Monday 15 March 2010

IL MANIFESTO BLOG
   storie dell'Occidente Estremo a cura di Luca Celada
  • Le recensioni dei film nella fabbrica del cinema hanno un po’ la funzione che potrebbero avere a Torino o Detroit i collaudi tecnici dei ricambi meccanici;  derivano cioe’ da un intento piu’ prosaico della critica pura, stabilendo il consenso degli operatori (come gli esercenti delle sale ad esempio che spesso vi basano la programmazione). La bibbia delle recensioni e’ Variety, il gazzettino ufficiale di Hollywood  che vaglia i film prodotti con diligenza da bollettino tecnico piu’ che da Cahiers Du Cinema pur impiegando alcune delle piu’ affidabili penne del mestiere. Per questo e’ piombata sulla citta’ come un doccia fredda la notizia del licenziamento dal giornale dei tre principali critici: Derek Elley, David Rooney e Todd McCarthy,  quest’ultimo con 31 anni di anzianita’. La modalita’: convocazione in direzione prima della pausa pranzo e la motivazione, ormai di prassi: problemi finanziari, crisi strutturale, obbligatorio utilizzo di freelance esterni per contenere le spese. Un’ultima raffica di tagli (oltre ai giornalisti sono stati messi alla porta una decina di altri impiegati fra redazione, reparto grafica e produzione) che ha suscitato scalpore commensurato alla reputazione in particolare di McCarthy, una delle firme piu’ illustri delle critica americana e del giornale che lo scorso anno ha recensito olte 1200 pellicole.  Roger Ebert, del Chicago Sun Times, decano di critici americani  ha guidato l’insurrezione sul suo blog con un lungo elogio dei colleghi e una invettiva in cui ha pubblicamente cancellato il proprio quarantennale abbonamento alla pubblicazione. Una vicenda che  confermato il precario stato dell’illustre  giornale che molti considerano probabile prossima vittima dell’agonia della carta stampata.

di luca celada
pubblicato il 12 marzo 2010
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  • Mentre ancora si sta asciugando l’inchiostro celebratorio dopo la vittoria Oscar di Hurt Locker e quella storica della sua regista, sta per arrivare nelle sale americane un’altro film che riporta lo sguardo del cinema sulla guerra irachena. Green Zone dell’inglese  Paul Greengrass (Bloody Sunday, Bourne Ultimatum) e’ un  adattamento drammatico del bel Imperial Life in the Emerald City, il libro di Rajiv Chandrasekaran pubblicato nel 2006 sui primi mesi dell’occupazione americana a Baghdad, ed e’ un film duro e molto piu’ politico di quello di Kathryn Bigelow.  La forza di Locker, un film  dallo sguardo “indie” e dalle salde radici ‘di genere’ nel miglior senso della parola, sta nei suoi personaggi, in particolare nel protagonista, il sergente artificiere William James la cui  passione patologica per il proprio ‘mestiere’ ci trascina nella zona d’ombra fra dovere e assuefazione alla guerra. E James sta a rota: un personaggio hemingwayiano che e’ parente non lontano del colonello Kilgore  – Robert Duvall in Apocalypse Now – e la sua passione per l’aroma mattutino di napalm. Bigelow e il suo sceneggiatore Mark Boal usano ad effetto gli archetipi della narrativa di guerra, giocando sull’ambiguo confine fra romanticismo e banalita’, abbastanza almeno per suscitare almeno una protesta ufficiale del Pentagono – anche se la regista sul palco degli oscar sulla guerra e’ rimasta scrupolosamente neutrale, limitandosi a ripetere  l’augurio di un pronto ritorno a casa delle truppe. Ben diverso il tono di Green Zone, un action movie sullo sfondo della prima occupazione Bush-Halliburton diretta dalla reggia di Paul Brenner accampata nei palazzi imperiali di Saddam Hussein, quando la zona verde era cittadella imperiale fortificata del reggente americano e della sua corte di petrolieri, contractor, mercenari  e faccendieiri. Il libro e’ la lucida cronaca di quelle prime settimane di proconsolato, e di come le nuove province vennero amministrate dal comando “texano” inebriato dal senso di illimitata possibilita’ di quella vergine frontiera petrolifera.  Sotto lo sguardo lucido di Chandrasekaran, all’epoca bureau-chief del Washington Post, i contractors si  dividono le spoglie a bordo piscina. Mentre fuori dalle mura scoppiano il caos e le bombe, la piccola America nella cittadella fortificata va avanti a fast food e barbeque (sempre abbondante la carne di maiale), video porno e rap a palla – mentre il governo del paese disperato oltre le mura e’ lasciato in mano a tecnocrati incompetenti e soprattutto fedelissimi del  partito repubblicano premiati  con arbitrari comandi.  Sullo sfondo di questi  fasti proconsolari, Greengrass inventa  un thriller attorno alla pattuglia del tenente Miller (Matt Damon) incaricato di rinvenimere le armi di distruzione di massa che l’intelligence assicura siano nascoste a Baghdad. Ma i conti non tornano per niente e Miller si trova navigare (compresa un inquietante visita al campo di tortura di Abu Grahib) il groviglio di spie e servizi che, con agganci molto in alto, gestiscono la “narrativa” della guerra.   Ne risulta un ibrido interessante – avvincente comunque nella parte del thriller politico che contiene,  e senza compromessi nell’affresco di un conflitto che e’ estensione ideologica della destra americana,  politico quanto e piu’ del Vietnam. “Non e’ facile”, mi diceva prima dell’Oscar Alessandro Camon, produttore  e scrittore padovano nominato quest’anno per la sceneggitura di The Messenger, il bel film sul fronte interno che e’ il Coming Home del conflitto iracheno. “Riuscire  a raccontare a caldo questa guerra fiche’ e’ ancora in corso”.  Ora che questo conflitto che dura ormai piu’ della seconda guerra mondiale, e’ stato ereditato da un nuovo presidente,  il cinema comincia tuttavia a rompere il silenzio delle versioni ufficiali. E Green Zone si preannunica ben piu’ controverso di Hurt Locker.

