Friday 12 March 2010

IL MANIFESTO BLOG
   Dal roquefort alla fusée Ariane, notizie da Parigi a cura di Anna Maria Merlo
Archivi per la categoria ‘varie’
  • Oggi, un carcerato si è ucciso nella prigione di Tolosa. Nel 2009, ci sono stati 115 suicidi nelle carceri francesi, numero che sale a 122 se si addizionano i casi di chi si è dato la morte mentre era in permesso di uscita oppure subiva una forma alternativa, come il braccialetto elettronico. Nel 2008, i suicidi erano stati 108. Il tasso di suicidi in carcere si è moltiplicato per cinque dagli anni ’60 a oggi. La Francia è al primo posto in Europa in questa poco democratica statistica. La Cgt spiega questa situazione con la sovrappopolazione, la mancanza di personale (di sorveglianza, ma anche medici e lavoratori sociali) e l’eccesso di misure “controproducenti” che mirano a ridurre questo tasso. Per esempio, ormai ai carcerati francesi viene consegnato un “kit di protezione” che dovrebbe rendere più difficile il passare all’atto: materasso anti-fuoco, lenzuola che non si strappano, pigiama di carta. Invece, dicono alla Cgt, non viene fatto nulla per ridare “la voglia di vivere” a chi si trova messo a confronto con la violenza dell’incarcerazione. Un quarto dei suicidi è concentrato nei primi due mesi di imprigionamento.
    La ministra della giustizia, Michèle Allliot-Marie, ha promesso di intervenire. Entro il 2017 ci saranno 68mila posti nei carceri francesi, suddivisi in una sessantina di istituti, che non dovrebbero più superare i 700 detenuti. Alliot-Marie ha ripromesso anche quest’anno la generalizzazione delle celle individuali. E assicura che tra qualche anno verranno proposte “cinque ore di attività giornaliere” ad ogni detenuto. “Quali mezzi veranno dedicati a queste buone idee? Quanti detenuti saranno coinvolti?” chiede l’Osservatorio internazionale delle prigioni. Per il momento, la situazione resta drammatica. “Ci vergogniamo a lavorare in posti del genere” dicono alla Cgt Penitenziari.

di Anna Maria
pubblicato il 19 gennaio 2010
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in varie
  • Comincia oggi il processo a dieci giovani di Villiers-le-Bel, che compaiono a piede libero di fronte al tribunale di Pontoise accusati di aver lanciato pietre contro dei poliziotti, caduti in un’imboscata, nella notte tra il 25 e il 26 novembre 2007. Rischiano fino a 7 anni di carcere. A fine novembre 2007, a Villiers-le-Bel, comune di 27mila abitanti nella lontana banlieue parigina, era scoppiata la rivolta in seguito alla morte di due ragazzini, Mohsin di 15 anni e Lakamy di 16, uccisi nello scontro tra la loro minimoto, dove viaggiavano senza casco e a velocità elevata e un’auto della polizia, che anch’essa correva senza rispettare i limiti di velocità urbani. La polizia è sul piede di guerra, perché teme che la violenza riprenda. La miccia potrebbe essere il funzionamento della giustizia: i dieci giovani sono processati, un anno e mezzo dopo i fatti, mentre  l’inchiesta sulle responsabilità dei poliziotti che erano nell’auto che ha ucciso i ragazzini  si trascina con estrema lentezza. Nel quartiere dove c’era stata la rivlolta gli edifici pubblici andati in fiamme, a cominciare dalla biblioteca, sono stati rimessi a nuovo. Ma la rivolta ha lasciato il segno tra gli abitanti. Gli scontri si erano conclusi con un centinaio di feriti, tre poliziotti erano stati colpiti con armi da fuoco. Inoltre, la polizia aveva inaugurato qui un metodo di inchiesta controverso: aveva pagato profumatamente (qualche migliaia di euro, pare) i testimoni disposti a denunciare chi aveva commesso violenze nelle notti della rivolta.

