Thursday 02 September 2010

IL MANIFESTO BLOG
   storie dell'Occidente Estremo a cura di Luca Celada
  • I sondaggi, le inchieste e le statistiche in generale e’ noto hanno valore relativo rispetto allo stato delle cose, ma a volte servono davvero a illuminare dinamiche effettive nelle societa’. Il dato demografico di cui parla questo servizo della National Public Radio americana e’ uno di questi. Le donne, giovani e senza figli  (22-30 anni) guadagnano oggi in USA l’8% in piu’ delle controparti maschili. E’ una bella controtendenza ad una realta’ che vede le donne economicamente subalterne agli uomini dalla rivoluzione industriale. Infatti come categoria generale, gli stipendi delle lavoratrici americane ammontano ancora solo all’80%  di quelli dei colleghi maschi. Eppure per l’ultima generazione la situazione e’ ora, per la prima volta nella storia capovolta o quasi. L’antecedente di questo dato e’ l’educazione: da un paio di decenni ormai le ragazze studiano di piu’, costituiscono la maggioranza in quasi tutti gli atenei  (in alcuni campus, come molti black colleges il rapporto e’ femminile per 2:1) e una donna ha oggi il 50% di probabilita’ in piu’ di un uomo di conseguire una laurea.  Questo ha determinato l’immissione sproporzionata di donne in posizioni manegeriali che a sua volta ha reso la forza lavoro femminile meno vulnerabile alla recessione di quanto lo sono stati gli uomini, sproporzionalmente collocati nei settori manifatturieri, i piu’ colpiti dalla crisi.  I dati raccolti dal Cenusus Bureau non garantiscono che il vantaggio i prolunghi su tutta la carriera anche perche’ una donna ha piu’ probabilita’ di interrompere il lavoro una volta che ha dei figli, ma cosi’ a occhio e croce e’ difficile non vedervi un effetto piuttosto tangibile e concreto  di una positiva macrotendenza femminista dell’ultimo mezzo secolo. E nelle coppie giovani comincia ad essere norma accettata che sia lei a guadagnare di piu’.

di luca celada
pubblicato il 2 settembre 2010
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  • Sabato e’ stato il giorno della manifestazione pop-con (termine che  conio qui e ora  per descrivere l’attuale movimento populist-conservatore di tea party e dintorni) guidata da Sarah Palin e Glenn Beck, piagnone capo della Fox News di Rupert Murdoch. Piagnone nel senso che la sua specialita’ consiste nello scoppiare in patriottici singhiozzi in diretta al contemplare questa o quella ignominia sofferta dalla sacra patria America per mano della congiura ateo-islamico-socialista che la minaccia e deturpa il suo onore di shining city on the hill. Il suo “rally” davanti  al Lincoln Memorial ha provocato piu’ polemiche del solito (e una contromanifestazione afroamericana) per aver scelto per il meeting di bianchi conservatori il luogo, e il 47mo anniversario, del piu’ celebre discorso di Martin Luther King. Un evento che ha ulteriormente oltrepassato– spostandola su valori quasi “italiani” -  la demarcazione fra informazione e schieramento politico del network il cui slogan e’ “fair and balanced” e che guida di fatto l’opposizione anti-Obama:  e’ stato l’equivalente di un comizio di Emilio Fede  al Family Day, per dire. Qui un bel editoriale di Frank Rich, corsivista del New York Times, che citando a sua volta la lunga inchiesta di Jane Mayer per il New Yorker, delinea finanziamento occulto del tea party , raccontando come dietro al  sedicente “spontaneo movimento popolare della destra” ci sia un triumvirato di miliardari. A foraggiare il movimento dell’ira populista contro “il socialista della casa bianca”, oltre a Murdoch, sono i fratelli Koch: David e Charles, tenutari di un impero  industriale con tentacolari  interessi petrolchimici. L’istruttivo articolo di Rich collega le loro finanziarie politiche,  Americans for Prosperity e FreedomWorks, ad altre organizzazioni-ombra dietro a simili attacchi della destra industriale a Roosevelt (American Liberty League) e Kennedy (John Birch Society) – strumenti eversivi al servizio degli interessi repubblicani che in tempi di opposizione vi ricorrrono regolarmente per sabotare le amministrazioni avversarie (aggiungeremmo il famigerato Committee to reelect the President messo in piedi dalla casa bianca di Nixon). Rich finisce ricordando come Roosevelt e Kennedy seppero reagire vigorosamente all’attacco politico pilotato mentre un simile reazione non si e’ invce  ancora materializzata da parte di Obama. E forse e’ ora.