di luca celada
pubblicato il 11 marzo 2010
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  • un residente di Los Angeles contempla i vicini - foto: Fabrizio Laurenti

    Anche se tecnicamente e’ composta di una novantina di municipalita’ amministrativamente distinte (Santa Monica, Beverly Hills, West Hollywood… e via dicendo attraverso l’hinterland) all’occhio nudo – o dal finestrino di un aereo che per sorvolarla impiega facile una ventina di minuti – Los Angeles appare come una metropoli sterminata. Una pianura di 100km x 100km uniformemente ricoperta di casette,  l’archetipo di sprawl orizzontale a bassa densita’ attraverstato dalle autortrade urbane. LA e’ il capostipite del modello suburbano copiato da molte citta’ moderne in America e ormai altrove, che dilagano nel territorio decentrando comprensori e snodi di consumo in paesaggi posturbani, suburbani ed exurbani. Il modello a volte denominato di losangelizzazione ha generato un intero campo di studi critici urbanistici e sociali e un annessa bibliografia, dal fondativo Architecture of Four Ecologies di Rayner Banham all’ Ecology of Fear di Mike Davis. Un altro libro, lo splendido saggio fotografico  Los Angeles, Portrait of a City edito quest’anno da Taschen, rivela attraverso una stupefacente collezione di foto storiche come questo archetipo (sub)urbano abbia appena 150 anni, come a meta’ dell’ottocento cioe’ al posto della megalopoli  ci fossero vergini  colline di macchia mediterranea e poco piu’  (tutta l’odierna rigogliosa vegetazione urbana di LA, a partire dalle topiche palme, e’ stata importata successivamente per effetto “scenografico”). Le immagini dimostrano che la dimensione piu’ stupefacente della metastasi urbana losangelese sia stata l’accelerazione nel tempo di questa citta’ amorfa che ha colonizzato l’immaginario globale. Una caratteristica che con la bassa densita’  spiega in parte la sussitenza di una florida “fauna urbana”. Le colline che attraversano la citta’ e i limitrofi giardini delle case sono condivisi  dai losangelesi e da decine di specie di animali selvatici – oltre al solitario coyote di cui sopra  e miglaiai di suoi consanguinei, da cervi, serpenti, scoiattoli, raccoon (orsi lavatori), puzzole e opossum  che la sera e’ normale vedere razzolare nei bidoni della spazzatura, sgattaiolare dietro l’angolo o attraversare di soppiatto la strada. Il comune e la provincia mantengono diversi enti  preposti alla loro “gestione”, un controllo del tutto illusorio naturalmente e fin quando i californiani bipedi continueranno a spingersi  sempre piu’ addentro agli habitat degli abitanti originali del territorio e’ forse piu’ logico il progetto della National  Wildlife Federation che offre consigli su come meglio allestire nel proprio giardino un habitat idoneo anche agli animali selvatici, certificando gli ambienti “amichevoli” con questo diploma.

