Monday 08 February 2010

IL MANIFESTO BLOG
   Dal roquefort alla fusée Ariane, notizie da Parigi a cura di Anna Maria Merlo
  • Si è concluso l’esperimento “Porte chiuse sul net” dei cinque giornalisti radiofonici (cinque radio francofone: France Inter, France Info, Radio Canada, Rsf svizzera e Rtbf belga), che per cinque giorni, la scorsa settimana, si sono chiusi in una fattoria del Périgord, senza giornali, senza radio e senza collegamento Internet sui siti di informazione, per informarsi solo sulle reti sociali, Twiter e Facebook. Le conclusioni sono degne di monsieur de Lapalisse, cioè c’è stata conferma di quello che già tutti sapevano. La qualità dell’infomazione dipende dalla qualità della rete di collegamento. L’sperimento è stato un po’ falsato, perché mediatizzato. Cosi’, c’è stata una reazione che ha fatto si’ che dalle reti sociali sono arrivate maggiori informazioni. Secondo uno dei giornalisti che hanno partecipato all’esperimento, “c’è un’enrome differenza tra le informazioni trattate dai giornalisti e quelle messe in evidenza su Twitter, che interessano la gente. E questo pone dei problemi”. C’è stato molto rumore su una esplosione a Lille, che in realtà era un forte boato, che sembra essere stato prodotto da un aereo. Una notizia che per i media tradizionali non è quasi degna di nota. La conclusione più interessante è che non c’è vera rivalità tra i media tradizionali e le reti sociali: i primi sono produttori di “notizie”, mentre   i secondi sono soprattutto dei “vettori”, dei canali di diffusione. A volte importantissimi, come si è visto con il terremoto a Haiti, per esempio. Quello che risulta è che sul net è diffiicle mettere in prospettiva le notizie. In sostanza, l’esperimento conferma che i media tradizionali hanno ancora uno spazio vitale: quello di approfondire, spiegare, inserire l’ultima informazione in un contesto più ampio, per capirla.

di Anna Maria
pubblicato il 8 febbraio 2010
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  • La notizia è arrivata proprio al momento opportuno, per ridare un po’ di slancio a un ministro in difficoltà, impelagato in un dibattito sempre più nauseabondo sull’idenntità nazionale che ha dato spazio all’espressione del peggiore razzismo . Eric Besson, responsabile dell’immigrazione e dell’identità nazionale, ha sottoposto un decreto al primo ministro François Fillon, con il quale viene rifiutata la naturalizzazione richiesta da un uomo che afferma di non credere alla parità tra uomo e donna e che obbliga la moglie, di nazionalità francese, a portare il burqa. Fillon ha annunciato ieri di aver immediatamente firmato il decreto, perché “è la legge in Francia, da tempo il codice civile prevede che si possa rifiutare la nazionalità francese a chi non rispetta i valori della repubblica”. Dell’uomo non si sa quasi nulla. Fillon ha detto che ”si tratta, nel caso specifico, di un religioso radicale: impone il burqa, impone la separazione tra uomini e donne anche in casa, rifiuta di stringere la mano a una donna”. Per Fillon, “non merita la nazionalità francese” (l’argomento che la nazionalità francese “si merita” e non sia un diritto è un vecchio slogan lanciato dal Fronte nazionale). Per Fillon,  ”la moglie francese, finché non avremo fatto una legge, potrà continuare, se lo desidera, a portare il burqa”.  Il Consiglio di stato, interpellato, ha dato parere favorevole al decreto che nega la concessione della nazionalità all’uomo.

