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Abbiamo visto alcuni minuti di Django Unchained il film che Quentin Tarantino sta finendo di girare a New Orleans con Jamie Foxx e Cristoph Waltz. Quest’ultimo (gia’ l’efferato colonello Landa di Bastardi Senza Gloria) interpreta un enigmatico viandante europeo nell’America dopo la guerra civile. Si tratta di un cacciatore di taglie austriaco che libera uno schiavo, Django appunto (Foxx), facendo di lui un utile socio per rintracciare degli sgherri al swrvizio di mercanti di schiavi di cui solo Foxx (Django) conosce l’identita’ e incassare cosi’ il prezzo sulla loro testa. Le scene viste confermano che il regista torna qui a rivangare l’humus del b movie, il terreno impastato di Grindhouse e di rigurgiti di genere (specialemente italiani), in chiave raffinatamente cinefila. “Colto del culto” per eccellenza, appassionato di horror e di poliziotteschi, di erotici serie Z e di terrore seventies, Tarantino mette ora le mani sul western italico, lo spaghetti, e in particolare sulle incarnazioni manieriste gia’ rimosse di uno o due gradi dai capositipiti di Leone. Nella fattispecie Django gia’ omaggiato in Le Iene con un remake della scena del taglio dell’orecchio. Ma di remake stavolta non si tratta anche perche’ il crepuscolre iperviolento di Corbucci era quasi un astrazione, spoglia di trama salvo la vendetta come trazione a senso unico. La versione di Tarantino sembra mantenere l’ossatura “revenge” – come gia’ Bastardi daltronde – per costruirvi un vero film. Django e il Dr. Schultz, cosi’ si chiama il personaggio di Waltz, arrivano nel sud schiavista delle piantagioni dove incappano in un giro clandestino di combattimenti gladiatoriali fra schiavi gestito dai perfidi Don Johnson e Leonardo di Caprio, e qui siamo dunque sul terreno di Mandingo di Richard Fleisher, ma Tarantino promette un film del tutto originale: “Non e’ Mandingo. Non ho niente contro i film di Fleischer, Mandingo mi piace come mi piace Emanuelle Bianca e Nera (un erotico di Mario Pinzauti, anche questo ambientato fra gli schiavi delle piantagioni, ndr.), ma non sto rifacendo quei film. La base sono gli spaghetti western e anche il ciclo dei “revenge movie”, certo, e anche i black western come Boss Nigger (un “blaxpolitation” del ’75, di Jack Arnold, su due pistoleri neri nel West, ndr). Ma non solo questo, io ci vedo anche l’Anello del Nibelungo; il mio Django e’ Sigfrido e cerca la sua Brunilde”. Aspettiamo fiduciosi.
pubblicato il 15 maggio 2012
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Ieri a Hollywood era Obama-day, o “star-mageddon” come e’ stato battezzato il banchetto nella villona di Clooney vicino Laurel Canyon, una familiare apoteosi di glamour, politica e narcisisimo tutto hollywoodiano. Ma fra le molte star radical-chic c’e tuttavia una grand-dame. “Tre anni fa sono venuta a LA per operarmi al ginocchio e nello stesso periodo ho incontrato il mio attuale compagno. Lui e’ stato un grande incentivo alla terapia fisica, perche’come ho gia’ detto all’inizio di ogni relazione e’ importante potersi inginocchiare (ride).” Jane Fonda non ha perso lo spirito di Barbarella ma non rinnega neanche’ “Hanoi Jane”, il titolo dispregiativo che le ha attaccato la destra dopo la militanza contro la guerra in Vietnam. A Beverly Hills prende volentieri in mano il giornale e si mette in posa – la nostra non e’ la prima barricata che ha conosciuto. Su Alias c’e’ la conversazione che abbiamo avuto con lei su vita e politica; qui giusto un anticipo: “Sa cosa dicono, che se non comprendi la storia sei condannato a riviverla, per questo credo sia essenziale esaminare il passato e trarne delle lezioni. Ho 74 anni e posso dirle che non sono mai stata piu’ felice – innanzitutto non ho mai pensato di vivere tanto a lungo e mai avrei creduto di essere felice a questa eta’. Ricordo quando ero giovane, ai tempi in cui sono arrivata in Francia (il ’68 ndr). Mi domandavo che senso avesse tutto questo, perche’ fossimo qui, che differenza farebbe essere morta? Poi gradualmente ho imparato il valore della lotta per un mondo migliore – e’ questo che rende anche te stessa una persona migliore.”
