli sono talmente tanti da creare un mercato a sé e una spinta reale che condiziona l’economia.

    Sono comportamenti finanziari che possono essere vietati, dunque.

    Assolutamente sì, basta che ci sia la volontà politica. Dirò di più: fino  al 2003 in Germania erano vietati i credit default swap (in pratica polizze di assicurazione contro un rischio di bancarotta, vedi post precedente). In Italia non sono mai stati vietati poiché le nostre Borse sono tradizionalmente un po’ più “provinciali” e quindi non si osno mai attrezzate contro questo tipo di finanza. Ma ora questo genere di comportamenti finanziari sono diffusissimi. Dal punto di vista di chi gioca in Borsa si tratta, tutto sommato, di assicurazioni contro il rischio di perdere soldi, dunque teoricamente vietarli sarebbe “illiberale”. Ma il problema è che ormai sono le assicurazioni stesse ad essere scambiate. Dunque si potrebbe vietarlo, anche se farlo solo per 15 giorni e solo su alcune piazze sembra essere un’operazione un po’ confusa: il mercato è globale, non ha molto senso questo tipo di divieto. Ma possiamo dire che la direzione è quella giusta.

di cinzia
pubblicato il 13 agosto 2011
Tag: ,
| 6 Commenti »


Share 'Tassazione delle rendite' on AddThis Share 'Tassazione delle rendite' on Facebook Share 'Tassazione delle rendite' on FriendFeed Share 'Tassazione delle rendite' on Google Reader Share 'Tassazione delle rendite' on Tumblr Share 'Tassazione delle rendite' on Twitter Share 'Tassazione delle rendite' on Email
  • Il Messaggero.it, 10 agosto 2011

    “Stop alle pensioni d’anzianità ma anche accelerazione della stretta sulle rendite finanziarie.”

    Spiega Galapagos

     

    Cosa significa tassazione delle rendite?

    E’ una cosa semplicissima: la tassazione di tutti i proventi derivanti dalle attività finanziarie, dunque interessi su titoli e obbligazioni – anche se si sta pensando di evitare la tassazione dei prestiti allo Stato come i Bot. Specifichiamo infatti che: le azioni sono un certificato di proprietà – ad esempio di una parte di società, anche se piccolissima. Le obbligazioni, invece, sono un prestito, ci sono i “corporate bond”, che sono i prestiti alle imprese, e i prestiti allo Stato. Su tutte le obbligazioni la tassazione è considerata bassa, essendo al 12,5%.  Ci sono poi i capital gain: metti che la borsa vada bene, tu hai comprato un titolo e hai pagato 100, un anno dopo lo rivendi a 200. Su quel 100 di guadagno – di guadagno in conto capitale – al momento si paga solo il 12,5%. Dunque si pensa di alzare questa tassazione.

di cinzia
pubblicato il 10 agosto 2011
Tag: , , ,
| 3 Commenti »


Share 'L’effetto domino delle Borse' on AddThis Share 'L’effetto domino delle Borse' on Facebook Share 'L’effetto domino delle Borse' on FriendFeed Share 'L’effetto domino delle Borse' on Google Reader Share 'L’effetto domino delle Borse' on Tumblr Share 'L’effetto domino delle Borse' on Twitter Share 'L’effetto domino delle Borse' on Email
  •  

    Corriere.it, 6 agosto

    La seduta si è conclusa sui minimi per quasi tutti i mercati europei con il Cac40 di Parigi in calo dell’ 1,26%, il Ftse100 di Londra del 2,71%, il Dax di Francoforte del 2,78%. (…) Momenti drammatici per i mercati asiatici nella notte, sulla scia del giovedì nero delle borse europee ed americane. La Borsa di Tokyo ha testato i minimi degli ultimi 5 mesi chiudendo la seduta in profondo rosso -3,72%. Sydney ha perso il 3,93%, mai così male in due anni, Hong Kong ha perso il 4,02%, Seul il 2,91% e Shangai l’1,82%. Taiwan ha ceduto il 5,6%, picco peggiore dal settembre 2010.

    Spiega Joseph Halevi

     

     

    Quando le borse vanno in rosso cosa significa in concreto?

