Saturday 25 May 2013

IL MANIFESTO BLOG
   Forme di vita e conflitti dentro e fuori dal web a cura di Benedetto Vecchi
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  • Nel film Social network, Mark Zuckeberg comunica l’idea di inventare quello che sarà Facebook a un giovane che ha la massima aspirazione di entrare in una delle gilde più esclusive del mondo. Una volta ammesso, dice, tutte le porte si apriranno come per incanto, introducendolo nel mondo che conta, che ha il potere di modificare il corso degli eventi. E di assicurargli, nel contempo, un lavoro retribuito con cifre a sei, sette zeri. Poi la storia ci racconta della sua emarginazione, fino al patteggiamento con Zuckeberg di lasciare Facebook con una buonuscita da assicurargli un roseo futuro. Le critiche verso il suo compagno di avventure sono infarcite di tanti buoni sentimenti, di richiamo all’etica. Insomma, un “uomo in carriera” con una morale. Forse per questo si è impegnato moltissimo nello staff che ha portato Barack Obama alla presidenza nel 2008. Nella campagna elettorale ha più volte sostenuto che era un liberal che univa fiducia nella capacità del capitalismo di essere equo e compassionevole. Una visione agli antipodi di Zuckeberg, che è sovente descritto come il simbolo di quel capitalismo libertario che vota repubblicano. E dopo l’elezione di Obama, il novello agit prop non è tornato a casa, ma ha fondato la fondazione filantropica Jumo. Bene, nei giorni scorsi quell’uomo, che corrisponde al nome di Chris Hughes, ha organizzato un incontro con Eli Pariser e Peter Koechley per mettere a punto un social network che promuova idee e progetti «progressisti», mettendo in relazione uomini e donne animati da passione civile e fiducia nella possibilità di costruire una società più equa di quella attuale.

    Eli Pariser è il fondatore e animatore di MoveOn, un gruppo di pressione liberal che ha scelto la Rete per amplificare, promuovere iniziative legislative e politiche leftish. MoveOn, va ricordato, è il gruppo che dagli inizi di questo nuovo millennio ha sempre appoggiato i candidati democratici più a sinistra. Composto prevalentemente da giovani ha inoltre organizzato una raccolti di fondi per Barack Obama utilizzando proprio la Rete, facendo affluire nelle case del candidato afroamericano milioni e milioni di dollari con donazioni che di pochi dollari. Il meccanismo di MoveOn è stato più volte indicato come una forma di finanziamento di massa e popolare, contrapposta a quelle donazioni fatte da uomini, donne miliardari o di imprese che versano denaro a tutti i candidati, influenzando così a loro favore l’operato del sistema politico statunitense.

    Il terzo personaggio, Peter Koechley, è direttore del magazine satirico Onion. I tre si sono incontrati per porre le basi, appunto di un social network progressista, ma anche per dare vita a un «incubatore» di media presenti solo in Rete facendo leva sia su giornalisti che di uomini (e donne) della strada. Insomma, un esperimento ibrido di citizen journalism. La società che i tre vogliono mettere in piedi si chiamerà Cloud Tiger Media. E cloud significa «nuvola», quellla tendenza molto forte in Rete avviata da imprese per rendere fedeli gli utenti a una piattaforma software e usare i contenuti che producono «gratuitamente» come merce da vendere al miglio offerente, sia che si tratti di profili che di manufatti software che innovano programmi già esistenti. Un fenomeno che Eli Pariser ha analizzato nel libro di successo Filter Bubble, dove il fondatore di MoveOn critica Google e tutte i social network per la tendenza, appunto, a mercificare la cooperazione sociale presente in Rete.

    Per il momento di Cloud Tiger Media poco si sa. Ma è sicuramente un progetto da seguire con attenzione. E’ infatti la prima volta che viene affermato di voler sviluppare un social network politico che funzioni secondo una logica commerciale sia come aggregatore che come habitat per produrre informazione.

     

di benedetto
pubblicato il 19 dicembre 2011
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  • Il tribunale di Roma ha respinto l’ennesimo ricorso di Mediaset contro Google. Secondo il gruppo televisivo, la società del motore di ricerca era da ritenersi responsabile di violazione del diritto d’autore perché nel suo sito Blogspot erano postati i video delle partite di calcio, delle quali Mediaset Premium detiene i diritti di trasmissione. Ma quello che colpisce della motivazione del tribunale capitolino è quando stabilisce che la difesa della proprietà intellettuale non abbia un peso specifico maggiore del diritto alla libera circolazione delle informazioni. Secondo il giudice, infatti, questo significa che la legge sul diritto d’autore dovrebbe essere un dispositivo teso a armonizzare e bilanciare i «contrapposti interessi coinvolti – tutela della proprietà intellettuale, tutela della libera circolazione dei servizi, tutela della libertà di informazione». Nella stessa ordinanza, si può leggere che «il controllo preventivo non pare condotta esigibile dall’hosting, dal momento che il giudice italiano non può porre uno specifico obbligo di sorveglianza in violazione del chiaro dettato comunitario» e che «il fornitore del servizio non può essere assoggettato all’onere di procedere ad una verifica in tempo reale del materiale immesso dagli utenti – onere non esigibile in ragione della complessità tecnica di siffatto controllo e del costo».

    Una sentenza che lascia sicuramente l’amaro in bocca a Mediaset, che da anni ha cominciato a presentare ricorsi contro tutti i siti che trasmettono un video o brani di un video ripreso dalle sue emittenti. Lo ha fatto con YouTube, trovando anche ascolto presso i magistrati, ma quando ha capito che poteva sfruttare la diffusione «illegale» come un grande strumento di marketing pubblicitario ha allentato la morsa. In fondo, era pubblicità gratuita per le sue trasmissioni. Ma quello che invece Mediaset proprio non accetta è il fatto che su Blogspot fossero diffusi i video della partite di serie A. E così ha presentato il ricorso contro Google.