pubblicato il 12 maggio 2012
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L’appoggio incondizionato del presidente degli Stati Uniti al diritto al matrimonio per le coppie gay e’ da ieri un dato incontrovertibile. Un “coming out” politico impossibile da sopravvalutare: sulla linea di partenza di una campagna elettorale dall’esito tutt’altro che scontato il presidente in carica ha rotto gli indugi e si e’ schierato per i diritti civili dei gay su cui in precdenza si era mostrato al massimo cautamente tiepido. Naturalmente c’e’ da domandarsi quale calcolo politico abbia portato alla decisione all’inizio di una campagna in cui l’entusiasmo dei democratici si e’ assai affievolito rispetto a a quattro anni fa. In quest’ottica la dichiarazione di Obama ha avuto l’effetto immediato di galvanizzare la comunita’ gay e di riconquistare i non pochi militanti LGBT disillusi dal presidente che avevavo contribuito ad elegger. Ieri anche i piu’ scettici, come Dustin Lance Black, sceneggiatore di Milk e J Edgar, sono rientrati entusisticamente nelle fila obamiane, e con loro le considerevoli facolta’ finanziare di una comunita’ altamente motivata. Dall’altro lato la presa di posizione ha rinvigorito l’opposizione teocon – un dato scontato daccordo – ma anche seminato il malcontento fra l’elettorato afroamericano, fortemente religioso e particolarmente inflessibile sulla questione gay. La dichiarazione non influira’ in modo concreto sulle legislazioni in merito che dipendono dalle amministrazioni dei singoli stati – sei stati permettono oggi i matrimoni fra coppie dello stesso sesso mentre 31 altri hanno inserito il divieto nelle rispettive costituzioni. Il dato piu’ notevole allora e’ proprio la decisione di Obama di dire “qualcosa di sinistra” senza un chiaro e immediato tornaconto, un abbandono almeno su questo tema della moderata cautela che ha caratterizzato molta del sua amministrazione, con abbondante rammarico dei progressisti. Una decisione basata allora sull’apparente principio e sul senso etico, criterio di per se rincuorante o, se si dovesse rivelare comunque fondato sul calcolo politico, coraggiosa. Oggi Obama e’ qui a LA, a casa di George Clooney, dove incassera’ certamente gli elogi (e parecchi assegni) di Hollywood. Al di la delle strategie elettorali la decisione di schierarsi ha un grande peso simbolico; una conferma, forse definitiva, di un inevitabilita’ storica.