    Facciamo un esempio: oggi mettiamo insieme la Borsa di Roma, e quotiamo il manifesto, Liberazione e Il Fatto Quotidiano. S idecide quindi quanto vale un’azione dei tre quotidiani, qual è la capitalizzazione e a quel punto si costruisce un indice che vale 100. Se Il Fatto viene quotato a 60, gli altri due quotidiani si spartiscono il 40. Il Dow Jones o il Cac40 non sono nient’altro che questo: degli indici. Nel Dow Jones, ad esempio, ci sono una quarantina di società, quelle più rappresentative dei vari settori (solo di recente è stata aggiunta l’elettronica, tranne l’Ibm) e quelle più ricche. Se vengono vendute molte azioni di queste 40 società, allora il Dow Jones si abbassa di un tot. Per tornare al nostro esempio: Se Il fatto aveva 60 e il giorno dopo qualcuno dice “E’ stato quotato troppo”, e viene aggiornato il suo valore vendendo le azioni e ad esempio si abbassano di 10, le azioni de Il Fatto perdono il 17% circa. Ma l’indice perde il 10%, perché Il Fatto pesa molto in quel paniere. Se invece la stessa percentuale di perdita l’avesse subita Liberazione (mettiamo che nell’indice pesi il 10%), l’indice perderebbe soltanto l’1,7%.

    Perché se le borse europee e americane vanno male, poi vanno male anche quelle asiatiche? Perché c’è l’effetto domino?

    Accade perché le borse non rappresentano più le economie reali, ma sono diventate un grande gioco, come un casinò globale: quindi se crollano i titoli a New York, gli azionisti dicono: la situazione è brutta in America, ci saranno meno soldi in circolazione e quindi vendono le azioni anche nelle altre Borse per tenersi i soldi. Ovviamente succede perché la Borsa non serve più, come era originariamente,  per cercare capitali per costruire qualcosa, ma soltanto per vendere e comprare, sostanzialmente per “giocare”. Quindi l’acquisto o la vendita di titoli viene utilizzata per poter prebdere soldi in prestito e reinvestire. Dunque quando una Borsa – ad esempio quella americana va male suona il campanello d’allarme per tutti, che tendono a investire di meno, facendo crollare tutte le Borse, dall’America all’Asia.

    Ma allora ha ragione Berlusconi, alla fin fine i mercati non riflettono la situazione reale del paese, e nel caso dell’Italia non siamo messi così male…

    Eh, no. Questa è una osservazione molto superficiale. Berlusconi dovrebbe ricordarsi che non si tratta di attacchi “anonimi” ma di azioni svolte da società che hanno nome, cognome e indirizzo. In questo momento i mercati stanno sfiduciando l’azione europea, non credono a quello che dice Bruxelles, ad esempio che sarà possibile il salvataggio della Grecia. E in questo caso hanno ragione.

di cinzia
pubblicato il 7 agosto 2011
| 2 Commenti »


in varie
Share 'Inflazione cinese e risposta a Michele' on AddThis Share 'Inflazione cinese e risposta a Michele' on Facebook Share 'Inflazione cinese e risposta a Michele' on FriendFeed Share 'Inflazione cinese e risposta a Michele' on Google Reader Share 'Inflazione cinese e risposta a Michele' on Tumblr Share 'Inflazione cinese e risposta a Michele' on Twitter Share 'Inflazione cinese e risposta a Michele' on Email
  • Dunque l’amministrazione Obama risce a strappare l’inalzamento del tetto del debito e a salvare gli Stati uniti dal defualt, ma i cinesi, a quanto pare, sono poco convinti. Anzi, protestano: “La scelta americana farà salire la nostra inflazione”. E che c’entra? Ce lo spiega per fortuna Antonio Tricarico. Ne approfitto per rispondere a Michele, che non ci vede chiaro nella scelta di Deutsche Bank di vendere i Buoni del tesoro poliennali italiani.

     

    La Repubblica, 4 agosto 2011, pag 5

     

    “Gli Stati uniti –ha scritto l’agenzia Xinhua, espressione del governo – hanno tolto l’ultimo limite ai loro debiti. Il rischio default dunque rimane e questo peggiorerà l’inflazione delle economie emergenti. Resta lo spettro della svalutazione del dollaro, che farà salire i prezzi nei paesi in via di sviluppo. Il piano della Casa Bianca si riduce all’illusoria promessa di ridurre la spesa in dieci anni”.

    Spiega Antonio Tricarico

    Perché un fallimento degli Stati uniti peggiorerebbe l’inflazione dei paesi emergenti?

