Tuesday 16 March 2010

IL MANIFESTO BLOG
   Dal roquefort alla fusée Ariane, notizie da Parigi a cura di Anna Maria Merlo
Archivi per la categoria ‘società’
  • La direzione di France Telecom e i suoi metodi di management, adottati nel 2006, hanno messo “in pericolo la vita altrui, a causa del’organizzazione del lavoro di natura da causare gravi danni alla salute dei lavoratori” e possono essere considerati delle “molestie morali”. Sono queste le conclusioni di un rapporto dell’Ispezione del lavoro, che ha indagato sull’ondata di suicidi dei dipendenti di France Telecom, l’ex monopolio pubblico diventato società per azioni nel ‘97 poi privatizzata nel 2004, passato a una gestione solo attenta al profitto. Tra il 2008 e il 2009, ci sono stati 35 suicidi a France Telecom, alcuni addirittura sul luogo di lavoro. Quest’anno, siamo già a dieci casi. L’ultimo suicidio di un lavoratore di France Telecom è avvenuto a Lille questa settimana, nella notte tra mercoledi’ e giovedi’. Un lavoratore di 44 anni, padre di tre figli, si è tolto la vita al proprio domicilio, ma per i sindacati il suicidio è legato al lavoro. Un terzo dei 102mila dipendenti di France Telecom sono ancora “funzionari”. La loro cultura del lavoro come servizio pubblico è stata travolta dalle nuove tecniche di management del gruppo privatizzato: pressione continua da parte della direzione per aumentare la produttività, politica di trasferimenti selvaggi (non più di tre anni nello stesso posto per i quadri), perdita forzata delle vecchie professionalità a causa dell’innovazione tecnologica in corso, cambiamenti vissuti come un declassamento professionale. L’Ispezione del lavoro sottolinea nel rapporto di 82 pagine che la direzione di France Telecom è stata più volte avvertita del clima malsano e pericoloso per la salute dei dipendenti che si stava diffondendo nell’azienda. Ma non ha fatto nulla per cambiare.

    A causa dello scandalo e dell’emozione suscitata dall’ondata di suicidi, prima il numero due Pierre Wenes, che aveva fama di “tagliatore di teste”, poi anche il presidente Didier Lombard, che in piena rivelazione sui suicidi aveva osato scherzare sui “pelandroni” che “pensano che andare a raccogliere le cozze sia meraviglioso e non hanno ancora capito che questo è finito”, sono stati fatti fuori. Il nuovo presidente di France Telecom, Stéphane Richard, ha cercato di riannodare il dialogo con i dipendenti. La società di consulenza Technologia ha diffuso un questionario presso tutti i 102mila dipendenti del gruppo in Francia, per misurare lo stato di stress. L’Igas (Ispezione generale degli affari sociali)  prevede, in un rappporto reso noto all’inizio di marzo, di riconoscere quattro recenti suicidi di funzionari di France Telecom come “incidenti di servizio”, l’equivante degli incidenti sul lavoro dei dipendenti assunti con un contratto di diritto privato. La direzione assicura che “seguirà le raccomandazioni dell’Igas”.

    Dopo i casi di suicidio di dipendenti a Renault, Peugeot e Edf, la serie di suicidi a France Telecom ha aperto in Francia una discussione pubblica sul degrado in corso nelle relazioni di lavoro. Il numero di suicidi legati al lavoro sarebbe sottovalutato, dicono gli esperti (si parla di 500 suicidi sui 12mila che avvengono nel paese in un anno). In molti casi, non viene stabilito un legame di causa-effetto tra condizioni di lavoro e suicidio: si tratta soprattutto di persone che lavorano nella piccola e media impresa, di piccoli imprenditori, di precari, che possono arrivare a questo gesto estremo a distanza di mesi dal fatto scatenante.

di Anna Maria
pubblicato il 13 marzo 2010
| Nessun commento »


