Thursday 02 September 2010

IL MANIFESTO BLOG
   a cura di Giuliana Sgrena
  • All’alba del 18 giugno un uomo ha fatto irruzione nella casa di Faisal Hassan, a est di Baghdad, e ha ucciso lui, sua moglie e i loro due bambini. Il motivo: il problema dell’acqua. Hassan era dipendente del dipartimento per l’irrigazione di Abu Ghraib, a 32 km da Baghdad. Il dipartimento si occupa della distribuzione dell’acqua per l’irrigazione nelle campagne intorno ad Abu Ghraib. Si tratta del terzo impiegato di questo dipartimento ucciso negli ultimi tre mesi.

    L’acqua è un bene prezioso, soprattutto quando scarseggia, e intorno alla sua distribuzione si scatenano poteri tribali e clan che in mancanza di un governo forte in grado di imporre delle regole prevalgono con la forza delle armi. Le vittime sono i dipendenti che non hanno nessuna protezione. Dietro la morte di questi impiegati non c’è una motivazione strettamente politica o politico-religiosa, ma questo è vero solo in parte perché dipende dalla debolezza delle istituzioni: dal 7 marzo, quando si sono svolte le elezioni, il parlamento si è riunito solo una volta il 14 giugno, per venti minuti, senza riuscire ad eleggere nemmeno il presidente dell’Assemblea. Non parliamo poi del governo, le trattative continuano per il premier all’interno del Blocco sciita costituitosi dopo le elezioni e che ha messo fuori gioco (per la formazione del governo) il partito Iraqiya che aveva vinto di misura le elezioni.

di giuliana
pubblicato il 23 giugno 2010
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in guerra
  • Non so se tra chi legge vi è qualcuno che ha partecipato ieri venerdì 4 giugno alla manifestazione che si è tenuta ieri a Roma per protestare contro quello che è accaduto nelle acque internazionali di fronte a Gaza e a favore dei diritti dei palestinesi. Purtroppo la presenza era veramente scarsa, ormai gli italiani non reagiscono più a nulla, nemmeno al nostro governo che continua a lavarsi le mani delle sorti dei nostri concittadini all’estero. Io sono molto contenta di esserci stata non solo perché ritengo fosse doveroso ma anche perché ho visto l’immagine più genuina dei palestinesi. La manifestazione era guidata da loro: soprattutto da bambini che urlavano slogan che rivendicando i loro diritti, chiedevano solo giustizia e  non cedevano a sentimenti di odio o di vendetta. Bambini, donne (alcune velate, molte altre no) e anche uomini, coppie miste, una comunità che proprio per la propria cultura meglio si è integrata nella società  italiana. La rappresentazione della società palestinese, senza strumentalizzazioni, dovrebbe indurci tutti a sostenere più concretamente  i loro diritti. Purtroppo quelle immagini non hanno avuto l’onore delle cronache ma sappiamo che è difficile dare voce a chi non ha voce. Ma non bisogna arrendersi all’assedio dei palestinesi, nè qui né nei territori occupati da Israele.

di giuliana
pubblicato il 5 giugno 2010
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in guerra
  • Non è una novità che Israele impedisca ogni attività pacifista. Ma quello che è successo questa mattina (31 maggio) con l’assalto armato alla freedom flotilla penso che superi ogni limite. L’assalto in acque internazionali e l’uccisione di numerosi pacifisti rappresenta una vera e propria dichiarazione di guerra contro tutti i paesi rappresentati sulle navi che cercavano di raggiungere Gaza con aiuti umanitari. Che cosa farà il  nostro governo, convocherà l’ambasciatore come ha fatto la Turchia oppure condannerà i pacifisti che osano opporsi all’arroganza criminale di Israele?

di giuliana
pubblicato il 31 maggio 2010
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in guerra
  • Il sindaco di Novara rivendica il diritto di legiferare contro il burqa mentre il marito della donna multata (perche portava un velo integrale) difende presunti doveri attribuiti a una confessione religiosa. In entrambi i casi si tratta di decisioni maschili che passano sul corpo delle donne. Se davvero una donna, come dice il marito, non si può mostrare in pubblico senza velo come è potuta arrivare in Italia? Difficilmente alla frontiera troviamo controllori di passaporto donne. Ma tant’è. Molte di loro in Italia si mettono un velo che non mettevano nemmeno a casa loro.