    Il fatto è che il default si collegherebbe ad una svalutazione o deprazzamento  del dollaro. E ciò renderebbe il dollaro più competitivo con la moneta cinese, riducendo le possibilità di export per la Cina ed aumentando la competitività Usa. Allo stesso tempo ancora più investimenti internazionali si muoverebbero dagli Usa – meno affidabile – verso oriente e la Cina. E ciò genera inflazione.

    Va, infatti, ricordato che il costo del denaro negli Usa viene tenuto basso da anni, è la dottrina Greenspan. Se il denaro costa meno in un certo paese io preferisco indebitarmi lì (dunque, ad esempio, negli Stati uniti) e andare a investire in un altro posto (mettiamo in Cina). Questo movimento di capitali dall’Occidente all’Oriente genera spinte inflattive. Quando aumenta l’inflazione, per scoraggiarla, si alza il costo del denaro in Cina. Questo avrebbe un impatto anche sul tasso di cambio della moneta cinese che si apprezzerebbe rispetto al dollaro e quindi l’export cinese diventerebbe meno competitivo.

    Inoltre oggi le politiche espansive della Fed, la Banca centrale americana, sostengono con forza l’economia statunitense: addirittura compra essa stessa buoni del tesoro (la Banca centrale europea, ad esempio, non lo fa e lo inizierà a fare solo per i paesi della periferia in crisi) in modo da sostenere l’economia ed il rating del paese (cioè il “voto” dato sulla affidabilità per gli investimenti in quel paese dalle agenzie di rating). Allo stesso tempo la Fed mantiene bassissimo il costo del denaro e inietta dollari nelle banche per assicurare la liquidità. Tutto questo capitale, però, non rimane nel mercato interno americano. Ma viene investiti per la maggior parte all’estero, e molti investimenti vengono indirizzati verso le economie emergenti. Spesso sono ingenti investimenti a breve termine con grossi rendimenti (hot money).

    Questo movimento ingente di capitali tende a generare delle spinte inflattive nel paese in cui si investe. Un esempio: da anni le compagnie petrolifere investono pesantemente in Angola, un paese molto povero. Ebbene per assurdo nella capitale dell’Angola ci sono prezzi altissimi, perché di fatto le compagnie tendono a pagare i contratti in un certo modo, importano stili di vita occidentali eccetera. Consideriamo ora – su dati macro – un effetto del genere sulla Cina, che per altro sta già avvenendo.

    Per questo i cinesi criticano da tempo gli americani e gli dicono: dovreste concentrarvi di più sui vostri mercati interni e ridurre la fuoriuscita di investimenti speculativi. A quel punto anche noi faremo lo stesso. Il problema è capire chi comincerà, perché chi comincia un po’ ci perde nella “supremazia” globale. Non è facile uscire dai cosiddetti squilibri globali se non si cambia l’intero sistema monetario internazionale, ossia si supera il dominio incontrastato del dollaro come moneta di riserva internazionale e di scambio nei commerci mondiali.

    Una domanda che non c’entra con l’”inflazione cinese” viene da un lettore, Michele (vedi post precedente). La domanda può essere così riassunta: Deutsche Bank vende i Btp italiani, e tutti si preoccupano. Ma nessuno dice che se vende quei titoli – tutto sommato non molto rischiosi – probabilmente si tiene “in pancia” (Deutsche Bank ha circa 2 trillioni di asset in protafoglio) molto più pericolosi. E’ possibile?

    Sì, si tiene titoli più rischiosi perché non riesce a darli via, certo.
    Ma in generale le banche in Europa hanno ancora problemi di finanziamento e per questo cercano di raggranellare soldi.

     

di cinzia
pubblicato il 4 agosto 2011
Tag: , , , ,
| Nessun commento »


Share 'Credit default swap!' on AddThis Share 'Credit default swap!' on Facebook Share 'Credit default swap!' on FriendFeed Share 'Credit default swap!' on Google Reader Share 'Credit default swap!' on Tumblr Share 'Credit default swap!' on Twitter Share 'Credit default swap!' on Email
  • 1 Agosto 2011, La Repubblica, pag. 4

     

    “A cominciare dalle nostre banche, le quali – nonostante siano tra le più solide in Europa – hanno visto le loro valutazioni dimezzarsi dall’ottobre del 2009 e sono a livelli più bassi dal marzo dello stesso anno, quando le Borse mondiali toccarono il minimo dal 1996, i seguito alla crisi del debito e alla bolla dei mutui subprime. (…). Gli operatori sono ancora sotto choc per la decisione della Deutsche Bank di scaricare la stragrande maggioranza delle obbligazioni del governo di Roma in suo possesso (7 miliardi su 8) e allo stesso tempo speculare sui Credit defualt swap legati al debito italiano. In sostanza hanno venduto Bot e Btp e hanno comprato l’assicurazione che tutela dal possibile “fallimento” del debito pubblico italiano“.