    La decisione dei magistrati romani fa comunque emergere un fatto. La legislazione attuale sul diritto d’autore è sbilanciata a favore delle imprese e limita la libera circolazione della informazioni. Inoltre, sostiene che un provider – la società che garantisce l’accesso alla Rete – non deve trasformarsi in un guardiano e censore dei comportamenti dei «naviganti». Ma, ironia della sorte, afferma questi argomenti di buon senso all’interno di un contenzionso di due imprese – Mediaset e Google – che fanno dello sfruttamento dei contenuti il loro core business, con eguali ambizioni monopoliste. Ma su scala diversa. Mediaset guarda solo all’Italia. Google ha una ambizione molto più globale.

di benedetto
pubblicato il 16 dicembre 2011
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  • «Operation Green Right». E’ questo il nome dell’operazione lanciata dal gruppo hacker Anonymous contro il sito della Torino-Lione per appoggiare il movimento No Tav della Val di Susa. L’intrusione ha rallentato le operazioni del sito e si è conclusa con un messaggio lasciato dai mediattivsti in cui spiegavano i motivi dell’azione. Nei prossimi giorni sono previste alcune mobilitazioni dei NoTav che si dovrebbero concludere con un nuovo tentativo di bloccare i lavori in corso in Val di Susa per i treni ad alta velocità che dovrebbero colelgare Torino con la città francese di Lione.

     

     

di benedetto
pubblicato il 6 dicembre 2011
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  • Nei giorni scorsi si è tenuta a Trento la sessione italiana dell’Internet Governance Forum (www.igfitalia2011.it/), un organismo non governativo che si propone come uno spazio di discussione relativo ai temi della gestione e dello sviluppo del World Wide Web. Il 2011 è un anno di anniversari per Internet – vent’anni fa Tim-Berners Lee mise on line un programma di gestione per la navigazione in Rete che ha cambiato per sempre il modo per connettersi al web -, che è diventato un media «universale» per alcuni miliardi di uomini e donne. Allo stesso tempo alcuni problemi rispetto alla sua gestione sono ancora sul tappeto. In primo luogo, il diritto di accesso alla Rete, ritenuto da alcuni un diritto universale – A Trento Stefano Rodotà ha proposto che il diritto di accesso alla Rete venga inscritto nella Costituzione italiana -, nonostante il fatto che in gran parte del globo sia regolato da meccanismi di mercato, attraverso contratti di connessione con questo o quel provider. C’è poi da sciogliere il nodo della «neutralità» della Rete, cioè che non ci siano discriminazioni secondo il censo o se ha stare in rete sia un singolo o un’impresa. Finora il web è stato «neutrale», ma sono molte le imprese che chiedono con insistenza di differenziare l’accesso a Internet in base a quanto si paga per la connessione. Recentemente il presidente statunitense ha fatto approvare un ordine del giorno dal senato statunitense in cui su ribadisce la neutralità della Rete. Una buona notizia, non c’è che dire, sebbene il rischio che nei prossimi anni ci siano due Internet – una superveloce per le imprese e per chi paga canoni molto alti; l’altra lenta e povera di contenuti per le «masse» – continui a rimanere molto alto. C’è, infine, il tema della proprietà intellettuale, che vede alternarsi proposte governative e sovranazionali a favore di legislazioni e norme estremamente repressive per chi viola la proprietà intellettuale e un diffondersi di esperienze che regolano il copyright e i brevetti all’insegna della condivisione e della reciprocità.

    A Trento, tuttavia, questi problemi si sono intrecciati con la realtà italiana, caratterizzata da una vera e propria dismissione da parte dello Stato per quanto riguarda investimenti e potenziamento delle infrastrutture. E silente lo Stato italiano lo è stato anche per quanto riguarda lo sviluppo della modalità di trasmissione via etere, cioè il cosiddetto Wi-fi, che in Italia ha visto la solita pantomima dell’asta per la cessione delle frequenze. Ad avvantaggiarsene, per il momento, le solite quattro, cinque imprese, anche se ci sono state diverse regioni e provincie che hanno annunciato progetti di sviluppo del cosiddetto Wimax, che garantiva l’accesso gratuito alla Rete. Obiettivo repentinamente abbandonato, visto che si stanno affermando la solita logica che lo stato, in questo caso: comuni, province e regioni, sta dando in appalto a privati la gestione del wimax.

    Ed è in questo contesto che l’Internet Governance Forum ha inviato a Mario Monti, designato come possibile premier dal presidente della Repubblica, una lettera aperta affinché il futuro governo inverta la rotta dei precedenti presidenti del consiglio, che hanno sempre avallato la riduzione dei finanziamenti al potenziamento della Rete. Anche in questo caso, una lodevole iniziativa, nonostante sia abbastanza probabile che un liberista convinto come il bocconiano e consulente di Goldman Sachs possa rispondere positivamente alle sollecitazioni in nome del libero mercato, che come diceva Marx garantisce ogni diritto a patto che te lo puoi permettere.

    Al di là del fatto che il destinatario della lettera risponda o meno, rimangono aperti tutti i problemi sopraelencati. Per chi scrive, ad esempio il diritto d’accesso dovrebbe avere caratteristiche universali e di gratuità, per la conoscenza e la Rete sono beni comuni. Inoltre, le norme e le leggi sulla proprietà intellettuale hanno favorito la formazione di oligopoli per quanto riguarda il software. Ma oligopoli si sono formati anche a partire dalla gratuità. Il caso più eclatante è Google (www.google.it), che ha acquisito una posizione dominante grazie alla gratuità del suo motore di ricerca, trasformando l’uso che se fa in un potente motore di profitti. E lo stesso si può dire anche per i social network Facebook (www.facebook.com) e, in misura minore, Twitter (http://twitter.com/). Sono solo alcuni esempio per segnalare che l’intreccio tra proprietà intellettuale e diritto d’accesso è molto più articolato. La posta in gioco è, infatti, come la comunicazione sia diventata un business che poco ha a che fare con la retorica della libertà di espressione e d’informazione se poi il cloud computing è nelle mani delle imprese.