pubblicato il 10 maggio 2012
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Il pezzo e’ d’annata – e i rocker pure. Non vorrei aggravare ulteriormente il deficit generazionale di questo sito/testata, ma non posso esimermi da postare questa piccola chicca che abbiamo registrato ieri alla festa dopo l’anteprima di Dark Shadows. L’ultimo film di Tim Burton si isipira all’omonima telenovela USA degli anni ’70; un oggetto peculiare che ibridava la sintassi da soap pomeridiana con atmosfere gothic e un perosnaggio vampiro a favore della frisson delle massaie ca. 1972. Riciclato nelle mani di Burton il materiale rivive come comedy, visivamente lussurregiante ma anemica nella sostanza – caratteristica he troviamo abbastanza costante nell’opera recente del regista manierista. Non vorremmo pero’ infierire contro un film che ha avuto il pregio concreto di scritturare come house band Alice Cooper e Steven Tyler che smaglianti, a parte il vago profumo di formaldeide, hanno regalato agli astanti un mini set di classici di belle epoque fra cui “Whole Lotta Love”, (sopra). Ah si’ – nel film recitano Michelle Pfeiffer, Helena Bonham Carter, Chloe Moretz, Eva Green e Johnny Depp, accanito lettore di quotidiani “seventies” (sotto)
pubblicato il 8 maggio 2012
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Ci sono dei momenti genuinamente esilaranti ne Il Dittatore di Sacha Baron Cohen – come la scena della corsa podistica in cui il despota dello stato immaginario di “Wadiya” partecipa alla gara ma spara anche il colpo della partenza e poi usa la pistola per fare strage di concorrenti sulla pista. Oppure la scena nello studio medico in cui il dottore riferisce al paziente l’esito delle analisi: “le devo dire che rusluta “aladeen” all’ HIV” ma dato per meglomania il dittatore ha commuttato dozzine di parole del dizionario wadiyano nel proprio nome (Aladeen) – comprese “positivo” e “negativo” - il diagnosticato, angosciatissimo, non sa che pesci prendere. Una scena che poteva starci tale e quale nel Dittatore dello Stato Libero di Bananas di Woody Allen e l’ultimo film di Cohen e’ un omaggio, piu’ ancora che al Grande Dittatore di Chaplin (da cui prende in prestito l’idea del sosia), all’avanspettacolo del primo Allen e ai fratelli Marx – cioe’ la grande tradizione comica jewish americana. L’ultimo film dell’ autore di Borat e’ cioe’ una commedia convenzionale in cui Cohen mette in campo innegabili talenti di clown, tempismo satira ma pur sempre in una trama sceneggiata: a tratti fantozzianamente efficace ma ben lontana dall situazionismo sovversivo e geniale di Borat. Riportato su un terreno di commedia convenzionale, di gag su ascelle pelose e battute sulla masturbazione Cohen e’ semplicemente un comico come molti altri – in un film che solleva tra l’altro anche la questione di un comico devotamente ebreo che sfotte personaggi islamici. La forza di Sacha Baron Cohen rimangono le provocazioni estemporanee, gli interventi sulla realta’, come quelle messe in atto per la promozione del film: l’apparizione nei panni del dittatore sul tappeto rosso degli oscar o quella di domenica su Saturday Night Live, sempre in veste di Aladeen che per l’occasione aveva come testimonial Martin Scorsese, obbligato ad elogiare il film a forza di scariche elettriche.
pubblicato il 7 maggio 2012
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New York meta’ anni 80: Cookie Puss partorito dai Beastie Boys a partire da un jingle demenziale per una torta gelato che passava di notte sulle TV locali, rimbalzava dai finestrini abbassati ai locali ai marcapiedi. Un oggetto spudorato, irriverente e geniale, soundscape randagio che ibridava razze e sonorita’ con abbandono. I mingherlini jewish del rap misero a soqquadro l’hip hop nel suo momento piu’ fertile e sperimentale pollinandolo con riff metallari e bianchissima nerditudine. Quelli che si incazzavano per lo scippo avevano ragione, sicuro, ma allo stesso tempo Fight For Your Right to Party spacchera’ sempre di piu’ di Party for your Right to Fight la risposta militante degli altri geni assoluti dell’epoca, i Public Enemy. I Beastie sono stati molto di piu’ di una anomala curiosita’: quando qualche anno fa hanno portato a Sundance I Fuckin Shot That! nel concert-movie girato con 50 telecamere distribuite al pubblico, Mike D, Adam Horowitz, MCA (alias Adam Yauch – regista del film e di molti video della band), Mix Master Mike e Doug E. Fresh avevano la prorompente energia di vent’anni prima. Ma contrariamente a quello che si dice, il rock ‘n roll non e’ immortale e la scomparsa ieri di Yauch stroncato da un cancro a 47 anni e’ tantopiu’ triste e incongrua per l’incallita, splendida “immaturita’” dei Beastie. Per noi Cookie Puss ha finalmente risposto al telefono e MCA, infine dorme a Brooklyn.
