De Sacro Cuore kerk in Bellinzona in Zwitserland heeft minaretten om het kindeke Jezus gezet. FOTO EPA//23/12/09Dopo il referendum che ha bocciato la costruzione dei minareti in Svizzera, nella chiesa del Sacro cuore a Bellinzona (Ticino) il presepe vede Gesù bambino circondato da minareti//
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pubblicato il 28 dicembre 2009
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Al Segretario di Stato signora Hillary Rodham Clinton.
Sono tra quegli italiani che hanno sperato in un cambio dell’Amministrazione americana e hanno gioito per l’elezione di Barack Obama. La fine dell’era Bush ha dato un sollievo a tutti noi e soprattutto a quelli che venivano accusati di antiamericanismo solo perché si opponevano alla politica di un presidente.
L’accusa di antiamericanismo è tornata fuori in questi giorni diretta non a singole persone ma addirittura alla giustizia italiana per la condanna di Amanda Knox. So per esperienza che non sempre le sentenze sono quelle che riteniamo più eque e comunque la condanna di una giovane ragazza è sempre una tragedia, ma cercare di screditare la giustizia italiana non mi sembra una buona tattica soprattutto in vista di un processo d’appello.
Non è su questo però che voglio rivolgermi a lei. Lei ha mostrato disponibilità ad ascoltare le ragioni della senatrice Maria Cantwell sul caso Knox, io ho cercato invano di essere ascoltata da una autorità americana (e coloro che mi hanno interrogato non ne hanno tenuto conto) su un caso che mi hanno vista coinvolta in Iraq: la sparatoria da parte dei soldati americani che ha provocato l’uccisione di un agente dell’intelligence italiana Nicola Calipari.
Nessuno ha mai voluto ascoltarci perché la morte di Calipari e il mio ferimento e quello di un altro agente è stato considerato normale in un teatro di guerra come l’Iraq. Ora gli Stati uniti si stanno per ritirare da quel paese, la politica nei confronti dell’Iraq è stata rivista e degli errori riconosciuti, forse ormai è tardi per sapere la verità su quello che è successo la notte del 4 marzo 2005 a Baghdad, ma la possibilità di essere ascoltati da una persona come lei sarebbe se non altro un risarcimento morale non tanto per me ma per la famiglia di Nicola Calipari.
pubblicato il 10 dicembre 2009
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Ho deciso di introdurre un argomento isolito, parlando di una mia esperienza, perché quando si parla delle lungaggini della giustizia non si tengono mai presenti tutti gli elementi.
L’avvocata Giulia Bongiorno non può certo seguire il ministro Brunetta sulle invettive contro i fannulloni dei tribunali, essendo anche lei una delle cause delle lungaggini dei processi. Mi spiego. Nel 2005 avevo denunciato Emilio Fede per diffamazione avendo, l’8 marzo del 2005, trasmesso l’audio di un mio video registrato sotto sequestro come se si trattasse di una intervista da me rilasciata dopo la liberazione. (Come già saprete il processo è finito con l’assoluzione di Fede, perché il fatto non costituisce reato, da parte della giudice Felicia Genovese, già sostituta procuratore a Potenza mandata a Roma perché coinvolta in un fatto di corruzione). A difendere Fede c’erano due studi legali, uno era quello di Giulia Bongiorno e, vista l’importanza dell’imputato, lei in persona. Il processo è durato anni. Perché? Perché l’avvocata essendo nel contempo deputata e anche, poi, presidente della commissione giustizia alla camera (come è possibile che non ci sia una incompatibilità?) non era mai libera, prima era disponibile il venerdì ma da quando ha cominciato a difendere anche Sollecito a Perugia, quella era la priorità. Conclusione: ultima seduta il giorno dopo il lunedì di Pasqua del 2009, con l’assoluzione di Fede. Si poteva prevedere un verdetto diverso da una giudice indagata a Napoli e una presidente della Commissione giustizia della camera dei deputati? E la Bongiorno difende anche Fini che rinuncia al lodo Alfano.
pubblicato il 5 ottobre 2009
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Era troppo «occidentale». Sanaa Dafani, 18 anni, di origine marocchina, è stata uccisa dal padre ieri, 15 settembre 2009, perché voleva vivere come molte altre ragazze italiane. L’ha trovata in macchina con il fidanzato, con il quale conviveva da tre mesi, lei è scappata, l’ha inseguita, colpita con un coltello alla gola. E’ successo a Montereale Valcellina, vicino a Pordenone. Come era successo a Hina, a Sarezzo, vicino a Brescia, tre anni fa.