    Poco è emerso, stando alla lettura dei materiali, uno dei problemi da sempre rimossi dai lavori dell’Internet Governance Forum, cioè che la crisi stia falcidiando il mercato del lavoro relativo alla Rete. Salari ridotti al minimo, precarietà dilagante, ridimensionamento della produzione del software. E disoccupazione dilagante, che provoca anche in questo settore una strisciante «fuga di cervelli» dall’Italia. Ma questa è un’altra storia, che se messa in rilevo riuscirebbe comunque a spiegare meglio le dinamiche attinenti lo sviluppo della Rete.

di benedetto
pubblicato il 14 novembre 2011
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  • Benedetto Vecchi

    Julian Assange può essere estradato in Svezia per essere processato con l’accusa di «stupro» e «molestie sessuali». Il fondatore di Wikileaks ha annunciato che farà ricorso alla Corte Suprema. Ogni previsione su come andrà a finire lascia il tempo che trova. La sorte di Assange corre infatti sul filo dell’interpretazione della legge inglese e del trattato di estradizione tra il Regno Unito e la Svezia. Quello che preoccupa Assange non è però il processo in Svezia, ma la richiesta di estradizione che pende su di lui da parte del Dipartimento di Stato statunitense, che l’ha accusato di aver attentato alla sicurezza nazionale dopo la pubblicazione di alcuni materiali segreti del Pentagono, in particolare il video che testimonia l’uccisione a Baghdad di alcuni reporter e cameraman dell’agenzia Reuters da parte dall’esercito statunitense.
    Per la diffusione di quel materiale è già stato accusato Bradley Manning, marine addetto alla sicurezza del sistema informativo dell’esercito americano in Iraq che aveva però deciso di informare il mondo su quanto accadeva nelle strade di Baghdad, mettendo così fine all’ipocrisia della «guerra giusta». Manning si considerava un patriota, ma era anche un hacker che credeva nella libertà di circolazione del sapere. Aveva scaricato una quantità enorme di documenti e video che testimoniavano la sporca guerra e solo dopo molte esitazioni aveva deciso di passarli a Julian Assange.
    Il blocco dei fondi
    Se la decisione della magistratura inglese sarà confermata dalla Corte suprema, Assange sarà quindi estradato in Svezia. Gli avvocati puntano infatti sulla differenza tra la legge inglese e quella svedese per quanto riguarda proprio l’accusa di stupro. Assange è stato infatti accusato da due donne con cui aveva avuto rapporti sessuali consenzienti e «protetti» una prima volta. Ma entrambe le donne lo hanno denunciato per aver fatto forti pressioni per fare un’altra volta l’amore; e che quando questo è avvenuto non ha voluto usare il preservativo. La denuncia per stupro e «molestie sessuali» è arrivata quando Assange aveva lasciato la Svezia. Da subito il fondatore di Wikileaks ha gridato al complotto da parte degli Stati Uniti per incastrarlo e avere così la possibilità di poterlo estradare.
    La decisione di ieri, tuttavia, ha un significato politico che va al di là delle motivazioni giuridiche illustrate dal giudice inglese. Infatti, l’accettazione della richiesta svedese può rappresentare un vero e proprio colpo mortale a Wikileaks, cioè a un’esperienza che ha terremotato la Rete e messo in difficoltà la diplomazia e i governi di molti paesi. Nella settimana scorsa, Julian Assange aveva convocato una conferenza stampa per denunciare il blocco decretato da MasterCard, Visa e PayPall per le donazioni private alla sua organizzazione. In quell’occasione era stata annunciata la sospensione delle attività di Wikileaks per mancanza di fondi. L’aspetto più inquietante della vicenda è che non c’è stata nessuna campagna o iniziativa da parte dei media sul fatto che il blocco delle donazione è stato deciso su indicazione del governo di Washington, con buon pace della non ingerenza dello Stato nelle attività economiche così fortemente caldeggiata dai cultori del libero mercato, che hanno un forte ascendente nell’amministrazione di Barack Obama. Allo stesso tempo, Julian Assange doveva, deve fare i conti con una caduta di attenzione verso i materiali diffusi da Wikileaks e con il deterioramento dei rapporti con i quotidiani con cui aveva stabilito un accordo per la loro diffusione.
    È infatti dei mesi scorsi la notizia della rottura con il giornale inglese «The Guardian» e delle dichiarazioni antipatizzanti verso Assange da parte del direttore del «New York Times», secondo il quale Wikileaks è un milieu poco convincente di virtuosismo tecnologico, radicalismo politico anticapitalista e dilettantismo giornalistico. Allo stesso tempo, il numero dei componenti dello staff di Wikileaks è diminuito.
    Il silenzio degli hacker
    Alcuni di loro, come il tedesco Daniel Domscheit-Berg, hanno lasciato polemicamente Wikileaks a causa della gestione accentratrice e autoritaria di Assange (l’attivista berlinese racconta il suo travagliato rapporto con Assange nel volume Inside Wikileaks, Marsilio editore). Altri, invece, hanno preferito lasciare Wikileaks senza troppo clamore, ma come testimonia anche l’autobiografia non autorizzata scritta dai giornalisti investigativi de «The Guardian» David Leigh e Luke Harding (Wikileaks, Nutrimenti Edizioni) lo staff di Wikileaks si è ridotto drasticamente, omettendo però di aggiungere che è sempre stato così e che le «defezioni» più numerose sono arrivate dai collaboratori e dai volontari che hanno aiutato non poco l’organizzazione a funzionare abbastanza efficacemente. L’aspetto meno indagato, per il momento, è se il consenso dei gruppi hacker militanti verso Wikileaks è venuto meno. Da quando è cominciata la diffusione dei materiali «riservati» molti gruppi hanno manifestato la loro solidarietà a Julian Assange, al punto che non pochi hacker hanno compiuto azioni in rete contro siti di imprese e governi considerati suoi persecutori.
    Il gruppo più noto è quello di Anonymous, che ha scelto come simbolo di una attitudine in favore di una radicale libertà di espressione e di condivisione dell’informazione la maschera indossata dal protagonista del film cult «V per Vendetta», indossata anche da molti attivisti durante le manifestazioni studentesche inglesi dello scorso autunno, dagli indignados spagnoli o italiani il 15 Ottobre. Ma se all’inizio le azioni a sostegno di Wikileaks venivano annunciate e successivamente rivendicate, negli ultimi mesi la galassia di Anonymous ha sempre meno fatto riferimento a Wikileaks nei loro documenti e video diffusi nel Web, concentrandosi invece sull’operato di questo o quel governo per quanto riguarda le limitazioni della libertà di espressione, le repressive in difesa della proprietà intellettuale o, cosa molto più significativa, la critica alle politiche di austerity e l’aiuto alla banche e alle imprese finanziarie, considerate a ragione responsabili della crisi economica, messe in atto dai governi europei e statunitense (nei giorni scorsi alcuni hacker di Anonymous hanno lavorato con «OccupyWallStreet»).
    Una serie di difficoltà che ha determinato di fatto la paralisi di Wikileaks, visto che l’interruzione della diffusione dei materiali è antecedente alla decisione di sospendere l’attività. È presto per dire se Wikileaks è al tramonto. Sta di fatto che ha perso la sua forza propulsiva. E tuttavia ha raggiunto gran parte dei suoi obiettivi. In primo luogo, la denuncia che il segreto di stato, o industriale, mette in discussione la natura democratica dei paesi che ne fanno ampiamente uso. Una antica verità che Wikileaks ha reso attuale. Meno convincente è la convinzione da parte di Julian Assange che la totale trasparenza sia sinonimo di maggiore libertà. Da questo punto di vista, Wikileaks non ha saputo registrare il fatto che trasparenza non è sinonimo di libertà, perché l’aumento della mole di informazioni – l’entropia – non comportava certo il default del web, ma l’impossibilità di discernere il rumore di fondo prodotto dal chiacchiericcio nella Rete dalla comunicazione «sensibile», cioè riferita al governo della cosa pubblica. Gli stessi materiali messi in Rete da Wikileaks sono un insieme di informazioni banali e informazioni invece rilevanti. L’inflazione dei materiali ha così ridimensionato la portata delle informazioni diffuse.
    Il sogno di un liberale
    Da qui prende avvio la crisi di Wikileaks, che è diventata evidente quando la strategia dei governi per neutralizzare la sua opera di informazione ha scelto l’esercizio di un soft power. Nessuna censura, né azioni per colpire i server dove sono memorizzati i materiali ancora in possesso di Julian Assange, bensì la limitazione delle risorse economiche per Wikileaks, assieme alle pressioni sui media affinché lo tsunami dei cablogates – i dispacci delle ambasciate ai rispettivi dipartimenti di stato o ministeri degli esteri – fosse contenuto, come testimonia il comportamento ambivalente del «New York Times».
    Le contraddizioni, i vicoli ciechi che hanno caratterizzato Wikileaks non ridimensionano tuttavia la portata della sua esperienza, che ha appunto raggiunto il suo obiettivo – la messa in discussione del segreto di stato – senza però che questo significasse l’inzio di una democrazia reale perché tutti i cittadini sono ampiamente informati per prendere le giuste decisioni. Il sogno liberale di Julian Assange ha dovuto fare i conti con i rapporti di potere esistenti dentro e fuori la Rete. Non si è accorto che erano cambiati e che la realtà stessa del web era mutata grazie a Wikileaks. Rimanendo così prigioniero del personaggio che ha interpretato: l’hacker che voleva cambiare il mondo, ma che non è riuscito però a creare quella condivisione indispensabile per cambiare proprio il mondo.

