Accolti da una folla di giornalisti e guardie in costume (per non spaventarli, dicono) sono finalmente arrivati i due panda cinesi, Xiannu e Bili.
Erano giorni che non si parlava d’altro. Anche i negozi del quartiere dello zoo di Ueno, a Tokyo, avevano preparato per l’occasione souvenir, menu speciali, biscotti, tutto a forma di panda.
Un’accoglienza da vip insomma, anzi da ambasciatori. Dato che alla coppia di panda giganti è affidato il compito di addolcire le relazioni, ultimamente un po’ tese, tra Cina e Giappone.
Xiannu, la femmina, e Bili, il maschio, rimarranno allo zoo di Tokyo solo per dieci anni, e il loro soggiorno costerà al municipio di Tokyo la modica cifra di 704.000 euro l’anno.
Nel 1972 era stato sempre un panda cinese a segnare l’inizio di nuovi rapporti diplomatici tra le due potenze asiatiche.
A circa 40 anni di distanza però, la Cina ha superato il Giappone diventando la seconda economia mondiale. Ed ora i panda sono solo in affitto, a tempo determinato per di più. (S.A.)
pubblicato il 21 febbraio 2011
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Saranno le donne italiane in Giappone, grazie al fuso orario, a dare il via, domenica, alle manifestazioni di “Se non ora quando”. L’iniziativa, che prevede un raduno davanti all’Istituto Italiano di Cultura (disegnato da Gae Aulenti) a partire dalle ore 14 (le 6 di mattina, in Italia) è nata grazie ad un appello via Facebook, e ha raccolto molte adesioni anche fra le donne giapponesi. Il comitato organizzatore ha anche creato una T-shirt locale, puntando su un divertente gioco di parole.
In giapponese, infatti, BUNKA significa “cultura”, e l’Istituto di Cultura si chiama “Bunka (cultura) Kaikan (edificio, palazzo)”. Facile dunque, il “collegamento” fonetico
Bunka sì, Bunga Bunga no!
Alla manifestazione hanno aderito anche alcune personalità locali, come la leader socialista Mizuho Fukushima, ex ministro delle pari opportunità e la scrittrice Hiromi Ikeuchi, autrice di numerosi best seller sulla condizione femminile (P.d.E)
pubblicato il 12 febbraio 2011
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- Hiroko Nagata, prima della cremazione
Dopo 40 anni di detenzione, di cui 29 nel braccio della morte, distrutta nella mente e nel corpo, è morta sabato notte in carcere, a Tokyo, Hiroko Nagata. Domani avrebbe compiuto 66 anni.
Negli anni ’70 dopo aver fatto parte del movimento studentesco fondò assieme a Tsuneo Mori, morto suicida in carcere dopo appena un anno di detenzione, l’Armata Rossa Unita, piccolo ed efferato gruppo di estrema sinistra che si proponeva di provocare la rivoluzione armata in Giappone. Dopo aver ordinato l’esecuzione di due compagni “traditori”, la Nagata e Mori misero insieme un gruppo di “rivoluzionari” e, finanziandosi con rapine, si diedero alla clandestinità. Nella ricerca di ottenere massima consapevolezza e dedizione alla causa, Mori e la Nagata condussero feroci sedute di autocritica, finendo per provocare, direttamente o indirettamente, la morte di 14 compagni. Vicende che, non senza polemiche, sono state narrate nel controverso film di Koji Wakamatsu, “United REd Army”, presentato a Berlino nel 2008.
Arrestati nel 1972, furono entrambi condannati a morte. Mori riuscì a suicidarsi in cella dopo appena un anno, evento che provocò da parte delle autorità giapponesi un ulteriore inasprimento delle condizioni di detenzione, già particolaremente pesanti e crudeli, di Hiroko Nagata. Ammalata di cancro, Nagata era stata operata per la prima volta nel 1986, molto in ritardo, e le sue condizioni erano ulteriormente peggiorate nel 2003, quando fu colpito da un ictus. Da allora è rimasta, praticamemte senza cure e senza diritto di visita, fino a ieri.
Oggi si sono svolti, in forma assolutamente privata, i funerali. Alla cerimonia, svoltasi nel crematorio pubblico di Shinagawa, a Tokyo, erano presenti solo 10 persone, tra i quali il marito, che l’aveva sposata in carcere subito dopo la condanna, e alcuni compagni dell’epoca, tornati a piede libero dopo oltre 20 anni di reclusione. In Giappone la condanna a morte, una volta passata in giudicato, non può essere commutata, non può essere oggetto di grazia e impone condizioni di detenzione durissime. E l’esecuzione, che avviene per impiccagione, viene comunicata al detenuto appena poche ore prima. Hiroko Nagata ha aspettato, inutilmente, 29 anni di essere “liberata” dal peso dei delitti di cui si era resa responsabili, senza peraltro mai pentirsene. “Ho provato un senso di profonda tristezza. E di paura. Non mi era mai successo” ci ha detto, visibilmente commosso, Kim Kwanji, uno dei pochi membri dell’Armata Rossa ad aver evitato il carcere. Per 15 anni, periodo dopo il quale scatta la prescrizione, è riuscito a vivere in clandestinità, senza peraltro mai rifugiarsi all’estero, elemento questo che , nella legge giapponese, sospende la prescrizione.
pubblicato il 7 febbraio 2011
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