Masayuki Komatsu non ha peli sulla lingua, e forse proprio per questo, nonostante l’efficacia con la quale ha per anni difeso le indifendibili posizioni del governo giapponese sulla caccia alla balena, è stato “promosso”. Cioè rimosso. Va bene cercare di difendere gli interessi di piccole comunità di pescatori che, tutte assieme , non rappresentano più di diecimila persone (e non eleggono neanche un deputato..): ma il governo giapponese preferisce non dare troppa pubblicità a questa battaglia, che tutto porta tranne “simpatia” internazionale. E quindi affida il ruolo di portavoce ad un personaggio meno appariscente, meno pronto al contrattacco culturale.Ma Masayuki non molla, e tra una lezione e l’altra di “gestione dei conflitti e tecniche del negoziato” la disciplina che insegna ora presso l’Alta Scuola di Pubblica Amministrazione di Tokyo, continua ad essere uno dei pochi disponibili ad incontrare i giornalisti e a spiegare loro perchè sia sbagliato distinguere tra la mattanza dei tonni e quella dei delfini, che ogni anno avviene in gran segreto tra le splendide insenature di Taiji, 600 chilometri a sud di Tokyo, uno dei pochi posti dove lo straniero si sente decisamente poco gradito, se non fisicamente minacciato.
Reduci dalla mattanza, che oramai avviene tra misure di sicurezza e depistamenti degni di un’operazione militare, siamo andati a trovarlo. Perchè amamzzate i delfini? “Perchè sono troppi, perchè con la loro voracità alterano l’ecosistema e perchè ci piace la loro carne…”. Ma sono mammiferi, animali intelligenti….”Balle. Anche le mucche sono mammiferi. E’ ora che la finiate voi occidentali di imporre i vostri valori. Prima i diritti umani, adesso anche quelli animali. Di universale c’è solo una cosa: che gli animali sono animali, e gli essere umani esseri umani. I secondi mangiano i primi. Punto e basta. Fare distinzione tra animali intelligenti – come delfini e balene – e stupidi, come polli e manzi non ha senso e denuncia un vero e proprio razzismo di stampo nazista…a sopravvivere debbono essere solo gli animali “ariani”? Che ne direste se venissi, un giorno, ad aprire tutte le gabbie dei vostri polli di allevamento, dei visoni, delle oche, e dei poveri vitelli? O a liberare i tonni prima della mattanza?
Per avvalorare il suo concetto, il signor Komatsu racconta di quando ha vissuto in Italia qualche anno, come funzionario della FAO, e di come un giorno la sua bambina sia ritornata in lacrime dal mercato di Ponte Milvio. Aveva visto dei conigli in gabbia, e una signora che, dopo averne afferrato uno per le orecchie, gli aveva tirato il collo e si era messa a spellarlo davanti a tutti. ” Era disperata – racconta Komatsu - e ancora oggi pensa che voi italiani siate dei barbari: in Giappone il coniglio è un animale domestico, come per voi cani e gatti. Ma io le dissi: bisogna rispettare le tradizioni culturali di un popolo. Loro mangiano mucche e conigli. Noi balene e delfini. E allora?”Già, e allora? Confesso di essere rimasto un po’ tramortito da questo veemente contropiede. Sarò felici “girare” eventuali commenti dei lettori al signor Komatsu.
Foto: Interiora di delfini ammucchiati sulla banchina: finiranno inscatolati come cibo per gatti

pubblicato il 24 settembre 2009
Tag: mattanze
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9 Commenti a “Etica della mattanza: tonni, delfini e…conigli”
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- mario su il sorpasso
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26 settembre 2009 alle 00:37
caro Pio,
potevi illustrrare il tuo bell’articolo con una foto di un macello equino. Ti assicuro che avrebbe fatto il suo effetto. Io, personalmente, sono vegetariano. L’alimentazione basata sullo sfruttamento, la sofferenza l’eccidio deglia ltri animali dovrebbe spingere un po’ più spesso a cogitare sul quel che si fa nei gesti più “tradizionali”, “naturali”, tanto più che quando questi non nuociono solo alla “natura” (ecosistema, altri animali…) ma anche a noi umani, in particolare a voi carnivori. Permetimi solo due esempi. Gli antibiotici e altre fetenzie coi quali ingozzano preventivamente i vostri vitelli, ve li mangiate anche voi, anche se fate finta di non saperlo, fate anche voi delle cure da cavallo preventive, ed anche i pargoli (certo, c’è il bio, ma andiamo! in che risibile percentuale?). Poi, dal canto loro, i carnivori hanno un intestino proporzionalmente ben più corto di quello umano, e questo per intossicarsi meno con le tossine della carne, mentre la lunga digestione umana non è adatta ad alimenti come la carne… Certo, è piuttosto facile criticare le mostruose tradizioni altrui, ma sarebbe bene imparare a rimettere in discussione anche le barbare “tradizioni” nostrane. E se per rendersene conto ci vuole il punto di vista di un lobbista delle baleniere, ben venga pure quello.
