Monday 08 February 2010

IL MANIFESTO BLOG
   storie dell'Occidente Estremo

  • Il superbowl e’ passato col suo contorno di folklore (sempre ben gestito dagli uffici marketing e dalla macchina mediatica), compiacimento e “americanismo”. Il primo dato che salta agli occhi – il record di ascolti: 100 milioni di spettatori che confermano “l’involuzione” di un pubblico che in tempi di crisi si riversa nel conforto della  collegialita’. Ne beneficiano Hollywood che riempie cinema e TV generalista che registra aumenti di audience per programmi nazionalpopolari come sport e “award show” ( dai Golden Globe agli Oscar) da tempo in declino. Poi la valenza simbolica della vittoria di New Orleans, citta’ martire della Bush-ocrazia, metropoli assolutamente identitaria in un universo di non-luoghi  – a partire dal fleur-de-lis che adorna le uniformi della squadra di football. Il rischio e’ quello di utilizzare i cori da tifoseria come inno di vittoria atto a cancellare scomode verita’ economiche razziali e politiche che molti preferirebbero dimenticare. D’altro canto e’ difficile  non condividere la contentezza di una squadra battezzata col titolo di uno spiritual diventato standard dei funrali jazz (when the saints go marchin’in) e i cui tifosi  hanno adottato a slogan (Who Dat!?) una frase nata dalle routine comiche degli avanspettacoli “mistrel” e in seguito ripresa dai ritornelli delle grandi band dell’era swing. Un tipo di tifo che ci piacerebbe immaginare al posto dei cori razzisti.

di luca celada
pubblicato il 8 febbraio 2010
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in varie
  • Ci siamo. Va in scena la superpartita – l’evento che equivale all’incrocio di San Remo con una finale dei mondiali, tanto piu’ rimarchevole per essere rimasta l’unica vestigia di un’era generalista ormai da tempo tramontata in America. Certo, in gran parte e’ un media-evento artificioso e per molti versi la somma di pulsioni nazionalpopolari  meno che salubri. Quest’anno la finale NFL che vede schierati i Colts dell’Indiana e i Saints di New Orleans ha comunque un sottotesto legato alla rinascita di quest’ultima citta’ mai del tutto recuperatasi dal sistasro Katrina. Ne ha parlato intelligentemente Amy Goodman su Democracy Now, il piu’ ascoltato  programma progressista del paese, con Dave Zirin un giornalista sportivo specializzato nel  delineare le insospettate intersezioni di sport e politica (per i lettori del Manifesto una specie di Matteo Ptrono americano). Zirin racconta che al di la’ della scontata metafora sportiva anche uno come Malik Rahim, attivista ed ex Pantera Nera di New Orleans,  confermi come la qualificazione alla finle abbia sollevato gli spiriti della citta’ mezzaluna e ricostruito la solidarieta’ fra bianchi e neri della working class in una metropoli dalla difficile storia razziale. Fra gli altri temi toccati da Zirin sono stati l’iniziativa degli Iraq Veterans Against the War, i reduci pacifisti della guerra in Irak per contrastare il militarismo come al solito associato al Superbowl (dai “flyover” dei caccia acrobatici al lancio della monetina affidato lo scorso anno al supremo comandante Petraeus, la partita e’ usata dall’esercito praticamente come uno spot per il reclutamento). Uno dei personaggi coloriti che saranno in campo oggi e’ Scott Fujita, “linebacker” biondo alto 2,10 metri e 130kg, nonche’ figlio adottivo di una coppia di nippo-americani il cui padre e’ nato in un campo di prigionia per giapponesi durante la seconda guerra; il difensore dei Saints  si e’ pronunciato contro  Guantanamo, il patriot act e le prigioni segrete di Dick Cheney. Infine la storia di Tim Tebow di cui abbiamo gia’ scritto. Il giocatore della Florida che usa la faccia come taccunino di versetti del testamento e che partecipera’ con la mamma nel famigerato spot antiabortista che andra’ in onda durante la partita, osannato come “coraggioso” da una moltitudine di opinionisti (fedelemente scimmiottati dagli omologhi italiani). Zirin sottolinea la differenza fra il suo “coraggio” impacchetato nello spot patinato finanziato dagli integralisti evangelici di Focus on the Family (costo $2.8 milioni) e quello di altri atleti  come Muhammad Ali che per opporsi alla guerra in Vietnam perse il titolo e la liberta’ o quello di Tommie Smith e John Carlos cui il pugno nero di Messico ’68 costo’ una vita di ostracismo in patria

