Wednesday 19 June 2013

IL MANIFESTO BLOG
   Forme di vita e conflitti dentro e fuori dal web a cura di Benedetto Vecchi
Archivio di aprile 2011
  • Lo ha recentemente affermato il presidente Barack Obama: gli Stati Uniti devono puntare sulla ricerca e sviluppo per produrre buona innovazione tecnologica e mantenere così quell’egemonia da tutti gli altri paesi riconosciuti. Per fare ciò, occorre uno sforzo economico, sociale e culturale paragonabile a quello che il paese a stelle e strisce intraprese dopo che i russi mandarono tra le stelle lo Sputinik. Come è noto, il Pentagono, la National Science Fountation e la neocostituita Nasa investirono centinaia di milioni di dollari per finanziare la ricerca scientifica di base e applicata per recuperare il tempo perso sul nemico di allora, l’Urss. Ci riuscirono e molte di quelle ricerca diventarono la linfa vitale per far crescere imprese tecnologicamente competitive con quelle europee. Uno sforzo analogo fu condotto dagli inizi degli anni Ottanta ai primi anni Novanta. La retorica dominante sosteneva che il nemico di sempre, l’Unione sovietica, era sempre temibile. Ma in realtà il vero avversario da battere era il Giappone, che stava cancellando dai mercati gran parte delle imprese statunitense specializzate in elettronica di consumo. E’ allora che cominciò a circolare l’idea del declino dell’impero americano. Ma gli Stati Uniti riuscirono a mantenere comunque l’egemonia, questa volta nella produzione di computer, microprocessori e software. Sono però alcuni anni, possiamo indicare anche la data, il 2001, che vengono lanciati ripetuti allarmi sulle difficoltà dell’industria made in Usa. Interessante, a questo proposito, è un articolo pubblicato su Computerworld, storica e ben fatta rivista informatica, che instilla il dubbio che la tanto celebrata egemonia americana sia a rischio, mettendo così in discussione una lettura ormai acquisita sul rapporti tra ricerca e produzione di merci, in base alla quale gli Usa sono i leader nella produzione di conoscenza scientifica e sua traduzione tecnologica, delegando ai paesi in via di sviluppo le produzioni materiali.

    Citando vari rapporti, Computerworld riconosce che gli Usa sono ancora forti in alcuni settori e che India e Cina arrancano dietro imprese come Apple, ad esempio. O Google, o Intel si potrebbe aggiungere. Ma andando a vedere nel dettaglio, gli Stati uniti hanno problemi seri per quanto riguarda i nuovi brevetti e gli investimenti in ricerca e sviluppo. su questo aspetto, il paese che investe di più è la Cina per raggiungere l’obiettivo di trasformare il paese da world factory in un paese basato sull’economia della conoscenza. Gli Usa perdono terreno anche nelle biotecnologie e nell’energia «verde». Ma l’altro elemento che sottolinea Computerworld è la perdita di qualità delle scuole statunitensi. Perdita di qualità, perché cresce il prestigio di università non statunitensi e perché lo stato federale investe sempre meno nella formazione. In altri termini, se gli Stati Uniti non corrono ai ripari, rischiano davvero di perdere la loro egemonia.

di benedetto
pubblicato il 14 aprile 2011
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  • Una class action contro il sito Huffington Post perhé sfrutta commercialmente i contributi grauiti di molti blogger. Secondo lo studio legale che ha presentato la class action il sito fondato da Arianna Huffington deve pagare una quota rilevante della somma (105 milioni di dollari) ricevuta con la vendita a Aol (305 milioni di dolalri) perché il suo valore commerciale era dovuto appunto ai contributi dei volontari che scrivevano gratuitamente sul sito. Immediata la reazione dei legali di Arianna Huffington: «i blogger hanno sempre usato gratuitamente la nostra piattaforma. Il valore del sito è dovuto però all’inziativa giornalistica di chi vi lavorava, a partire proprio da Arianna Huffington».