di luca celada
pubblicato il 10 marzo 2010
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  • Lo slogan spruzzzato ieri su un muro di Westwood, il quartiere universitario di Los Angeles da la misura dell’esasperazione della protesta degli studenti che e’ esplosa non solo sul campus della UCLA qui, ma in tutti gli atenei californiani: UC Davis, Berkeley, Santa Cruz, Irvine, Riverside, San Diego…Sono le universita’ del UC System, quelle che erano state il vanto del paese come centri di ricerca e insegnamento all’altezza delle esclusive Yale, Harvard o Stanford ma, differentemente dalle cittadelle di privato privilegio che e’ l’Ivy League,  progettate – e pubblicamente sovvenzionate – per dare massimo accesso agli studi superiori. Le rette delle scuole californiane erano ancora la meta’ comparate alle migliori d’America cui sono equivalenti. Un idea progressista di istruzione democratica che per 40 anni ha ampliato la middle class della California alimentando innovazione e benessere. Ma come spesso ripetiamo su queste pagine, 30 anni di liberismo populista, l’involuzione iniziata con la Reagan Revolution e il suo mantra del meno tasse – meno stato, hanno  ridotto in brandelli  il bilancio dello stato e allo stremo i servizi pubblici soggetti a implacabili tagli alla ricerca di un impossibile pareggio dei conti. A novembre e’ stata deciso l’aumento delle rette universitarie del 32%, scaricando i peccati dei padri sulle spalle dei figli, i giovani tagliati improvvisamente fuori dalle universita’. E’ un ulteriore indice  di uno shift ideologico che, come scrivevamo qalche giorno fa qui sotto, ha fatto si che le prigioni abbiano sostituito i campus come settore in boom, il simbolo di un patto sociale fratturato rimpiazzato dalla visione cinica e criminalizzante di una societa’.  Il tradimento delle universita’ e’ una promessa infranta ai giovani della societa’ piu’ multietnica – e farne le spese saranno nautralmente i ceti disagiati e “diversamente pigmentati”,  ma in defintiva una California destinata ad essere impoverita del suo bene piu’ prezioso: la dinamicita’ intellettuale.  Gli studenti di oggi sono una lost generation espropriata del proprio futuro dalla bieca miopia di una classe dirigente che per 30 anni ha pensato a rimpinguire i propri forzieri con la  speculazione e poi con Wall Street e’ sacppata con la cassa. Rimane la rabbia, e quella scritta spruzzata ieiri: occupy everything.

di luca celada
pubblicato il 5 marzo 2010
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  • Sulla carta sara’ sembrato  il connubio ideale fra l’assurdismo vittoriano di Lewis Carrol e il piu’ immaginifico dei manieristi visuali. Ma l’Alice di Tim Burton e’ in forte deficit di meraviglie sostituite da effetti speciali pret-a-porter. Burton propone la conflazione delle trame delle due novelle di Carroll, “Le avventure di Alice” e la sequel “Attraverso lo specchio” mescolando il cast di personaggi e trasformando la bambina in teenager dalle incipenti pulsioni indipendentiste poco vittoriane e molto Disney Channel. Non una grande sorpresa forse  visto che la sceneggiatura e’ firmata da Linda Wolverton autrice di Bella e la Bestia e Re Leone, anche se stupisce un po l’acquiescenza di Burton (pur consuetamente traghettatore di estetiche da Svankmajer o Edward Gorey in versione da prima visione), ad un oggetto patinato come questo, che baratta la destabilizzante oniricita’ del testo originale con una narrativa omologata ai tre atti d’ordinanza hollywoodiana. L’ultimo dei quali ci propina la stance catarsi di una  battaglia fra gli eserciti del bene e del male (capitanati da bisticcianti regine sorelle) che trasforma il paese delle meraviglie in terra di mezzo. Piu’ altre stonature come la quasi romance fra Alice e il cappellaio matto (e backstory per lui di giovane creativo traumatizzato – qualcuno a Burbank ha indubbiamente consultato il manuale aziendale). Insomma un’Alice-Buffy a caccia di Jabberwocky e di autostima, protagonista invece che di un meraviglioso sogno, di una parabola con morale da serial TV e un buonismo da Hannah Montana. Ne aiuta un 3D che a differenza di Avatar con la sua integrazione umana-sintetica, torna ad essere gimmick col principale scopo di incrementare gli utili di botteghino.