  • In Francia mancano i supplenti, a causa dei tagli al personale insegnante: meno 16mila quest’anno, tra cui 3mila supplenti (che, per la mancanza di professori titolari, ottengono sempre più spesso incarichi annuali). Il ministro dell’Educazione, Luc Chatel, ha avuto un’idea: far ricorso agli studenti oppure a dei “giovani” pensionati dell’Educazione nazionale. Inoltre, il ministro propone il “prestito” di supplenti tra le diverse accademie (che significa obbligare l’insegnante temporaneo a fare chilometri di distanza per recarsi a scuola) e l’istituzione di un “referente supplenze” in ogni accademia, per gestire la crisi. Levata di scudi dei sindacati della scuola. Per lo Snes-Fsu, “il problema dei supplenti è la conseguenza della politica governativa”, che applica anche alla scuola la regola che prevede in tutta la funzione pubblica la non sostituzione di un dipendente su due che va in pensione. “Una trovata per nascondere la miseria” , commenta l’Unsa, che sottolinea che “la supplenza non è un lavoretto da studenti, non è fare la guardia, ma richiede una formazione adeguata”. Le organizzazioni dei genitori sono più possibiliste. Per la Fcpe (sinistra), “almeno è stato riconosciuto che esiste il problema”.

    Il problema degli insegnanti assenti e della mancanza di supplenti sta diventando scottante, alle elementari e nella secondaria. Centinaia di famiglie hanno già scritto al ministro Chatel per chiedere una soluzione. Alcuni si sono rivolti alla giustizia, in nome del “diritto alle lezioni”. Una trentina di famiglie del dipartimento della Seine-Saint-Denis (periferia parigina) hanno sporto denuncia, chiedendo allo stato di “rispettare gli impegni”, cioè di fornire le ore di lezione previste. Un atteggiamento che sembra destinato a dilagare. Il fenomeno delle assenze degli insegnanti è molto più forte nelle zone difficili. Nel passato, ci sono già state sentenze che hanno condannato lo stato. E’ successo nell’87, quando delle famiglie avevano denunciato la chiusura anticipata di una scuola media, tre settimane prima delle vacanze. Poi nel ‘98 lo stato era stato di nuovo condannato, per aver amputato di 7 ore la settimana le lezioni di classi di allievi in difficoltà. Nel giugno 2006, un caso era finito nelle pagine di cronaca, a causa del nome della persona che aveva denunciato lo stato: un nipote di Michel Charasse, ex ministro di Mitterrand (che ora Sarkozy ha appena nominato al Consiglio costituzionale) aveva protestato per aver ottenuto solo 6 su 20 in filosofia al bac (l’esame di maturità) e questo brutto voto gli aveva impedito di entrare nella prestigiosa Sciences Po: secondo lui, la causa erano state le prolungate assenze del professore di filosofia. “Oggi si diffonde l’idea che la famiglia ha il diritto di intervenire, che puo’ sorvegliare la scuola ivi compreso passando per il tribunale amministrativo. La giudiziarizzazione è un’evoluzione complessiva della società, che si manifesta anche nella scuola. Ricrea un rapporto di forza  nel momento in cui i sindacati hanno perso peso”, spiega lo storico dell’educazione Claude Lelièvre.

di Anna Maria
pubblicato il 10 marzo 2010
| Nessun commento »


  • La Francia è il paese europeo con il più alto tasso di natalità. Ed è anche quello dove le madri lavorano di più fuori casa e dove l’attività viene ripresa in modo massiccio dopo il periodo del congedo maternità. Questo grazie a una politica di asili nido e di aiuti vari. Ma, poco per volta, negli ultimi anni un discorso fa la sua strada nella società: si insinua il dubbio che l’asilo nido non sia il posto ideale per dei neonati (qui li prendono a partire dai due mesi, dalle 7,3 del matino fino a sera). Un decreto del ‘98 (ministro della sanità Bernard Kouchner) ha proibito la pubblicità del latte in polvere nelle maternità pubbliche. Le neo-mamme sono spinte ad allattare. L’obiettivo del ministero è che da quest’anno il 70% delle mamme allattino quando sono nel reparto maternità. Chi non vuole viene colpevolizzata.

    La filosofa Elisabeth Badinter, trent’ani dopo L’Amour en plus, pubblica in questi giorni Le conflit. La femme et la mère (Flammarion) , un saggio di denuncia di questa situazione, che definisce una deriva reazionaria. “Ho constatato un rovesciamento dei valori – afferma – qualcosa che minaccia la libertà delle donne”. Il libro fa polemica.  Elisabeth Badinter è accusata di essere una “veterofemminista”, di far riferimento a Simone de Beauvoir, che non ha mai parlato della questione della maternità.  Elisabeth Badinter, che nella vita privata di figli ne ha tre, ribatte che il discorso “naturalista” che sta diventando dominante mira a riportare le donne a casa, a ristabilire una società patriarcale, mentre la tradizione francese era ben diversa, visto che fin dal XVIII secolo c’ra un consenso sociale per non siderare la donna solo una mamma (e proprio grazie a questo le donne qui fanno più figli che altrove).