    La class action è stata organizzata da Jonathan Tasini, il giornalista, scrittore e sindacalista che per molto tempo ha collaborato con l’Huffington Post, perché lo riteneva uno giornale on line che faceva leva proprio sulla condivisione e il lavoro collettivo di molte persone interessate a fornire informazioni su argomenti che non trovavano spazio sulla stampa «normale». Ma quando il sito è stato acquistato da Aol, Tasini ha subito cominciato un tam-tam in Rete per sostenere la tesi che il valore del sito era dovuto proprio a quel lavoro volontario. Da qui la richiesta di cedere una parte del ricavato della vendita a chi vi ha collaborato gratuitamente. Argomenti che hanno incontrato un diffuso consenso proprio nella cosiddetta blogsfera.

    Tasini non è nuovo a inizitive di questo tipo. Candidato democratico, considerato uno dei più significativi esponenti della sinistra del partito (in un articolo di The nation è stato giudicato come  uno dei più coraggiosi e radical attivisti del partito democratico,  nel 2001 ha portato in tribunale, vincendo il processo, il New York Times perché voleva vedere riconosciuto il copyright di alcuni articoli scritti da molti freelance per il giornale statunitense. In questo caso, l’attivista, che ha contribuito con 250 post al successo dell’Hffington Post, sostiene che le novemila persone che hanno contribuito gratuitamente al sito devo vedere riconosciuto il loro lavoro, visto i profitti che la fondatrice ha ricavato da quel lavoro.

    La vendita dell’Huffington Post ha fatto molto scalpore, perché era la prima volta che una della major della rete, American on line, considerava economicamente rilevante l’acquisizione un sito giornalistico on-line, noto per la dichiarata indipendenza dai media mainstream e per il giornalismo investigativo su argometi controversi. Quasi a testimoniare che ciò che conta sempre più in Rete non è la potenza di calcolo o la infrastruttura tecnologica, bensì i contenuti.

di benedetto
pubblicato il 13 aprile 2011
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  • Quando sabato pomeriggio Zygmunt Bauman sale sul palco della Sala Sinopoli all’Auditorium di Roma, il corteo contro la precarietà che si svolge a una manciata di chilometri da qui ha iniziato ad “occupare” la spazio antistante il Colosseo. Di quell’iniziativa non arriva nessuna eco nella sala ovattata dove lo studioso polacco sta per prendere la parola. Eppure alla precarietà Bauman ha dedicato molta attenzione, ritenendola una dei frutti avvelenati di quella modernità liquida che sta analizzando da molti anni. Ma questa volta il tema che vuole affrontare è Facebook, cioè di quella ultima rappresentazione della “cultura del confessionale” che Bauman ritiene la forma assunta della pubblicizzazione del privato che caratterizza la comunicazione sociale nella contemporaneità. Forse sarebbe stupito apprendere che quella manifestazione è stata organizzata usando anche Facebook, attraverso la socializzazione e la condivisione di una condizione che non prefigura nessun futuro, ma solo la stanca ripetizione di un grigio presente. Facebook è cioè usato come medium per una prassi comunicativa e sociale che prende congedo dallo stigma della modernità liquida, in base al quale non è prevista nessuna condivisione e socializzazione che tenda a una critica dell’esistente. Nella società liquida l’unico elemento condiviso è, secondo Bauman, il consumo. Questo non significa che la Rete possa essere usata per condividere sentimenti, punti di vista su argomenti che hanno rilevanza nella discussione pubblica. In fondo, parlare della metafisica del corpo può far contenti le imprese che vendono cosmetici, ma è pur sempre vero che il corpo non coincide solo con creme o il bisturi di un chirurgo, ma vuol dire anche fare i conti con una concenzione dei rapporti con gli umani che non prefigura nessuna smagliatura o imperfezioni. Ma ciò che interessa lo studioso polacco è la messa in piazza della propria “intimità”, attraverso racconti e una modlità espressiva che ricordano quella del confessionale.