    All’avvicinarsi del 14 luglio, festa nazionale che ogni anno è occasione di fiammate di violenze (come capodanno), la polizia teme nuove esplosioni nella banlieue. Ai Tarterêts, quartiere di Corbeil-Essonne (banlieue parigina) dei poliziotti sono stati presi di mira con armi da fuoco qualche giorno fa. Era la risposta a un controllo di identità finito male la vigilia, quando dei poliziotti, accerchiati da giovani aggressivi, hanno fatto ricorso a lacrimogeni, che sono finiti anche su una festa di quartiere, colpendo bambini e famiglie. L’auto della polizia dove viaggiava Il consigliere specaile dell’Eliseo, Henri Guaino (che è la “penna” dei discorsi più appassionati di Sarkozy) è stato presa a pietrate nel quartiere dei Bosquets di Montfermeil, nella notte del 30 giugno. Guaino era con il prefetto della Seine-Saint-Denis per toccare con mano lo stato delle banlieues.

    Contro i giovani, da due giorni la polizia ha una nuova arma, la legge che punisce le “bande” organizzate, anche temporanee, prima che abbiano commesso un crimine preciso. Sarkozy ha scelto il pugno duro, mentre del famoso “piano Marshall” per le banlieue non c’è nessuna traccia e la ministra alle aree urbane, Fadela Amara (che viene dalla sinistra e dall’associazionismo) è praticalmente scomparsa dal davanti della scena governativa.

di Anna Maria
pubblicato il 2 luglio 2009
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in varie
  • La scorsa notte, l’Assemblea ha approvato la proposta di legge di Christian Estrosi, neo-ministro e sindaco di Nizza, che punisce fino a 3 anni di carcere e 45mila euro di multa la “partecipazione” a una banda violenta. Una legge “inutile”, “pericolosa” e per di più “inapplicabile” secondo l’opposizione. venticinque organizzazioni e partiti chiedono che venga riitrata. La legge punisce “il fatto di partecipare, in conoscenza di causa, a un gruppo, anche costituito in modo temporaneo, che persegue l’obiettivo, caraterizzato da uno o più fatti materiali, di commettere violenze volontarie contro persone o distruzioni o degradazioni di beni”. In Francia già esiste un articolo del codice penale (450-1) che punisce l’associazione a delinquere, una legge che viene applicata per reprimere il grande banditismo o il terrorismo. Ma con la legge Estrosi viene fatto un passo ulteriore: viene punita, preventivamente, la pericolosità presunta di un gruppo di persone. La nuova legge introduce il concetto giuridico di responsabilità collettiva, prima che ci siano dei fatti reali. Manda all’aria la presunzione di innocenza. Ma per il relatore, questa “infrazione deve facilitare lo smantellamento di bande, prima che siano commesse violenze”. Michèle Alliot-Marie,  ministra della giustizia (che fino a una decina di giorni fa era agli interni) afferma che “non si tratta di limitare le libertà, ma di proteggere la gente”. L’opposizione protesta, perché ritiene che il testo di legge, non definendo che cosa sia un “gruppo”, apre la porta a tutti gli arbitri da parte della polizia. Potrebbero venire repressi anche gruppi politici, dei cittadini che si riuniscono per protestare e rivendicare dei diritti.  Il testo prevede anche, come circostanza aggravante, il fatto di dissimulare il volto, per esempio con un passamontagna.