pubblicato il 5 maggio 2012
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Le mobilitazioni del primo maggio in dozzine di citta’ americane hanno fotografato l’esuberanza e allo stesso tempo il momento critico del dissenso politico di era “post-occupy”. Un quadro ben rappresentato nelle manifestazioni che abbiamo ripreso a Los Angeles (sopra), citta’ dove l’atto stesso di riappropriare il tessuto urbano forse meno “umano” d’America a spazio ludico, critico, pedonale ha (specie nel coincidente ventesimo anniversario delle rivolte del ’92) un connotato intrinsecamente sovversivo. Il fatto stesso che il primo maggio abbia epresso un movimento nazionale non ha precedenti almeno non legati ad una ricorrenza notoriamente ignorata in USA – pur nascendo come commmorazione del movimento anarco-sindacale di Chicago nel 1886. Effetto in gran parte dell’impeto dato da Occupy che ha coordinato la protesta. A LA questa ha preso la forma di convogli organizzati per convergere sul centro dai quattro punti cardinali: la Westside della borghesia illuminata, il Southcentral afroamericano, la Eastside ispanica e il cordinamento del Nord organizzato dai sindacati. Quattro assi “direzionali” che hanno formato molteplici cortei poi affiancati, incrociati, uniti e ridivisi nel centro in estemporanee manifestazioni sono confluite nel comizio di Pershing Square. Concerti sono sbocciati a molti angoli di strada e su piattaforme semoventi, ci sono teach-in stile anni ’60, compreso quello su Rodeo Drive, la strada di lusso di Beverly Hills, contro il consumismo, e la commemorazione sul luogo di una famigerata sparatoria della polizia contro le Pantere Nere nel 1969 (raccontata da Wayne Pharr uno dei militanti arrestati allora). Un ombrello plurale sotto cui si sono mosse le molte anime della “cosa” di sinistra (sindacati, disobbedienza, black block, ambientalismo e minoranza ispanica che ha metabolizzato la grande mobilitazione di 5-6 anni fa), dai gruppi “aztechi” ai punk e ovunque un forte sapore “latino”. Prove di trasmissione quindi di un soggetto post-politico e, si, anche costruttivamente anti-politico (“fuori la politica dalla politica!” diceva un cartello sostenuto da un ragazzo) che hanno dimostrato ancora una volta quanto abbiano in comune le opposizioni in occidente nella contingenza globale caratterizzata dalla crisi strutturale dei mercati e quella fisiologica della democrazia. Occupy ha certamente influito sul dibattito al punto di generare un movimento capace di essere presente nelle piazze americane – ma non e’ ancora chiaro il percorso necessario per concretizzare l’opposizone ora che la stagione delle occupazioni fisiche sembra conlcusa – il modo per convogliare in maniera efficace il movimento per la giustiza sociale in un momento in cui le ingiustizie paiono sempre piu’ gigantesche e inscrutabili – e’ una ricerca urgente e complicata.