di luca celada
pubblicato il 7 febbraio 2010
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  • Il giorno dell’insediamento al senato di Scott Brown, e’ stato anche quello in cui per la prima volta Obama ha pubblicamente concesso che la riforma sanitaria da lui caldeggiata ha buone probabilita’ di spirare in parlamento. Un buon giorno cioe’ per riflettere sulla nefasta dinamica ostruzionista istaurata dall’opposizione repubblicana per deragliare il programma del presidente attraverso  il metodico ostruzionismo parlamentare.  La versione romanzata  e’ quella popolarizzata da Frank Capra in Mr Smith Goes to Washington, con Jimmy Stewart giovane senatore idealista che si rifiuta di cedere la parola in senato, parlando fino allo stremo per impedire il voto manovrato da una lobby corrotta. Il filibuster, manovra “pirata” consentita  dal regolamento del senato americano (ma gli antecendenti sono in Inghilettrra e prima Roma con le interminabili oratorie di Marco Porcio Catone contro Cesare) alla minoranza per ostruire i programmi della maggioranza. In America e’ una tattica che veniva impiegata occasionalmente (ripetutamente ad esempio dai senatori sudisti oposti alle riforme dei diritti civili negli anni 60). Negli ultimi 20 anni, come mostra il grafico sopra, l’ostruzionismo “filibustiere” della minoranza ha subito un escalation grazie anhe alla modifica delle  regole che permettono il “filibuster implicito” (basta annuncaire l’opposizione ad oltranza e un voto non puo’ essere messso all’ordine del giorno senza disporre di una supermaggioranza: nel senato 60 voti su 100). Cosi’ e’  diventata la strategia sistematicamente impiegata dai repubblicani per sabotare la presidenza Obama assicurando che non passi una sola riforma. Per questo la perdita in Massachussetts del seggio del democratico che era appartenuto a Ted Kennedy e’ stata talmente devastante,  conferendo come ha scritto amaramente il Village Voice ai repubblicani una “maggioranza di 41 contro 59”. Il sabotaggio repubblicano implementato su tutta la linea del programma di Obama mira a deragliare la sua presidenza denuciandone  l’inefficacia per derviarne il vantaggio nelle elezioni di novembre. Una malafede ad oltranza che esclude ogni compromesso ed ha sostanzialmente istaurato la dittatura della minoranza, situazione di cui anche i democratici sono corresponsabili per non aver forzato il passaggio della riforma sanitaria quando avevano ancora la maggioranza di 60 voti. Cosi’ hanno permesso che l’ health plan assumesse un peso che va molto oltre la sua portata specifica per diventare simbolo dell’inefficacia dell’obamismo. Per questo potrebbe essere strategicamente utile che i democratici passassero alla camera la versione pur assai annacquata della riforma sulla salute (invece di modificarla e andare incontro a morte certa  in fase di  ri-approvazione in un senato ostaggio dell’opposizione). Solo cosi’ sostiene la fazione pragmatica dei progressistsi si puo’ scampare al ricatto repubblciano e passare al contrattacco.

di luca celada
pubblicato il 6 febbraio 2010
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  • Oltre che finalissima dello sport nazionale, nell’era dei canali on-demand e del digitale terrestre il superbowl che si giochera’ domenica  e’ vestigia di un passato generalista; il massimo picco di audience televisiva  capace di riunire 70 milioni di Americani davanti allo stesso programma e creare l’illusione di un’esperienza collettiva. Da cui la dimensione ‘totemica’ per i pubblicitari che si azzuffano a suon di $3 milioni al minuto per piazzare i propri spot davanti alla piu’ grande collezioni di occhi disponibile in un sol colpo. Da anni il superbowl ha una dimensione parallela come campionato per pubblicita’, per i prodotti ‘posizionati’ e per gli spot stessi, messi in campo dalle maggiori societa’ di produzione.