    Risponde Galapagos

    Che cos’è un mutuo subprime?

    Si tratta di prestiti che vengono concessi a soggetti che non potrebbero permetterselo, duqneu è per definizione molto rischioso. E proprio per questo ha un tasso di interesse molto alto. E’ il contrario dei “prime rate”, che invece sono i prestiti che hanno tassi di interesse molto favorevoli.

    Puoi spiegarci meglio cos’è un credit default swap?

    E’ un’assicurazione che mettono sul mercato delle società finanziarie o bancarie. E’ una vera e propria scommessa: tu dai dei soldi a queste società, e loro ti assicurano che se fallirà quel paese verrai “rimborsato”. C’è chi acquista queste assicurazioni perchè ha dei titoli, dei soldi investiti, in quel paese a rischio fallimento e dunque si tutela. Ma c’è anche chi ci “gioca”, ovvero stipula queste assicurazioni “scommettendo” che quel paese fallirà (dunque speculando, cioè prevede che quel paese andrà verso un fallimento). In questo caso il credit default swap rientra nel mercato dei derivati.

di cinzia
pubblicato il 1 agosto 2011
Tag: ,
| 3 Commenti »


in varie
Share 'Hedge fund e i suoi derivati' on AddThis Share 'Hedge fund e i suoi derivati' on Facebook Share 'Hedge fund e i suoi derivati' on FriendFeed Share 'Hedge fund e i suoi derivati' on Google Reader Share 'Hedge fund e i suoi derivati' on Tumblr Share 'Hedge fund e i suoi derivati' on Twitter Share 'Hedge fund e i suoi derivati' on Email
  • Tra tutti i problemi che porta la crisi economica, c’è pure quello della lettura dei giornali. Quotidiani, settimanali e persino i siti internet sono ormai invasi da termini e concetti inafferrabili, propri di un linguaggio tecnico, quello dell’economia e in particolare della finanza. Mondo distante dalla testa (e dal cuore) della maggior parte delle persone, ma vicinissimo ai loro portafogli. Se la previsione di tracolli e Armageddon neanche tanto lontani provoca comprensibile ansia, non aiuta il fatto di non capirci un’acca quando cerchiamo di fare il punto, di mettere in fila le informazioni, di strutturare le nostre conoscenze. E’ anche attraverso questo tecnicismo che la finanza divora i nostri risparmi. E che banche e governi sciorinano “soluzioni” , ad armi impari.
    I giornalisti, da parte loro, un po’ sono costretti a utilizzare quel linguaggio, e un po’ si fanno prendere dal “gioco” dimenticando i loro lettori.
    Allora, visto che siamo arrivati alla resa dei conti, è ora di vederci chiaro. Contro i pescecani della finanza, schieriamo la gatta Savana. Sui giornali si è sempre rifatta le unghie, ma di fronte a certi titoloni appare perplessa. Le piace tenere tutto sotto controllo, ed è diffidente di natura. Chi l’ha detto che la finanza non è a misura di gatto? Guidata da esperti di economia di rango – tutti amanti dei gatti, va da sé  – Savana riuscirà a godersi di nuovo i suoi giornali.
    Avviso ai pescecani: quando si arrabbia, graffia.

    Il manifesto 24 luglio pag. 9

    “I portavoce dell’hedge fund Paul Johnson hanno preferito non commentare la notizia di grossi guadagni realizzati giocando sul debito sovrano greco. Non commentare è la prassi per qualsiasi hedge fund. (…)La finanza delle scommesse è oggi cosi redditizia che Citygroup – una delle banche che ha ricevuto oltre 45 miliardi di dollari da Obama per il proprio salvataggio – ha infranto tutte le regole pur di restare nel mercato piu lucrativo. Per avere il prestito bisognava rinunciare ad entrare nel mercato dei derivati con i propri soldi per non rischiare il capitale. Citygroup non l’ha fatto e alle autorità ha risposto che solo facendo cosi avrebbe potuto restituire il prestito.”

    Spiega Antonio Tricarico

    Cos’è un hedge fund?