Non siamo in un paese musulmano dove il crimine d’«onore» è all’ordine del girno, ma in un paese occidentale dove ogni giorno o quasi un fidanzato uccide l’ex fidanzata perché ha deciso di lasciarlo, o un marito uccide la moglie perché vuole divorziare, etc.
Perché non ci uniamo (donne italiane e non) per combattere questo potere patriarcale che pensa di poter controllare la vita delle donne fino a ucciderle in nome (anche se non dichiarato) dell’«onore»?
Perché noi donne occidentali invece di invocare tolleranza in difesa di tradizioni «altre» (che erano anche nostre) non ci battiamo per l’uguaglianza di diritti e doveri di tutte le donne e uomini che vivono nel nostro paese? Perché non facciamo sentire a queste donne che vengono a vivere da noi, che crescono con noi, la nostra solidarietà?
Forse non basterebbe, e ora per Sanaa è troppo tardi, ma almeno manifestiamo tutto il nostro sdegno e non guardiamo dall’altra parte. Altri padri sono in agguato e sono pronti a colpire le figlie che sempre più vogliono decidere del loro futuro.
giuliana
pubblicato il 16 settembre 2009
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E’ finita la campagna elettorale e posso tornare al blog
giuliana sgrena
pubblicato il 12 maggio 2009
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Ho deciso di candidarmi alle elezioni europee nella lista di Sinistra e Libertà.
Ho rifiutato in passato altre proposte quando forse era più facile.
Oggi voglio dare il mio piccolo contributo a una nuova forza politica che unisce tanta parte della sinistra per il raggiungimento del quorum.
E poi si tratta di Europa, di politica internazionale, di cose di cui mi sono occupata ormai da più di trent’anni, con lo sguardo rivolto verso il Mediterraneo per una politica di pace.
Laicità e uguaglianza saranno le mie linee guida per sostenere i diritti dei migranti e la lotta delle donne contro tutti i fondamentalismi.
Dopo le tante sconfitte della sinistra si può coltivare delusione e amarezza, oppure scegliere di impegnarsi di nuovo e di più.
Io ci proverò.Che ne pensate?
Durante la campagna elettorale questo blog sarà congelato ma ne avrò un altro sul mio sito: www.giulianasgrena.it
pubblicato il 21 aprile 2009
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riceviamo e volentieri pubblichiamo:
30 marzo: Giornata della terra in Palestina
Giornata globale di azione nel mondoMAIL A VALANGA
Chiedi la sospensione dell’accordo di cooperazione militare Italia-Israelehttp://www.actionforpeace.org/index.php/30-marzo.html
L’art. 11 della Costituzione italiana ripudia la guerra. La legge 185
vieta la fornitura di armi a paesi belligeranti. Mandiamo una valanga di
mail per esigere la sospensione dell’accordo di cooperazione militare
Italia-Israele!Con un clic, invia un email ai Ministri della Difesa e degli Affari
Esteri, ai Presidenti di Camera e Senato e ai Presidenti delle Commissioni
Difesa e Affari Esteri.L’accordo va sospeso finché la politica israeliana non rispetterà le
libertà fondamentali e i diritti umani della popolazione palestinese;
finché violerà il diritto internazionale e finché non avvierà realmente
una politica di pace!
pubblicato il 30 marzo 2009
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Visto che nessuno è intervenuto sulla situazione delle donne irachene. L’Iraq non fa più notizia. Nessuno si è ricordato del sesto anniversario dell’inizio della guerra, qualche giorno fa. Già ma che c’è da ricordare? E forse a far rimuovere la condizione delle donne irachene è anche il senso di impotenza. Allora vorrei fare una proposta. L’Eni ha appena firmato un accordo con il governo iracheno per lo sfruttamento del giacimento di petrolio di Nassiriya (guarda caso proprio Nassiriya!), perché non riserva una piccolissima percentuale (anche meno dell’1 per cento) degli introiti a progetti per aiutare le donne irachene? Sarebbe un bel gesto, visto che abbiamo contribuito al loro degrado. giuliana
pubblicato il 26 marzo 2009
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- Quattro marzo 2005. Quattro anni fa, sembra ieri, oggi ancora più di un anno fa. Quanto clamore aveva suscitato la morte di Nicola Calipari. Un eroe, si diceva, tutti dicevano, quando è tornato da Baghdad chiuso in una bara. Io non credo agli eroi, proprio io, che sono qui grazie a lui. E non solo io.
