La direzione di France Telecom e i suoi metodi di management, adottati nel 2006, hanno messo “in pericolo la vita altrui, a causa del’organizzazione del lavoro di natura da causare gravi danni alla salute dei lavoratori” e possono essere considerati delle “molestie morali”. Sono queste le conclusioni di un rapporto dell’Ispezione del lavoro, che ha indagato sull’ondata di suicidi dei dipendenti di France Telecom, l’ex monopolio pubblico diventato società per azioni nel ‘97 poi privatizzata nel 2004, passato a una gestione solo attenta al profitto. Tra il 2008 e il 2009, ci sono stati 35 suicidi a France Telecom, alcuni addirittura sul luogo di lavoro. Quest’anno, siamo già a dieci casi. L’ultimo suicidio di un lavoratore di France Telecom è avvenuto a Lille questa settimana, nella notte tra mercoledi’ e giovedi’. Un lavoratore di 44 anni, padre di tre figli, si è tolto la vita al proprio domicilio, ma per i sindacati il suicidio è legato al lavoro. Un terzo dei 102mila dipendenti di France Telecom sono ancora “funzionari”. La loro cultura del lavoro come servizio pubblico è stata travolta dalle nuove tecniche di management del gruppo privatizzato: pressione continua da parte della direzione per aumentare la produttività, politica di trasferimenti selvaggi (non più di tre anni nello stesso posto per i quadri), perdita forzata delle vecchie professionalità a causa dell’innovazione tecnologica in corso, cambiamenti vissuti come un declassamento professionale. L’Ispezione del lavoro sottolinea nel rapporto di 82 pagine che la direzione di France Telecom è stata più volte avvertita del clima malsano e pericoloso per la salute dei dipendenti che si stava diffondendo nell’azienda. Ma non ha fatto nulla per cambiare.
A causa dello scandalo e dell’emozione suscitata dall’ondata di suicidi, prima il numero due Pierre Wenes, che aveva fama di “tagliatore di teste”, poi anche il presidente Didier Lombard, che in piena rivelazione sui suicidi aveva osato scherzare sui “pelandroni” che “pensano che andare a raccogliere le cozze sia meraviglioso e non hanno ancora capito che questo è finito”, sono stati fatti fuori. Il nuovo presidente di France Telecom, Stéphane Richard, ha cercato di riannodare il dialogo con i dipendenti. La società di consulenza Technologia ha diffuso un questionario presso tutti i 102mila dipendenti del gruppo in Francia, per misurare lo stato di stress. L’Igas (Ispezione generale degli affari sociali) prevede, in un rappporto reso noto all’inizio di marzo, di riconoscere quattro recenti suicidi di funzionari di France Telecom come “incidenti di servizio”, l’equivante degli incidenti sul lavoro dei dipendenti assunti con un contratto di diritto privato. La direzione assicura che “seguirà le raccomandazioni dell’Igas”.
Dopo i casi di suicidio di dipendenti a Renault, Peugeot e Edf, la serie di suicidi a France Telecom ha aperto in Francia una discussione pubblica sul degrado in corso nelle relazioni di lavoro. Il numero di suicidi legati al lavoro sarebbe sottovalutato, dicono gli esperti (si parla di 500 suicidi sui 12mila che avvengono nel paese in un anno). In molti casi, non viene stabilito un legame di causa-effetto tra condizioni di lavoro e suicidio: si tratta soprattutto di persone che lavorano nella piccola e media impresa, di piccoli imprenditori, di precari, che possono arrivare a questo gesto estremo a distanza di mesi dal fatto scatenante.