27 settembre 2009 alle 09:03
Come dice il signor Komatsu bisogna rispettare le tradizioni di tutti i popoli, anche quando appaiono barbare o crudeli. Se esiste un antropofago che legge il Manifesto immagino si sentirà confortato dalle mie parole.
Resta il fatto che il Giappone – prima, meglio e più di ogni altro paese asiatico – ha assorbito tutto ciò che poteva assorbire dalla cultura occidentale: dagli archibugi alle corazzate di Tsushima, dall’ industrializzazione all’ imperialismo e al colonialismo.
Oggi il Giappone è più occidentale dell’ occidente stesso!
Beninteso: tutto questo è avvenuto perchè l’ elite sociale giapponese, trasformandosi da elite feudale in elite capitalistica, ne ha ricavato un vantaggio per se stessa.
A quanto pare questa stessa elite si sente oggi vittima di un colonialismo culturale che le vuole imporre un sistema di valori (vedi quanto dice il signor Komatsu rispetto ai diritti umani) che sente estraneo e di cui, probabilmente, non sente la necessità.
Ma se si accetta un sistema economico si finisce con il dover accettare anche i suoi valori. Bene e male: è tutto compreso nel prezzo.
Quanto ai delfini non ne faccio una questione morale o di intelligenza. Altrimenti dovrei farmi delle domande sul fatto che, in certe zone dell’ Africa, ci si nutra di scimmie. Le quali sono probabilmente paragonabili ai delfini quanto ad intelligenza. La cosa non mi sembra sollevi troppe proteste fra gli animalisti.
Usare i delfini come nutrimento poteva essere accettabile ai tempi degli Shogun, quando la pesca era artigianale e serviva davvero a sfamare delle famiglie. La pesca al delfino era praticata, fino a pochi anni fa, anche in Mediterraneo. Era una tradizione. Oggi è vietata e non mi pare che ciò abbia causato problemi all’ ecosistema o carestie fra i pescatori.
Si sopravvive anche senza filetti di delfino, insomma.
Ma perchè vietare una tradizione?
Per il semplice motivo che quando si passa da una pesca artigianale, di sussistenza, ad una industria ittica che ha mezzi e appetito sufficienti a spazzare via dalle acque del globo intere specie animali è interesse collettivo (degli esseri umani prima di tutto) porre dei limiti.
Mucche e conigli questo rischio non lo corrono.
Ma delfini e probabilmente tonni si.
Sono animali che vivono liberi, occupano un loro ruolo preciso nella catena alimentare degli ecosistemi marini e, perciò, la loro scomparsa potrebbe produrre catastrofi su quella importante fonte di cibo che, per noi, è il pescato.
E’ una buona ragione per regolarne o, se necessario, vietarne la pesca.
Concludo spezzando una lancia per il nostro ipotetico antropofago.
E’ probabile che, decine di migliaia di anni fa, clan di uomini primitivi praticassero il cannibalismo in quelle terre che oggi chiamiamo Europa.
Per quanto oggi la cosa possa apparirci disgustosa dovremmo ammettere che allora, forse, la cosa aveva un suo senso.
E poi, come dicevamo, le tradizioni e le culture vanno rispettate, giusto?
Per fortuna le cose sono cambiate: dalla caccia-raccolta si è passati a forme sempre pià evolute di agricoltura e il cannibalismo è divenuto uno dei più radicati tabù. Mica per altro: mangiarsi la forza lavoro non è un metodo di produzione efficace.
27 settembre 2009 alle 22:42
Son d’accordo con il sig. Komatsu.
É assurdo pensare che sia lecito uccidere una rana e infame un delfino. Il punto è che sarebbe bene uccidere in maniera sostenibile, o non uccidere affatto. Per fare degli esempi: non mangio cani, ma non vedo differenza fra il vitellino e il cagnolino.
Uccidere tigri per essiccarne i genitali, mangiare balene sull’orlo dell’estinzione e sterminare ogni tonno dai mari per tagliarlo con un grissino mi sembra un atto di arroganza.
27 settembre 2009 alle 23:54
Un’obiezione che mi viene in mente é che non si può paragonare animali di allevamento ed animali selvatici, che siano mammiferi o meno. E inoltre gli eventuali danni dei delfini non li lascerei valutare a politici o a chi ha un ritorno economico dalla loro pesca senza regole.