     ”Tutti i discorsi che si ispirano al naturalismo e che, quindi, proibiscono la diversità di scelta sono un ritorno indietro” afferma. Badinter sostiene che anche le argomentazioni sempre più diffuse sull’istinto materno sono sintomi di un ritorno all’ordine: “l’inconscio, la storia personale di ognuna e il modello sociale pesano di più degli ormoni”. Badinter spiega: “mi pongo dal punto di vista delle donne che vogliono essere madri e proseguire la carriera e che vivono questo conflitto. La pressione esercitata su di loro non è mai stata cosi’ forte”. Le statistiche dicono che, in Francia, ad ogni bambino in più che arriva in una famiglia il lavoro casalingo della donna aumenta. L’80% del lavoro domestico e di cura dei bambini è ancora svolto dalle donne. E la spinta all’allattamento non farà che aumentare questa percentuale. ”Il bébé è il miglior alleato della dominazione maschile”, scrive Badinter, in una società dove il discorso naturalista riprende terreno. Gli ecologisti si sono visti presi di mira e hanno protestato. Badinter inserisce l’ecologia radicale nel movimento neo-naturalista. Prende l’esempio della promozione dei pannolini lavabili, considerati più ecologici di quelli usa e getta, che inquinano. Ma perché, si chiede, invece di proporre dei pannolini lavabili – e chi li lava secondo voi? – gli ecologisti non propongono dei prodotti biodegradabili? Per Badinter, “al di là del problema della donne, la società attuale è molto regressiva. Il tema dell’indipendenza economica delle donne non è più centrale. E il femminismo di conquista, quello che difende l’eguaglianza, dorme”.

di Anna Maria
pubblicato il 12 febbraio 2010
| 28 Commenti »


  • Sabato alle 17,30, l’associazione Ni putes ni soumises invita tutti coloro che hanno a cuore gli “uomini e le donne che si battono contro l’oscurantismo” a manifestare di fronte alla Maison des Métallos, nel cui teatro va in scena, fino alla fine della settimana, la pièce Alla mia età mi nascondo ancora per fumare. Autrice ed attrice è Rayhana (è un nome d’arte), 45 anni, algerina rifugiata politica in Francia dal 2000, dopo aver vissuto tempi difficili nel suo paese, dove era militante comunista. Martedi’, mentre si recava al teatro, è stata aggredita in strada da due uomini, che le hanno gettato addosso un liquido infiammabile (dell’acquaragia) e poi hanno tentato di darle fuoco con una sigaretta. Solo grazie all’intenso freddo il fuoco non ha preso. I ministri Xavier Darcos (lavoro), Frédéric Mitterrand (cultura), Nadine Morano (Famiglia) e Fadela Amara (sottosegretaria alle aree urbane) riceveranno oggi l’attrice. Sos Racisme ha espresso solidarietà e condannato fermamente l’atto. Rayhana, che spera in una forte partecipazione alla manifestazione di sabato, chiede pero’ che non vengano tratte conclusioni affrettate. “Non sono sicura al cento per cento che sia in rapporto con la pièce” afferma. Ma già una decina di giorni fa Rayhana era stata pesantemente insultata in strada. 

    Sarebbe il contenuto della pièce a suscitare queste reazioni violente. In scena ci sono otto donne algerine, in un hamman, che cercano di vivere malgrado l’islamismo negli anni neri dell’Algeria, dal ‘90 al 2000.  Il testo denuncia gli abusi quotidiani, le violenze subite. Vicino alla Maison des Métallos c’è una moschea, gestita dalla corrente integrista tabligh. Con un comunicato, oggi hanno condannato l’aggressione.

di Anna Maria
pubblicato il 15 gennaio 2010
| 4 Commenti »


  • Il tribunale degli affari di sicurezza sociale di Nanterre ha condannato Renault per “colpa inescusabile”. La casa automobilistica è stata considerata responsabile del suicidio di Antonio B., un ingegnere informatico di 39 anni, che il 20 ottobre del 2006 si era ucciso gettandosi dalla finestra del suo luogo di lavoro, il Technocentre di Guyancourt, nelle Yvelines (non lontano da Parigi). In questo centro di ricerca ci sono stati altri suicidi. Antonio B. era oppresso da richieste esagerate di produttività e non ha sopportato l’annuncio del suo trasferimento d’ufficio in Romania.