    Il caso dell’uomo che obbliga la moglie a portare il burqa arriva al buon momento. Pochi giorni fa, la missione parlamentare presieduta dal comunista André Gérin, che ha studiato la questione, ha presentato le sue conclusioni al parlamento. Ma, al di là del fatto che nessuno difende il burqa, destra e sinistra sono spaccate trasversalmente sul da farsi. Sarkozy – e con lui Fillon – sembrano propendere per una legge, che verrà pero’ rimandata a dopo le regionali di marzo, per evitare di mostrare troppo le divisioni nel partito di maggioranza. A sinistra molti sono d’accordo su una legge. L’idea che sta emergendo, oltre a una “risoluzione” non vincolante del parlamento che ribadisca i valori di eguaglianza della repubblica, è quella di una legge non generale, perché bandire il burqa  dalle strade di Francia sarebbe inapplicabile dal punto di vista pratico. La legge dovrebbe proibirlo  nei servizi pubblici, trasporti compresi (uffici, posta, di fronte alle scuole ecc.). A sinistra c’è chi si interroga sull’opportunità di una discussione su questo tipo di abito, mentre, stando ai dati del governo, in Francia le donne che portano il burqa sarebbero meno di 2mila. “Ne fanno un affare di stato, per questo non voteremo la legge” ha detto la segretaria del Ps, Martine Aubry (anche se alcuni socialisti alla fine molto probabilmente voteranno a favore).  

     Polemiche, a sinistra, su una candidata dell’Npa di Olivier Besancenot per le regionali. Nel Vaucluse (Avignone) sulla lista una donna porta un foulard. Per Besancenot non c’è nessuna incompatibilità tra il velo islamico e il fatto che la candidata rispetti i valori della “laicità, del femminismo e dell’anticapitalismo”. Per il Pcf, Besancenot favorisce Sarkozy fomentando il comunitarismo.

di Anna Maria
pubblicato il 3 febbraio 2010
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  • I cittadini francesi non conoscono i nomi dei due giornalisti di France 3 (rete pubblica) rapiti un mese fa in Afghanistan. L’Eliseo e il governo avevano chiesto di mantenere il silenzio sui protagonisti involontari di  questo rapimento, cosa che è stata rispettata da tutta la stampa. Ma è stato proprio l’Eliseo a rompere questa consegna, non rilevando i nomi, ma accusando i due giornalisti di “imprudenza colpevole”. Claude Guéant, segretario generale dell’Eliseo, ha affermato che “gli scoop non devono essere pagati a qualsiasi prezzo”. Per Sarkozy, i due giornalisti hanno commesso “un’imprudenza” e per Guéant, per di più, “fanno correre dei rischi alle nostre forze armate che, del resto, sono sviate dalla loro missione principale”, per cercare di liberarli.

    I giornalisti di France 3 hanno reagito, senza rompere l’impegno chiesto dal governo e dalla presidenza di non rivelare il nome dei rapiti. In un comunicato, i giornalisti parlano di “argomenti populisti e demagogici” usati dal potere. “Mai prima d’ora il potere aveva osato prendersela con degli ostaggi ancora nelle mani dei rapitori”. I giornalisti di France 3 denunciano anche il “silenzio pesante e doloroso” della direzione di France Télévision. E si chiedono, rispetto al “profilo basso” dell’attuale presidente Patrick De Carolis: non sarà perché siamo “a qualche mese dalla nomina della presidenza della tv pubblica?” (De Carolis, chiracchiano,  potrebbe venire sostituito).

    Reporters sans frontières ha organizzato una piccola  manifestazione per i due ostaggi, ma nulla a che vedere con la mobilitazione che aveva avuto luogo ai tempi del rapimento in Iraq della giornalista, allora di Libération, Florence Aubenas, un sequestro contemporaneo a quello di Giuliana Sgrena del manifesto, che aveva dato luogo a manifestazioni e dibattiti congiunti, in Francia e in Italia. Claude Guéant comunica ora che i due giornalisti di France 3 sono in vita. Resta un sentimento di diffusa indifferenza per la loro sorte, come se dal 2005 a oggi molte cose fossero cambiate, in peggio, nella relazione tra l’opinione pubblica e i giornalisti.