     

    Innanzitutto gli hedge fund sono delle società (degli strumenti finanziari gestiti da società di risparmio)*, di cui peraltro la stragrande maggioranza è registrata nei paradisi fiscali. Un hedge fund è un fondo altamente speculativo (una precisazione: qualsiasi investimento sui mercati finanziari tende ad essere speculativo, tende cioè a prevedere una certa situazione del mercato con l’obiettivo di avere ritorni molto superiori ).  Questi fondi si basano su questo principio: sul mercato finanziario tendono a fare investimenti a lungo termine, e usano questa “esposizione debitoria” per fare successivi investimenti a breve termine e molto più rischiosi generando così capitale. Per fare un esempio: un hedge fund decide di prendere in prestito grosse somme di mercato attraverso una banca e con questi soldi (che in realtà sono un debito) opera sui mercati finanziari in modo spericolato, investendo su titoli a breve termine e molto rischiosi, ma che proprio perché sono rischiosi danno molti interessi e molti ritorni che vengono incassati in poco tempo. Questo tipo di comportamento sui mercati finanziari può essere considerato “piratesco” per due motivi: gli investimenti a breve termine  vengono fattei con vere e proprie scommesse e senza avere tutti i soldi a disposizione. Si può impegnare anche solo un 5% della somma necessaria e incassare anche il 30 o il 40% di profitto. Il secondo motivo è che questi tipi di titoli – molto rischiosi – sono legati a situazioni svantaggiose (altrimenti non avrebbero grossi ritorni). Quindi gli hedge fund tendono a scommettere sui default dei paesi, sui fallimenti di società e così via. Gli hedge fund in genere non sono collegati al sistema bancario, anche se alcune banche stanno mettendo in piedi i loro fondi speculativi.

    Cosa sono i derivati?

    I derivati sono dei contratti, in origine sono nati come una forma di contratti assicurativi. Questi pezzi di carta hanno un valore di per sé, che si basa su un “bene sottostante”,  che può essere una quantità fisica – grano, petrolio – o delle azioni. Il valore dei derivati deriva dal fatto che si scommette sul prezzo futuro o sui comportamenti finanziari di quel “bene sottostante”. Un esempio: A e B stipulano un derivato in cui A si impegna a comprare entro dieci giorni da B una tonnellata di petrolio. Poniamo che al momento della stipula una tonnellata di petrolio costi 100. Il derivato scommette che entro dieci giorni il prezzo sarà calato a 90. Il problema e’ che oggi la stragrande maggioranza di questi contratti sono utilizzati da puri attori finanziari che non producono nulla.  Avendo un valore in sé il contratto cosa succede? Se grandi moli di capitali oggi siglano 1 milione di contratti derivati,  per un valore di non si sa quanti miliardi di dollari, e scommettono che una tonnellata di petrolio tra dieci giorni costerà 90 anziché 100 si verifica una spinta talmente forte da diventare reale, e il mercato del petrolio si adeguerà a quel prezzo. E’ quella che si chiama finanziarizzazione. Oggi i più grandi trader energetici, cioè i soggetti che spostano le petroliere, non sono più le multinazionali del petrolio ma grosse banche di affari. C’è dunque una commistione pericolosa e inquinante: è chiaro che chi sta scommettendo sul prezzo del petrolio in realtà sa quando quella petroliera arriverà in porto, a quali condizioni. Dunque tutto il “gioco” è truccato. Inoltre la stragrande maggioranza di questi derivati non vengono neanche registrati dalle borse valori. Sono contratti e scommesse che vengono giocati su mercat non regolamentari  (in gergo otc – over the counter).

    *In neretto trovate delle specificazioni che abbiamo inserito dopo alcune osservazioni di un lettore, che trovate nei commenti.

