Thursday 20 June 2013
IL MANIFESTO BLOG
Forme di vita e conflitti dentro e fuori dal web a cura di Benedetto Vecchi
Articoli marcati con tag ‘Assange’
- Da ieri, oltre 250mila file in possesso di Wikileaks sono consultabili su Internet.
Si tratta di cablogrammi inviati dalle sedi di ambasciate ai ministeri degli esteri dei loro paesi. Ma ci sono anche altri materiali, come l’indicazione di alcuni siti segreti di strutture di intelligence o informazioni riservate su attivisti in forte conflitto con i governi dei loro paesi. Ma ciò che differenzia questa pubblicazioni dalle precedenti è che il materiale informativo non ha subito nessun tipo lavoro di elaborazione. L’annuncio della pubblicazione è avvenuta, come ormai di consueto, Twitter con l’invito ai lettori di compiere quel lavoro investigativo e selettivo svolto in precedenza dal gruppo. È la prima volta che Assange si appella alla cosiddetta «saggezza della folla» – il crowdsourcing, cioè il lavoro volontario degli utenti che tanto appassioni i guru del web 2.0 – da contrapporre all’incapacità dei media, secondo Wikileaks, di reggere la sfida della lotta ai segreti di stato, obiettivo principale contro cui si batte Wikileaks.
Che il rapporto tra Wikileaks e i media sia sempre stato «difficile» è noto. Anche se giudicati complici con il potere costituito, i media mainstream aveva cercato di accedere ai materiali in possesso di Wikileaks, garantendo il rispetto delle regole poste da Assange per la pubblicazione dei materiali in suo possesso. E nel 2009, infatti, Wikileaks ha stabilito accordi con alcune testate per la pubblicazione in anteprima dei materiali già «elaborati». Il «New York Time», «El Pais», «The Guardian», «Der Spiegel» hanno così cominciato a pubblicare i materiali forniti da Wikileaks (da alcuni mesi il settimanale «L’Espresso» pubblica i materiali relativi all’Italia). Ci sono stati problemi con il «New York Times», quando in alcuni dei cablo da pubblicare erano presenti nomi e riferimenti a situazioni che potevano mettere in difficoltà l’amministrazione statunitense. Ma sempre è stato comunque raggiunto un accordo. Le difficoltà maggiori ci sono state invece con l’inglese «The Guardian».
È dei giorni scorsi la decisione di Wikileaks di agire legalmente contro il quotidiano britannico dopo che un suo giornalista aveva diffuso la password per accedere agli archivi preposti per i giornali coinvolti nell’accordo di pubblicazione dei materiali. Un annuncio arrivato dopo che la password era stata resa pubblica nell’inverno del 2010, quando il giornalista de «The Guardian» David Leigh aveva mandato alle stampe un libro scritto con Luke Harding, assai critico nei confronti di Julian Assange, ma non di Wikileaks, all’interno del quale era presente la password (Wikileaks: Inside Julian Assange’s War on Secrecy, Guardian Press). Dopo l’episodio, Assange decise di allargare la platea dei giornali coinvolti nell’accordo di pubblicazione, anche se il rapporto, sempre più burrascoso, con «The Guardian» non è stato mai interrotto. La decisione di muovere un’azione legale contro il giornale inglese può essere interpretata come esisto di una decisione unilaterale di Wikileaks di rompere l’accordo con i giornali per la pubblicazione in anteprima dei materiali in suo possesso.
E ieri «The Guardian», «The New York Time», «El Pais» e «Der Spiegel» hanno infatti condannato la decisione della pubblicazione unilaterale dei 250mila file. Critiche sono arrivate anche da «Reporters sans frontières» e da Amnesty International, che hanno sottolineato il fatto che nel materiale pubblicato sono presenti anche i nomi di alcuni informatori che hanno fornito materiale per denunciare l’operato dei governi giordano, iracheno e israeliano.
In ogni caso, la pubblicazione senza «filtri» dei materiali può essere valutata come un segno delle difficoltà di Wikileaks nel garantire la «qualità» del materiale in suo possesso. Troppo poche persone per una quantità enorme di materiale da valutare, verificare, elaborare. Spiegazione che va in direzione opposta con quanto ripetutamente affermato da Assange, che da tempo afferma come il numero dei volontari – ben poche persone percepiscono denaro per il lavoro svolto – sarebbe in costante aumento. È indubbio che il consenso attorno a Wikileaks è in aumento, basta ricordare le azioni in supporto della sua azione da parte di intellettuali, cineasti, molti gruppi di mediattivisti e hacker, come Anonymous. Allo stesso tempo, tuttavia, uno dei primi membri di Wikileaks, Daniel Domscheit-Berg, nel libro Inside Wikileaks (Marsilio editore), che ha di fatto sancito la sua rottura con Assange, descrive le attività di un gruppo esile di attivisti.