28 settembre 2009 alle 15:59
Trovo strano che Pio D’Emilia sia rimasto disorientato dalle parole di Komatsu. Non è una novità sentire certe scempiaggini. Ovviamente tutti gli animali andrebbero tutelati; l’uomo compie una strage mostruosa ogni giorno ammazzando milioni di animali, è vero che non debbono esistere animali di serie A ritenuti più intelligenti di altri, è vero anche che non convinceremo mai l’umanità a diventare vegetariana, al massimo si potrà spingere verso la dieta vegetariana, se non altro per ragioni economiche, perché costa meno. Il fatto è che sarebbe necessario distinguere almeno tra animali in libertà (dalle balene alle volpi, dai delfini agli storni)e animali d’allevamento. La tutela che auspichiamo per delfini e balene, vale anche per gli animali uccisi a causa della caccia sportiva. Pur accettando, ahimé, che milioni di animali d’allevamento (compresi i conigli in Italia e i cani in Corea!)siano uccisi per l’alimentazione umana, cerchiamo di tutelare almeno quelli che vivono in libertà e che, a differenza di quanto afferma il Giapponese, non rappresentano un problema per l’economia, è la loro uccisione, invece, che rappresenta un problema per l’ecosistema. Non si può nemmeno accettare che pochissimi Paesi al mondo facciano quello che vogliono a scapito di tutti gli altri (pensate ai delfini dei giapponesi, alle balene dei giapponesi e dei finlandesi, ai cuccioli di foca dei canadesi). Il discorso che fa Komatsu sulla cultura è una cretinata, altrimenti, cretinata per cretinata, dobbiamo accettare anche quella degli antropofagi. Infine l’episodio del coniglio spellato in pubblico è una palla colossale, che Pio D’Emilia avrebbe dovuto smentire, per chi sa come si tratta un coniglio appena macellato, a prescindere dal fatto che nessuno può macellare animali in pubblico; la figlia del pallonaro al massimo avrá visto i conigli in gabbia.
1 ottobre 2009 alle 21:58
Un commento? Et voilà…
Dice dunque il Komatsu Masayuki che “Fare distinzione tra animali intelligenti – come delfini e balene – e stupidi, come polli e manzi, non ha senso e denuncia un vero e proprio razzismo di stampo nazista… A sopravvivere debbono essere solo gli animali ‘ariani’?”. Ebbene, se si riesce a sorvolare sul tono “stridulo” del commento (“razzismo di stampo nazista”… addirittura!!), io credo gli si debba riconoscere un bel po’ di ragione. In effetti, fa parte del nostro spocchioso ed ipocrita sistema di valori occidentale (la versione che è andata fissandosi in dogma, diciamo fra il sette-ottocento ed oggi) la pretesa di vedere gerarchie piramidali dovunque ed in ogni campo; e, se proprio le gerarchie non ci sono, di crearne ad arte.
Al vertice di ciascuna di queste gerarchie, va da sé, tendiamo poi inesorabilmente a collocare noi stessi ed il particolare sottoinsieme del sistema di valori complessivo nel quale ci ritroviamo o al quale aderiamo. E poiché queste gerarchie sono di solito stabilite da chi ha più potere, le loro caratteristiche sono – altrettanto inesorabilmente – abbastanza “ariane”, o estremo-occidentali, o “WASP”.
Una di queste gerarchie è giusto quella che pretende di distinguere fra animali “stupidi” e animali “intelligenti”, definendo tutta una scala di livelli di “stupidità” – o di “intelligenza”, secondo come la si voglia guardare – che va, diciamo così, dal microbo a noi, passando per tutti i gradi intermedi. Poiché, però, questa gerarchia, così come tutte le altre su cui poggia o ha poggiato finora l’estremamente arido e riduzionista sistema culturale e di valori occidentale, è a voler ben vedere quasi del tutto arbitraria, tutta la distinzione fra animali “stupidi” ed animali “intelligenti” va a farsi benedire: insieme alla pretesa di graziare i secondi e condannare a morte i primi, con un’insensibilità più o meno grande a seconda di quanto in basso si collochi l’animale sulla succitata gerarchia delle intelligenze.
In realtà, infatti, come provano la più recente etologia e la biologia evoluzionista più avanzata e, per così dire, “adeguata ai tempi”, e come d’altronde sa empiricamente chiunque abbia vissuto per qualche anno con un cane un gatto o anche solo un pappagallo, non esiste una scala dell’intelligenza con noi al vertice e tutto il resto sotto: esistono, invece, intelligenze “diverse”, più o meno adattate all’ambiente in cui si trovano ad operare, e più o meno capaci di interagire con esso e fra di loro. In altri termini, il cane non è quell’amabile animale capace, se opportunamente addestrato, di portare le pantofole al padrone: esso è piuttosto un “alieno”, che parla un altro linguaggio, ha altre abitudini, e da svariate migliaia di anni prova a “mettersi in contatto con noi” – il più delle volte, ormai, riuscendoci (ma non sempre: vedi abitudini gastronomiche di cinesi e coreani).