     


di cinzia
pubblicato il 26 luglio 2011
Tag: ,
| 3 Commenti »


Share 'Agenzie di rating e vecchi mercati' on AddThis Share 'Agenzie di rating e vecchi mercati' on Facebook Share 'Agenzie di rating e vecchi mercati' on FriendFeed Share 'Agenzie di rating e vecchi mercati' on Google Reader Share 'Agenzie di rating e vecchi mercati' on Tumblr Share 'Agenzie di rating e vecchi mercati' on Twitter Share 'Agenzie di rating e vecchi mercati' on Email
  • Tra tutti i problemi che porta la crisi economica, c’è pure quello della lettura dei giornali. Quotidiani, settimanali e persino i siti internet sono ormai invasi da termini e concetti inafferrabili, propri di un linguaggio tecnico, quello dell’economia e in particolare della finanza. Mondo distante dalla testa (e dal cuore) della maggior parte delle persone, ma vicinissimo ai loro portafogli. Se la previsione di tracolli e Armageddon neanche tanto lontani provoca comprensibile ansia, non aiuta il fatto di non capirci un’acca quando cerchiamo di fare il punto, di mettere in fila le informazioni, di strutturare le nostre conoscenze. E’ anche attraverso questo tecnicismo che la finanza divora i nostri risparmi. E che banche e governi sciorinano “soluzioni” , ad armi impari.
    I giornalisti, da parte loro, un po’ sono costretti a utilizzare quel linguaggio, e un po’ si fanno prendere dal “gioco” dimenticando i loro lettori.
    Allora, visto che siamo arrivati alla resa dei conti, è ora di vederci chiaro. Contro i pescecani della finanza, schieriamo la gatta Savana. Sui giornali si è sempre rifatta le unghie, ma di fronte a certi titoloni appare perplessa. Le piace tenere tutto sotto controllo, ed è diffidente di natura. Chi l’ha detto che la finanza non è a misura di gatto? Guidata da esperti di economia di rango – tutti amanti dei gatti, va da sé  – Savana riuscirà a godersi di nuovo i suoi giornali.
    Avviso ai pescecani: quando si arrabbia, graffia.

     

    Venerdì 22 luglio

    Finalmente oggi tutti i giornali riportano la notizia del “piano di salvataggio” per la Grecia a rischio fallimento ricordandosi anche dei gatti, e introducono degli agili glossari. Peccato che pure nei glossari, quasi sempre alcuni termini vengano dati per scontati. Vabbe’ li usiamo per illustrare i due strumenti finanziari previsti dall’accordo Ue (buy back, roll over) con qualche delucidazione in più.

    La Stampa, pag. 2

    Buyback: E’ il riacquisto dei titoli di Stato sul mercato secondario da parte dello stesso Paese che li ha emessi, in questo caso la Grecia. L’operazione sarà finanziata, a tassi più bassi, attraverso il fondo europeo Efsf.

    Rollover: Implica il coinvolgimento di banche e altri creditori privati attraverso il riscadenzamento, su base volontaria, delle obbligazioni in scadenza. Secondo le agenzie di rating, equivale a un default

    Spiega Joseph Halevi

    Cos’è il mercato secondario?

    Per mercato secondario si intendono tutte le operazioi che vengono effettuate su un titolo finanziario già emesso. In pratica è il “luogo” dove vengono trattati i titoli già in circolazione, che qui rimangono fino alla loro naturale scadenza. Il mercato primario, di contro, è il “luogo” in cui nasce un titolo e viene collocato. Quindi, poniamo caso che io abbia acquistato cinque anni fa un titolo greco, questo si troverebbe ora nel mercato secondario. Ed è lì che, secondo il patto raggiunto dall’Unione europea, può adesso venire la Grecia a ricomprarlo, a tassi agevolati.

    Cosa sono le agenzie di rating?

    Formalmente sono degli uffici studi: valutano le società che emettono titoli e obbligazioni, cioè la loro “solidità”. Sono nate come attività collaterale a Wall Street e a Londra, più di cinquanta anni fa. La loro, allora, era un’attività del tutto legittima, quella che farebbe un qualsiasi studio legale. Ma poi è arrivata la liberalizzazione finanziaria, e il ruolo di queste agenzie è cambiato con il tempo.  Esse stesse, infatti, sono diventate  società che emettono titoli finanziari. Di più: li disegnano – attraverso l’attività di security design, a cui partecipano bravissimi matematici – e poi li mettono sul mercato. Ma avendo anche un ruolo di valutazione influenzano ovviamente il prezzo di mercato. Accade così che il ruolo delle agenzie di rating diventi pericolosamente ibrido. Ma può succedere di peggio: alcune di queste agenzie, ad esempio, hanno messo prima sul mercato dei titoli destinati al fallimento, e poi degli altri titoli che proteggevano da quegli stessi fallimenti.
    A ciò va aggiunto che le agenzie di rating in Europa hanno una forza notevole, da quando il debito dei paesi europei è stato “desovranizzato”, cioè non è più gestito dal paese (sovrano) che emette i titoli. Semplificando un po’ le cose, fino a una quarantina di anni fa funzionava così: il debito del pese, poniamo caso l’Italia, era rappresentato dalle obbligazioni che emetteva il ministero del Tesoro. Quelle obbligazioni venivano acquistate dalla Banca centrale, in questo caso la Banca d’Italia, che dava ordine alle varie banche di comprare quei titoli (si chiamava “vincolo di portafoglio”). In questo modo si chiudeva il cerchio, e uno stato non poteva mai fallire. Questo meccanismo ha iniziato ad allentarsi già con la liberalizzazione. Ma il colpo finale è arrivato con la moneta unica, cioè con l’euro: in questo momento, infatti, tutti i paesi che hanno adottato l’euro non hanno un Tesoro in comune, e la stessa Banca centrale europea non ha la funzione né politica né “materiale” (non ha abbastanza riserva) per acquistare i titoli emessi dai vari Tesori nazionali. Quindi il cerchio non si chiude più, e il debito di ciascun paese è molto esposto sul mercato.