pubblicato il 13 marzo 2010
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In Francia mancano i supplenti, a causa dei tagli al personale insegnante: meno 16mila quest’anno, tra cui 3mila supplenti (che, per la mancanza di professori titolari, ottengono sempre più spesso incarichi annuali). Il ministro dell’Educazione, Luc Chatel, ha avuto un’idea: far ricorso agli studenti oppure a dei “giovani” pensionati dell’Educazione nazionale. Inoltre, il ministro propone il “prestito” di supplenti tra le diverse accademie (che significa obbligare l’insegnante temporaneo a fare chilometri di distanza per recarsi a scuola) e l’istituzione di un “referente supplenze” in ogni accademia, per gestire la crisi. Levata di scudi dei sindacati della scuola. Per lo Snes-Fsu, “il problema dei supplenti è la conseguenza della politica governativa”, che applica anche alla scuola la regola che prevede in tutta la funzione pubblica la non sostituzione di un dipendente su due che va in pensione. “Una trovata per nascondere la miseria” , commenta l’Unsa, che sottolinea che “la supplenza non è un lavoretto da studenti, non è fare la guardia, ma richiede una formazione adeguata”. Le organizzazioni dei genitori sono più possibiliste. Per la Fcpe (sinistra), “almeno è stato riconosciuto che esiste il problema”.
Il problema degli insegnanti assenti e della mancanza di supplenti sta diventando scottante, alle elementari e nella secondaria. Centinaia di famiglie hanno già scritto al ministro Chatel per chiedere una soluzione. Alcuni si sono rivolti alla giustizia, in nome del “diritto alle lezioni”. Una trentina di famiglie del dipartimento della Seine-Saint-Denis (periferia parigina) hanno sporto denuncia, chiedendo allo stato di “rispettare gli impegni”, cioè di fornire le ore di lezione previste. Un atteggiamento che sembra destinato a dilagare. Il fenomeno delle assenze degli insegnanti è molto più forte nelle zone difficili. Nel passato, ci sono già state sentenze che hanno condannato lo stato. E’ successo nell’87, quando delle famiglie avevano denunciato la chiusura anticipata di una scuola media, tre settimane prima delle vacanze. Poi nel ‘98 lo stato era stato di nuovo condannato, per aver amputato di 7 ore la settimana le lezioni di classi di allievi in difficoltà. Nel giugno 2006, un caso era finito nelle pagine di cronaca, a causa del nome della persona che aveva denunciato lo stato: un nipote di Michel Charasse, ex ministro di Mitterrand (che ora Sarkozy ha appena nominato al Consiglio costituzionale) aveva protestato per aver ottenuto solo 6 su 20 in filosofia al bac (l’esame di maturità) e questo brutto voto gli aveva impedito di entrare nella prestigiosa Sciences Po: secondo lui, la causa erano state le prolungate assenze del professore di filosofia. “Oggi si diffonde l’idea che la famiglia ha il diritto di intervenire, che puo’ sorvegliare la scuola ivi compreso passando per il tribunale amministrativo. La giudiziarizzazione è un’evoluzione complessiva della società, che si manifesta anche nella scuola. Ricrea un rapporto di forza nel momento in cui i sindacati hanno perso peso”, spiega lo storico dell’educazione Claude Lelièvre.
pubblicato il 10 marzo 2010
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Nel giorno in cui Nicolas Sarkozy inaugura la conferenza ministeriale di 65 paesi dedicata alla “rinascita” del nucleare civile e offre al mondo la tecnologia francese, la rete Sortir du nucléaire denuncia i rischi legati al reattore di terza generazione Epr. Secondo dei documenti interni di Edf, la società elettrica che sfrutterà l’Epr di Flamanville, nella Manche, la cui apertura è prevista nel 2012, il reattore di terza generazione fa correre dei rischi “di tipo Chenobyl”. “Abbiamo fatto una prima lettura dei documenti, prima di affidarli a degli esperti per un’analisi più approfondita - afferma Charlotte Mijeon, portavoce di Sortir du nucléaire - ma ci sono già cose molto gravi che sono evidenti. Il problema sembra provenire dal sistema di pilotaggio, che deve permettere di modulare la potenza del reattore per seguire la domanda di elettricità. Questa sistema è previsto per aumentare il rendimento. Il problema è che il nucleare non è fatto per le variazioni di intensità e questo puo’ provocare una perdita di controllo, il sistema puo’ imballarsi e creare un incidente tipo Chernobyl. E’ una vera bomba”. Secondo la portavoce, “sembra che la concezione dell’Epr aumenti il rischio di un incidente di tipo Chernobyl, che comporterebbe la distruzione della cinta di confinamento e la dispersione massiccia di radionucleidi nell’atmosfera”. I documenti segreti di Edf sono stati redatti tra il 2004 e il 2009. Ma a Edf affermano: “nessuna conclusione puo’ essere tratta al momento attuale”.