- Quattro marzo 2009. Un silenzio assordante. Chi si ricorda ancora di Nicola Calipari? Medaglia d’oro al valor militare consegnata a Rosa dal presidente della Repubblica, scuole, strade intitolate a lui, tanti riconoscimenti. E oggi? Dove sono finite le personalità, i politici di ogni tendenza che allora lo avevano celebrato?
Quei militanti di sinistra che, come me, noi, avevano scoperto che essere un servitore dello stato non vuol dire essere solo al servizio del potere ma può voler dire anche intervenire in soccorso dei suoi cittadini? Tutti.
Come dimenticare che un processo – che forse non avrebbe fatto conoscere la verità su quanto successo il 4 marzo 2005 a Baghdad ma almeno avrebbe potuto provarci – è finito nel nulla senza che nessuno protestasse? Eppure, ancora una volta, l’Italia ha rinunciato alla sua giurisdizione, anche di fronte all’assassinio di un suo cittadino celebrato come un eroe. Una sovranità sacrificata in nome dei rapporti con gli Usa di Bush. Con Obama sarebbe stato diverso? Forse, ma è troppo tardi per saperlo. Da noi i governi sono cambiati ma nessuno ha fatto un gesto per avere il processo, per chiedere a Mario Lozano perché nelle varie interviste a giornalisti poco reattivi ha parlato di quella di Calipari come «una missione suicida», per chiedergli perché «in Italia era minacciato», da chi? Negli Usa, un gruppo di avvocati di Los Angeles ha promosso un’azione giudiziaria per chiedere le regole di ingaggio in vigore in tre azioni militari degli americani in Iraq, una è quella che ha visto l’uccisione di Calipari. Il giudice ha riconosciuto la validità della richiesta, il Pentagono non ha ancora risposto, ma forse lo farà. Forse in questo caso il nuovo corso di Obama avrà qualche effetto.
Ma l’Italia, come gli Usa, ha archiviato il caso Calipari. L’Italia è diventato un paese senza memoria. Un paese che ogni giorno si arrende di fronte alla demolizione delle fondamenta delle nostre istituzioni nate dalla Resistenza contro il fascismo, come può ricordarsi di un servitore proprio di quello stato democratico.
Eppure non tutti hanno dimenticato Nicola Calipari e non siamo solo noi a ricordarlo. Spesso, girando per l’Italia, in vari incontri mi viene sollecitato il ricordo di Nicola, un ricordo doloroso, da condividere con gli altri, per non permettere l’oblio. Tante persone comuni, quelle che non dimenticano, anche oggi 4 marzo 2009 si ricorderanno i momenti drammatici di quattro anni fa. Non per celebrare un eroe – per gli eroi ci sono le medaglie – ma per un uomo perbene, uno che come noi difendeva gli stessi valori. - giuliana
- pubblicato sul manifesto il 4 marzo 2009
pubblicato il 7 marzo 2009
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4,48 miliardi di dollari sono stati promessi dai paesi donatori ai palestinesi (esclusa Hamas) per la ricostruzione di Gaza e per il rilancio dell’economia palestinese. Benissimo, il denaro che l’occidente dona ai palestinesi non sarà mai sufficiente a risarcirli dei danni che abbiamo fatto loro, innanzitutto non aiutandoli a risolvere il conflitto israelo-palestinese. Una parte dei soldi serviranno alla ricostruzione di Gaza, ma perché noi dobbiamo pagare le distruzioni di Israele? Giusto anticipare i soldi ai palestinesi ma poi bisognerebbe addebitarli a Israele, forse la prossima volta ci penserebbe prima di bombardare i territori palestinesi distruggendo case e infrastrutture. Ai costi delle armi il governo israeliano dovrebbe aggiungere il risarcimento per i beni materiali distrutti e, perché no, delle vittime? Quanto valgono 1.400 palestinesi uccisi nell’attacco a Gaza e tutti gli altri? Forse se i governi guerrafondai, tutti, rispondessero delle loro azioni, anche con il risarcimento delle vittime, sarebbero costretti a ridurre le spese per le armi e forse a riflettere sulle conseguenze prima di lanciare un attacco.
giuliana
pubblicato il 3 marzo 2009
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