di cinzia
pubblicato il 22 luglio 2011
Tag:
| Nessun commento »


in varie
Share 'Default, anche selettivo' on AddThis Share 'Default, anche selettivo' on Facebook Share 'Default, anche selettivo' on FriendFeed Share 'Default, anche selettivo' on Google Reader Share 'Default, anche selettivo' on Tumblr Share 'Default, anche selettivo' on Twitter Share 'Default, anche selettivo' on Email
  • Tra tutti i problemi che porta la crisi economica, c’è pure quello della lettura dei giornali. Quotidiani, settimanali e persino i siti internet sono ormai invasi da termini e concetti inafferrabili, propri di un linguaggio tecnico, quello dell’economia e in particolare della finanza. Mondo distante dalla testa (e dal cuore) della maggior parte delle persone, ma vicinissimo ai loro portafogli. Se la previsione di tracolli e Armageddon neanche tanto lontani provoca comprensibile ansia, non aiuta il fatto di non capirci un’acca quando cerchiamo di fare il punto, di mettere in fila le informazioni, di strutturare le nostre conoscenze. E’ anche attraverso questo tecnicismo che la finanza divora i nostri risparmi. E che banche e governi sciorinano “soluzioni” , ad armi impari.
    I giornalisti, da parte loro, un po’ sono costretti a utilizzare quel linguaggio, e un po’ si fanno prendere dal “gioco” dimenticando i loro lettori.
    Allora, visto che siamo arrivati alla resa dei conti, è ora di vederci chiaro. Contro i pescecani della finanza, schieriamo la gatta Savana. Sui giornali si è sempre rifatta le unghie, ma di fronte a certi titoloni appare perplessa. Le piace tenere tutto sotto controllo, ed è diffidente di natura. Chi l’ha detto che la finanza non è a misura di gatto? Guidata da esperti di economia di rango – tutti amanti dei gatti, va da sé  – Savana riuscirà a godersi di nuovo i suoi giornali.
    Avviso ai pescecani: quando si arrabbia, graffia.

     

     

    20 luglio 2011 Repubblica pag 6

    “(Jean Paul Trichet) di nuovo ribadisce il suo no al default anche selettivo di Atene”

     

    Risponde Joseph Halevi

    Cos’e’ il default?

    E’’ semplicissimo significa fallimento, e indica quando un paese non e’ più in grado di onorare il suo debito sui buoni del tesoro.

    Che cos’e’ il default selettivo?

    E’ un concetto nuovissimo, fino a poche settimane fa non c’era. Si vuole intendere che un paese può andare in fallimento anche solo su alcuni buoni del tesoro,  dunque bisogna decidere su quali buoni o quali obbligazioni il paese – si parla ovviamente prioritariamente della Grecia – non sarà in grado di onorare il debito.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

di tiziana
pubblicato il 20 luglio 2011
Tag:
| Nessun commento »


Share 'Spread, Btp e stress test' on AddThis Share 'Spread, Btp e stress test' on Facebook Share 'Spread, Btp e stress test' on FriendFeed Share 'Spread, Btp e stress test' on Google Reader Share 'Spread, Btp e stress test' on Tumblr Share 'Spread, Btp e stress test' on Twitter Share 'Spread, Btp e stress test' on Email
  •  