Ora, assumendo che le cose stiano così, il Komatsu ha quindi del tutto ragione a dare addosso alla pretesa occidentale di salvare i delfini – perché “quasi come noi” – e condannare i vitelli e i polli – perché in fondo abbastanza stupidi (anche se bisogna aggiungere che questo esercizio del “tirare sull’universalismo illuminista occidentale” comincia a diventare una moda un po’ stucchevole e una modalità retorica alquanto prevedibile). Da questa sua giusta critica, tuttavia, non segue affatto che allora ogni animale non umano debba essere condannato a servire da cibo a quei voraci trasformatori di interi mondi in alimento e poi in m…a che siamo noi. Coerentemente con il denunciare l’assurdità della tipica “gerarchizzazione del vivente” che abitualmente compiamo noi occidentali, e di cui si diceva sopra, il Komatsu Masayuki dovrebbe inalberare l’atteggiamento ad essa speculare, e dire che NESSUN animale andrebbe sottoposto a quel tipo di trattamento. E infatti l’unico atteggiamento coerente con tale mutato e più avanzato punto di vista sarebbe proprio questo: di riconoscere che l’uccisione di QUALUNQUE animale, a qualunque scopo utilitaristico/economico-commerciale/tradizionale, è illegittima ed ingiustificabile.
Altrimenti, infatti, al Komatsu si potrebbe ritorcere contro il suo stesso argomento, domandandogli: “e perché voi giapponesi non la smettete di venirci a rompere le scatole per i conigli? Per noi i conigli sono cibo, non animali da compagnia!”. E’ chiaro, tuttavia, che con questo genere di scontri fra sistemi culturali impermeabili, la durlindana occidentale da una parte e la katana giapponese dall’altra, non si va molto lontano.
Un atteggiamento più raffinato, più al passo con i “mutati tempi” nei quali viviamo, e quindi più consapevole anche dei limiti ecologico-economici connessi allo sfruttamento industriale della fauna a scopo di alimentazione umana, sarebbe proprio quello di riconoscere che 1) il problema dei diritti degli animali non è una sega mentale da occidentali annoiati e decadenti, ma una questione estremamente complessa di alta cultura giuridica da terzo millennio; e 2) tale problema fa il paio con la questione, altrettanto urgente, di decidere che genere di pianeta Terra vogliamo lasciare in eredità ai nostri pronipoti, se mai ve ne saranno. E il diritto di intere specie (i grandi cetacei, per esempio: o la tigre della Manciuria) di venire lasciate indisturbate a sopravvivere nel proprio habitat naturale, per poter essere riconosciuto e sancito come tale, ha bisogno di un enorme sforzo di immaginazione, da parte nostra. C’è bisogno di un vero e proprio “bootstrap” culturale, per affrontare la questione ambientale che ci sta davanti con l’efficacia necessaria.
Altrimenti, appunto, non ci resta che rifugiarci nelle battute e nei motti di spirito. Ma con le battute, più o meno di buon gusto, nella migliore delle ipotesi si fa ridere: nella peggiore, ci si fa la birra (o il saké, secondo i punti di vista)…
5 ottobre 2009 alle 17:18
Ha ragione il veemente giapponese a dire che le usanze dei popoli vanno rispettate, ma si dimentica che se noi alleviamo e mangiamo conigli non alteriamo l’intero ecosistema terrestre e marino, cosa che invece loro fanno con la loro “fissa” del pesce crudo che ha spopolato i mari del mondo di tonni ed altri pesci.
Sarebbe ora di smettere di giudicare le relazioni tra umani ed animali solo in funzione emotiva, peraltro rispettabile, ma in funzione ecologica ed ecosistemica, ben più durevole ed utile per l’umanità.
Il ragionameto di Masayuki è inacettabilee nel tempo potrebbe giustificare qualcuno che, in funzione delle usanze del paese, dice “preferisco i delfini ai giapponesi!!!” …
27 ottobre 2009 alle 18:54
Отличная фраза и своевременно
28 dicembre 2009 alle 17:08
[...] settimana fa D’Emilia ha scritto della tradizionale mattanza dei delfini in una splendida insenatura a sud di Tokio, dove forse sono stata anch’io. Il Giappone è sotto [...]