    Il governo ha approfittato della paura diffusa nella società da statistiche che parlano dell’esistenza di 2453 “bande” in Francia: una cifra fornita dai servizi segreti, ma che resta inverificabile, visto che le “bande” pososno essere temporanee e i gruppi di giovani che si formano di volta in volta nei quartieri difficili non sono stabili. Secondo uno studio dell’Open Society Institute, la fondazione del miliardario George Soros, in Francia la polizia controlla maggiormente gli individui appartenenti alle “minoranze visibili”: secondo un’indagine realizzata tra ottobre 2007 e maggio 2008 alla gare du Nord e nel quartiere delle Halles, un arabo ha 7,8 probabilità di più di un bianco di farsi controllare da un agente. Un nero 6 volte di più. Il 47% delle persone a cui la polizia controlla i documenti sono giovani vestiti con abiti che rimandano a diverse “culture giovanili”  (dai gotici ai punk), mentre queste non rappresentano che il 10% della popolazione. E visto che due persone su tre vestite con abiti cosi’ connotati, come lo sweat con cappuccio, appartengono alle “minoranze visibili”, il calcolo è presto fatto: l’inchiesta statistica conferma l’impressione dei giovani delle banlieues, che si sentono presi di mira dalla polizia.

di Anna Maria
pubblicato il 30 giugno 2009
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  • Julien Coupat, giovane intellettuale in carcere da sei mesi con l’accusa di essere responsable del sabotaggio delle linee del Tgv (un episodio avvenuto nella notte tra il 7 e l’8 novembre 2008, che ha causato molti ritardi ma nessuna vittima),  dovrebbe uscire dalla Santé oggi pomeriggio. La Procura non si oppone più alla sua liberazione – dopo averla rifiutata a più riprese nel corso degli scorsi sei mesi – ma chiede che Coupat resti sotto “stretto controllo giudiziario”: non potrà allontarsi dall’Ile de France, né incontrare gli altri sospetti (tutti scarcerati da tempo) e per di più dovrà probabilmente pagare una forte cauzione.  Coupat ha definito il suo lungo soggiorno in carcere “una piccola vendetta ben comprensibile alla luce dei mezzi mobilitati e dell’ampiezza del fallimento” del’inchiesta. Difatti, l’accusa non è riuscita, in sei mesi, a raccogliere le prove della responsabilità del sabotaggio. Nel fascicolo dell’istruzione è stato persino preso a pretesto un libro, L’insurrection qui viendra, firmato dal “Comitato invisibile”, come se un libro potesse essere una prova di responsabilità (tra l’altro, Coupat nega di esserne l’autore).  L’11 novembre scorso, nove ragazzi erano stati arrestati, con un intervento poliziesco particolarmente teatrale, in una sperduta fattoria vicino al paesino di Tarnac. In seguito, dopo la liberazione dei co-imputati di Coupat, ci sono stati altri fermi, tra gli amici e i sostenitori del gruppo. Tutti buchi nell’acqua, perché la giustizia ha dovuto liberarli senza nessun capo di accusa, malgrado le lunghe ore di interrogatorio subite.

    Per l’avvocata di Coupat, Irène Terrel, la “precipitazione improvvisa” della liberazione,  ”dopo l’accanimento della procura nel mantenerlo in carcere è il segno che si tratta di un caso eminentemente politico”. Terrel parla di “giustizia spettacolo”. Coupat, in un’intervista che ha potuto fargli Le Monde  (con domande scritte), ha denunciato “la favola mediatica sul nostro conto, quella di un piccolo gruppo di fanatici che attaccano il cuore dello stato agganciando tre pezzi di ferro sul sistema elettrico” dei treni. La polizia ha definito “anarco-autonomo” il gruppo di Tarnac, che, oltre ad aver scelto una vita in una comune, si è fatto consoscere per la pubblicazione della rivista Tiqqun (restituzione, riparazione in ebraico, edita da La Fabrique di Eric Hazan). In un libro appena uscito (Contributions à la guerre en cours, ed. La Fabrique),  che raccoglie una selezione di articoli pubblicati anni fa dalla rivista, si trova una frase premonitrice sul destino che si è abbattuto sul giovane intellettuale e il suo gruppo dai richiami situazionisti: “basta pochissimo per  essere identificato dai cittadini anemici dell’Impero come un sospetto, un individuo a rischio”. Nei fatti, la prucura non molla e l’inchiesta continua. Adesso sembra che la pista seguita sia trovare un legame tra il gruppo di Tarnac e degli autonomi tedeschi, anch’essi sospettati di aver sabotato delle linee ferroviarie.