    Non è la prima volta che Bauman affronta la “cultura del confessionale”. Per anni ha letto attentamente le lettere che molti lettori inviavano ai quotidiani inglesi per raccontare fatti privati, chiedendo consigli su come affrontarte piccoli o grandi affanni quotidiani. Dal fitness all’educazione dei figli, dalla sessualità più o meno convenzionale all’ostentazione del proprio corpo manipolato da un bisturi, Bauman ha infatti guardato alla esternazione di sentimenti intimi come esemplificazioni di un’erosione del confine tra pubblico e privato che non lascia dubbi sulla crisi di un’intera concenzione e di norme che regolavano la vita associata. E quando la cultura del confessionale era dilagata nella televisione, Bauman è diventato un attento spettatore di reality show e trasmissioni dove la messa in pazza dei “fatti propri” erano conseguenza e, al tempo stesso motore della fluidità che caratterizza ormai le norme dominanti nella modernità.

    Adesso è la volta della Rete a finire sotto il suo microscopio, perché è nei social network che l’intimità viene sempre più messa in piazza.

    Nell’intervento all’Auditorium, Bauman ammette che ha un suo profilo, aggiungendo così il suo nome a quei cinquecento milioni di uomini e donne che passano su Facebook quasi quaranta minuti al giorno. E spende parole ironiche verso l’inventore di Facebook,  Mark Zuckerbeg, un giovane letteralmente inciampato su un filone aureo – la comunicazione on line – che è riuscito a sfruttare usando pochi accorgimenti informatici, portando la sua società ad avere un valore potenziale di 50 miliardi di dollari. Bauman non è interessato a stabilire se Zuckerberg abbia davvero “inventato” il software alla base di Facebook o se abbia rubato l’idea al suo iniziale socio per poi cacciarlo, come suggerisce implicitamente il recente film Social Network o molte biografie non autorizzate sul giovane americano. L’obiettivo di Bauman è la comprensione delle ragioni che hanno consentito a facebook di diventare un’impresa globale di successo.  Alla base di tutto c’è il fatto che Mark Zuckerger ha semplicemente soddisfatto una richiesta latente, dormiente: chi rende pubblico il suo profilo vuol uscire dall’anonimato, dal buio in cui la modernità liquida condanna a vivere la maggioranza della popolazione. Con Facebook, invece, si diventa visibili, udibili, accessibili a tutti, perché aiuta a sconfiggere la solitudine e a cancellare quel sentimento di emarginazione che colpisce indipendentemente dal conto in banca degli utenti del social network. In altri termini, Facebook soddisfa un bisogno di comunicazione per chi si sente un outsider.

    Con lo stile piano che lo contraddistingue, Bauman si dilunga a molto sulla solitudine, una delle piaghe della modernità liquida. Ma avverte subito: Internet non cattura la nostra umanità, ma rispecchia l’umanità, cioè le relazioni sociali. Zuckerberg fa certo affari con i nostri sentimenti, ma l’aspetto più interessante che emerge da Facebook è il “mercato del riconoscimento”: chi ha un profilo sul social network ha un pubblico – gli amici – che può dilatarsi all’inverosimile, fino a coinvolgere potenzialmente il mezzo miliardo di persone che si connettono al social network.