di luca celada
pubblicato il 30 agosto 2010
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  • George Clooney parla del suo ultimo film, the The American, a partire, inevitabilmente, dall’assenza dal festival di  Venezia: “Non ci hanno invitato” afferma, e un filo di polemica sembra venare il famoso aplomb, “noi certo non avremmo avuto niente in contrario soprattutto uscendo subito dopo. In realta’ siamo rimasti piuttosto sorpresi. E’ vero anche che al festival sono stato ormai tre anni di fila….”. Notoriamente assente dunque a Venezia il film di Anton Corbijn, autore del bio-fiction Control sui Joy Division, anche se ci sentiamo di dire che ne risentira’ piu’ la glamour machine che la competizione. Il film prodotto da Clooney col solito Grant Heslov ha ambizioni da thriller esistenziale alla Jean Pierre Melville o Sidney Pollack, e invece la regia di Corbijn pur non senza spunti, non riesce mai a far quagliare l’estetica, la trama e i personaggi -  e in questo reparto forse ci sarebbe voluto un Lee Marvin o un Roy Scheider a interpretare il killer triste e amareggiato nascosto a Castel del Monte. Insomma un oggetto che non raggiunge le proprie ambizoni, e la promozione piuttosto tiepida (Clooney non fara’ altri incontri a parte la breve  conferenza stampa di ieri) fa sorgere il sospetto che gli stessi produttori non trabocchino di entusiasmo. Altre dichiarzioni di Clooney: gli elogi per la coprotagonista Violante Placido (“prevedo che fara’ un grande carriera, ha il talento nei geni”) e alcune considerazioni sull’Italia: “Il cinema italiano non sta esattamente attraversando un rinascimento, eppure le maestranze  hanno ancora la memoria dei grandi film.”. Poi “il terremoto dell’Aquila e’ stato come Katrina per l’Italia”, “ Appoggio Obama oggi piu’ di due anni fa”, “le polemiche sulla moschea a ground zero sono strumentali e ridicole come ha detto anche il sindaco di New York – non esattamente un radicale”. E sulla valutazione dell’Italia odierna si schernisce con un “posto meraviglioso quanto strano – piu’ ancora di qui”. Non per niente, si sa,  e’ il piu’ diplomatico  di Hollywood.

di luca celada
pubblicato il 29 agosto 2010
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  • Mafia II

    Era il titolo del cortometraggio-intervista di Martin Scorsese ai suoi genitori girato nel 1974, subito dopo Mean Streets. Lui naturalmente e’ il  “poet laureate” dell’esperienza italo-americana in tutto la sua etica ed estetica “coatta”, nella sua totale cooptazione ‘dal basso’ dell’american dream con tutto cio’ che ne consegue, ovvero quello che Scorsese ha sempre chiamato il lato oscuro del sogno americano. Il mese prossimo debuttera’ su HBO Boardwalk Empire la serie prodotta da Scorsese (sua anche la regia del pilot) ambientata ad Atlantic City nei primi anni della proibizione.  Un affresco-prequel sulle origini della criminalita’ mafiosa cui l’interdizione puritana dell’alcol offri’ un gigantesco incentivo (ma anche la fortuna dei Kennedy affonda le radici nello stesso humus grazie all’intraprendenza di nonno Joe). Oggi l’etos italoamericano e’ forse meglio rappresentato dai coatti balneari di Jersey Shore, ma c’e’ poco da fare,  l’italoamericanita’ rimane, e sempre  sara’, legata a cosa nostra (quanto la carriera di Francis Ford Coppola, che verra’ onorato  a febbraio con l’Oscar alla carriera, sara’ sempre associata al Padrino). E’ cio’ che toglie il sonno al prof. Joseph Scelsa presidente della Coalition of Italian American Associations, che raccoglie l’arcipelago di associazioni che hanno di volta in volta boicottato film, pubblicita’ e serie come i Sopranos ritenute colpevoli di “perpetuare gli stereotipi negativi” sugli italoamericani. Ultimo cavallo di battaglia: Mafia II, il videogame appena uscito della 2K Games, contro cui oggi e’ stato annunciato l’ennesimo boicottaggio a causa della presunta  diffamazione degli italoamericani come mafiosi. Ennesima battaglia persa in partenza che naturalmente avra’ il puntuale effetto di regalare una montagna di pubblicita’ gratis ai gongolanti produttori; senza capire che nell’immaginario globale “mafia” e’ destinata a rimanere sinonimo di made in italy piu’ universale di qualunque prodotto o virtu’ nazionale promossa da campagne di immagine ufficiali. E come non si annunciano boicottaggi afroamericani ad ogni disco di gangsta rap sarebbe forse piu’ produttivo riuscire ad accettarlo scindendo il fenomeno culturale dall’”onore nazionale” e anzi magari appropriandosene.