    “Hanno reso giustizia a mio marito – ha dichiarato la moglie dopo la sentenza – è stato riconosciuto cosa ha subito, sopportato da Renault. Spero che questa sentenza sia un segnale forte per tutte le imprese”. La moglie ha denunciato le imprese che “sacrificano tutto sull’altare della redditività” . Ha affermato che , con questo giudizio, “i lavoratori salariati sanno che la giustizia è dalla loro parte”. L’avvocata della famiglia di Antonio B. ha commentato: “spero che si accetti finalmente di rimettere l’uomo al centro di tutte le decisioni”. Secondo l’avvocata, la sentenza dice che “bisogna cessare di invocare la vulnerabilità della gente per spiegare il loro gesto” fatale. ”Non vengo al lavoro per apprendere che ci sono stati dei drammi, per vedere della gente suicidarsi  - ha commentato il sindacalista Alain Gueguen di Sud, che lavora al Technocentre –  per una volta abbiamo vinto su qualcosa di molto simbolico”.

    Alla Renault, prima di France Telecom, aveva avuto luogo una serie di suicidi. In causa erano anche qui i metodi di management: pressioni per aumentare la produttività, tempi strettissimi per completare i lavori, messa in concorrenza dei lavoratori. Antonio B., ha raccontato la moglie, negli ultimi tempi si portava il lavoro a casa, perché le ore passate al Technocentre non bastavano più. Era criticato dai suoi superiori se non portava a termine un carico di lavoro sempre crescente. Carlos Ghosn, il pdg di Renault, aveva dovuto ammettere che qualcosa non stava funzionando nel management. Degli aiuti psicologici erano stati proposti ai dipendenti. Adesso, l’avvocata della Renault, afferma che la società “ha preso atto della decisione” giudiziaria. “Esamineremo la motivazione e ci decideremo sull’eventualità di fare appello”. Renault ha un mese di tempo per fare appello della sentenza, che l’ha condannata ad aumentare la rendita che deve versare alla famiglia di Antonio B. e a pagare un euro simbolico di indennizzo.

di Anna Maria
pubblicato il 17 dicembre 2009
| 1 Commento »


  • La maggioranza deli storici e degli insegnanti di questa materia protestano contro la riforma del liceo che il ministro Luc Chatel vorrebbe varare. Il punto di scontro riguarda le ore di storia nell’ultima classe – la terminale – del liceo S, scientifico, che è in Francia il liceo più prestigioso, frequentato dai figli delle classi più abbienti (e anche dai migliori allievi). Chatel ha proposto di abolire le ore di storia e di geografia nella terminale, trasformandole da obbligatorie in un’opzione facoltativa. In compenso, afferma, per non passare per l’affossatore degli studi di storia, ci saranno più ore di questa materia negli anni precedenti. L’idea è di rendere più “scientifico” il liceo S, con l’obiettivo di renderlo meno attraente, per rilanciare il liceo L, la filiera letteraria, oggi in piena crisi. In realtà, l’altro obiettivo, più terra terra, è di diminuire il numero degli insegnanti. Difatti, sulla scuola come in ogni altro settore pubblico, cade la mannaia della legge che impone di non sostituire un funzionario su due che va in pensione.

    Ma, in un periodo in cui la Francia vive una psicoanalisi collettiva sulla questione dell’identità nazionale, sopprimere delle ore di storia fa discutere. La contestazione riguarda anche il timore che ci sia nell’aria una volontà di professionalizzare sempre più le carriere: un liceale che si prepara a fare studi scientifici all’università (anche se dalla filiera S molti poi si iscrivono a facoltà umanistiche) non avrebbe bisogno di acquisire un pensiero critico. La polemica sulle ore di storia, quindi, sta diventando una discussione più generale sulla qualità della scuola. L’insegnamento della storia e della geografia era già stato abolito per la terminale dei licei tecnici, ma allora nessuno aveva protestato, perché si tratta di scuole di serie B. Chatel si difende e dice che anche il francese non è più studiato l’ultimo anno, perché il Bac di francese (l’esame di maturità) è passato al penultimo anno, per lasciare più spazio alle materie caratterizzanti le diverse filiere in terminale (oltre alla filosofia).

di Anna Maria
pubblicato il 11 dicembre 2009
| Nessun commento »