    Tra tutti i problemi che porta la crisi economica, c’è pure quello della lettura dei giornali. Quotidiani, settimanali e persino i siti internet sono ormai invasi da termini e concetti inafferrabili, propri di un linguaggio tecnico, quello dell’economia e in particolare della finanza. Mondo distante dalla testa (e dal cuore) della maggior parte delle persone, ma vicinissimo ai loro portafogli. Se la previsione di tracolli e Armageddon neanche tanto lontani provoca comprensibile ansia, non aiuta il fatto di non capirci un’acca quando cerchiamo di fare il punto, di mettere in fila le informazioni, di strutturare le nostre conoscenze. E’ anche attraverso questo tecnicismo che la finanza divora i nostri risparmi. E che banche e governi sciorinano “soluzioni” , ad armi impari.
    I giornalisti, da parte loro, un po’ sono costretti a utilizzare quel linguaggio, e un po’ si fanno prendere dal “gioco” dimenticando i loro lettori.
    Allora, visto che siamo arrivati alla resa dei conti, è ora di vederci chiaro. Contro i pescecani della finanza, schieriamo la gatta Savana. Sui giornali si è sempre rifatta le unghie, ma di fronte a certi titoloni appare perplessa. Le piace tenere tutto sotto controllo, ed è diffidente di natura. Chi l’ha detto che la finanza non è a misura di gatto? Guidata da esperti di economia di rango – tutti amanti dei gatti, va da sé  – Savana riuscirà a godersi di nuovo i suoi giornali.
    Avviso ai pescecani: quando si arrabbia, graffia.

     

    Corriere della Sera martedì 19 luglio pagina 2

    (La manovra finanziaria) doveva servire a rassicurare i mercati dopo gli attacchi della scorsa settimana, ma ha fatto ben poco visto che ieri forse è andata anche peggio con lo spread dei Btp decennali salito da 306 fino a 337 punti in pochi minuti e le azioni delle banche cadute in picchiata.
    Nemmeno l’esito positivo degli stress test è riuscito ad arginare le vendite.

     

    Spiega Francesco Piccioni

     

    Che cos’e’ lo spread?

    E’ una differenza (differenziale) tra il rendimento del titolo considerato (in questo caso i Buoni del tesoro italiani) e i corrispettivi, che sono i Bund tedeschi. Ecco l’esempio pratico: sul mercato si compra un titolo – e quando si compra un titolo significa che si stanno prestando dei soldi a chi lo ha messo sul mercato. Questo titolo ha scadenza a cinque anni e vale 100 (100 è quanto che mi verrà ridato al termine della scadenza, in questo caso cinque anni). Per ognuno di questi anni, inoltre, quel titolo mi garantisce un rendimento percentuale (per esempio 5%). Come si stabilisce il prezzo di un titolo così? Sul mercato si fa un’asta per stabilire quanto costa un titolo che garantisce alla sua scadenza un rendimento di 100 euro + 5% l’anno. Se il titolo è molto sicuro c’è la possibilità di pagare persino qualcosa in più di 100. Se il titolo è insicuro, invece, il prezzo sarà molto inferiore di 100, perché si stanno prestando dei soldi a chi forse non sarà in grado di restituirli. Per esempio in questo momento un titolo greco può costare anche 50. A questo punto c’è una formula che si applica a qualsiasi titolo per capire quanto rende: si calcola quanto lo hai pagato (per esempio 90) e quanto ti garantisce alla scadenza (100+ 5% per ogni anno). Ieri un Btp decennale garantiva un 6% annuo. Questo stesso esercizio va rifatto con il Bund tedesco. Lo spread è la differenza che c’è tra il rendimento del titolo acquistato e il Bund tedesco. Ieri il titolo tedesco garantiva un rendimento del 2,65%,, il titolo italiano del 6%,. Quindi la differenza è circa 3,35% ovvero 335 punti base (centesimi).

    E i Btp decennali?

    Sono i Buoni tesoro poliennali, il decennale viene considerato il parametro medio.

    Cos’e’ lo stress test?

    Sono degli esercizi contabili fatti su i patrimoni, i conti e le caratteristiche delle banche in cui si finge che ci sia una crisi del credito per vedere se le banche possono resistere o no a queste condizioni di “stress”. Lo decide la Banca centrale europea e lo applicano le Banche nazionali. E’un esercizio contabile di qualità discutibile., In genere sono considerati poco stringenti, cioè troppo facili.

di admin
pubblicato il 19 luglio 2011
Tag: , ,
| Nessun commento »