di luca celada
pubblicato il 27 agosto 2010
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  • In questi giorni di fine estate proprio nella su terra di origine, il palinismo ottiene uno dei suoi maggiori risultati politici con l’apparente vittoria  del candidato esponente del tea party, Joe Miller  sulla conservatrice tradizionale Lisa Murkowski nelle primarie repubblicane dell’Alaska . Sarah Palin si e’ affrettata definirla un  “miracle on ice”, il nome con cui e’ conosciuta la vittoria olimpica di hockey degli USA sugli URSS nel 1980 anche se lo spoglio proseguira’ ancora per qualche giorno. E’ un occasioe per riflettere sulle straordinarie somiglianze fra leghismo  e il movimento del tea party, figliastro brutto sporco e cattivo del reaganismo. Due movimenti orgogliosamente “low brow” che condividono la paranoia pastosa e la retorica che la esprime. I punti fissi del programma politico, i “talking points”, le frasi fatte gettate in pasto allo zocolo duro coincidono quasi alla lettera.  Sarah Palin e il Seantur spartiscono  una riflessiva reverenza per  “il lavoro duro” come virtu’ assoluta, un’ innata tendenza all’autarchia e l’insofferenza alla collettivita’ espressa dallo stato centrale e dalle sue imposte. – oltre a un razzismo appena velato. Sia il Bossi-pensiero che la saggezza da sound-byte  della mamma-orsa della destra verace americana cooptano, amplificano e sdoganano con nativo istinto per la politica populista, la xenofobia, diffidenza e paranoia  dei propri elettori. Sia il padre del celodurismo che l’idolo collorossista d’Alaska propagano fieramente  una visione sbrigativa del mondo, la diffidenza delle elite che sconfina in un anti intellettualismo liberatorio; la preferenza per la battuta da bar come veicolo di  saggezza popolare sul discorso articolato.  Fenomeni talmente speculari insomma da poter legittimamente essere visti come una specie di  archetipo antropologico; versioni del meme populista dell’era attuale – anche se a dire la verita’ lo sdoganamento e’ stato ben piu’ efficace in Italia: i teapartiers possono solo sognare una posizione di forza in una coalizione di governo nazionale come quella della lega – mentre non e’ ancora certo che non finiscano invece per avere un effetto distruttivo all’interno del partito repubblicano. L’altra notizia “speculare” provenuta dall’Alalaska paliniana questa settimana e’ quella della probababile candidatura di Levi Johnston, genero Palin e modello part-time di Playgirl, a sindaco di Wasilla (carica che gia’ fu di Mamma Orsa). Ad ognuno insomma la  Trota che si merita.

di luca celada
pubblicato il 26 agosto 2010
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  • Losangelista stacca da oggi per una pausa estiva a risentirci fra un mese

    un precario di "Toontown" ad un semaforo di LA. Giugno 2010

    Mentre Toy Story 3 si avvicina  al traguardo dei $350 milioni di incassi,  un articolo del Los Angeels Times racconta come la Pixar consumato il matrimonio con la Disney stia rischiando una trasformazione da factory dell’animazione originale e indipendente a cantiere di prodotti a “colpo sicuro” voluta dal management di Burbank. A Hollywood molti vedono l’uscita del terzo Toy Story come un segnale di adattamento alla ricetta imperante delle sequel – preferite dagli studios perche’ meno rischiose visto che il pubblico conosce gia’ i personaggi. Bob Iger capo della Disney in particolare e’ un profeta del branding che consente il lauto indotto del merchandising. Pixar invece aveva sempre resistito la formula e l’insitenza Disney su questa questione aveva provocato addirittura la rottura dei negoziati di acqusizione durante il regime Eisner che voleva imporre  una “quota” di sequel a Lassiter e i suoi.  Ora che il merger c’e’ stato e quest’ultimo e’ passato a dirigere la divisione animation di Burbank qualcuno teme che sia passata anche la linea corporate che determinera’ un appiattimento “holywoodiano” dell’offerta. Significa che lo studio che ha prodotto un numero record di storie e personaggi originali  prevedibilmente comincera’ ad andare sul sicuro e sfornare molte piu’ sequel: gia’ in cantiere Cars 2 e Monsters Inc 2.