    In questo “mercato del riconoscimento” accadono però cose strane. In primo luogo, molti utenti affermano che Facebook fa sentire vicini persone che magari sono lontani; e che fanno sentire lontano chi è già vicino. E questo non ha un mero risvolto geografico. Con Facebook uno dei fattori rilevanti non è se i tuoi amici vivono o meno vicino a te, ma che è uno dispositivo comunicativo che rispecchia la perdita di attrattiva della prossimità, cioè di quella presenza fisica ravvicinata, fattore propedeutico alla possibilità di approfondire relazioni amicali o sentimentali. Da qui alla constatazione della crisi del concetto i comunità il passo è breve. Non è un caso che una delle parole più usate e abusate sia rete. La società è in rete, i singoli sono in rete, la politica è in rete. Le relazioni sociali diventano reti sociali, bandendo dal lessico proprio la comunità, che diventa sinonimo di nostalgia per un mondo che non c’è più, un mondo dove la vita poteva essere programmata, mantenendo così un carattere di prevedibilità. Facebook è, secondo Bauman, un tappabuchi, un succedaneo della comunità, cioè una forma del vivere collettivo che poteva penalizzare chi di distaccava o violava le norme che definivano l’identità della comunità.  La Rete è cioè la dimensione propria della modernità liquida, che non prevede norme, istituzioni o relazioni stabili. La rete si tesse e si disfa; è come la tela di Penelope che si costruisce il giorno per disfarla la notte o viceversa perché non è concesso nessun progetto, ma appunto un eterno presente.

    I fili, gli elementi costitutivi di questa nuova modalità della vita sociale sono gli amici. Bauman ricorda che nella vita di un uomo o di una donna il numero massimo di amici non ha mai superato le 150 unità. Su Facebook, invece, c’è la gara ad avere il massimo numero di amici. Più amici si hanno, più il mercato del riconoscimento funziona a pieno regime. E questo non solo per il singolo, ma anche per gli affari di Mark Zuckerberg, che può quindi presentarsi agli inserzionisti di pubblicità o chi si fa pagare applicazioni particolari o giochi on line e presentare il conto. Ma, avverte Bauman, con Facebook anche il singolo vende se stesso,cioè vede i rapporti sociali come un mercato dove ci sono venditori e acquirenti, dove i social network sono i veri mediatori della vita sociale, come testimoniano i paesi dell’Asia, dove la partecipazione ai social network è un fattore chiavo della integrazione del singolo nella società.

    Una lettura disincantata, questa di Bauman. segnata da un certo pessimismo della ragione che non va però scambiata per una nostalgia per il tempo passato. Lo studioso polacco invita a stare in rete con occhio vigile – a un certo punto usa l’espressione: state accorti – di chi sa quale è il meccanismo operante e cercare di non far diventare i propri sentimenti una merce da vendere al mercato.

    Detto questo, però, l’analisi di Bauman è sempre un work in progress. E c’è da aspettarsi che ritornerà sull’argomento. Risulta però spiazzante il tono poco simpatizzante che ha per Facebook. E’ certo vero che la messa in piazza dei sentimenti intimi è indice di una solitudine che non trova le altre parole per manifestarsi che non le frasi banali della chat o dei messaggi messi nella propria bacheca. Così come è abbastanza evidente che alcune coppie analitiche della modernità – profondità e superficialità; qualità e quantità – vedono primeggiare il loro polo negativo. Ma è altrettanto vero che il potere straniante di Facebook può essere sovvertito, facendo diventare il social network il contesto in cui lo “stare in rete” si apre alla trasformazione dell’esistente. E dove lo stare in società si apre alla critica dei dispositivo di potere e controllo della società stessa. In altri termini, occorre compiere quel movimento che Bauman conosce bene: non pessimismo della ragione e ottimismo della volontà, bensì ottimismo della ragione per un pieno ottimismo della volontà.

     

    

di benedetto
pubblicato il 11 aprile 2011
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  • La prima mossa di Google dopo il cambio di vertice – fuori Erich Schmidt dentro Larry Page, uno dei fondatori – è in linea con l’immagine di una società che ormai gioca a tutto campo, dai sistemi operativi alla telefonia mobile, all’editoria, alla televisione. Ieri è arrivata infatti la notizia che YouTube, di proprietà della Google, ha annunciato che comincerà a produrre fiction, talk show, insomma contenuti per lanciarsi in un settore pionieristico di una televisione che ha come piattaforma di diffusione la Rete. In una articolo scarno ma informato, come è sua tradizione, il «Wall Street Journal» ha annunciato che la società di Mountain View ha destinato 100 milioni di dollari per lo sviluppo di venti canali tematici e per il restyling del sito di presentazione di YouTube.