pubblicato il 2 maggio 2012
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La Ferrero, o piu’ specificamente la consociata americana del gruppo piemontese, e’ finita in tribunale in America per aver affermato nella pubblicita’ che gli ingredienti sani e genuini con cui e’ prodotta fanno della Nutella un alimento ideale per una colazione nutriente. La societa’ che in materia di disinformazione pubblicitaria e’ recidiva, dovra’ modificare le etichette sulle confezioni vendute in America per riflettere piu’ chiaramente che l’alimento in questione contiene zuccheri e grassi saturi in quantita’ tipiche dei dolciumi e risarcire ogni consumatore che l’abbia acquistata negli ultimi quattro anni e che ne faccia richiesta. Al solito la notizia ha suscitato numerosi commenti sul vittimismo di chi farebbe meglio ad usare il buonsenso invece di correre a piangere in tribunale per qualsiasi inezia. A noi pero’ sembra che fondamentalmente la storia riproponga la questione della protezione dei consumatori al tempo dell’alimentazione industriale. La Ferrero e la sua crema avranno pure origini radicate in tradizioni piu’ artigianali di molti cibi di massa ma stiamo pur sempre parlando di una multinazionale agroalimentare con un fatturato di 6 milardi di euro, 20000 dipendenti e un’impronta globale di dolciumi mirati ai bambini in un momento di obesita’ endemica ed esplosione di patologie legate all’alimentazione squilibrata. E’ una posizione che nel mondo competitivo dell’alimentazione di massa si raggiunge e si mantiene solo con una massiccia operazione di marketing come la Ferrero fa dai tempi di Carosello; ancora piu’ della qualita’ della cioccolata il genio dell’azienda e’ stato l’imprinting a tappeto di generazioni di consumatori mediante “narrative” sui loro dolci, fra cui quella di come siano “sani e genuini”. Ora l’opposto della pubblcita’ e’ l’informazione, ad esempio sugli ingredienti e sulle qualita’ nutritive dei prodotti venduti e non a caso le lobby del settore sostengono costanti campagne contro norme di trasparenza im materia. Piu’ singolare e’ invece l’attitudine della nostra stampa che in questioni di Nutella sembra inerpretare il proprio ruolo come difensore dell’onore della multinazionale italiana dagli attacchi del subdolo straniero. Sia Repubblica che il Corriere riportando la notizia hanno lasciato l’ultima parola alla societa’ trascrivendo ampi stralci del comunicato della Ferrero; Repubblica gli dedica 2 di 4 paragrafi del proprio articolo e conclude con lo slogan integrale della societa’: “L’utilizzo di Nutella a prima colazione con pane, latte e frutta nelle quantità suggerite – conclude la Ferrero – rimane un utilizzo raccomandato da numerosi studi scientifici di alta rilevanza internazionale nel quadro di una dieta equilibrata e gustosa, che come dice la pubblicità, fa più buona la vita”. Ah beh, se lo dice pure la pubblicita’…appunto. Anche dal Corriere ampio risalto al comunicato aziendale in cui si legge tra l’altro che «L’accordo transattivo raggiunto da Ferrero negli Stati Uniti è relativo al solo contenzioso nato dalla pubblicità trasmessa negli Stati Uniti e alla conformità di quest’ultima alle esigenze della legislazione americana. Non vi è nessun tipo di necessità di correggere da parte dell’azienda i suoi comportamenti commerciali e pubblicitari negli altri paesi ». Meno male, cosi’ non ci dobbiamo metterci a leggere tutte quelle parole noiose scritte piccole piccole sull’etichetta come quegli sfigati californiani. Tie’!. E’ come se pur di non vedere i candidi mulini della fanciullezza infangati da quei sozzi ingredienti dovessimo invocare di essere tenuti al tepore oscuro di un grembo spalmato di dolce nutella. Quadrato insomma attorno alla crema nazionale, e al nostro diritto di non sapere cosa ci mangiamo. Un autolesionismo efferato, che ricorda quello degli elettori repubblicani che marciano per il diritto a non essere curati perche’ la previdenza sanitaria e’ un concetto e’ socialista. E cosi’ i consumatori italiani e europei per il momento sono salvi dalle informazioni sugli ingredienti che mangiano. In relata’ sull’etichettatura non e’ che si brilli ne da una parte ne dall’altra dell’Atlantico. Le multinazionali combattono la trasparenza con medesimo vigore in Europa e USA dove ad esempio le etichette non riportano la presenza di ingredienti OGM, sempre per “non confondere” i consumatori, ne