di Anna Maria
pubblicato il 2 febbraio 2010
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  • Le statistiche ufficiali parlano di 580.108 casi di fermi di polizia nel 2009. Ma questa statistica, secondo il giornalista giudiziario Mathieu Aron di France Info, non tiene conto dei fermi di polizia conseguenti a una infrazione del codice della strada. Sarebbero intorno ai 250mila. Il portavoce del ministero degli interni ha dovuto ammettere che la cifra di 800mila fermi di polizia nel 2009 è più vicina alla realtà. Il fermo di polizia, in seguito a un reato rilevato dagli agenti, dura in Francia 24 ore, che possono essere raddoppiate a 48. C’è la possibilità di fare ricorso a una visita medica e di chiedere l’intervento di un avvocato. Chi lo ha subito, racconta momenti difficili, perquisizioni personali, ore passate in celle disgustose, dove bisogna chiedere il permesso persino per andare in bagno.

    Dal 2001, secondo l’avvocato Patrick Klugman, il numero dei fermi di polizia è aumentato del 71%, passando da 336.718 a 580.108, dal 2001 sono triplicati. E questo senza contare i fermi per contravvenzioni al codice della strada (guida in stato di ebrezza ecc.) e i fermi effettuati nei Dom-Tom (37.500 nel 2009). La Corte europea dei diritti dell’uomo ha riscontrato un forte aumento dei ricorsi di cittadini francesi che si sono ritrovati in questa situazione. 800-900mila fermi sono un  numero altissimo, rispetto a una popolazione di 64,7 milioni (1,3%). Anche le carceri sono strapiene: 64mila persone nel 2009. Secondo il presidente del Sindacato degli avvocati, Jean-Louis Borie, la causa di questo eccesso di fermi di polizia va ricercata nelle scelte governative e dell’Eliseo, che impongono “una politca delle cifre, diventate sinomino di efficienza”. Il governo chiede risultati, che persino i poliziotti denunciano, sentendosi obbligati a dare delle prove tangibili del loro lavoro. Cosi’, i fermi diventano uno strumento per ottemperare alle ingiunzioni del ministero degli interni. Compresi quelli per le infrazioni del codice della strada: è facile fermare qualcuno che sta giudando dopo aver bevuto un bicchiere di troppo e fargli passare 24 ore in cella e cosi’ far risalire le statistiche di “efficienza” del commissariato. In questo periodo, è’ in discussione una riforma del codice di procedura penale, che prevede una maggiore presenza degli avvocati fin dai primi momenti del fermo.

di Anna Maria
pubblicato il 27 gennaio 2010
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  • I 123 esiliati di origine curda che venerdi’ erano stati trovati su una spiaggia del sud della Corsica, vicino a Bonifacio, sono ormai quais tutti liberi. I tribunali di Marsiglia, Nimes, Rennes e Lione hanno deciso che il fermo, nei cpt, era illegale. In giornata è attesa la sentenza per gli ultimi nove migranti, il cui caso è giudicato a Tolosa. Le associazioni di difesa dei diritti umani hanno espresso soddisfazione e sottolineano che le sentenze dei tribunali hanno “sconfessato” il governo e la sua “improvvisazione”. Per la legge francese, difatti, gli esiliati, che hanno dichiarato di essere venuti in Francia dalla Siria per cercare asilo politico, non avrebbero dovuto essere fermati e rinchiusi nei cpt. Avrebbero dovuto invece venire accolti per avere la possibilità di presentare – entro 21 giorni – la domanda d’asilo. Invece, il prefetto di Corsica, Stéphane Bouillon, su decisione del ministero dell’immigrazione e dell’identità nazionale, sabato aveva trasferito i 123 migranti verso il continente, disperdendoli in diversi cpt. Il ministro Eric Besson sperava cosi’ di poter espellere al più presto il gruppo di 123 persone, formato anche da donne (di cui cinque sono incinte) e da bambini. Ma i giudici hanno applicato la legge, come aveva del resto chiesto anche l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati. Adesso, per gli esiliati inizia un iter dall’esito incerto: la loro situazione verrà esaminata caso per caso per stabilire se hanno diritto all’asilo. La polizia francese ha già espresso molti dubbi sul racconto del viaggio che i migranti avrebero fatto per arrivare in Cosica dalla Siria, in camion fino in Tunisia e poi via mare. Nessuna nave è stata reperita nei dintorni. L’ultima ipotesi è che i migranti siano passati per la Sardegna e li’, su un camion, siano stati imbarcati in un ferry per la Corsica.