    Volontà egemonica
    Cento milioni sono una cifre esigua per sviluppare canali tematici, ma YouTube ha cominciato ad incassare bene con la pubblicità e l’offerta di nuovi contenuti può diventare lo strumento per attirare nuovi inserzionisti. Inoltre, di quella somma ben pochi dollari andranno per costruire l’infrastruttura hardware della televisione che verrà, perché quella già c’è. Il nodo da sciogliere sarà quindi l’individuazione dei contenuti che possono andar bene per un sito che si caratterizza per mettere a disposizione una massa enorme di video amatoriali e di video prodotti da altre televisioni. Sempre il «Wall Street Journal» informa che Google ha già cominciato a sondare il terreno per trovare autori e giornalisti consoni al suo progetto.
    La mossa di Google è però in continuità con quanto hanno sempre detto Larry Page, Sergej Brin e Eric Schmidt. La società del motore di ricerca ha sempre sostenuto che il suo obiettivo era diventare una sorta di piattaforma per stare in Rete e di offrire gratuitamente ai naviganti non solo il software necessario, ma anche i contenuti che più desideravano. E in questi ultimi due lustri Google ha infatti investito molto per diventare uno dei nodi «nevralgici» della Rete. Finora non tutto è filato liscio, ma Google non ha mai mollato la presa. Sui libri ha trattato fino alla fine con editori e autori per risolvere la questione del diritto d’autore. L’accordo sembrava fatto, ma un giudice federale lo ha bloccato. Anche su YouTube ha accettato di venire a patti con le broadcasting statunitensi affinché la questione del diritto d’autore trovasse una cornice soddisfacente per le televisioni, le imprese discografiche e cinematografiche, che chiedevano il pagamento di royalties per i video diffusi sul sito. L’accordo c’è, ma non passa settimana che qualcuno di quelli rimasti fuori chieda per sé lo stesso trattamento. C’è poi la questione del servizio «Google News». In questo caso, Google ha dovuto vedersela con Rupert Murdoch, che si è lanciato in una vera e propria campagna mondiale affinché la società di Mountain View cedesse ai «produttori» delle informazioni una percentuale degli incassi pubblicitari.
    L’annuncio di una televisione via Internet può essere però visto come un gesto ostile proprio contro Murdoch, l’unico attore globale per quanto riguarda la televisione, grazie ai satelliti di cui è proprietario e alla rete di televisioni detenuta dalla sua «News Corporation». Ma a differenza di Murdoch, però, il progetto di Google prevede nessun canone di abbonamento per la sua televisione