La Francia, che ha in costruizione un Epr e Flamanville e ne ha previsto un altro per il 2017 a Penly, nella Seine-Maritime, ha già venduto un Epr alla Finlandia. Il cantiere è in grande ritardo, i costi sono raddoppiati. Anche la Cina è interessata, mentre la tecnologia francese ha subito una sconfitta a Abu Dhabi, dove un contratto di 40 miliardi di dollari è andato ai sud-coreani. L’Epr è il reattore che dovrebbe essere comprato dall’Italia, in seguito alla svolta nucleare de governo Berlusconi.
Sarkozy, che ha fatto della vendita della tecnologia nucleare civile nel mondo la punta di lancia della diplomazia francese, in apertura della conferenza parigina che deve preparare il vertice sul nucleare dei capi di stato e di governo convocato da Obama a Washington il 12 e 13 aprile prossimi, ha sottolineato l’importanza del legame tra la diffusione del nucleare civile e l’adesione al trattato di non proliferazione. All’Iran (che, con la Siria, non era invitato alla conferenza parigina) ha propoosto l’esempio della decisione “storica” della Libia, che nel 2003 ha rinunciato all’acquisizione clandestina di materiale nucleare. Sarkozy ha anche proposto di creare un Istituto internazionale dell’energia nucleare, con sede in Francia, che sarà costituito da una scuola per formare tecnici del settore e da una struttura di ricerca.
I documenti interni di Edf sono sul sito www.sortirdunucleaire.org
pubblicato il 8 marzo 2010
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La nuova campagna del governo per promuovere il “grande prestito” di 35 miliardi di euro che la Francia sta per mettere sul mercato (ma che non fa appello ai risparmiatori ma ai grandi investitori) come ulteriore misura per “uscire dalla crisi” sta suscitando polemiche. La Marianne incinta non è piaciuta all’opposizione. Il Ps accusa il partito di maggioranza di “scandalo politico, democratico e di bilancio in questa campagna di propaganda politica al servizio dell’Ump a spese del contribuente”. L’immagine della Marianne incinta è stata pubblicata su tutti i quotidiani, nazionali e regionali e sui settimanali. Per il Ps si tratta di un riferimento, di dubbio gusto, a un simbolo nazionale per fare propaganda, a un mese dalle regionali. Il costo di questa campagna pubblica è considerato esorbitante: 975mila euro, per una diffusione che durerà una settimana.L’agenzia pubblicitaria che ha concenpito questa Marianne incinta, la Rscg, si giustifica. “La Francia investe nel suo avvenire” è lo slogan sotto l’immagine, che elenca i settori dove verranno investiti i soldi del “grande prestito”: Insegnamento/formazione, Ricerca, Piccola e media impresa/industria, Sviluppo durevole, Economia digitale. La Rscg specifica che la donna che incarna la Marianne è “davvero incinta, ha 26 anni ed è una sportva di alto livello”. Poi precisano, eleganti: “non è né tropo bella né troppo brutta”. Rispetto al colore bianco del vestito – il bianco è un simbolo della monarchia – la Rscg spiega che vuole trasmettere la “nozione” di una Francia “in tutta la sua nobiltà”.