  • Per la prima volta, un dirigente dell’Eternit è stato incriminato, con l’accusa “danni all’integrità fisica” dei lavoratori e “omocidio involontario”. La decisione è stata presa oggi dalla giudice istruttore Marie-Odile Bertella-Geffroy. Joseph Cuvelier era stato dirigente dell’Eternit dal ‘72 al ‘94. In precedenza, dopo la prima denuncia contro l’Eternit per i danni causati dall’amianto nel ‘96 (a Valenciennes, nel Nord), un medico del lavoro e dei direttori di stabilimento erano stati messi in causa dalla giustizia. “Ma è la prima volta per un direttore del gruppo” afferma Sylvie Topaloff, avvocata dell’Andeva (Associazione nazionale di difesa delle vittime dell’amianto). “Con questa incriminazione – aggiunge – viene colpito al cuore uno dei leader mondiali della lobby dell’amianto”. L’Andeva, in un comunicato, parla di incriminazione “particolarmente simbolica poiché, per la prima volta, è un industriale dell’amianto, e non semplicemente un manager, che dovrà rendere dei conti alla giustizia. E’ emblematica anche perché la famiglia Cuvelier simbolizza dal 1922 il successo e lo sviluppo sul mercato nazionale e internazionale dell’amianto-cemento, a detrimento della salute e della vita di intere popolazioni”. L’Adeva sottolinea che questa incriminazione è stata possibile grazie al lavoro del giudice istruttore. Nicolas Sarkozy ha pero’ deciso l’abolizione di questa figura. Nel futuro, inchieste del genere, sottolinea l’Andeva, non potranno più aver luogo. Il 10 ottobre scorso, si è svolta a Parigi l’ultima manifestazione in ordine di tempo per denunciare la tragedia dell’amianto. In Francia la proibizione dell’amianto è solo del ‘97, cioè è arrivata con molto in ritardo rispetto al altri paesi. “Malgrado decine di migliaia di vittime dell’amianto e crimini penali evidenti – afferma l’Andeva – mai un procuratore ha aperto un’informazione giudiziaria e se oggi è in corso un’inchiesta e ci sono delle incriminazioni per l’amianto, è solo grazie al fatto che le vittime hanno utilizzato la possibilità di rivolgersi direttamente al giudice istruttore, costituendosi parte civile”. Per l’avvocata Topaloff, “i poteri pubblici non hanno mai investito” su questo scandalo. “La gente si ammala e se ne rende conto 20 o 30 anni dopo. Il lavoro dello stao non è stato fatto corettamente e c’è stato bisogno di attendere 13 anni per questa incriminazione”.

    Poche settimane fa, un rapporto approvato in commissione all’Assemblea nazionale ha stabilito, ma senza obbligo, che sarebbe auspicabile una “parteciazione finanziaria dei grandi gruppi responsabili” delle conseguenze dell’amianto, per i pre-pensionamenti del settore. L’amianto è considerato responsabile tra il 10 e il 20% dei casi di cancro ai polmoni in Francia. Ci sono tra i 1800 e i 4000 casi di tumori al polmone causati dall’amianto ogni anno in Francia e l’Inserm, l’istituto nazionale di ricerca medica, ha calcolato 100mila morti tra il ‘95 e il 2025. Lo scandalo dell’amianto è scoppiato in occidente negli anni ‘90, anche se la nocività di queso materiale, molto redditizio nell’edilizia, era conosciuta fin dall’inizio del ‘900. Il primo morto per amianto è del 1899.

di Anna Maria
pubblicato il 24 novembre 2009
| Nessun commento »


  • Il tribunale amministrativo di Besançon ha annullato ieri una decisione del Consiglio generale del dipartimento del Jura, che aveva rifiutato a una donna il diritto di adottare un bambino, con la scusa che è omosessuale. Emmanuelle B., maestra elementare, vive da vent’anni con Laurence R, psicologa sociale. Nel 2008, dopo due rifiuti del Consiglio generale, la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva condannato la Francia per discriminazione sessuale.