    Tebow: non-abortito

    Al punto che ormai il “buzz” che la  precede  per un paio di settimane riguarda piu’ la pubblicita’ stessa che la partita: i TG trasmettono servizi sugli spot piu’ attesi e sulle annesse polemiche. Quest’anno ruotano principalmente attorno al rifiuto della CBS di trasmettere lo spot presentato dal sito di canadese www.mancrunch.com (un social network per uomini gay). Nella vignetta si vedono due tifosi che seguono una partita di football in TV; quando la loro squadra segna saltano di gioia e presi dall’enstusiasmo si baciano sulla bocca davanti agli occhi esterrefatti del terzo amico. Un divertente riff sulla sintassi della pubblicita’ media della birra insomma, il cui finale a sorpresa, ha sostenuto la CBS, “non e’ conforme pero’ agli standard del superbowl”. Un divertente pezzo di Dan Neil sul Los Angeles Times sottolinea invece come la faccenda degli standard sia una semplice balla dell’emittente per coprire la propria malafede (o possibilmente oscurare il marcato sosttotesto omoerotico dell’esasperato machismo del football). Cattiva coscienza evidenziata dallo spot antiabortista piazzato nel mezzo del massimo momento tele-ecumenico americano dall’associazione ultraconservatrice evangelica Focus on the Family su cui lo stesso network non ha trovato nulla da ridire (in quest’ultimo si vedra’ il footballista Tim Tebow – uno che ha l’abitudine di scendere in campo con versetti della bibbia dipinti in volto – che ringrazia la madre per non averlo abortito(!)). La verita’ e’ che sempre per il dicorso di cui sopra cioe’ dell’indotto pubblictario amplificato da intertnet che ruota attorno all’evento, quello del ‘rifiuto da superbowl’ e’ ormai di per se una efficace strategia pubblicitaria. Si produce uno spot ‘inaccettabile’ come esca, contando sul veto del network mentre la pubblicita’ effettiva deriva proprio dalla polemica conseguente. Gioco particolarmente facile coi guardiani della morale del superbowl. Tanto per rendere l’idea un’associazione ha chiesto di cancellare il concerto half-time affidato agli Who a causa della presunta pedopornografia trovata in posesso di Pete Townshend nel 2003.

    volantino anti-Townshend

di luca celada
pubblicato il 3 febbraio 2010
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  • Oggi vengono assegnati i Grammys, “oscar” della musica -  la dicitura e’ d’obbligo e per certi versi i premi musicali hano un impatto maggiore di quelli del cinema, per il numero di stauette assegnate in una lista apparentemnte infinita di categorie che vanno dal folk acustico al “surround sound”  passando   per  disco e polka. Gia’ da tre quattro giorno Los Angeles e’ una successione di party, concerti e performance negli studios, locali e  teatri della citta’ approfittando del consesso annuale del gotha della musica. Una polemica quest’anno riguarda la presenza dell’artista giamaicano Buju Banton, candidato nella categoria per miglior album reggae. Ieri la gay and lesbian association against defamation  ha comprato un intera pagina di Variety per denunciare l’omofobia militante del cantante noto per testi che incitano al pestaggio e l’omicidio di “batty men” termine giamaicano per ‘frocio’ e che in passato ha dichiarato che “la mia guerra  ai faggots non avra’ mai fine”. Nella lettera aperta i gay definiscono scandaloso che l’Academy della musica abbia ritenuto di onorare il musicista con una nomination e chiedono la pubblica denuncia dell’incitamento all’odio contenuto nei testi di Buju.

di luca celada
pubblicato il 31 gennaio 2010
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  • Era solo questione di quando – e in meno di 24 ore dall’annuncio orchestrato a Cupertino e’ arrivata puntuale la parodia “hitleriana” del tavolettone messo a punto dalla Apple per vendere contenuti Apple. Parliamo naturalmente del Hitler Rant – la “sfuriata” hitleriana” – cioe’ l’inevitabile parodia su youtube ottenuta sottotitolando un brano di Der Untergang, il film del 2004 di Oliver Hirschbiegel in cui Bruno Ganz nei panni del Fuehrer esplode conto i luogotenenti che lo informano della disperata situazione nel bunker di Berlino. I video sono diventati uno dei fenomeni piu’ collettivi espressi da internet; in rete ne esistono ormai centinaia, alcuni esilaranti, altri meno (con buona pace del povero Hirschbiegel, Ganz e il loro bel film). La sfuriata del fuehrer, coi sottotioli appositamente modificati nella lingua che si preferisce, e’ perfettamente applicabile a qualunque soggetto si voglia deridere: dalla candidatura politica (celebre l’icazzatura del dittatore per la scelta di Sarah Palin a candidato videpresidenziale repubblicano), programmi televisivi invisi o un modello di cellulare infelicemente progettato. Nati come espressione sommamente “nerd” a commento di videogiochi e upgrade di software particolarmente sgradite. I video sono ormai diventati oggetto massicciamente virale, forma autoprodotta di satira “orizzontale” e contenuto spontaneamente collaborativo – un mash-up mondiale che con ogni probabilita’ sarano oggetto di futuri libri di testo di sociologia di internet. Dopo i riff su Michael Jackson, Avatar e ora l’Ipad, ce n’e’ uno che chiude il cerchio, la versione del tutto autoreferenziale in cui Hitler si imbestialisce per l’inarrestabile diffusione in internet …delle parodie hitleriane.