L’Ump, il partito di governo, deve avere dei problemi con le immagini. E’ recente la polemica suscitata da un patetico video, girato all’Università d’estate dell’Ump e messo sul Net, dove si vedevano vari ministri, uomini e donne di una certa età e normalmente dal comportamento ingessato e formale, scatenarsi al ritmo di una canzoncina scadente (di cui, si è scoperto dopo, l’Ump non aveva neppre pagato i diritti). L’Ump ha poi dovuto ritirare in fretta un’altra immagine diffusa sul Internet, dove propagandava l’azione a favore della sicurezza fatta dal governo e dove i “delinquenti” ritratti erano alcuni giovani, ripresi di schiena, tutti neri.
pubblicato il 18 febbraio 2010
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La Francia è il paese europeo con il più alto tasso di natalità. Ed è anche quello dove le madri lavorano di più fuori casa e dove l’attività viene ripresa in modo massiccio dopo il periodo del congedo maternità. Questo grazie a una politica di asili nido e di aiuti vari. Ma, poco per volta, negli ultimi anni un discorso fa la sua strada nella società: si insinua il dubbio che l’asilo nido non sia il posto ideale per dei neonati (qui li prendono a partire dai due mesi, dalle 7,3 del matino fino a sera). Un decreto del ‘98 (ministro della sanità Bernard Kouchner) ha proibito la pubblicità del latte in polvere nelle maternità pubbliche. Le neo-mamme sono spinte ad allattare. L’obiettivo del ministero è che da quest’anno il 70% delle mamme allattino quando sono nel reparto maternità. Chi non vuole viene colpevolizzata.
La filosofa Elisabeth Badinter, trent’ani dopo L’Amour en plus, pubblica in questi giorni Le conflit. La femme et la mère (Flammarion) , un saggio di denuncia di questa situazione, che definisce una deriva reazionaria. “Ho constatato un rovesciamento dei valori – afferma – qualcosa che minaccia la libertà delle donne”. Il libro fa polemica. Elisabeth Badinter è accusata di essere una “veterofemminista”, di far riferimento a Simone de Beauvoir, che non ha mai parlato della questione della maternità. Elisabeth Badinter, che nella vita privata di figli ne ha tre, ribatte che il discorso “naturalista” che sta diventando dominante mira a riportare le donne a casa, a ristabilire una società patriarcale, mentre la tradizione francese era ben diversa, visto che fin dal XVIII secolo c’ra un consenso sociale per non siderare la donna solo una mamma (e proprio grazie a questo le donne qui fanno più figli che altrove).
”Tutti i discorsi che si ispirano al naturalismo e che, quindi, proibiscono la diversità di scelta sono un ritorno indietro” afferma. Badinter sostiene che anche le argomentazioni sempre più diffuse sull’istinto materno sono sintomi di un ritorno all’ordine: “l’inconscio, la storia personale di ognuna e il modello sociale pesano di più degli ormoni”. Badinter spiega: “mi pongo dal punto di vista delle donne che vogliono essere madri e proseguire la carriera e che vivono questo conflitto. La pressione esercitata su di loro non è mai stata cosi’ forte”. Le statistiche dicono che, in Francia, ad ogni bambino in più che arriva in una famiglia il lavoro casalingo della donna aumenta. L’80% del lavoro domestico e di cura dei bambini è ancora svolto dalle donne. E la spinta all’allattamento non farà che aumentare questa percentuale. ”Il bébé è il miglior alleato della dominazione maschile”, scrive Badinter, in una società dove il discorso naturalista riprende terreno. Gli ecologisti si sono visti presi di mira e hanno protestato. Badinter inserisce l’ecologia radicale nel movimento neo-naturalista. Prende l’esempio della promozione dei pannolini lavabili, considerati più ecologici di quelli usa e getta, che inquinano. Ma perché, si chiede, invece di proporre dei pannolini lavabili – e chi li lava secondo voi? – gli ecologisti non propongono dei prodotti biodegradabili? Per Badinter, “al di là del problema della donne, la società attuale è molto regressiva. Il tema dell’indipendenza economica delle donne non è più centrale. E il femminismo di conquista, quello che difende l’eguaglianza, dorme”.