di Anna Maria
pubblicato il 25 gennaio 2010
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  • Oggi, un carcerato si è ucciso nella prigione di Tolosa. Nel 2009, ci sono stati 115 suicidi nelle carceri francesi, numero che sale a 122 se si addizionano i casi di chi si è dato la morte mentre era in permesso di uscita oppure subiva una forma alternativa, come il braccialetto elettronico. Nel 2008, i suicidi erano stati 108. Il tasso di suicidi in carcere si è moltiplicato per cinque dagli anni ’60 a oggi. La Francia è al primo posto in Europa in questa poco democratica statistica. La Cgt spiega questa situazione con la sovrappopolazione, la mancanza di personale (di sorveglianza, ma anche medici e lavoratori sociali) e l’eccesso di misure “controproducenti” che mirano a ridurre questo tasso. Per esempio, ormai ai carcerati francesi viene consegnato un “kit di protezione” che dovrebbe rendere più difficile il passare all’atto: materasso anti-fuoco, lenzuola che non si strappano, pigiama di carta. Invece, dicono alla Cgt, non viene fatto nulla per ridare “la voglia di vivere” a chi si trova messo a confronto con la violenza dell’incarcerazione. Un quarto dei suicidi è concentrato nei primi due mesi di imprigionamento.
    La ministra della giustizia, Michèle Allliot-Marie, ha promesso di intervenire. Entro il 2017 ci saranno 68mila posti nei carceri francesi, suddivisi in una sessantina di istituti, che non dovrebbero più superare i 700 detenuti. Alliot-Marie ha ripromesso anche quest’anno la generalizzazione delle celle individuali. E assicura che tra qualche anno verranno proposte “cinque ore di attività giornaliere” ad ogni detenuto. “Quali mezzi veranno dedicati a queste buone idee? Quanti detenuti saranno coinvolti?” chiede l’Osservatorio internazionale delle prigioni. Per il momento, la situazione resta drammatica. “Ci vergogniamo a lavorare in posti del genere” dicono alla Cgt Penitenziari.

di Anna Maria
pubblicato il 19 gennaio 2010
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in varie
  • Sabato alle 17,30, l’associazione Ni putes ni soumises invita tutti coloro che hanno a cuore gli “uomini e le donne che si battono contro l’oscurantismo” a manifestare di fronte alla Maison des Métallos, nel cui teatro va in scena, fino alla fine della settimana, la pièce Alla mia età mi nascondo ancora per fumare. Autrice ed attrice è Rayhana (è un nome d’arte), 45 anni, algerina rifugiata politica in Francia dal 2000, dopo aver vissuto tempi difficili nel suo paese, dove era militante comunista. Martedi’, mentre si recava al teatro, è stata aggredita in strada da due uomini, che le hanno gettato addosso un liquido infiammabile (dell’acquaragia) e poi hanno tentato di darle fuoco con una sigaretta. Solo grazie all’intenso freddo il fuoco non ha preso. I ministri Xavier Darcos (lavoro), Frédéric Mitterrand (cultura), Nadine Morano (Famiglia) e Fadela Amara (sottosegretaria alle aree urbane) riceveranno oggi l’attrice. Sos Racisme ha espresso solidarietà e condannato fermamente l’atto. Rayhana, che spera in una forte partecipazione alla manifestazione di sabato, chiede pero’ che non vengano tratte conclusioni affrettate. “Non sono sicura al cento per cento che sia in rapporto con la pièce” afferma. Ma già una decina di giorni fa Rayhana era stata pesantemente insultata in strada. 