di Anna Maria
pubblicato il 28 maggio 2009
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in varie
  • Oggi, alle 5 del mattino, sono scattate le mille ore del “girotondo degli ostinati” di fronte all’Hotel de Ville a Parigi. Dal 16 marzo, ricercatori, professori, studenti, ma anche passanti o turisti hanno girato in tondo, giorno e notte, a volte molto numerosi a volte in pochi, per protestare contro la riforma dell’univesità che il governo vuole imporre. Ieri, hanno lanciato un nuovo ultimatum
    Il girotondo degli ostinati di fronte all'Hotel de Ville
    Il girotondo degli ostinati di fronte all’Hotel de Ville

    alla ministra della ricerca, Valérie Pécresse: abbiamo difeso “un’università aperta all’avvenire, popolare, democratica” contro un governo “intestardito su una posizione ideologica che ammette come solo predicato il rendimento immediato, che stigmatizza il rischio del pensiero come un lusso inutile e ogni libertà di ricerca come un privilegio”. Gli ostinati non intendono cedere: continueranno fino a quando il govero non darà una risposta soddisfacente, cioè ritirerà la riforma per discutere con i diretti interessati sul futuro dell’università. Gli ostinati preparano altre azioni: dal 1° giugno, delle marce da tutte le università convergeranno verso un unico “punto di girotondo”. Siamo “intensamente ostinati e l’infinito è dalla nostra parte” affermano.

    Ma il governo sta preparando  la mano dura. Frédéric Lefebvre,  portavoce dell’Ump (il partuito di Sarkozy),  minaccia  “denunce legali” contro gli insegnanti che impediscono il regolare svolgimento degli esami. La protesta, che è ormai entrata nella 14esima settimana, suscita difatti grosse polemiche. In alcune università ci sono stati scontr tra studenti che sostengono il movimento e altri, che pensano al loro anno scolastico. Pécresse ha affermato che non renderà valido automaticamente il secondo semestre di quest’anno universitario. In realtà, solo il 4% degli studenti, seondo un sondaggio Csa, chiede un “voto politico” per non perdere l’anno. Il 52% chiede degli esami, ma semplificati, il 42% vorrebbe che tutto si svolgesse come in un anno normale, per non avere dei diplomi squalificati. L’appello del coordinamento di lotta a non organizzare gli esami di fine anno è  giudicato  “choccante” dai presidenti di università.  La ministra è con le spalle al muro e, per salvarsi, gioca la carta della drammatizzazione e afferma che con questa protesta l’università francese sta perdendo il prestigio internazionale.
di Anna Maria
pubblicato il 4 maggio 2009
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  • Un blog per parlare di quello che succede in Francia, paese che, assieme alla Germania, rappresenta uno dei pesi massimi dell’Europa. Le banlieues, l’integrazione dei giovani di seconda e terza generazione di immigrati, i cittadini che si organizzano per reagire alla crisi economica, la svolta che suscita inquietidini imposta dallo “stile” di governo di Nicolas Sarkozy, i dibattiti culturali sempre accesi: la sorella transalpina è molto diversa dall’Italia, soprattutto perché è un vecchio paese strutturato, dove il termine “cittadinanza” ha un senso ben radicato nella mentalità delle persone. La Francia sta cambiando, si interroga incessantemente su questi cambiamenti, e al di là delle differenti posizioni politiche o di pensiero, è convinta che la nazione sia un plebiscito di tutti i giorni, cioè che alla base della cittadinza ci debba essere una scelta consapevole, condivisa. Di qui, la complessità delle relazioni dei francesi con la costruzione europea, a cui viene rimproverato – magari per mascherare un fondo di nazionalismo incofessabile – di mancare oggi di un supplemento d’anima, cioè di un progetto definito, che vada al di là dell’arsenale giuridico ed economico che regge la prosaicità del quotidiano.

di Anna Maria
pubblicato il 20 marzo 2009
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