di luca celada
pubblicato il 16 luglio 2010
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  • La decisione svizzera su Roman Polanski ha sposato in sostanza (o usato a pretesto, a seconda delle parti) la tesi di “Polanski: Wanted and Desired”  il documentario che due anni fa ha raccontato i retroscena sul patteggiamento avvento a suo tempo con le autorita’ giudiziarie e la scelta del regista di lasciare gli USA quando divenne apparente l’intenzione di rinnegarla da parte del giudice. “Profondamente deluso” si e’ detto Steve Cooley il procuratore di Los Angeles dal nome di un personaggio di James Ellroy, la cui ambizione politica (vorrebbe esser il prossimo Attorney General della California) e’ secondo alcuni alla radice della riaperutra del caso. La procura e il dipartimento di stato hanno aggiunto che non desisteranno dal tentativo di processare Polanski,  ma la realta’ e’ che non c’e’ molto che possano fare, almeno fin quando il regista rimarra’in paesi “amici”. A Hollywood intanto c’e’aria che definiremmo di silenzioso sollievo da parte dei molti che sono stati pubblicamente fustigati per l’appoggio dato al  regista (qui il riassunto cautamente neutrale di Variety). Per quanto riguarda  stampa e opinione pubblica invece,  corsivi e commenti internet pendono in grande maggioranza per lo scalpore e la rabbia per la mancata estradizione e condanna. Un sentimento in cui, come direbbe Berlusconi,  un giustizialismo giacobino “di base” si fonde  alla diffidenza per “l’elitismo” europeo e in cui il comprensibile scalpore per la violenza carnale pedofila ammessa da Polanski supera ogni considerazione di proscrizione e di perdono da parte della vittima,  per esigere la retribuzione. Una posizione che comprende la semplice intransigenza “vendicativa” ma anche le considerazioni di chi e’ impegnato  nella lotta all’impunita’ del clero pedofilo protetto dalla chiesa cattolica: Barbara Blaine presidente del Survivors Network of those Abused by Priests ha sottolineato la solidarieta’ coi minori vittime di violenze   i cui responsabili si sono sottratti alla giustizia “con manovre legali, influenza politica e l’uso strategico della procrizione”.

di luca celada
pubblicato il 13 luglio 2010
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  • L’evanescente radiografia toracica  qui accanto ha vissuto le sue 24 ore di celebrita’ internettiana grazie all’appartenenza dei tessuti raffigurati, a Marilyn Monroe. Le lastre effettuate in ospedale di Los Angeles nel 1954 sono state vendute all’asta  con forte lucro ($45000) del venditore e presumibilmente smodata soddisfazione del compratore che immaginiamo vittima di un’attrazione fatale per celebri viscere. Un ultima frontiera dell’osessione celebrity prontamente usata da una intreprendente ditta di apparecchiatiure mediche che ha pubblicato un intero calendario erotico-radiologico (sotto). Un fetish certamente oltre la piu’ azzardata speculazione di  Wilhelm Roentgen, invntoredei raggi X, che da qualche parte deve aver fatto sorrridere JG Ballard.

di luca celada
pubblicato il 12 luglio 2010
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  • Little Rock, 1957. L'integrazione federale dell scuole nel quadro di Norman Rockwell

    Nella tradizione degli interventi federali a favore dei diritti civili, il dipartimento di giustizia dell’amministrazione Obama ha sporto denuncia contro la legge anti immigrati che istituisce il reato di clandesitinita’ in Arizona. La legge che dovrebbe entrare in vigore a fine mese, autorizza la polizia a fermare ed interrogare individui “sospettati” di non esesere in regola. Gli avvocati del ministero hanno chiesto l’annullamento del decreto perche’ anticostituzionale dato che arroga all’autorita’ locale la legislazione in materia di competenza federale. In pratica Washington teme un regime in cui ogni singolo stato possa autonomamente varare statuti influenti sulla politica dell’immigrazione. Accanto alla considerazione giurisdizionale c’e’ la preoccupazione, da subito espressa da Obama, sull’escalation di un movimento xenofobo lesivo dei diritti civili degli ispanici, principale minoranza della nazione, che sempre in Arizona  ha scaturito quest’anno un’altra legge che vieta l’insegnamento di corsi di cultura ispanica nei college statali.

di luca celada
pubblicato il 7 luglio 2010
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  • Cattive notizie su piu’ fronti oggi dal Golfo martoriato dal vulcano di petrolio aperto sul fondo dalle trivelle della BP. Greggio e catrame sono stati rinvenuti per la prima volta nelle acque di Lake Ponchatrain, il grande lago “alle spalle” di New Orleans completando l’accerchiamento della citta’ e aprendo un fronte nelle retrovie della vecchia capitale della Lousiana. Sulla ‘prima linea’ intanto e’ stata confermata la presenza di catrame sul litorale texano; la marea nera e’ dunque cosi’ giunta sulle coste di tutti e cinque gli stati del golfo (oltre al Texas, Louisiana, Alabama, Mississippi e Florida) – tenendo conto che l’estensione subacuqea e gli efetti ultimi del petrolio sono lontani dall’essere accertati. Mentre continua a trivellazione dei pozzi “di alleggerimento”, mancano ancora “diverse settimane” al completamento e mentre sarebbero ancora il sistema con piu’ probabilita’ di successo, la stessa BP  ha avvertito questa settimana che l’efficacia delle nuove trivellazioni  “non e’ assicurata”. Sempre piu’ certa invece la portata globale della catastrofe.

di luca celada
pubblicato il 7 luglio 2010
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