    Sarebbe il contenuto della pièce a suscitare queste reazioni violente. In scena ci sono otto donne algerine, in un hamman, che cercano di vivere malgrado l’islamismo negli anni neri dell’Algeria, dal ‘90 al 2000.  Il testo denuncia gli abusi quotidiani, le violenze subite. Vicino alla Maison des Métallos c’è una moschea, gestita dalla corrente integrista tabligh. Con un comunicato, oggi hanno condannato l’aggressione.

di Anna Maria
pubblicato il 15 gennaio 2010
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  • imagesDaniel Bensaïd, filosofo marxista, è morto stamattina a Parigi, in seguito a una lunga malattia. Aveva 63 anni. E’ con grande tristezza che Alain Krivine, che con lui aveva fondato la Lcr nel ‘69, ha commentato la notizia: “è una grandissima perdita, apparteneva alla generazione militante che ha fatto il ‘68. Ma lui non ha abbandonato la bandiera della rivolta e della resistenza, incarnava la continuità della lotta rivoluzionaria”. Per Krivine, Bensaïd era un “rivoluzionario di attualità”‘. L’Npa, il Nuovo partito anticapitalista erede dell’Lcr, che Bensaïd aveva contribuito a creare assieme al giovane Olivier Besancenot, gli rende omaggio, definendolo “un marxista aperto, non dogmatico”.

    Chi l’ha conosciuto ricorda un uomo gentile, disponibile, mai pedante. I lettori del manifesto lo conoscono attraverso numerose interviste, rilasciate negli anni. Era professore di filosofia all’università di Paris VIII. Nel 2009, ha pubblicato, assieme a Besancenot, un ultimo libro: Prenons parti pour un socialisme au XXI siècle (ed. Mille et une Nuit).

di Anna Maria
pubblicato il 12 gennaio 2010
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  • Mentre il mondo letterario francese discute del contenuto dell’ultimo libro di Marie Darriussecq – un saggio erudito per decifrare la psicologia del plagio, di cui la scrittrice è stata due volte accusata – una ricercatrice dell’università di Tours sta mettendo a punto un software complesso, in grado di smascherare i casi di plagio. Hélène Maurel-Indart, professore di letterarura e autrice di Plagiat, les coulisses de l’écriture (La Différence), sta lavorando, con altri collaboratori, a un sistema di “modellizzazione dello stile”, che possa mettere in evidenza non solo le similitudini di vocabolario, ma anche il plagio dello stile di uno scrittore. Il compito non è facile, perché in letteratura, come nelle arti visive del resto, la copia puo’ essere anch’essa una forma di opera d’arte (dal 5 febbraio al 25 aprile, ci sarà per esempio al Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris una mostra della statunitense Sturtevant, che fa parte del movimento degli “appropriazionisti” degli anni ‘80 e che ha replicato opere di Warhol, Jasper Johns, Duchamps, Beuys, Franck Stella o  Gonzalez-Torres e per questo non è considerata una plagiatrice ma un’artista a pieno titolo).

    Per Hélène Maurel-Indart, il suo software permetterà delle rivelazioni storiche. Potrebbe chiarire, per esempio, se davvero La princesse de Clèves, il famoso libro di Madame de Lafayette diventato un best seller nel 2009 dopo gli insulti che gli aveva riservato Nicolas Sarkozy, non sia stato invece scritto da La Rochefoucauld, come alcuni pensano. Potrebbe servire a derimere la vecchia controvesia tra Molière e Corneille. Intanto, Marie Darrieussecq si difende, con Rapport de police (POL) dalla doppia accusa di plagio. Nel ‘98, Marie N’Diaye, premio Goncourt 2009, l’aveva accusata di essersi pesantemente ispirata a due suoi romanzi  (Un temps de saison e La Sorcière) per scrivere Naissance des fantômes. Nel 2007, Camille Laurens, che ora pubblica un libro che fa riferimento a questa vicenda (Romance nerveuse, Gallimard) che l’avava portata ad abbandonare l’editore POL, aveva accusato Marie Darrieussecq di “plagio psichico” per il libro Tom est mort.

