Wednesday 17 March 2010

IL MANIFESTO BLOG
   a cura di Giuliana Sgrena
Archivio di marzo 2009
  • riceviamo e volentieri pubblichiamo:

    30 marzo: Giornata della terra in Palestina
    Giornata globale di azione nel mondo

    MAIL A VALANGA
    Chiedi la sospensione dell’accordo di cooperazione militare Italia-Israele

    http://www.actionforpeace.org/index.php/30-marzo.html

    L’art. 11 della Costituzione italiana ripudia la guerra. La legge 185
    vieta la fornitura di armi a paesi belligeranti. Mandiamo una valanga di
    mail per esigere la sospensione dell’accordo di cooperazione militare
    Italia-Israele!

    Con un clic, invia un email ai Ministri della Difesa e degli Affari
    Esteri, ai Presidenti di Camera e Senato e ai Presidenti delle Commissioni
    Difesa e Affari Esteri.

    L’accordo va sospeso finché la politica israeliana non rispetterà le
    libertà fondamentali e i diritti umani della popolazione palestinese;
    finché violerà il diritto internazionale e finché non avvierà realmente
    una politica di pace!

di giuliana
pubblicato il 30 marzo 2009
| 5 Commenti »


in varie
  • Visto che nessuno è intervenuto sulla situazione delle donne irachene. L’Iraq non fa più notizia. Nessuno si è ricordato del sesto anniversario dell’inizio della guerra, qualche giorno fa. Già ma che c’è da ricordare? E forse a far rimuovere la condizione delle donne irachene è anche il senso di impotenza. Allora vorrei fare una proposta. L’Eni ha appena firmato un accordo con il governo iracheno per lo sfruttamento del giacimento di petrolio di Nassiriya (guarda caso proprio Nassiriya!), perché non riserva una piccolissima percentuale (anche meno dell’1 per cento) degli introiti a progetti per aiutare le donne irachene? Sarebbe un bel gesto, visto che abbiamo contribuito al loro degrado. giuliana

di giuliana
pubblicato il 26 marzo 2009
| 4 Commenti »


in varie
  • Secondo un rapporto diffuso da Oxfam in occasione dell’8 marzo, la metà delle donne irachene hanno subito violenze. Per quanto riguarda le vedove (circa un milione di donne), il 20 per cento ha subito violenze domestiche. Oltre a soffrire per la mancanza di sicurezza le irachene non possono nemmeno usufruire dei servizi più basilari: un quarto delle donne non ha accesso quotidianamente all’acqua, oltre il 75 per cento non ha diritto alla pensione. La situazione sanitaria è in continuo peggioramento.
    Si tratta di una tragedia vissuta in silenzio, sebbene la violenza sia diminuita nel paese non è diminuita quella nei confronti delle donne. Le più penalizzate sono le vedove che non hanno mezzi di sopravvivenza e se lavorano presso qualcuno spesso subiscono le violenze sia sessuali che fisiche da parte dei loro datori di lavoro.
    A sei anni dall’occupazione del paese la condizione delle donne è terribilmente peggiorata. Ai tempi di Saddam dovevano sopportare una dittatura sanguinaria ma il regime era laico e garantiva alle donne maggiore libertà e diritti che negli altri paesi musulmani, ma ora il paese è in mano a partiti e milizie religiose che hanno cancellato questi diritti. Lo scorso mese la ministra per gli affari delle donne irachena si è dimessa di fronte all’indifferenza rispetto ai problemi delle donne.
    Quando si fanno i bilanci delle guerre purtroppo non si tiene mai conto degli effetti sul deterioramento delle condizioni delle donne, un indice fondamentale per misurare il livello di progresso e di democrazia di un paese.