     

    articolo apparso su il manifesto del 3 novembre

di benedetto
pubblicato il 3 novembre 2011
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  • Benedetto Vecchi
    Steve Jobs ha avuto la statura di Martin Luther King e di Gandhi. È solo una delle avventate dichiarazioni seguite alla sua morte che testimonia un giudizio diffuso: Jobs imprenditore illuminato, progressista. Un abbaglio che è stato ironicamente commentato in Rete e che fuori dallo schermo ha portato, con un vezzo tutto provinciale, la sezione romana del partito di Nichi Vendola ad affiggere manifesti listati a lutto nella capitale. Quello che colpiva del manifesto non era però il tributo a Jobs, bensì il fatto che il nome del partito – Sinistra Ecologia e Libertà – era iscritto dentro la mela morsicata di Apple, a testimoniare che lo spirito della società di Cupertino era fatto proprio. Le reazioni di Vendola, che ha invitato a guardare più criticamente la realtà e a non farsi sopraffare dall’emozione, hanno amplificato in Rete l’episodio, che è stato sarcasticamente commentato nei social network e da molti mediattivisti. L’episodio, tuttavia, mette in evidenza come il giudizio sull’operato di Steve Jobs sia scandito da iperboli come rivoluzione, libertà. La vicenda di Apple è significativa non per i giudizi che ne danno i suoi apologeti, ma perché esprime un modello di impresa incardinata su alcuni pilastri: downsizing, valorizzazione del marchio, marketing aggressivo e uso dei consumatori in fonti di innovazione del prodotto.
    Il primo che ha messo da parte il silenzio di circostanza è stato Richard Stallman che, indifferente al coro di elogi per la sua attività di imprenditore, ha usato parole durissime verso Steve Jobs, paragonandolo a un demonio che voleva trasformare il computer e la Rete in uno strumento e un luogo antitetici alla libertà di espressione e alla libera circolazione delle informazione. Parole durissime che non concedono nulla a quella pietas che accompagna sempre una morte.
    Le parole di Stallman non possono però essere stigmatizzate come una caduta di stile, perché fanno emergere un modello di impresa che sarebbe troppo facile liquidare come una semplicistica tecnoutopia. Dietro le parole taglienti di Stallman, c’è la convinzione che Apple, e altre imprese come, ad esempio Google, Facebook e Microsoft, sono un ostacolo al libero sviluppo delle forze produttive in un settore, l’informatica, divenuto fattore decisivo nella definizione dei rapporti di potere e sociali nella realtà contemporanea.
    Non è certo una novità che l’ispiratore del movimento del software libero abbia da sempre considerato Apple come un’impresa agli antipodi di una visione libertaria del computer e della Rete. I computer, prima, e l’iPod, l’iPhone e il recente iPad della Apple sono stati liquidati come i prodotti figli di una visione medievale, luciferina del rapporto uomo-macchina, indipendentemente dal fatto che sono facili da usare. Per Stallman, infatti, la loro semplicità è poco cosa rispetto al fatto che non si può accedere al software che li fa funzionare. Sono cioè quei sistemi chiusi contro i quali Stallman ha più volte chiamato a raccolta per boicottarli.
    Richard Stallman è un libertario incline a fare proprio quel filone mistico del populismo statunitense che ha sempre considerato la grande impresa come un moloch che rende schiavi uomini e donne. Non è tuttavia un nemico della proprietà privata. Anzi, ha più volte sottolineato che la produzione di «software libero» è pienamente compatibile con essa. La dichiarazione per la morte di Jobs fanno infatti emergere infatti una concenzione del capitalismo digitale e un modello di impresa antitetica a quella espressa dal fondatore della Apple.
    Stallman, infatti, ha sempre sostenuto che per quanto riguarda la Rete, il libero mercato debba basarsi su piccole imprese che producono manufatti materiali e immateriali «aperti», cioè modificabili dall’utente. Allo stesso tempo ha sostenuto – qui il rinvio sono ai molti interventi comparsi nel sito della «Free software foundation» e agli scritti raccolti in due volumi da Stampa alternativa (Software libero, pensiero libero) – che ogni impresa con propensioni monopoliste è un attentato alla libertà di pensiero. E Apple è tra queste.
    A questo punto è essenziale soffermarsi sul modello di impresa plasmato da Steve Jobs fin dalle origini, individuando i punti di continuità e di discontinuità.