pubblicato il 12 febbraio 2010
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La Francia, il paese europeo che ha il più alto tasso di natalità, ha forse paura dei suoi giovani? In ogni caso, il governo e la maggioranza stanno facendo di tutto per diffondere l’idea che la gioventù sia diventata molto pericolosa e che, quindi, debba venire repressa senza usare guanti di velluto. I deputati hanno cominciato ieri a discutere all’Assemblea nazionale la legge Loppsi 2 (orientamento e programmazione per la sicurezza interna). Una legge piglia-tutto, che prevede la possibilità di filtrare il web (per bloccare siti a contenuto pedo-pornografico) e dà alla polizia il diritto di “spiare” direttamente nei computer dei sospetti. La legge istituisce anche la videosorveglianza in occasione di “manifestazioni che possono creare disordine all’ordine pubblico”. Il capitolo che fa più discutere riguarda i bambini sotto i 13 anni: con questa legge, i prefetti potranno imporre un copri-fuoco per i minorenni sotto i 13 anni non accompagnati dalle ore 23 alle 6 del mattino. Igenitori dei bambini trovati in giro durante il coprifuoco dovranno pagare una multa fino a 450 euro. Alcuni comuni hanno già sperimentato in Francia il coprifuoco per i super-minorenni e la Loppsi 2 non fa che estendere questa sperimentazione a tutto il territorio.
Da domani, il Senato discuterà, in seconda lettura, un’altra legge repressiva per i giovanissimi: un nuovo arsenale di norme per reprimere la violenza in riunione e a scuola. Mentre i deputati cominciavano a discutere il coprifuoco per i minori di 13 anni e i senatori si preparavano a legalizzare i controli di polizia all’interno degli istituti scolastici, c’è stata la coincidenza di un fatto di cronaca, che fa riflettere. Anne, una ragazzina di 14 anni, la settimana scorsa è stata arrestata e rinchiusa in una cella in situazione di fermo di polizia per una decina di ore. Il fatto è avvenuto nel XX arrondissement di Parigi. La ragazzina aveva partecipato a una piccola rissa con delle compagne di scuola, non lontano dalla media che fequenta. Questo litigio, dove sono partiti alcuni calci contro una compagna, è costato cara agli allievi: alttre due ragazze e un ragazzo, tutti di 14 anni, erano già stati fermati per lo stesso episodio e questo all’interno stesso dell’istituto scolatico, un fatto eccezionale (ma che si banalizzerà con la nuova legge in discussione al Senato). Anne stava ancora dormendo quando i poliziotti hanno suonato alla porta. I suoi genitori erano già andati al lavoro. La ragazzina non ha potuto nemmeno vestirsi ed è stata portata – in manette, afferma – al commissariato vestita con la tuta che usa come pigiama. La polizia si giustifica, afferma che Anne è accusata di “violenza aggravata”, “in riunione” e che questo reato prevede una pena fino a 5 anni di carcere. La polizia della polizia ha pero’ aperto un’inchiesta sull’operato degli agenti.
Sarkozy e il suo governo hanno trovato nei giovani “delinquenti” un bersaglio comodo. Negli ultimi otto anni, in Francia, ci sono già state ben sette leggi diverse che hanno aggravato la repressione dei giovani delinquenti, protetti qui dall’ordinanza del ‘45 che privilegia la parte educativa su quella repressiva (l’ordinanza del ‘45 è anch’essa in via di revisione, con lo scopo di equiparare sempre più il diritto penale applicato ai minorenni a quello degli adulti). Sarkozy afferma che la deliquenza giovanile è in aumento. Nadine Morano, sottosegretaria alla famiglia, spiega che “nel ‘45 tra i giovani da 13 a 18 anni, un giovane su 170 aveva problemi di delinquenza. Oggi è uno su 30″. Ma le statistiche del ministero deli interni non confermano per nulla queste cifre e testimoniano di una relativa stabilità dagli anni ‘70 a oggi. Ma c’è quello che la gente “percepisce”, stando ai discorsi dei politici, che parlano di una gioventù sempre più violenta, per la quale non sarebbe più possibile trovare scuse o prevedere progetti di recupero.