di luca celada
pubblicato il 30 gennaio 2010
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  • L’unico film italiano arrivato a Park City quest’anno e’ stato  Io Sono l’Amore di Luca Guadagnino. Me lo ha segnalato il primo giorno Gerome che programma il festival di Deauville e quello di Marrakech. L’ho ncontrato assieme al  distributore francese che a maggio lo programmera’ nelle sale d’oltralpe ed entrambierano  entusiasti del film (“c’est Visconti!”). Raccomandazione pesante insomma e onerosa, tanto che prima della proiezione ero piuttosto interdetto non conoscendo i film di Guadagnino, al di la’ dell’eco dell’operazione Melissa P.  E invece quest’opera raffinatamente manierista, impenitentemente estetica,  di letteraria formalita’ e’ una piacevole sopresa sin dalla maestosa ouverture musicata da John Adams. Girato con un opulenza di stile che non poteva che incorrere nella riprovazione dei critici italiani, I Am Love (che da noi esce il 19 marzo e in USA sara’ nei cinema a giugno, distribuita dalla Magnolia) e’ il tipo di film che fa bene a emigrare per essere apprezzato. A noi piace inoltre lo’ sprezzo del pericolo’ con cui   Guadagnino  prima della presentazione del film all’Egyptian con Tilda Swinton ha l’ardire di dirci pure che lui il cinema indie alla Sundance non lo sopporta proprio, dato che predilige troppo il linguaggio visivo sulla chiacchiera. Faccia tosta, e salutare direi, visto anche il film,  che ha portato ad una Park City innevata una Milano gelida e il ritratto della sua asfittica borghesia, cosi’ antitetica a queste montagne di Jeremiah Johnson,  da risultare del tutto esotica.

di luca celada
pubblicato il 29 gennaio 2010
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  • In concorso nella sezione documentari del festival passa 8:The Mormon Proposition bel esempio di pamphlet militante sul ruolo della chiesa mormone – cioe’ i padroni di casa qui in Utah – nel finanziare la campagna contro i matrimoni gay l’anno scorso in California. Il film da racconta  la campagna della  “Church of Latter Day Saints” e la propri tentacolare multimiliardaria organizzazione  per passare il referendum (la famigerata proposition 8) che lo scorso novembre ha tolto agli omosessuali il diritto a sposarsi precedentemente conquistato dai gay californiani. Una campagna segreta (con imposizione forzata di otto per mille ai fedeli) che costitui’ non solo una massiccia ingerenza negli affari di uno stato vicino (manco l’Utah) e contravvenne spudoratamente alla proibizione per le chiese di interferire in questioni politiche. Un film su cui aleggia lo spirito di Harvey Milk: il co-regista Rob Epstein aveva gia’ all’attivo il documentario Times of Harvey Milk e “8” e’ narrato da Dustin Lance Back, lo sceneggiatore oscar di Milk, il film con Sean Penn. Epstein inoltre come molti degli intervistati nel film (e come John Cooper – nuovo direttore del festival) e’ sia gay che ex-mormone. Una proiezione poi che casca bene,  dato che nel tribunale federale di San Francsico sono terminate ieri le udienze preliminari nel processo intentato dal movimento gay per invalidare il referendum.  L’affascinate processo che potrebbe porre le fondamenta giuridiche anche di futuri contenziosi, ha esaminato per due settimane la natura dell’omosessualita’: condizione genetica o semplice ‘stile di vita’ volontario? Una distinzione importante perche’ ne  deriva la definizione degli stessi  gay, cioe’ ‘associazione edonista’ come contendono i consevatori o effettiva minoranza civile  e pertanto avente diritto come tale alle protezioni che le sono dovute per statuto costituzionale. Per i gay e’ una questione chiave in cui la corte, se onesta, dovrebbe riconoscere innanzitutto la preponderante evidenza scientifica sulla natura dell’omosessualita e quella sociologica sulla altrettanto evidente discriminazione cui sono esposti i gay. L’inevitabile verdetto sarebbe che uno stato di diritto non puo’ arbitrariamente esimersi dal tutelare un solo gruppo minoritario e che il matrimonio che sancisce per tutti gli altri cittadini rientra fra questi. Se cosi’ fosse il tribunale dovrebbe riconoscere che la lotta per il matrimonio gay costituisce l’ultima grande battaglia per i diritti civili del secolo americano. Qualunque sia il verdetto californiano (previsto per meta’ febbraio)  e’ assicurato il ricorso dei perdenti all corte suprema federale, dove i gay non sono certo visti di buon occhio dalla maggioranza conservatrice.  Per conto nostro, come abbiamo gia’ scritto su queste pagine, l’alternativa piu’ coerente e ragionevole sarebbe l’uscita tout-court dello stato laico dagli affari matrimoniali di chicchessia.

di luca celada
pubblicato il 28 gennaio 2010
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  • Il sottoscritto sta al gioco su Main St.