    Apple nasce all’interno di un contesto, quello californiano, dove la controcultura degli anni Sessanta ha perso la sua spinta propulsiva, conservando tuttavia la capacità di attrarre molti studenti universitari che frequentano le facoltà scientifiche, grazie ad alcune personalità che non nascondono il loro impegno nel mouvement statunitense, come attesta l’importante libro Hackers di Steven Levy (Shake edizioni). Da questo incontro si sviluppano alcune esperienze che sono note a Steve Jobs e Steve Woziniak. È in questo contesto che nasce la Apple, impresa che afferma di non volere seguire mai le orme della Ibm, leader indiscussa del settore informatico fino agli inizi degli anni Ottanta. Noto è il video di promozione del primo McIntosh, che vede una donna che si scaglia contro il grande fratello Ibm. I due fondatori vogliono una impresa snella, con poca burocrazia interna e gerarchie tanto esili quanto informali. L’attenzione è data alla qualità dei prodotti, al loro design e alla facilità d’uso, attingendo a manufatti digitali già sviluppati e spesso di public domain, come il software per la gestione delle interfacce grafiche sviluppato dallo Xerox Parc di Palo Alto. È quindi un modello che consente alla Apple di crescere e diventare l’espressione di uno spirito imprenditoriale nuovo, innovativo in senso shumpeteriano e tuttavia alternativo a quello della grande impresa. Ma sono proprio queste caratteristiche – qualità dei prodotti, capacità innovativa – che verranno rimproverati a Jobs, quando sarà defenestrato e messo ai margini. Apple diventa così una impresa come tante altre, arrivando però sull’orlo del fallimento. Il ritorno di Steve Jobs è salutato come un ritorno alle origini.
    Fuori però c’è la Rete, la Microsoft è diventata la big one che vede profilarsi all’orizzonte una tempesta che sarà chiamata web 2.0. Steve Jobs è consapevole che Apple ha perso terreno, smalto e capacità innovativa. Deve compiere un vero e proprio detournement, cercando così di anticipare il prossimo futuro. Il punto da cui parte è la progressiva connessione di uomini e donne alla Rete. Ciò che manca sono gli strumenti di questa connettività pervasiva. Da qui l’iPod per ascoltare musica scaricata dalla Rete, attualizzando quel walk man che aveva fatto la fortuna della Sony nei primi anni Ottanta del Novecento. E visto che Steve Jobs si è convertito senza colpo ferire al sacro rispetto del copyright, mette in piedi iTunes, dove la musica scaricata viene pagata, garantendo all’industri discografica il pagamento del diritto d’autore. È questa la prima discontinuità che introduce in Aplle, che deve diventare la prima impresa di un’«era postpc», dove per pc si intende personal computer. In un inserto di uno degli ultimi numeri della rivista «Economist», viene analizzato quale sarà lo scenario del futuro, dove i computer avranno un ruolo sempre meno rilevante a partire dal sorpasso nelle vendite degli smartphone sui computer.
    L’iPhone voluto da Jobs va in questa direzione. E le vendite e i profitti gli danno ragione. Ma quando arrivano agguerriti concorrenti, nuova intuizione: uno strumento che ha tutte le caratteristiche del pc, ma ultra piatto, semplice da usare – l’interfaccia touch screen viene di nuovo nobilitata dopo che era stata gettata alle ortiche tre decenni decenni prima – e potenzialmente capace di garantire portabilità e connessione continua alla rete. L’iPad è l’evento tecnologico del 2010 che porta Apple nel gotha del capitalismo contemporaneo.
    L’altra discontinuità introdotta da Steve Jobs attiene la produzione dei suoi manufatti e il rapporto tra impresa e consumatori. È una discontinuità che ha implicazioni ben più profonde dell’iPhone e dell’iPad. In primo luogo, il downsizing diventa la regola. Ne sanno qualcosa gli operai e le operaie di molte fabbriche del sud-est asiatico, a partire dalla cinese Foxconn, dove i sucidi degli operai hanno svelato condizioni schiavistiche di lavoro. Anche molto del software usato è «esternalizzato», attingendo a volte tra il software open source o appaltando la sua produzione agli sweet shops disseminati nel Nord e nel Sud del pianeta. Più spregiudicato è invece il rapporto tra impresa e consumatori. È qui che entra in campo il carisma di Jobs.
    Ogni sua apparizione ricordava gli speech dei predicatori statunitensi delle chiese riformate, con Jobs che parla del futuro e il pubblico che commenta ad alta voce, applaude, ride. La piccola comunità dei fan Apple diventa globale e il logo della mela morsicata è sinonimo di uno stile di vita basato sulla convivialità, fiducia nel progresso tecnologico, tolleranza e un controllato anticonformismo. È questa la forza comunicativa della mela morsicata, che presenta una cooperazione sociale pienamente funzionale alla mission imprenditoriale.
    Steve Jobs è stato l’artefice di questa produzione di senso, dando forma a un modello di impresa efficace. Con un limite, tuttavia. Nel mondo «postpc» i contenuti sono essenziali, perché già adesso ci sono prodotti analoghi all’iPad competitivi sul prezzo e di qualità eguale se non superiore al tablet della Apple. Il futuro della Apple è dunque incerto. A meno che nei tanti progetti elaborati prima della sua morte non ci sia come sfruttare l’intelligenza collettiva della «comunità globale» degli adoratori del marchio Apple.