Il caso della giovanissima Anne, sottoposta al fermo di polizia per 10 ore per una lite con una compagna di scuola, ha messo in luce, di nuovo, l’abuso del fermo di polizia, a cui la polizia fa ricorso senza porsi troppe domande. Molte testimonianze sono state raccolte da chi lotta contro questa forma di repressione, di persone che, anche per un’infrazione al codice della strada, sono state fermate, umiliate e rinchiuse per ore in cella. Ogni anno in Francia oggi ci sono 900mila fermi di polizia. I poliziotti che hanno fermato Anne, sulla carta, non hanno pero’ infranto la legge: solo i bambini sotto i 10 anni non possono venire fermati. Da 10 a 13 anni, il fermo di polizia puo’ durare fino a 12 ore, rinnovabili una volta (24 ore). Da 13 a 16, il fermo raddoppia (24 ore, poi 48). Tra i 16 e i 18 anni, le prime 24 ore di fermo possono essere rinnovate altre due volte, fino a 72 ore, per i reati più gravi.
pubblicato il 10 febbraio 2010
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Si è concluso l’esperimento “Porte chiuse sul net” dei cinque giornalisti radiofonici (cinque radio francofone: France Inter, France Info, Radio Canada, Rsf svizzera e Rtbf belga), che per cinque giorni, la scorsa settimana, si sono chiusi in una fattoria del Périgord, senza giornali, senza radio e senza collegamento Internet sui siti di informazione, per informarsi solo sulle reti sociali, Twiter e Facebook. Le conclusioni sono degne di monsieur de Lapalisse, cioè c’è stata conferma di quello che già tutti sapevano. La qualità dell’infomazione dipende dalla qualità della rete di collegamento. L’sperimento è stato un po’ falsato, perché mediatizzato. Cosi’, c’è stata una reazione che ha fatto si’ che dalle reti sociali sono arrivate maggiori informazioni. Secondo uno dei giornalisti che hanno partecipato all’esperimento, “c’è un’enrome differenza tra le informazioni trattate dai giornalisti e quelle messe in evidenza su Twitter, che interessano la gente. E questo pone dei problemi”. C’è stato molto rumore su una esplosione a Lille, che in realtà era un forte boato, che sembra essere stato prodotto da un aereo. Una notizia che per i media tradizionali non è quasi degna di nota. La conclusione più interessante è che non c’è vera rivalità tra i media tradizionali e le reti sociali: i primi sono produttori di “notizie”, mentre i secondi sono soprattutto dei “vettori”, dei canali di diffusione. A volte importantissimi, come si è visto con il terremoto a Haiti, per esempio. Quello che risulta è che sul net è diffiicle mettere in prospettiva le notizie. In sostanza, l’esperimento conferma che i media tradizionali hanno ancora uno spazio vitale: quello di approfondire, spiegare, inserire l’ultima informazione in un contesto più ampio, per capirla.