    Quella del marito è un’interpretazione fondamentalista dell’islam che non tiene in nessuna considerazione la dignità della donna, non c’è nessun pilastro dell’islam che faccia riferimento al velo, inoltre alla Mecca le donne devono andare con il volto scoperto. Di più, nei giorni scorsi in Algeria  è stata emessa una fatwa che prevede che le donne si scoprano il viso e le orecchie per fare le foto tessera per il nuovo passaporto (gli uomini non possono avere la barba lunga). Cosa farebbe il solerte marito in questo caso? Lascerebbe la moglie a casa, in Tunisia però.

    Anche il solerte sindaco che fa riferimento alla tradizione e alla sicurezza per vietare il velo integrale non si cura minimamente della dignità della donna, anzi forse in nome della tradizione imporrà a noi italiane di rimettere in testa il fazzolette delle nostre donne.

    Certo se vivessimo in un paese che riconosce i diritti umani e civili ai migranti si potrebbe persino accusare il marito di violazione dei diritti umani nei confronti della moglie, ma nel caso italiano tutto viene  lasciato alla discrezionalità, dei mariti o dei sindaci fondamentalisti. Per combattere il fondamentalismo però non possiamo metterci anche noi il burqa in testa ma dobbiamo fare una campagna per informare donne e uomini, italiani e non, che la religione musulmana non impone il velo figuriamoci il burqa!

di giuliana
pubblicato il 10 maggio 2010
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in velo
  • Avvelenamento collettivo, misura estrema per impedire alle ragazze di  frequentare la scuola. E’ successo in un liceo nella provincia di Kunduz, nell’Afghanistan settentrionale. Non è la prima volta. Era già successo lo scorso anno. Il gas non è stato fatale, ma forse l’obiettivo era quello di terrorizzare le ragazze più che di ucciderle. Il nuovo attacco alle donne avviene nel momento in cui si rafforza l’influenza dei taleban nella zona di Kunduz. Tuttavia i taleban smentiscono di essere gli autori. Può darsi che non siano loro, le donne afghane sono le vittime di tutti gli integralisti afghani che non si esauriscono con i taleban. Chiunque sia a minacciare ancora, dopo nove anni dall’inizio dell’intervento militare della Nato in Afghanistan, le studentesse afghane dimostra l’inutilità e il fallimento dell’intervento occidentale. La zona di Kunduz è sotto il controllo del Gruppo di ricostruzione provinciale (Prt) tedesco che ora dovrà indagare sull’origine del gas. Ma la vera domanda è: se i militari tedeschi non riescono nemmeno ad impedire l’avvelenamento delle studentesse cosa ci stanno a fare?

    Non è una domanda che ci sorge improvvisamente, ogni giorno registriamo in Afghanistan fatti che indicherebbero la necessità di un immediato ritiro di tutte le truppe, ma evidentemente questo non è ancora sufficiente per i fautori della guerra. Che anzi si apprestano a lanciare una nuova grande offensiva nel sud, nella provincia di Helmand, da dove sono stati cacciati i testimoni di Emergency.

    La stessa Kunduz in passato, all’inizio dell’intervento americano, era stata teatro di uno dei massacri più raccapriccianti dei taleban, rinchiusi in container e morti asfissiati o sparati da raffiche di kalashnikov sparate dall’esterno.

    Quello che però è sconvolgente nei fatti degli ultimi giorni è che ancora una volta siano prese di mira le donne che non possono godere di nessun diritto in quel paese, nemmeno con l’occupazione, iniziata con una guerra che secondo la propaganda avrebbe dovuto liberare le afghane dal burqa.