di giuliana
pubblicato il 8 marzo 2009
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in velo
    • Quattro marzo 2005. Quattro anni fa, sembra ieri, oggi ancora più di un anno fa. Quanto clamore aveva suscitato la morte di Nicola Calipari. Un eroe, si diceva, tutti dicevano, quando è tornato da Baghdad chiuso in una bara. Io non credo agli eroi, proprio io, che sono qui grazie a lui. E non solo io.
    • Quattro marzo 2009. Un silenzio assordante. Chi si ricorda ancora di Nicola Calipari? Medaglia d’oro al valor militare consegnata a Rosa dal presidente della Repubblica, scuole, strade intitolate a lui, tanti riconoscimenti. E oggi? Dove sono finite le personalità, i politici di ogni tendenza che allora lo avevano celebrato?
      Quei militanti di sinistra che, come me, noi, avevano scoperto che essere un servitore dello stato non vuol dire essere solo al servizio del potere ma può voler dire anche intervenire in soccorso dei suoi cittadini? Tutti.
      Come dimenticare che un processo – che forse non avrebbe fatto conoscere la verità su quanto successo il 4 marzo 2005 a Baghdad ma almeno avrebbe potuto provarci – è finito nel nulla senza che nessuno protestasse? Eppure, ancora una volta, l’Italia ha rinunciato alla sua giurisdizione, anche di fronte all’assassinio di un suo cittadino celebrato come un eroe. Una sovranità sacrificata in nome dei rapporti con gli Usa di Bush. Con Obama sarebbe stato diverso? Forse, ma è troppo tardi per saperlo. Da noi i governi sono cambiati ma nessuno ha fatto un gesto per avere il processo, per chiedere a Mario Lozano perché nelle varie interviste a giornalisti poco reattivi ha parlato di quella di Calipari come «una missione suicida», per chiedergli perché «in Italia era minacciato», da chi? Negli Usa, un gruppo di avvocati di Los Angeles ha promosso un’azione giudiziaria per chiedere le regole di ingaggio in vigore in tre azioni militari degli americani in Iraq, una è quella che ha visto l’uccisione di Calipari. Il giudice ha riconosciuto la validità della richiesta, il Pentagono non ha ancora risposto, ma forse lo farà. Forse in questo caso il nuovo corso di Obama avrà qualche effetto.
      Ma l’Italia, come gli Usa, ha archiviato il caso Calipari. L’Italia è diventato un paese senza memoria. Un paese che ogni giorno si arrende di fronte alla demolizione delle fondamenta delle nostre istituzioni nate dalla Resistenza contro il fascismo, come può ricordarsi di un servitore proprio di quello stato democratico.
      Eppure non tutti hanno dimenticato Nicola Calipari e non siamo solo noi a ricordarlo. Spesso, girando per l’Italia, in vari incontri mi viene sollecitato il ricordo di Nicola, un ricordo doloroso, da condividere con gli altri, per non permettere l’oblio. Tante persone comuni, quelle che non dimenticano, anche oggi 4 marzo 2009 si ricorderanno i momenti drammatici di quattro anni fa. Non per celebrare un eroe – per gli eroi ci sono le medaglie – ma per un uomo perbene, uno che come noi difendeva gli stessi valori.
    • giuliana
    • pubblicato sul manifesto il 4 marzo 2009
di giuliana
pubblicato il 7 marzo 2009
| 6 Commenti »


in varie
  • 4,48 miliardi di dollari sono stati promessi dai paesi donatori ai palestinesi (esclusa Hamas) per la ricostruzione di Gaza e per il rilancio dell’economia palestinese. Benissimo, il denaro che l’occidente dona ai palestinesi non sarà mai sufficiente a risarcirli dei danni che abbiamo fatto loro, innanzitutto non aiutandoli a risolvere il conflitto israelo-palestinese. Una parte dei soldi serviranno alla ricostruzione di Gaza, ma perché noi dobbiamo pagare le distruzioni di Israele? Giusto anticipare i soldi ai palestinesi ma poi bisognerebbe addebitarli a Israele, forse la prossima volta ci penserebbe prima di bombardare i territori palestinesi distruggendo case e infrastrutture. Ai costi delle armi il governo israeliano dovrebbe aggiungere il risarcimento per i beni materiali distrutti e, perché no, delle vittime? Quanto valgono 1.400 palestinesi uccisi nell’attacco a Gaza e tutti gli altri? Forse se i governi guerrafondai, tutti, rispondessero delle loro azioni, anche con il risarcimento delle vittime, sarebbero costretti a ridurre le spese per le armi e forse a riflettere sulle conseguenze prima di lanciare un attacco.

    giuliana

di giuliana
pubblicato il 3 marzo 2009
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in varie
  • Non è la prima volta che succede. Si fa appello alla sharia (la legge coranica) per riportare l’ordine in un paese. Ora è la volta della Somalia. Il presidente somalo Sharif Sheikh Ahmed, considerato un islamista «moderato» ha concordato con i suoi oppositori una tregua e l’introduzione della sharia.  La sharia era già stata imposta a Baidoa da Al Shabab, la milizia islamista più radicale, che nei giorni scorsi aveva conquistato la città dove aveva sede il parlamento somalo costringendolo a trasferirirsi a Gibuti. L’accordo concluso dal presidente, al potere da un mese, dovrà essere ora ratificato dal parlamento, ma Sheikh Sharif sostiene che non c’è nessun problema per il governo se il popolo vuole essere governato dalla sharia. Ma a chiedere la sharia non è stato il popolo bensì i negoziatori dell’accordo e quanto rappresentino il popolo si vedrà in futuro. Sarà l’ordine islamico a riportare la pace in Somalia?
    giuliana

di giuliana
pubblicato il 1 marzo 2009
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in velo