Un’altra spiegazione della decisione di Wikileaks di pubblicare tutti i materiali in suo possesso può essere cercata nello scontro in atto con il governo americano. Da tempo, l’attività di Wikileaks è paragonata a un’azione terrorista contro gli Stati Uniti. E forti sono state le pressioni verso banche, istituto di credito e imprese di rompere qualsiasi rapporto con Wikileaks. Pressioni che hanno determinato un isolamento di Wikileaks. La pubblicazione sarebbe dunque da contestualizzare nello scontro tra Wikileaks e il governo Usa.
Al di là delle spiegazioni dei motivi che hanno portato Wikileaks a pubblicare il materiale, rimane il fatto che lo tsunami rappresentato dalla pubblicazione dei materiali «sensibili», «riservati» e segreti non si è fermato, continuando a mettere in difficoltà governi e imprese.Articolo apparso su ilmanifesto del 3 settembre
di benedetto
pubblicato il 4 settembre 2011
Tag: Assange, wikileaks
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pubblicato il 4 settembre 2011
Tag: Assange, wikileaks
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in varie
- Con un messaggio stringato, rinviando a ulteriore precisazioni, il sito di Wikileaks ha annunciato la morte di Osama
bin Laden, invitando a visitare le pagine Internet che documentano il rapporto non sempre ostile tra il fondamentalismo islamico afghano e il governo degli Stati Uniti. Un messaggio in cui viene anche annunciato che Wikileaks cercherà di fare luce su quanto è accaduto a nord di Islamabad, visto le zone oscure presenti nella ricostruzione fornita dal governo statunitense sulla morte di uno dei capi di Al Qaeda, ricercato dal 2001 da parte dell’esercito e dai servizi di intelligence americani. Non è la prima volta che Wikileaks interviene sui fatti di cronaca e lo fa sempre per instillare il dubbio che la verità «ufficiale» non sempre coincide con quanto è accaduto prima e dopo che il «fatto» accadesse.
A leggere questo libro di Paolo Zelati – Julian Assange. L’uomo che fa tremare il mondo (Barbera Editore, pp. 192, euro 13,90) – si riconosce il marchio di origine di questo gruppo di attivisti che da sette anni diffonde notizie che i governi nazionali e grandi imprese non sempre vorrebbero venissero rese pubbliche. Già perché Wikileaks è una paladina della libertà di informazione e della sua circolazione, declinate nella forma più radicale: nessun segreto è ammesso, tutto deve essere reso pubblico se la fonte dell’informazione è una istituzione.
Di Julian Assange si sa molto, anche se questo volume fornisce molte notizie su cui i media ufficiali non sempre si sono soffermati, a partire dal fatto che il fondatore di Wikileak era un hacker famoso nei primi anni Novanta del Novecento. Il suo nickname era Mendax e il gruppo a cui faceva riferimento era l’International Subversives. Come molti hacker Assange era convinto che un sistema politico democratico non potesse tollerare il segreto di stato o industriale, perché i cittadini dovevano avere tutte le informazioni per meglio decidere cosa fosse giusto e cosa fosse sbagliato. E come molti altri hacker aveva fatto ben presto la conoscenza della polizia, che lo ha accusato più volte di intrusione illegale nei siti Internet di qualche organizzazione statale o di qualche impresa. Ma Assange è sempre riuscito a evitare la prigione. Questo fino al suo arresto in Inghilterra, a causa di un mandato di arresto internazionale dopo l’accusa di stupro da parte di due donne con cui Assange ha avuto rapporti sessuali non protetti. Accusa che Assange ha sempre respinto, sostenendo che le due donne erano consenzienti, avanzando il sospetto che la magistratura svedese si sia celermente mossa a causa delle forti pressioni del governo statunitense, che ha spesso dichiarato che l’attività di Assange era un attentato alla sicurezza nazionale, dopo che Wikileaks aveva diffuso video e notizie sulle uccisione da parte di soldati americani di civili iracheni e di un giornalista. Ma questa era solo l’ultimi capitolo di un’attività di controinformazione che ha visto coinvolte banche, grandi corporation e governi nazionali, fino al cosiddetto cablogate, quando cioè Wikileaks ha reso pubblici centinaia di migliaia di cablogrammi «confidenziali» inviati dalle ambasciate statunitensi al dipartimento di stato.