di giuliana
pubblicato il 28 aprile 2010
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in velo
  • Se passerà in parlamento la legge contro il velo integrale il Belgio sarà il primo paese europeo a proibire l’uso del velo integrale (niqab e burqa) quei veli che lasciano scoperti solo gli occhi, o nemmeno, permettendo loro di vedere il cielo solo a quadretti. Si tratta innanzitutto di una misura che garantisce la dignità della donna. C’è chi ha sollevato il problema della libertà di espressione ma ha mai osservato gli occhi di quelle donne completamente velate? Nei loro occhi si può intravedere solo il sogno della libertà, non c’è gioia, solo rassegnazione. Non possono mangiare in luoghi pubblici perché dovrebbero sollevarsi il velo. Ma di che libertà si parla? Non è libertà e nemmeno una imposizione religiosa, allora in nome di chi dovremmo difendere questa umiliazione delle donne? C’è chi parla di sicurezza. Anche la sicurezza ha due facce: una occidentale e una dei paesi di origine. In occidente la destra tratta il velo come il casco da impedire per garantire l’ordine. Nei paesi di origine i fondamentalisti impongono il burqa perché dovrebbe garantire l’integrità del corpo della donna (leggi controllo della sessualità) ma se la maggior parte delle violenze si consumano in famiglia (in Afghanistan il codice della famiglia per le sciite legittima la stupro) vuol dire che il burqa non è una garanzia. Tanto è vero che molte donne si suicidano dandosi fuoco perché non sopportano più le violenze subite in casa.

    Dunque non si può in nome della tolleranza condannare queste donne che vivono in occidente a portare un velo integrale che non le lascia nemmeno respirare, ma il divieto del burqa non deve essere accompagnato da pene o dal carcere ma da incentivi che garantiscano diritti per queste donne: istruzione, corsi di formazione e di insegnamento della nostra lingua, lavoro, diritti di partecipare alla vita sociale e politica del paese in cui vivono. Solo così potranno veramente emanciparsi e liberarsi del fardello che portanno addosso.

di giuliana
pubblicato il 1 aprile 2010
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in velo
  • Ancora un attentato terroristico, contro i moscoviti che non hanno nulla a che vedere con la politica del loro governo e nemmeno con i loro servizi segreti. Ancora una volta i kamikaze sono donne, una caratteristica del terrorismo ceceno e dintorni. Sono solo le donne a farsi saltare per aria, ma ad innescare l’ordigno sono i maschi. Le chiamano “vedove nere” o “fidanzate di Allah”. Coloro che le reclutano usano maniere subdole: sfruttano il dolore per un marito o un fratello perso,  oppure le comprano dalle famiglie per pochi soldi o le seducono, facendole innamorare o sposandole (una donna non esiste se non è sposata in Cecenia), poi le indottrinano e infine le mandano al massacro. Quando si rendono conto alcune di loro si rifiutano ma non possono farlo, qualcuna ci ha provato ma è ancora perseguitata. Carne da macello o semplicemente “donne stupide” come le ha definite un combattente ceceno. C’è da chiedersi che società potrebbero mai costruire se personaggi del genere se andassero al potere.

di giuliana
pubblicato il 30 marzo 2010
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in velo
  • Sono passati sei anni da quando avevamo visto le nuvole bianche illuminare il cielo di Falluja, la città più martoriata e distrutta dell’Iraq. I profughi rientrati nella città  dopo i bombardamenti mi avevano raccontato di una polverina bianca depositata su tutti i mobili di casa, che appena si toccava provocava la rottura delle vene. I militari americani avevano allora raccomandato alla popolazione di ripulire tutto con detersivi speciali, di non toccare la verdura coltivata in quei campi, di non mangiare animali allevati nella zona e di non concepire bambini. Ma ci volle del tempo prima che alcuni militari americani ammettessero l’uso del fosforo bianco per bombardare Falluja, una micidiale arma chimica portata dall’esercito americano per combattere Saddam che non possedeva più armi di quel genere, ma con il pretesto del possesso di armi di massa era stato attaccato.

    Sono passati sei anni e si vede il risultato: bambini nati con tre teste, con sei dita, con un solo occhio, con difetti al sistema nervoso (nel 2003 si riscontrava un caso sui bambini nati in un mese, ora un caso al giorno) e soprattutto con problemi cardiaci, i difetti congeniti al cuore riguardano 95 neonati ogni mille, tre/quattro casi al giorno, una percentuale 13 volte più alta di quella che si registra in Europa.