di Anna Maria
pubblicato il 8 gennaio 2010
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  • La polemica infuria in Francia, ma anche l’Olanda e la Germania ne sono coinvolte. Gli stati, di fronte alla minaccia della pandemia influenzale H1N1, quest’autunno hanno esagerato nelle ordinazioni di dosi di vaccino. I laboratori farmaceutici hanno tratto enorme profitti dalla minaccia dell’H1N1. La Francia, per esempio, ha ordinato 94 milioni di dosi, per una popolazione di 65 milioni di persone, perché in un primo tempo era stato detto che erano necessari due vaccini per essere immuni. Poi le autorità sanitarie hanno ridotto la dose a una sola iniezione. Per di più, la popolazione si è mostrata molto reticente a farci vaccinare. A tutt’oggi, in Francia si sono fatti vaccinare solo 5 milioni di persone. Lunedi’ sera, la ministra della sanità, Roselyne Bachelot, ha annunciato, sotto il fuoco delle polemiche relative ai costi dell’operazione vaccino valutati intorno all’1,5 miliardi di euro, di aver annullato l’acquisto di 50 milioni di dosi.  Al ministero ammettono che il voltafaccia non sarà gratuito, ma che cercheranno di “trattare” un prezzo modico per la rinuncia. Il laboratorio farmaceutico francese Sanofi-Pasteur avrebbe accettato l’annullamento dell’oridinazione non ancora consegnata, senza chiedere una penale. Mentre non è ancora conosciuta la reazione dello svizzero Novartis e del britannico GSK.   La Francia, oltre ai 5 milioni di vaccini utilizzati nel paese, ha offerto 9,4 milioni di dosi all’Oms, a favore dei paesi poveri. Con l’annullamento dell’ordinazione di 50 milioni di dosi, il costo dei vaccini, previsto a 869 milioni di euro, dovrebbe venire quasi dimezzato, anche se nel paese la campagna di vaccinazione continua. I centri restano aperti, malgrado le polemiche sui disfunzionamenti. La ministra ha deciso lunedi’ che ormai anche i medici generalisti, in un primo tempo esclusi, potrannpo vaccinare nei loro studi. “All’evidenza, le somme considerevoli invesite e la campagna di comunicazione relativa alla vaccinazione sono state un fallimento” denuncia il socialista Jean-Marie Le Guen, che chiede una commissione parlamentare “per fare il bilancio di questi eccessi e trarre una lezione per il futuro”.  

    Cosi’, in Europa si è aperto un nuovo mercato, per cercare di far fuori le dosi di vaccino in eccesso, meglio se al prezzo di costo (che va dai 6,25 ai 10 euro, a seonda dei laboratori). Ieri, è stato rivelato che la Francia ha venduto 2 milioni di dosi all’Iran, malgrado  le tensioni diplomatiche del momento. Domenica, un comunicato del ministero della sanità  aveva nascosto la vendita all’Iran, parlando solo di altri business: “300mila dosi sono già state cedute al Qatar e 2 milioni di dosi sono in corso di cessione a vantaggio dell’Egitto. Dei contatti sono in corso con altri paesi, in particolare con l’Ucraina e il Messico”. Ma l’Ucraina, che non è stata previdente nell’acquisto dei vaccini, è corteggiata anche dalla Germania, che ha anch’essa un eccesso da far fuori. L’Olanda, che aveva ordinato 34 milioni di dosi, adesso ha deciso di metterne in vendita 19 milioni. C’è già chi pevede una corsa al ribasso sul prezzo delle dosi, che causerà un aggravamento dei deficit. In Francia, il governo si difende dalle accuse dell’opposizione, evocando il “principio di precauzione”, ormai inserito nella Costituzione (dopo le polemiche per l’imprevidenza in occasione della canicola qualche anno fa).

di Anna Maria
pubblicato il 4 gennaio 2010
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