Il libro di Paolo Zelati ricostruisce tutto ciò, anche se spesso la simpatia verso Assange prende troppo la mano, distogliendo l’attenzione su alcuni nodi teorici e politici che l’attività di Wikileaks mette in evidenza. Fa bene il giornalista ha ricordare la formazione «culturale» di Assange e degli attivisti di Wikileaks, ma ciò che emerge con forza è che quell’attitudine hacker deve necessariamente confrontarsi con l’uso intensivo e diffuso dei social network. E di come sia imprescindibile sciogliere la matassa del rapporto tra l’attivismo digitale e i media mainstream.
L’esperienza di Wikileaks pone il problema della formazione dellì’opinione pubblica in una realtà dove c’è un eccesso di informazione che determina una sua entropia. Assange e i suoi compagni hanno compreso che tale entropia non sia sinonimo di maggiore capacità di scelta dei singoli, ma che la massa di informazione debba essere sempre e comunque contestualizzata. Il nodo, cioè riguarda non l’informazione ma il contesto in cui viene prodotta e diffusa. Da qui la necessità di chi, singolo, o gruppo, si pone l’obiettivo di definire le coordinate sociali, culturali e politica in cui la denuncia dell’operato criminale di uno smaltimento di rifiuti tossici incontro il consenso delle istituzioni che dovrebbero contrastarlo, come è accaduto in uno degli scandali denunciati da Wikilieaks in Kenya. Il problema non è dunque l’informazione, ma come vengono prodotti e «governati» i flussi di informazione in una realtà dove il sovraccumulto di dati è la norma e non l’eccezione.
Il surplus di informazione non è dunque l’eccezione, ma la regola nel mondo della Rete. Da qui la necessità di un confronto con una realtà che definisce nuovamente il modo di produzione dell’opinione pubblica, che ha la Rete come luogo privilegiato, ma anche di come le grandi corporation operano dentro Internet.
Nell’asettico linguaggio di Internet il flusso dell’informazione c’è un’espressione che è frequentemente usata. Si tratta del cloud computing, che non coincide solo con la circolazione dei dati, ma anche del software, dell’hardware (il marxiano udo capitalistico delle macchine), dei social network, dei blog che lo veicolano. Va detto che Wikileaks prova a gestire efficacemente il flusso deidati che produce e veicola e prova a fare i conti anche con altri modalità di diffusione delle informazione (i media mainstream). E sceglie una modalità di rapporto che oscilla tra cooperazione conflitto.
Una cooperazione che ha avuto il suo acme quando Wikileaks ha scelto di fornire in esclusiva ad alcuni grandi quotidiani i materiali riservati scelti per la pubblicazione (Il «New York Times», «The Guardian», l’italiano «l’Espresso», solo per citarne alcune dei media tradizionali coinvolti nell’attività di Wikileaks), ma anche relazioni conflittuali al punto di considerare le grandi imprese dell’infotaitment uno strumento «uso e getta».
Wikileaks ha il grande pregio di fornire informazioni che evidenziano la crisi della democrazia rappresentativa, laddove si manifesta l’assenza di quel filo rosso tra maggiori informazioni e maggiore potere di scelta che il pensiero politico liberale e democratico ha ritenuto il fattore fondamentale per qualificare positivamente un sistema politico. La diffusione di informazione, così come un maggiore trasparenza non coincide con una maggiore democrazia, bensì pongono con forza la necessità di svelare l’arcano del modo di produzione dell’informazione e dell’opinione pubblica. È su questo crinale che si misurerà la potenza politica o meno di Wikileaks. Per il momento, non si può che essere d’accordo con Julian Assange, come d’altronde evidenzia il libro della Barbera Edizioni. Ma quella di Wikileaks è comunque un’esperienza dove luci e ombre si alternano dentro il flusso, meglio il cloud computing che caratterizza lo sviluppo attuale della Rete. La vera posta in gioco è quel flusso di dati che non coincide solo con l’asettica scansione di fatti e «eventi», ma con il modo di produzione della ricchezza en general.Articolo apparso su il manifesto del 3 maggio 2011
di benedetto
pubblicato il 3 maggio 2011
Tag: Assange, wikileaks
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pubblicato il 3 maggio 2011
Tag: Assange, wikileaks
| 2 Commenti »
in varie
Piccola segnalazione. Domani, mercoledì 30 marzo, alle ore 11, Julian Assange rispondereà alle domande sull’attività di Wikileaks poste attraverso il sito del settimanale l’Espresso (http://rispondeassange.blogautore.espresso.repubblica.it/). Come è noto, il settimanale sta pubblicando i cablogrammi che riguardano l’Italia (e non solo) entrati in possesso di wikileaks. Una buona operazione. Da seguire attentamente.
di benedetto
pubblicato il 29 marzo 2011
Tag: Assange, wikileaks
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pubblicato il 29 marzo 2011
Tag: Assange, wikileaks
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