    Effetti della guerra, danni collaterali. Una tragedia per il futuro dell’Iraq, non nuovo a simili tragedie. Non era forse giù successo con le armi all’uranio impoverito usate durante la prima guerra del Golfo? In attesa della seconda guerra avevamo visitato ospedali senza medicine (a causa dell’embargo) dove venivano ricoverati bambini con ogni tipo di deformazione. Immagini raccapriccianti come quelle che ci arrivano oggi da Falluja.

    Gli americani dicono di non essere in possesso di nessun rapporto che indichi gli effetti della guerra sulla popolazione, ma per loro si tratterebbe comunque semplicemente della guerra. Quella che ha come principali vittime le donne e i bambini. Soprattutto quelli di Falluja sottoposti a due offensive, in aprile e in novembre del 2004, che avevano distrutto la città. Perché? Perché era diventata per gli iracheni il simbolo della resistenza contro l’occupazione e prima delle elezioni del 2005 occorreva distruggerla.

    Per noi, pacifisti, un unico rammarico quello di non essere riusciti a fermare quella guerra voluta da Bush e alleati, come giornalista, di non aver potuto denunciare più efficacemente l’uso del fosforo bianco per interromperne l’utilizzo ed evitare di trovarci di fronte agli effetti su piccoli corpi di bambini che hanno l’unica colpa di essere nati in un paese che doveva essere il giardino dell’Eden e invece è diventato l’inferno.

di giuliana
pubblicato il 11 marzo 2010
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in guerra
  • In Arabia saudita i negozi di biancheria intima femminile sono gestiti quasi esclusivamente da maschi che, a volte, approfittano della situazione molestano le donne (vedi il mio libro: Il prezzo del velo). A lanciare in questi giorni una campagna di boicottaggio contro i negozi di lingerie gestiti da maschi è stata la docente di economica all’università di Jeddah, Reem Asaad. Le donne devono poter entrare tranquillamente in un negozio e scegliere la propria taglia. Le donne chiedono di poter gestire i negozi per biancheria intima, i religiosi (che hanno il potere di gestire la totale segregazione delle donne) hanno risposto che questa possibilità esiste ma solo in grandi magazzini frequentati solo da donne! I wahabiti continuano a dettare legge (le donne non possono nemmeno guidare la macchina) e ad applicarle nel modo più trucido (con taglio di mani e piedi, oltre alla pena di morte) senza che l’occidente sollevi il minimo dubbio. Chissà perché? L’oro nero pesa più di qualsiasi violazione dei diritti umani.

di giuliana
pubblicato il 14 febbraio 2010
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in velo
  • In Francia si sta discutendo sulla legge che potrebbe proibire l’uso del burqa e del niqab, ovvero quei veli che coprono integralmente il corpo della donna, il primo coprendo persino gli occhi con una rete e il secondo lasciando una fessura all’altezza degli occhi. Da parte dei difensori del relativismo culturale si solleva il problema della “libertà” di portare il burqa. Ma di quale libertà si parla, in gioco è la dignità della donna e i suoi diritti non il diritto di doversi sottomettere annullando il proprio corpo per evitare di provocare negli uomini gli istinti sessuali più primitivi. A parte il fatto che nemmeno il burqa ha impedito alle donne di subire violenze atroci (vedi Afghanistan) e poi perché non sono i maschi a emanciparsi da bassi istinti invece di continuare a colpevolizzare le donne per ogni loro bassezza?

    Il burqa, il niqab e il velo non sono un’osservanza imposta dal corano, ma solo da una interpretazione fondamentalista dell’islam, allora perché dovremmo condannare le donne di altri paesi e religioni ad accettare quello che noi abbiamo respinto da decenni? Non si tratta di difendere una identità se non quella di appartenenza a una visione wahabita dell’islam, quella praticata in Arabia saudita che diffonde il proprio credo nei paesi più poveri e dilaniati dalla guerra, ma anche in Europa, a suon di petrodollari. Il problema è dunque se vogliamo contribuire all’oppressione di queste donne o dare loro una mano nella ricerca di una loro emancipazione.

di giuliana
pubblicato il 26 gennaio 2010
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in velo