    Nel mondo della convergenza
    La decisione di Google di sviluppare una televisione getta infine luce su un altro aspetto sempre più rilevante per quanto riguarda la Rete. In primo luogo va ricordato che si può accedere a YouTube non solo attraverso un computer, ma anche con gli smartphone. È cioè un sito che ha già scelto la strada della convergenza tra telecomunicazioni, televisione e Internet. Da questo punto di vista, Google vuole conquistare posizioni in quei settori dove la convergenza attirerà un pubblico molto più vasto di quello della Rete stessa. Settori che i beni informati ritengono capaci di attirare la pubblicità sia degli inserzionisti «grandi» – solo negli Usa, il mercato della pubblicità televisiva è stimato in 70 miliardi di dollari – che di quelli «minuti», cioè di quelli che hanno, centesimo di dollaro dopo centesimo di dollaro, fatto diventare «grande» Google. Da questo punto di vista, la scelta «televisiva» può far diventare Google la prima grande impresa transnazionale dei contenuti.
    Siamo tuttavia solo agli inizi e non è detto che la strada al successo sia così piana. In primo luogo perché su Internet ci sono già società che offrono contenuti televisivi in streaming – Netflix, ad esempio – che hanno acquisito expertise facilmente convertibili a una televisione via Internet. Inoltre c’è il nodo dei contenuti, settore dove Google poco sa e dove trova un terreno poco simpatizzante. Chi produce fiction, talk show e altri tipi di programmi televisivi non ha mai nascosto diffidenza verso Google, perché spesso ha mostrato indifferenza alla regola aurea del diritto d’autore. Inoltre sulla sua strada c’è anche Hollywood, che ha invece sempre manifestato ostilità verso Google per lo stesso motivo. C’è da scommettere che Google proverà anche in questo caso a dare nuovo lustro e smalto alla sua immagine rispettosa di tutti. In fondo la sua cassaforte è sempre piena, nonostante la crisi economica che ha messo al tappeto molte imprese high-tech.

    Articolo pubblicato su il manifesto del 8/04/2011

di benedetto
pubblicato il 8 aprile 2011
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  • Bill Gates è un personaggio controverso. Amato da molti, criticato da altrettanti per come ha gestito la Microsoft, Gates  è da tempo in tour con la sua compagna e moglie, Melinda Ann French, per raccogliere fondi per la fondazione filantropica fondata nel 2000. In un discorso tenuto di fronte ai parlamentari europei ha criticato fortemente l’indifferenza di molte imprese, banche, compagnie minerarie sull’aumento della povertà nel mondo causato dalla crisi economica. Sulla stampa internazionale il discorso di Bill Gates è passato quasi inosservato, visto che tra i grandi quotidini europei ne ha dato notizia solo l’inghese The Guardian. Secondo Bill Gates, i fondi destinati a finanziare progetti in favore dei poveri nel mondo somo pochi (solo il 2 per cento delle donazioni private vengono da imprese e banche), mentre il numero dei poveri è aumentato vertiginosamente (secondo un documento della Fao, oltre il quaranta per cento della popolazione mondiale vive al di sotto della soglia di povertà). Finora la Bill&Melinda Gates Foundation i poveri sono in maggioranza contadini e nei prossimi anni una quota rilevante dei fondi destinati a iniziative filantropoche andrà a progetti che riguardano proprio lo sviluppo di una produzione agricola svolta dai contadini proprietari del loro “pezzetto di terra”. Inoltre dovranno essere progetti ecosostenibili e che puntino all’autosufficienza alimentare e alla sovranità alimentare dei paesi coinvolti. Una scelta che suona come una risposta alla critiche che hanno coinvolto la scelta della fondazione di finanziare progetti basati sulle coltivazioni intensive e sull’uso di tecnologie inquinanti.

    Durante il discorso, Bill Gates ha anche illustrato i risultati del progetto di vaccinazione e di sostegno ai bambini nel Sud del mondo che ha visto la sua fondazione investire centinaia di milioni di dollari. Il fondatore della Microsoft si dice soddisfatto dei risultati raggiunti, anche se ha tenuto a sottolineare che la mortalità infantile è ancora diffusissima in molti paesi nel Sud del Mondo.

     