    Il film-caso del festival e’ prevedibilmente quello che non appare nel programma ufficile essendo stato aggiunto a soprpresa al programma nel gorno dell’apertura. Si tratta di Exit Throught The Gift Shop –di cui ha gia’ parlato qualche giorno fa Orsola Casagrande  sul blog Sottosopra.  Gli scarsi biglietti per il  meta-documentario di Banksy su se stesso, sulla street art e sull’intersezione di quest’ultima con la “societa’ dello spettacolo”, sono diventati praticamente oggetti mitici a Park City, introvabili per quasi tutti compreso chi scrive e vi rimanda quindi alla recensione di oggi sul Los Angeles Times. Al di la del film di per se l’intera operazione e’ statao comunque un trionfo situazionista, un intervento in pieno stile banksiano evidente particolarmente in vicinanza della manciata di stampe murali  strategicamente dislocate in paese attorno a cui dal primoo giorno c’e’ fila fissa di fan per farsi la foto con gli stencil dell’anonimo piu’ celebre del mondo, la cui massima opera naturalmente e’ se stesso.

di luca celada
pubblicato il 27 gennaio 2010
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  • Sundance  ha il suo primo scandalo con Killer Inside Me, non tanto per le scene di “Jessica Alba sculacciata!”, spiattellate con gusto sui siti degli autorevoli quotidiani italiani  non appena le immagini sgranate sono state piratate su internet ma per quelle di grafica violenza contenute nell’adatamento dell’omonimo romanzo di Jim Thompson firmato Michael Winterbottom. L’altra sera dopo i titolo di coda all’Eccles Thetater di Park City hanno dato luogo ad una dei piu’ movimentati dibattiti dl festival. Normalmente i “Q&A” al termine delle proiezioni a Sundance sono caratterizzate dai complinenti del pubblico e da pertinenti domande del pubblico attento ai cineasti. Ma quando e’ stata la volta del regista inglese dopo la proiezione di Killer l’atmosfera era decisamente gelida. Prima “domanda” di una signora in prima fila: “Non posso credere che queto festical abbia accetato di proiettare una simile porcheria. Suono fuori di me. Lei dovrebbe vergognarsi e chiedere scusa!”  Al che la spettarice indignata si e’ alzata e ha lasciato la sala fra il mormorio e alcuni fischi della platea. Invece di rispondere Winterbottom affiancato dai produttori e alcuni membri del cast fra cui Bill Pullman (Jessica Alba si era limitata ad un berve cenno di saluto all’introduzione) e’ rimasto in silenzio sbigottito. Una buona meta’ della mezz dozzina di commenti seguiti dal pubblcioo hanno avuto lo stesso tono. Dal balcone un’altra signora si e’ chiesta con quale coscienza il regista avesse potuto  diffondere le immagini dei brutali omicidi di donne (massacrate a pugni del protagonista Casey Affleck) in un mondo gia’ corroso di abusi contro le donne, abbandonando poi subito anche lei la sala mentre Winterbottom avanzava una difesa invero piuttosto debole sulla forza del libro di Thompson. E effettivamente il regista rimette nel film tutta la violenza e il sesso originalmente contenuto nella piccola perla pulp di Thompson, autore piu’ sublimamente  dark del canone noir americano. Con Killer Inside Me il genio delle “dime novels” sfruguglia con clinica ferocia nell’America torbida dei peccati originali; la sua agghiacciante trama attorno al poliziotto serial killer nel West Texas di Hank Willams e dei campi petroliferi e’ un capolavoro horror di aberrazione psicologica sotto la superfice di ordinata conformita’ law and order. Da canto suo Winterbottom calca con dovizia sul sadismo e l’eros sadomaso che soffonde il testo  ma l’operazione nella cinepresa del britannico risulta aliena rispetto al vernacolare di interpreti piu’ naturalmente affini come Peckimpah  (The Getaway); come The Grifters di Steven Frears  il film e’ troppo formale per rendere appieno  la claustrofobica angoscia di Thompson,  che tra l’altro  alla fine della carriera passo’ aclune settimane proprio a Sundance al soldo di Robert Redford che gli aveva cosmmissionato una sceneggaitura intitolata “Bo” sulla vita di un hobo che pero’ non venne mai prodotta. Ma la polemica di quest’anno su Killer lascera’ senza dubbio un strascico “pulp” sul festival.

di luca celada
pubblicato il 26 gennaio 2010
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