    Articolo apparso il 14 ottobre su il manifesto

di benedetto
pubblicato il 14 ottobre 2011
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  • Gli Stati Uniti piangono il primo santo laico di questo inizio di millennio. La morte di Steve Jobs ha infatti suscitato un vero e proprio movimento spontaneo di uomini e donne che sono andati in pellegrinaggio, armati iPod e iPad alzati verso il cielo, alle cattedrali da lui volute, gli Apple Store. In molti, a New York o a Palo alto, dove Steve Jobs abitava, hanno deciso di vegliare per tutta la notte il carismatico capo della Apple. Anche la Rete si è fermata, inondata di messaggi, post, articoli, ricordi. Bill Gates, fondatore della rivale Microsoft e suo antico avversario negli affari, gli ha dedicato un affettuoso ricordo. Mark Zuckeberg di Facebook ha dipinto Jobs come un maestro di vita; Larry Page e Sergej Brin di Google hanno scelto una forma sobria, ma egualmente deferente. Il nome di Steve Jobs era posto sotto la barra della ricerca nella home page di Google. Mai si era visto in Rete un link diretto di un’impresa al suo diretto concorrente. Più che un santo laico, per Steve Jobs si dovrebbe parlare di guru, vista la sua passione per la filosofia orientale. Una passione nata a metà degli anni Settanta a San Francisco, quando gli echi della controcultura giovanile non erano ancora stati travolti dall’ondata reaganiana che, partendo proprio dalla California, da lì a poco avrebbe investito gli Stati Uniti. Steve Jobs non aveva frequentato grandi università, ma era stato segnalato alla Hewlett-Packard, dove aveva iniziato a lavorare con Steve Wozniak.
    La leggenda di Apple nasce proprio con questo incontro. È stata molte volte narrata, arricchendosi via via di dettagli ma l’avvio vede sempre un gruppo di ragazzi che si riunisce in un garage per costruire qualcosa che cambierà il mondo. Tra quel gruppo di ragazzi girava una fanzine in cui venivano magnificate le possibilità offerte da una macchina per fare calcoli che però poteva essere programmata anche per fare altro. La parola d’ordine che campeggiava, polemica verso il modello dominante nell’informatica rappresentato da Ibm, era «computer al popolo». Jobs e Wozniak riescono tradurre quell’utopia tecno-sociale in un computer. Apple II nasce così.
    È allora che emerge la grande capacità di Steve Jobs di pensare a una macchina comunicativa di uno stile di vita, di una «cultura». Massima attenzione al design e alla promozione dell’oggetto, fattori che fanno sempre riferimento a un’attitudine antiautoritaria e critica verso il «sistema», sinonimo di strutture gerarchiche e annichilimento della creatività individuale. Lo stile dei computer Apple è unico, riconoscibile. Un’attenzione quasi maniacale che coinvolge lo schermo, la tastiera e i colori. Sempre sobri. Un bianco virginale o un nero lucido che cattura l’attenzione. Insomma hanno un glamour che fa sembrare gli altri computer un grigio assemblaggio di ferraglia. La scelta del logo strizza invece l’occhio alla cultura underground informatica: la mela morsicata è interpretata come omaggio a Alain Touring, il matematico che si tolse la vita mangiando appunto una mela avvelenata dopo le vessazioni subite dai servizi segreti inglesi, che lo avevano di fatto sequestrato per la sua omosessualità e per aveva espresso la volontà di rendere pubbliche alcune ricerche top secret.
    Steve Jobs è stato un grande innovatore, cioè colui che riesce a combinare saperi specialistici già noti in forma creativa. Attitudine che lo ha portato a fare il primo errore. L’ascesa di Apple nell’Olimpo degli affari non tollerava l’indifferenza a quanto accadeva nel settore produttivo in cui operava. Ibm era stata messa ai margini da Microsoft, che stava imponendo uno standard nei sistemi operativi attraverso un accordo con Intel, cioè la società leader nella produzione dei microprocessori. L’indisponibilità di Jobs a confrontarsi con la nuova realtà che aveva contribuito a creare gli costa l’emarginazione in Apple. Se ne va, ma non torna a casa. Nel frattempo, infatti, contribuisce a far crescere la Pixar. Poi torna alla Apple, perché chiamato a salvare la sua creatura dal fallimento. Il resto è storia recente. iPod, iPhone, iPad. E Apple diventa una delle imprese più ricche del mondo.
    E qui la seconda innovazione introdotta da Steve Jobs. È convinto che deve fare leva su un «marketing virale» che ha come vettori la comunità dei consumatori Apple. Favorisce la nascita su Internet di forum di discussione, li invita a suggerire come migliorare i prodotti – da questo lavoro gratuito nascono molte apps, le applicazioni che fanno impazzire gli amanti dei nuovi prodotti. Apple deve diventare un brand che è anche uno stile di vita. In questo, Steve Jobs compie un’operazione che differisce da quanto accade nella cosiddetta «economia del logo». La Nike punta infatti allo swoosh come rispecchiamento della cultura di strada. La Apple di Steve Jobs compie un ribaltamento del punto di vista. Il brand, per Steve Jobs, deve avere una funzione pedagogica: chi acquista un iPod o un iPhone o un iPad deve fare suoi valori, attitudini, linee di condotta elaborati da altri. Dall’impresa, certo, e poi da quella base materiale che sono i consumatori. Per questo, Jobs punta sugli Apple Store, luoghi di culto in cui i commessi recitano le meraviglie dei prodotti Apple come un mantra che fa accedere al Nirvana. Omettendo però il fatto che le macchine Apple sono prodotte là dove il costo dei lavoro è basso, come accadeva alla Foxconn cinese, diventata nota per il suicidio di molti operai schiacciati dalle condizioni quasi schiavistiche del loro lavoro.
    Steve Jobs è stato sensibile alle critiche. E ha dichiarato solennemente che non avrebbe mai più fatto affari con imprese che violavano i diritti umani. In fondo, in patria, era un sostenitore di Obama e ritenuto il simbolo dell’imprenditore «democratico» in contrapposizione a Mark Zuckeberg di Facebook, considerato imprenditore spregiudicato e «repubblicano» perché fa affari trasformando in merce i profili individuali del suo social network. La dichiarazione di indisponibilità della Apple nel voler produrre negli sweet shop è però spesso rimasta solo un intento, visto che si sono moltiplicate le denunce delle condizioni di lavoro nelle imprese che producono per la società di Cupertino. Steve Jobs è stato inoltre indifferente verso chi accusava Apple di sviluppare prodotti proprietari, il contrario cioè di quanto sostengono gli esponenti dell’open source e del free software. Anzi ha più volte rivendicato la difesa della proprietà intellettuale. In fondo, si deve a lui, attraverso iTunes, che scaricare la musica dalla Rete pagando sia diventato un modello di business. Una scelta in favore della proprietà intellettuale che è stata stigmatizzata come un tradimento della vision libertaria delle origini. Ma questo non ha significato una perdita di appeal per la Apple, che è diventata nel corso degli ultimi due anni una delle società globale che si rivolte a un pubblico globale. E le sue quotazioni in borsa sono ancora alle stelle, anche se molti sono i dubbi sulla capacità del suo successore di fronteggiare un habitat, la Rete, turbolento e fortemente competitivo.
    In un discorso tenuto poco tempo fa a Stanford, che può essere considerato il suo testamento spirituale, Jobs invitava i giovani a perseguire e a lottare per i loro sogni. Parole commoventi. Basta però intendersi per quale realtà valga la pena battersi.