pubblicato il 8 febbraio 2010
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La notizia è arrivata proprio al momento opportuno, per ridare un po’ di slancio a un ministro in difficoltà, impelagato in un dibattito sempre più nauseabondo sull’idenntità nazionale che ha dato spazio all’espressione del peggiore razzismo . Eric Besson, responsabile dell’immigrazione e dell’identità nazionale, ha sottoposto un decreto al primo ministro François Fillon, con il quale viene rifiutata la naturalizzazione richiesta da un uomo che afferma di non credere alla parità tra uomo e donna e che obbliga la moglie, di nazionalità francese, a portare il burqa. Fillon ha annunciato ieri di aver immediatamente firmato il decreto, perché “è la legge in Francia, da tempo il codice civile prevede che si possa rifiutare la nazionalità francese a chi non rispetta i valori della repubblica”. Dell’uomo non si sa quasi nulla. Fillon ha detto che ”si tratta, nel caso specifico, di un religioso radicale: impone il burqa, impone la separazione tra uomini e donne anche in casa, rifiuta di stringere la mano a una donna”. Per Fillon, “non merita la nazionalità francese” (l’argomento che la nazionalità francese “si merita” e non sia un diritto è un vecchio slogan lanciato dal Fronte nazionale). Per Fillon, ”la moglie francese, finché non avremo fatto una legge, potrà continuare, se lo desidera, a portare il burqa”. Il Consiglio di stato, interpellato, ha dato parere favorevole al decreto che nega la concessione della nazionalità all’uomo.
Il caso dell’uomo che obbliga la moglie a portare il burqa arriva al buon momento. Pochi giorni fa, la missione parlamentare presieduta dal comunista André Gérin, che ha studiato la questione, ha presentato le sue conclusioni al parlamento. Ma, al di là del fatto che nessuno difende il burqa, destra e sinistra sono spaccate trasversalmente sul da farsi. Sarkozy – e con lui Fillon – sembrano propendere per una legge, che verrà pero’ rimandata a dopo le regionali di marzo, per evitare di mostrare troppo le divisioni nel partito di maggioranza. A sinistra molti sono d’accordo su una legge. L’idea che sta emergendo, oltre a una “risoluzione” non vincolante del parlamento che ribadisca i valori di eguaglianza della repubblica, è quella di una legge non generale, perché bandire il burqa dalle strade di Francia sarebbe inapplicabile dal punto di vista pratico. La legge dovrebbe proibirlo nei servizi pubblici, trasporti compresi (uffici, posta, di fronte alle scuole ecc.). A sinistra c’è chi si interroga sull’opportunità di una discussione su questo tipo di abito, mentre, stando ai dati del governo, in Francia le donne che portano il burqa sarebbero meno di 2mila. “Ne fanno un affare di stato, per questo non voteremo la legge” ha detto la segretaria del Ps, Martine Aubry (anche se alcuni socialisti alla fine molto probabilmente voteranno a favore).
Polemiche, a sinistra, su una candidata dell’Npa di Olivier Besancenot per le regionali. Nel Vaucluse (Avignone) sulla lista una donna porta un foulard. Per Besancenot non c’è nessuna incompatibilità tra il velo islamico e il fatto che la candidata rispetti i valori della “laicità, del femminismo e dell’anticapitalismo”. Per il Pcf, Besancenot favorisce Sarkozy fomentando il comunitarismo.
pubblicato il 3 febbraio 2010
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I cittadini francesi non conoscono i nomi dei due giornalisti di France 3 (rete pubblica) rapiti un mese fa in Afghanistan. L’Eliseo e il governo avevano chiesto di mantenere il silenzio sui protagonisti involontari di questo rapimento, cosa che è stata rispettata da tutta la stampa. Ma è stato proprio l’Eliseo a rompere questa consegna, non rilevando i nomi, ma accusando i due giornalisti di “imprudenza colpevole”. Claude Guéant, segretario generale dell’Eliseo, ha affermato che “gli scoop non devono essere pagati a qualsiasi prezzo”. Per Sarkozy, i due giornalisti hanno commesso “un’imprudenza” e per Guéant, per di più, “fanno correre dei rischi alle nostre forze armate che, del resto, sono sviate dalla loro missione principale”, per cercare di liberarli.