di benedetto
pubblicato il 6 aprile 2011
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  • Con uno scarno comunicato, Google ha annunciato il cambio al vertice della società. Eric Schmidt abbandona il ruolo di Chief Executive Officer (una specie di amministratore delegato) per diventare il presidente esecutivo della società. Al suo posto arriva Larry Page, fondatore di Google assieme a Sergej Brin. Quest’ultimo si occuperà dello sviluppo dei prodotti strategici. Cambiamenti che sottolineano come al Googleplex non tutto fili liscio come dovrebbe. Erano inoltre mesi che voci su forti tensioni interne a Google arrivavano nelle redazioni dei giornali e si rincorrevano nei nodi della Rete. Eppure, tutto sembra che vada bene per Google. Le quotazioni in borsa della società di Mountain View sono sempre alte; le sue quote di mercato nei motori di ricerca tendono a crescere, così come le entrate della pubblicità, cioè la fonte principale delle entrate e dei profitti. Infine, lo smartphone Android continua ad essere venduto bene, anche se al di sotto delle aspettative. Insomma, tutto sembrava andare bene a Mountain View. Eppure molti degli ingegneri «storici» della società hanno più volte manifestato inquietudine e un certo nervosismo. A creare tensione erano le notizie provenienti dal cyberspazio. Facebook continua a crescere vorticosamente e dopo che ha adottato lo stesso modello di business di Google (la pubblicità) i suoi profitti sono saliti vertiginosamente, mentre è diventando uno dei siti più cliccati della Rete. C’è poi l’ultimo arrivato, Twitter, che è sempre più amato dai giovani per essere connessi. Ma quello che ha cominciato davvero a preoccupare gli ingegneri di Google è il sostenuto e costante ritmo di innovazione tanto di Facebook che di Twitter. Infine, le due società «nemiche» hanno annunciato che vogliono sviluppare prodotti da sempre nel portafoglio di Google: posta elettronica, mappe digitali e software per la navigazione in Rete.

    La società di Mountain View invece va al rallentatore. Chrome, il navigatore per Internet, è un discontinuo work in progress e gli elementi nuovi introdotti recentemente sono arrivati alcuni mesi dopo la data in cui erano stati annunciati. Le nuove applicazioni per Android sono poi centellinate con il contagocce; infine, il grande sogno di sviluppare software applicativi (elaborazioni testi, fogli elettronici, e sistema operativo) che dovevano far diventare Google una piattaforma autosufficiente per stare in Rete e usare il computer è ancora nel cassetto.

    Insomma, Google sembra essere diventata una società troppo «burocratica» per reggere i ritmi veloci dell’innovazione tecnologica. E dunque serviva un cambio di passo. Da qui il cambio al vertice, che premia Larry Page, che negli ultimi mesi è stato il portavoce del malessere interno. Il piano di lavoro che ha presentato insediandosi ha il retrogusto delle origini. Riunioni settimanali per verificare l’andamento dei progetti, relazioni stringate (massimo sessanta parole) per illustrare possibili nuovi progetti, snellimento della gerarchia interna. In altri termini, è tutta la struttura organizzativa messa in piedi da Eric Schmidt che è messa in discussione, anche se Page e Brin non hanno mai nascosto la loro convinzione che Google è diventata la Big G che tutti conoscono grazie proprio alle capacità organizzative e di coordinamento del manager «messo in panchina».

    Il cambio al vertice non è però un ritorno alle origini. In primo luogo perché il mondo della rete è profondamente cambiato negli ultimi dieci anni. E in questo grande mutamento un ruolo di primordi ne ce lo ha avuto proprio Google. Inutile nascondere anche il fatto che l’alone di empatia e di consenso attorno alla società di Mountain View si è diradato. Il famoso motto Don’t Be Evil è stato più volte tradito, a partire dalla collaborazione con il governo cinese per colpire i dissidenti on-line. Oppure le ripetute accusa di aver manipolato l’algoritmo del motore di ricerca per favorire i siti di alcuni inserzionisti pubblicitari. Infine, le ripetute accuse di pratiche monopolistiche che hanno colpito Google in Europa e negli Stati Uniti, come testimonia la recente denuncia di un’altra società in odore di monopolio, la Microsoft, contro la società di Mountain View depositata all’Unione europea.