l’irradiazione della carne, ma non ci sembra per questo una buona ragione perche’ anche i giornali si debbano schierare per il diritto all’ignoranza a difesa dei produttori. Come dimenticare il putiferio sollevato un paio di anni fa quando la UE tento’ di applicare le norme sui valori nutrizionali scatenando l’allarme di ansimanti titolatori: “La Ue dichiara guerra al mito Nutella”, “Allarme: Nutella a Rischio”. Quando lo scorso autunno la Ferrero incappo’ in un altra sentenza, stavolta in Germania, che la obbligo’ a modificare le etichette della Nutella, addiritura la ADOC (Associazione per la difesa e l’orientamento dei consumatori), presunta associazione di tutela dei consumatori della UIL, ebbe a dichiarare, con grande risalto sui giornali: “Siamo stupiti da questo nuovo attacco frontale a un prodotto Made in Italy, rinomato in tutto il. E’ assurdo che si possa colpire un prodotto dolciario, noto per essere a base cioccolato gianduia, perché non è chiaro sull’etichetta che non è un prodotto dietetico.” Nota che il tribunale di Francorforte allora non chiedeva che i camion della Ferrero venissero dati alle fiamme al confine, ma semplicemente che il produttore evitasse di caratterizzare la Nutella come un’ottima fonte di vitamine e sali minerali. Accanto alla tutela del made in Italy (le bugie?) l’argomento che spunta regolarmente in questi casi e’ quello del buonsenso per cui “veramente abbiamo bisogno di uno stato-balia che ci spieghi che lo zucchero fa ingrassare?” La mamma californiana che ha denunciato la Ferrero perche’ i suoi spot l’avevano convinta a cibare ogni mattina la propria bimba di zucchero e olio di palma anziche’ cereali e frutta sara’ anche ingenua ma il fatto che abbia prodotto delle etichette piu’ oneste francamente non dispiace. Va bene imprinting a patriottismo, ma davvero vogliamo batterci per il diritto delle corporation di darcela a bere – e mangiare – con impunita’?
pubblicato il 30 aprile 2012
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L’altro giorno John Timoney intervistato da National Public Radio ha spiegava come i reparti antisommossa del Bahrein usino semplici cartucce da caccia per uccelli per “controllare” la folla, non pericolosi pallettoni, e che quindi l’uccisione del manifestante durante il vergognoso gran premio di domenica scorsa fosse solo un increscioso incidente. Timoney ex capo della polizia di Philadelphia e Miami parlava piu’ che da semplice opinionista dato che e’ stato ingaggiato dal governo dello stato del Golfo appunto per dirigere le operazioni di repressione. Scelta avveduta vista la sua reputazione di specialista di “ordine pubblico”. Timoney (di cui qui scrive il Guardian) si e’ fatto le ossa durante la convention repubblicana del 2000 in cui ha usato cariche, manganelli e infiltrazioni contro le proteste anti-Bush orchestrando numerosi raid “preventivi” contro i no-global che si erano dati appuntamento in citta’. In seguito, a capo della polizia di Miami aveva avuto modo di sviluppare ulteriormente le operazioni “politiche” contro i manifestanti al summi delle Americhe del 2003 facendo largo uso di munizioni “non letali” come proiettili di gomma, lacrimogeni e pepper spray – il metodo di dissuasione assurto poi ad arma preferita della polizia contro Occupy. Un curriculum che gli ha fruttato l’incarico per la repressione del dissenso in Bahrein perche’ si sa, quando c’e da soffocare un movimento democratico e’ meglio affidarsi a professionisti rodati nella maggiore democrazia dove i celerini sono anche allenati a rilasciare interviste e redarre comunicati per la stampa. In questa ventesima ricorrenza delle sommosse di del 1992 a Los Angeles, provocate dal famigerato pestaggio di Rodney King proprio da parte di agenti dell’LAPD, constatiamo insomma come il militarismo che permea la cultura poliziesca americana rimanga voce attiva negli export del paese. Ricordiamo il ruolo proprio del LAPD nell’addestrare agenti impegnati nel G8 di Genova; un altro ex-capo di polizia, William Bratton (Los Angeles e New York) e’ stato contrattato come consulente a Londra dopo le riots dell’anno scorso (James Cameron lo voleva assumere direttamente come nuovo capo della London Police ma il ministro degli interni TheresaMay si e’ opposta). Poca roba comunque rispetto all’incarico vinto da Timoney: vuoi mettere prendere l’appalto per reprimere il movimento di liberazione di un intero paese.