    La sentenza di Besançon non dice che una coppia omosessuale ha diritto di adottare. Ma che la legge francese, che permette l’adozione ai single, deve essere rispettata, senza prendere in considerazione la tendenza sessuale. “Il tribunale ricorda con opportunità che non si puo’ rifiutare l’adozione con il pretesto dell’omosessualità – spiega l’avvocata della donna, Caroline Mecary – visto che la legge francese autorizza l’adozione per i celibi. La questione dell’omosessualità non deve essere presa in considerazione”. Per l’avvocata, questa sentenza dovrebbe “chiudere una volta per tutte il dibattito sull’adozione da parte degli omosessuali”. Secondo il deputato Verde Noël Mamère, che come sindaco di Bègle aveva celebrato il primo matrimonio in Francia tra due omosessuali, con il giudizio di Besançon, “il diritto si avvicina alla società”. Difatti, centinaia di bambini vivino in Francia in famiglie omosessuali, ma la legge non è chiara  per quanto riguarda i diritti dei due genitori. Mamère chiede una legge precisa: “è arrivato il tempo, per i politici, di dimenticare i timori e di uscire da una rappresentazione stupida della famiglia”. Il Consiglio generale del Jura aveva rifiutato l’adozione a Emmanulle B., con la motivazione dell’ “assenza di un riferimento paterno”.

di Anna Maria
pubblicato il 10 novembre 2009
| Nessun commento »


  • Il primo Salone del divorzio è nato a Vienna nel 2007. Ma quest’anno, il 7 e l’8 novembre (alla Porte de Champerret), Parigi inaugura alla grande un’analoga iniziativa. Come il salone del’automobile o quello del matrimonio e del pacs (che si svolto da poco), il Salone del divorzio vuole presentare ai visitatori tutte le novità del settore. Per dare un tocco di ottimismo, il salone del divorzio è stato battezzato “Nuova partenza”. I visitatori – ne sono attesi intorno ai 5mila – troveranno notai e avvocati per sveltire le pratiche e venire informati di tutti i dettagli giuridici. Ci saranno anche dei mediatori famigliari, per cercare di evitare la rottura definitiva, pscicologi per trovare un aiuto a sormontare la prova, pedopsichiatri per dare una mano ai bambini i cui genitori hanno deciso di separarsi. Hanno riservato dei stand anche dei detective privati, per chi volesse prendere il partner in fallo e ottenere una migliore pensione alimentare. Il Salone pensa anche al dopo-divorzio: centri di rimessa in forma e  di ginnastica proporranno i loro servizi,  come le agenzie di viaggio o i club di incontri e persino gli organismi di formazione professionale (rivolti soprattutto alle donne, che avevano abbandonato il lavoro con il matrimonio). Ci saranno anche degli agenti immobiliari, per chi cerca casa con il nuovo partner. Gli organizzatori del salone sono convinti del successo: in Francia, circa una coppia su due (sposata o pacsata)  si separa. L’età media dei neo-divorziati è di 41,7 anni per le donne e 44,4 per gli uomini.

di Anna Maria
pubblicato il 6 novembre 2009
| Nessun commento »


  • Il 13 ottobre del 1999 l’Assemblea nazionale votava definitivamente il Pacs, il “contratto concluso tra due persone maggiorenni, di sesso opposto o dello stesso sesso, per organizzare la vita comune”. E’ stato un successo: nel 2008, 145mila Pacs sono stati firmati, in crescita del 43% rispetto all’anno precedente. Nel frattempo, il numero dei matrimoni è rimasto stabile in Francia, intorno ai 270mila l’anno nell’ultimo decennio. I Pacs conclusi tra omosessuali sono stati il 5,62% nel 2008, mentre erano circa il 50% nel primo anno di entrata in vigore di questo contratto.

    Ormai, il Pacs è diventato una scelta banalizzata in Francia. In questi giorni è in corso a Parigi il secondo Salone del matrimonio e del Pacs. Eppure, nel ‘99, le polemiche infuriavano. All’Assemblea erano stati presentati 2161 emendamenti alla legge che lo istituiva, una deputata della destra  aveva fatto un intervento-fiume di più di 5 ore con la Bibbia in mano. Il Pacs era accusato di essere solo “un’unione per omosessuali”, di “distruggere il matrimonio”, di essere un “attacco alla famiglia”. Ma nulla di tutto questo è successo. Per molti, il Pacs è semplicemente una tappa verso il matrimonio. Molto meno romantica, una delle motivazioni principali per “pacsarsi” è fiscale. La legge è stata modificata nel 2005, quando è stato abolito il periodo di prova di tre anni, prima di poter presentare una dichiarazione comune (più favorevole, una coppia paga meno tasse di un contribuente celibe), mentre nel 2006 è stata introdotta la possibilità di scegliere la separazione dei beni tra pacsati. Oggi, secondo uno studio, il 30% sottoscrive un Pacs principalmente per ragioni fiscali.

di Anna Maria
pubblicato il 13 ottobre 2009
| Nessun commento »