    Articolo apparso su il manifesto il 7 ottobre

di benedetto
pubblicato il 7 ottobre 2011
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  • BenOld

    Nessuna terza via, sia ben chiaro. Serve semmai una critica radicale rispetto a due modelli che potrebbero rendere la Rete la versione tardomoderna dei media mainstream. Da una parte ci sono Stati Uniti, dall’altra i paesi del bric, cioè Brasile, Russia, India e Cina. Il veccchio continente e gli Usa vogliono che Internet sia governata secondo una logica multi-stakeholder, cioè attraverso la partecipazione di governi, imprese e gruppi della scoeità civile. Il Bric propone un International Code of Conduct for Information Security in base al quale ogni governo nazionale controlla la sua parte di rete per poi coordinarsi con gli altri governi per definire standard glessibili condivisi a livello internazionale.Una divisione emersa a Nairobi nell’ultimo Internet Governance Forum. Sullo sfondo il ruolo svolto dalla Rete nelle primavere arabe. C’è da dire che la proposta di Stati Uniti e Europa appare più accattivante, mentre la seconda ha l’odore del controllo statale. Una raprpesentazione tuttavia errata. Si tratta infatti di due modelli che tendono entrambi a normalizzare Internet per farla diventare un luogo propizio per il business e che releghi ai margini il mediattivismo e la critica alla proprietà intellettuale. Da Nairobi sono filtrate solo poche notizie, ma è evidente che la Rete sta diventando un laborastorio per ridefinire le sfere di influenza e la volontà di potenza degli Stati e delle imprese.

    Articolo apparso su il manifesto il 6 ottobre

di benedetto
pubblicato il 7 ottobre 2011
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  • Quelle arabe sono state chiamate Twitter Revolution, sottolineando il ruolo che la rete e i telefoni cellulari hanno avuto nell’organizzare i despoti tunisino e egiziano. Con il tempo, l’enfasi ha lasciato il posto a una più cauta valutazione, che ha tuttavia sottolineato che Internet è stata il megafono di quelle insurrezioni al di fuori della Tunisia prima e l’Egitto poi. Ora Augusto Valeriani ha mandato alle stampe un saggio che analizza il «fattore Twitter» nelle mobilitazioni delle Organizzazioni non governative, nel giornalismo e nella diplomazia (Twitter factor, Laterza, pp. 183, euro 12). L’autore è convinto che la Rete abbia profondamente influito nel modo di produrre e far circolare l’informazione. In primo luogo ha quasi del tutto annullato lo spazio temporale tra elaborazione e diffusione dell’informazione, grazie al circolo virtuoso dell’interattività. Il modello comunicativo «da tutti a tutti» consentito da Internet ha cioè reso i media molto più esposti alle critiche e alla capacità di demistificazione da parte dei «consumatori di notizie». Da qui la diffusione del cosiddetto citizen journalism, cioè di uomini e donne che gestiscono siti informativi non commerciali, portando in evidenza fatti e accadimenti che i media tradizionali avrebbero ignorato; oppure la capacità di condizionare le scelte dei media inviando direttamente a giornali e tv articoli, reportage e video.
    La comunicazione politica, invece, ha nella Rete uno straordinario strumento per essere più capillare. Da qui il dubbio che tale pervasività diventi la via maestra per una colonizzazione della vita sociale. Ma se questo è uno dei rischi presenti nella rete, per le Organizzazioni non governative il web diventa un medium potente nelle campagne di sensibilizzazione dell’opinione pubblica occidentale su temi drammatici come la fame, la violazione dei diritti umani. Con acume, Valeriani ricorda l’uso di alcune star, come Angelina Jolie, fatto dall’Onu o da altre Ong per denunciare la situazione di alcuni paesi africani.
    Per quanto la diplomazia, il «fattore Twitter» ha sicuramente aiutato gli Stati nazionali nel presentare le proprie posizioni su lacune controversie internazionali. Allo stesso tempo, però, la Rete è diventata il canale di diffusione di cables riservati, come dimostra l’azione di Julian Assange e Wikileaks. Dunque un processo di democratizzazione della diplomazia, da sempre poco propensa a rendere pubbliche le proprie azioni e trame.
    Augusto Valeriani ha l’indubbia capacità di sottolineare le discontinuità tra passato e presente, offrendo tuttavia una lettura progressiva del «fattore Twitter». Ciò che viene messo in ombra sono infatti i fattori «indicibili» della Rete. Ad esempio, il citizen journalism consente ai media di accedere gratuitamente a fonti di informazione non conformiste o a pagare molto poco i «collaboratori-cittadini». È cioè il modo per appropriarsi dell’intelligenza collettiva presenti in Rete.
    Allo stesso tempo i social network usano le informazioni personali come merce da vendere al migliore offerente; oppure a trasformare le clouds (le nuvole) di dati formati dall’informazione su una insurrezione come quella tunisina come una proprietà di questa o quella impresa. Lo stesso vale per le public relation avviate dagli stati nazionali attraverso Facebook o Twitter. In entrambi i casi, avviene una spettacolarizzazione della politica attraverso quella produzione della realtà che, lo stesso autore riconosce, essere una caratteristica della Rete. Per sfuggire alle tentazioni di abbandonare la Rete o, all’opposto, di aderire acriticamente alla vita in rete vale il vecchio adagio di stare «dentro e contro» per smontare le false illusioni alimentate dal «fattore Twitter».