I giornalisti di France 3 hanno reagito, senza rompere l’impegno chiesto dal governo e dalla presidenza di non rivelare il nome dei rapiti. In un comunicato, i giornalisti parlano di “argomenti populisti e demagogici” usati dal potere. “Mai prima d’ora il potere aveva osato prendersela con degli ostaggi ancora nelle mani dei rapitori”. I giornalisti di France 3 denunciano anche il “silenzio pesante e doloroso” della direzione di France Télévision. E si chiedono, rispetto al “profilo basso” dell’attuale presidente Patrick De Carolis: non sarà perché siamo “a qualche mese dalla nomina della presidenza della tv pubblica?” (De Carolis, chiracchiano, potrebbe venire sostituito).
Reporters sans frontières ha organizzato una piccola manifestazione per i due ostaggi, ma nulla a che vedere con la mobilitazione che aveva avuto luogo ai tempi del rapimento in Iraq della giornalista, allora di Libération, Florence Aubenas, un sequestro contemporaneo a quello di Giuliana Sgrena del manifesto, che aveva dato luogo a manifestazioni e dibattiti congiunti, in Francia e in Italia. Claude Guéant comunica ora che i due giornalisti di France 3 sono in vita. Resta un sentimento di diffusa indifferenza per la loro sorte, come se dal 2005 a oggi molte cose fossero cambiate, in peggio, nella relazione tra l’opinione pubblica e i giornalisti.
pubblicato il 2 febbraio 2010
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Le statistiche ufficiali parlano di 580.108 casi di fermi di polizia nel 2009. Ma questa statistica, secondo il giornalista giudiziario Mathieu Aron di France Info, non tiene conto dei fermi di polizia conseguenti a una infrazione del codice della strada. Sarebbero intorno ai 250mila. Il portavoce del ministero degli interni ha dovuto ammettere che la cifra di 800mila fermi di polizia nel 2009 è più vicina alla realtà. Il fermo di polizia, in seguito a un reato rilevato dagli agenti, dura in Francia 24 ore, che possono essere raddoppiate a 48. C’è la possibilità di fare ricorso a una visita medica e di chiedere l’intervento di un avvocato. Chi lo ha subito, racconta momenti difficili, perquisizioni personali, ore passate in celle disgustose, dove bisogna chiedere il permesso persino per andare in bagno.
Dal 2001, secondo l’avvocato Patrick Klugman, il numero dei fermi di polizia è aumentato del 71%, passando da 336.718 a 580.108, dal 2001 sono triplicati. E questo senza contare i fermi per contravvenzioni al codice della strada (guida in stato di ebrezza ecc.) e i fermi effettuati nei Dom-Tom (37.500 nel 2009). La Corte europea dei diritti dell’uomo ha riscontrato un forte aumento dei ricorsi di cittadini francesi che si sono ritrovati in questa situazione. 800-900mila fermi sono un numero altissimo, rispetto a una popolazione di 64,7 milioni (1,3%). Anche le carceri sono strapiene: 64mila persone nel 2009. Secondo il presidente del Sindacato degli avvocati, Jean-Louis Borie, la causa di questo eccesso di fermi di polizia va ricercata nelle scelte governative e dell’Eliseo, che impongono “una politca delle cifre, diventate sinomino di efficienza”. Il governo chiede risultati, che persino i poliziotti denunciano, sentendosi obbligati a dare delle prove tangibili del loro lavoro. Cosi’, i fermi diventano uno strumento per ottemperare alle ingiunzioni del ministero degli interni. Compresi quelli per le infrazioni del codice della strada: è facile fermare qualcuno che sta giudando dopo aver bevuto un bicchiere di troppo e fargli passare 24 ore in cella e cosi’ far risalire le statistiche di “efficienza” del commissariato. In questo periodo, è’ in discussione una riforma del codice di procedura penale, che prevede una maggiore presenza degli avvocati fin dai primi momenti del fermo.
pubblicato il 27 gennaio 2010
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