    E i rapporti con gli stati nazionali è un altro dei nervi scoperti di Google. La Cina ha infatti quasi messo alle porte la società di Page e Brin per favorire un motore di ricerca e una società di telefonia cellulare made in China. L’Unione europea ha più volte ammonito Google sulle sue pratiche imprenditoriali. Negli Stati Uniti molti stati hanno aperto procedure antimonopoliste contro Google. E forse per questo che uno dei compiti del «diplomatico» Eric Schimdt riguarda proprio il rapporto con gli stati, facendolo diventare di fatto il «ministro degli esteri» di Google, un ruolo strategico visto il logoramento dell’immagine della società di Mountain View.

    La domanda a cui il tempo darà risposta è se Larry Page riuscirà a ridare smalto alla sua società. Il suo temperamento e caratteristiche, dicono i biografi, porta a dipingerlo come un «ingengnere», cioè molto attento all’innovazione dei prodotti. Allo stesso tempo, poco interessato alla traduzione commerciale delle sue vision. Ma c’è da scommettere che il successo del cambio di vertice non sarà deciso dalle caratteristiche personali di Page, Brin o Schmidt, bensì dalla capacità di Google di presentarsi nuovamente come una società innovativa e capace di muoversi con flessibilità in un «ambiente» non solo molto competitivo, ma segnato ormai da quello che viene chiamato il social software. In altri termini, Google deve avventurarsi su un terreno a essa abbastanza ignoto, quello di costituire il contesto per mettere in relazione uomini e donne. La posta in gioco, su Internet, è infatti la comunicazione e le pratiche di cooperazione sociale. Fattori guardati sempre con altezzosa indifferenza dagli «ingegneri» di Google e invece fortemente valorizzati, ad esempio, da Facebook e Twitter. Quello che dunque serve è un cambio di pelle, senza però rinunciare alla leadership nei motori di ricerca. E non è detto che Google riuscirà in questa impresa.

     

     

di benedetto
pubblicato il 5 aprile 2011
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  • Come un monopolista usa la normativa antitrust dell’Unione europea contro un altro monopolista. Si potrebbe riassumere così la notizia di una denuncia di Microsoft presentata all’Unione europea sul presunto comportamento monopolista di Google sulle ricerche on line nel vecchio continente. (In Europa, il 95 delle ricerche condotto in Rete usano il motore di ricerca di Google, percentuale di gran lunga superiore a quella statunitense, che si attesta attorno al 70 per cento). In una post inviato da uno dei massimi dirigenti della Microsoft, Brad Smith, ne viene data notizia. Secondo il manager, Google avrebbe posto dei veri e propri blocchi per ostacolare le ricerche sul YouTube svolte con motori di ricerca concorrenti e di rendere problematico l’accesso ai contenuti da parte di chi usa gli smarthphone Windows Phone 7.

    Ma la denuncia di Microsoft non si ferma qui. Nel documento presentato all’Unione europea, viene affermato che Google impedirebbe ai suoi stessi inserzionisti di pubblicità di accedere ai loro dati, mentre renderebbe difficile l’accesso ai contenuti non coperti dal diritto d’autore se si usano motori di ricerca concorrenti.

    Immediata la replica di Google. In un comunicato della società di Mountain View si legge infatti: “non abbiamo nessun motivo di preoccupazione e siamo pronti in ogni momento a spiegare nuovamente alla commissione europea come funziona il nostro business”.

    La morale di tutto ciò? La libertà dentro e fuori la rete non sarà certo determinata se un monopolista mette in difficoltà un altro monopolista; né che possa esserci se viene delegata l’Unione europea a garantirla. Quella stessa Unione europea che è stata spesso molto sensibile agli interessi delle imprese e quasi indifferenti a quella dei gruppi dei diritti civili nel cyberspazio o delle associazioni che criticano l’ideologia sulla proprietà intellettuale. La libertà dentro e fuori la rete sarà sempre garantita dai movimenti che si battano affinché la rete sia quel bene comune che non può essere sottoposto alle leggi sulla proprietà privata.

     

di benedetto
pubblicato il 2 aprile 2011
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