pubblicato il 27 aprile 2012
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Come titolo non e’ male, sicuramente epocale. “Finita l’Immigrazione”; tipo “Scoppia la pace nel mondo” o “Fermato il global warming”. Ma l’iperbole stavolta e’ apparentemente corroborata dalle statistiche, quelle raccolte dal Pew Hispanic Center che analizzando dati del censimento rileva una progressiva flessione delle entrate clandestine negli USA dal Messico e, durante gli ultimi cinque anni, un concomitante un aumento delle “uscite” di immigrati tornati per restare al loro paese. Al punto che per la prima volta in 40 anni il flusso migratorio piu’ massiccio della storia verso gli Stati Uniti, al netto chiude in parita’. A spiegare lo stallo di un mastodontico movimento demografico si adduce la militarizzazione del confine (e durante gli ultimi anni l’impennata del numero di disgraziati morti nel tentativo sempre piu’ arduo di attraversare il deserto braccati da banditi, “scafisti” di terra e agenti della migra), la flessione delle nascite in Messico (improbabile) e ben piu’ plausibilmente la crisi economica del “Norte”. Sta di fatto che il cambiamento e’ di portata biblica; negli ultimi 40 anni la transumanza di profughi economici da Messico e Centroamerica ha creato il paese trasversale del Sudovest ispanico, un luogo di delocalizzazione “interna” e ibridazione culturale che ha riportato molto del territorio appartenuto alla corona spagnola e al Messico a maggioranze “latine”. San Antonio, Los Angeles, Phoenix, Las Vegas, Tucson, Albuquerque sono metropoli di una regione “bruna”, capitali dei tacos e del Tex Mex dove l’aria e’ gravida di corridos e profuma di pupusas, metropoli ispanoamericane stratificate dove si incrociano artefatti di popcultura come i lowrider e la lucha libre praticata in magazzini di periferia, antiche militanze sindacali, cinema e arte chicana: una “Aztlan” (la terra ancestrale precolombiana politicamente riappropriata dai movimenti di orgoglio Mexica) postmoderna e fisiologicamente bilingue dove lo spanglish e’ lingua franca (salvo sacche linguistiche di dialetti indigeni: a LA nel 2012 si parla anche Quechua, Purepecha e Maya). Insomma un esuberante esilarante “melting pot” in cui l’immigrazione e’ la dinamica storica prevalente – il segno regionale caratteristico, compreso nelle forze xenofobe opposte – le ronde volonatrie dei minutemen sul confine fanno parte del paesaggio quanto i filari di campesinos che raccolgono i frutti del paniere californiano. Un grande esperimento binazionale di era multietnica – insomma un successo, malgrado soprusi e tensioni sociali. L’immigrazione ispanica ha temperato il rigore anglo con una sana dose di colore e fatalismo sudista. Ora che l’immigrazione e’ “finita” molti sicuramente auspicherebbero che anche tutto questo rifluisse a sud della barriera di confine da dove e’ venuto, ristabilendo le giuste omogeneita’ etniche: un miraggio futile anche perche’ da 200 anni e passa i flussi passano la linea come le maree e come dicono i latinos con la saggezza dei secoli: “non abbiamo passato noi il confine, sono i confini che hanno passato noi”, una verita’ sempre piu’ diffusa dell’era globale . Ma il dato rimane ed e’ significativo. Ora aspettiamo di leggere: “Code di immigrati a Pantelleria per gli imbarchi verso la Tunisia”.
pubblicato il 25 aprile 2012
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