    Articolo apparso su il manifesto il 5 ottobre

di benedetto
pubblicato il 7 ottobre 2011
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  • «L’Eclissi», dialogo tra Carlo Formenti e Franco Bifo Berardi

     

    Un dialogo tra due studiosi, osservatori, talvolta mediattivisti dell Rete, che non concedono nulla al determinismo tecnologico spesso troppo presente nella network culture. Entrambi dichiarano una lettura partigiana di quanto sta accadendo nel web. Il primo, Franco Bifo Berardi, privilegia una prospettiva «antropologica»; il secondo, Carlo Formenti, è un filosofo di formazione. Entrambi però non nascondono che il loro dialogo punta a contribuire a una critica dell’economia politica della Rete. Il libro che hanno mandato alle stampe – L’Eclissi, Manni editore, pp. 96, euro 10 – suscita interesse e anche significativi dissensi, a partire, per esempio, dal diffuso pessimismo antropologico che scandisce il loro dialogo. L’aspetto tuttavia più interessante del volume è racchiuso nel sottotitolo – «Dialogo precario sulla crisi della civiltà capitalistica» – perché affronta direttamente molti dei nodi che la crisi globale ha messo in evidenza. In primo luogo che non è congiunturale, bensì mette in discussione proprio una civiltà; che l’uscita da essa può essere immaginata pensando allo sviluppo di forme di vita e di organizzazioni sociali che prendano congedo dal capitalismo; che la Rete è sì un condensato di tutte le tendenze – sociali, politiche, filosofiche – presenti al di fuori dello schermo, ma non ha, va da sé, nessun potere liberatorio. Tanto Formenti che Bifo affermano infatti che la Rete può essere sinonimo di sfruttamento, illibertà, assoggettamento a dispositivi pervasivi e soft di controllo sociale.

    Il dominio democratico
    Gran parte delle loro tesi sono condivisibili, a partire da come il web non sia quel luogo che consente di sviluppare forme di democrazia reale, come invece sostengono molti dei maître à penser del cyberspazio. Ma ciò che invece non convince appieno è la loro radicata convinzione che il regno del capitale è così potente che l’unica possibilità di sottrazione consiste nell’autorganizzazione sociale di consapevoli minoranze. Esito che Formenti propone timidamente, mentre Bifo ne è fortemente convinto, in particolare modo quando sostiene che la democrazia «reale» non è la migliore forma politica per organizzare la società perché ridotta a dispositivo di controllo e di annichilimento di qualsiasi attitudine critica.
    Dunque, fuoriuscire dalla civiltà capitalistica prima che la sua crisi non si trasformi in apocalisse sociale e culturale. Ma come farlo? La strada di una autorganizzazione di minoranze può però portare a vivere in conviviali «riserve indiane» se viene meno un radicamento nei rapporti sociali di produzione. Ed è questo il punto di dissenso rispetto alle posizioni che emergono dal dialogo tra i due autori che chi scrive ritiene due dei migliori studiosi sulla Rete. Sia ben chiaro: se l’intento è quello di porre le basi, meglio di offrire materiali per una critica dell’economia politica della Rete il discorso deve partire dai rapporti sociali di produzione, d’altronde molto presenti nelle pagine di questo libro. C’è infatti la sottolineatura che il capitalismo contemporaneo ha preso forma dalla critica che i movimenti sociali degli anni Settanta hanno espresso nei confronti di un modo di produzione fondato su gerarchie feroci e sulla riduzione dei singoli a semplici appendici del sistema di macchine. Da quella stagione, le imprese hanno appreso molto, trasformando la loro organizzazione del lavoro in maniera tale che facesse leva invece proprio sulla tensione continua all’innovazione e alla messa a profitto di talenti individuali, conoscenza e, soprattutto, sull’intelligenza collettiva. Ma per esercitare il controllo il capitale ha elevato la precarietà a modello dominante dei rapporti di lavoro, mentre operava affinché la finanziarizzazione della «vita activa» prendesse il posto dello stato sociale.
    Carlo Formenti si sofferma a lungo di come la retorica sulla creatività, del talento abbia accentuato le dinamiche di sfruttamento, al punto che anche i forum degli utenti di alcune merci sono diventati forme di lavoro gratuito per le imprese. Con un richiamo esplicito al pensiero marxiano, tanto Formenti che Bifo sottolineano che questa «grande trasformazione» non poteva che investire anche la dimensione politica e la stessa «antropologia». Della democrazia ridotta a strumento di dominio si è già detto; sui mutamenti cognitivi emerge la constatazione di come il tempo di elaborazione dei computer abbia superato le capacità di elaborazione del cervello umano, determinano una distorsione nella percezione della realtà. Inutile ribadire che anche questa parte sia una fotografia che mette bene a fuoco proprio il reale.

    Oltre i social network
    Di fronte a questa situazione il punto da cui partire sono dunque i rapporti sociali. E dunque dei meccanismi di organizzazione e di conflitto del lavoro vivo che abbiano la capacità di prefigurare relazioni sociali alternative a quelle dominanti. Da questo punto di vista, La rete può essere un terreno di sperimentazione di forme politiche che non ripercorrono strada già battute. Ad esempio, i social network possono essere usati proprio come terreno in cui la condivisione delle informazioni è la leva per forzare i meccanismi di sussunzione ora vigenti se virati come elemento di contraddizione e di irriducibilità a quanto stabiliscono Mark Zuckeberg per Facebook o Larry Page o Sergej Brin per Google. In altri termini, l’intelligenza collettiva va modulata come un cloud computing politico che metta in crisi quel circolo magico, per le imprese, in cui il lavoro gratuito degli utenti travasa nel lavoro salariato dei produttori di contenuti. Solo così è possibile pensare a forme di vita che si autorganizzano, creando i presupposti per il superamento della «civiltà capitalistica». In altri termini un modello reticolare di organizzazione politica del lavoro viva assume la Rete non come regno della libertà, ma come contesto in cui esercitare una critica alle forme di sfruttamento che nulla concede a una visione economicista, ma che sappia misurarsi proprio con il «ventre della bestia». Scrivono bene Bifo e Formenti sulla necessità di pensare alla conoscenza come habitat che può prevenire la catastrofe. E dunque come cloud computing politico per trasformare la vita dentro e fuori lo schermo.

    articolo apparso su il manifesto del 30 settembre


di benedetto
pubblicato il 1 ottobre 2011
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