di luca celada
pubblicato il 3 marzo 2010
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  • Forse per partecipare simbolicamente alle celebrazioni dell’anno bicenetenario darwiniano appena concluso il Foglio.it pubblica un post contro Richard Dawkins   “l’ultradarwinista” (afflizione presumibilemente piu’ perniciosa del darwinismo moderato). Lo zoologo e divulgatore  inglese, (l’ultimo libro, pubblicato in Italia da Mondadori, si intitola “Il più grande spettacolo della terra. Perché Darwin aveva ragione”) e’ bete noir designata della destra teocon per la sua promulgazione del razionalismo scientifico e per estensione dell’”umanesimo laico” cui il teorema neocon fa risalire la somma dei mali della atea modernita’. Dawkins ad esempio e’ stato dipinto come eminenza grigia di una “cabala darwinista” interazionale dedita al subdolo controllo delle universita’ del mondo nello pseudo-documentario del neocon  Ben Stein (Expelled: No Intelligence Allowed ) una requisitoria paranoica che conclude collegando la teoria dell’evoluzione ai forni crematori nazisiti (essendo l’Origine delle Specie necessaria giustificazione morale di Hitler!). La crociata antidarwinista e’ un chiodo fisso dell’integralismo evangelico americano ma il suo scimmiottamento nei salotti della destra borghese europea e’ una nota particolarmente stonata dell’agenda teocon, ma tant’e’, il sito del Foglio si occupa dicevamo di una polemica che coinvolge Dawkins dedicandogli con malcelato compiacimento l’accattivante titolo di “L’ateista Dawkins, da risorsa del mondo razionale a deficiente assoluto”. Cosa ha fatto il diabolico professore per subire infine la meritata demozione? Apparentemente (il post cita un articolo del Times senza ulteriore specificazione o fosse mai, un link: e’ questo) Dawkins avrebbe di recente istituito di nuove regole per la partecipazione ai forum di discussione del suo sito RichardDawkins.net,  stabilendo che  “chiunque voglia aprire nuove discussioni dovrà assoggettarsi all’approvazione preventiva dei responsabili dei forum”. Cotanta la sfacciata ipocirisia di questo sedicente razionalista! E il Foglio non puo’ esimersi dal riportare doviziosamente alcuni  esempi della indignata “valanga di insulti” seguita alla nuova pratica censorea: una selezione di apprezzamenti da cui si envince intanto che “l’assoluta deficenza” del titolo e’ appunto l’opinone di un commentatore arrabbiato e che altri hanno definito Dawkins un “ano di topo in suppurazione”. Chi legge i commenti su questo stesso sito e su altri forum progressisti in italiano, inglese o altre lingue, riconoscera’ il tono che caratterizza i commenti ostili che spesso sommergono le aree discussione. Non parliamo della divergenza di opinioni ma delle vitrioliche invettive ad personam  cui sono spesso bersaglio autori dei post, quella “cultura dello sfogo” su internet cioe’ che lo stesso Dawkins adduce come ragione per le sue nuove regole . Una decisione assolutamentre dicutibile come lo sono le regole di ogni sito. Per verificarne l’illiberale portata ho visitato il sito Dawkins e provato a aggiungere un commento alla piu’ recente stringa di discussione; dopo la registrazione gratuita come utente, il mio commento e’ stato immediatamente aggiunto al forum senza alcuna apparente prevai approvazione. Poi cosi’ tanto per fare ho deciso di commentare il post del Foglio ma ahime’ qui invece la possibilita’ di commentare un post  non e’ contemplata per niente. Chi veramente volesse dire la propria e’ indirizzato alla sezione apposita: Hyde Park dove vengono raccolti alla rinfusa e in modo non-lineare interventi originali e commenti su articoli recenti in ordine sparso. Scritto e inviato il mio commento vedo pero’ l’avviso della redazione ai lettori-commentatori con la seguente dicitura:

    “I messaggi non vengono automaticamente pubblicati, ma sono prima letti e vagliati dalla redazione del Foglio.

    Vengono pubblicati i messaggi ritenuti interessanti per i lettori del Foglio, che danno un punto di vista non scontato, che escono dall’ordinarietà, che colpiscono.

    » Se un vostro messaggio non viene pubblicato, non sentitevi censurati, offesi, arrabbiati: sono le regole del gioco.”

    Caspita se uno fosse malfidato si potrebbe quasi ravvisare  una (gasp) approvazione preventiva. Incredibile come i tuoi  “amari disinganni del libero Web” (il sottotitolo del post anti-Dawkins dello stesso Foglio) diventino poi  le mie “regole del gioco” , che se non ci stai peggio  per te.  Verrebbe da pensare pure all’ipocrisia -  ma vai a sapere magari e’ il preconcetto  di un congenito estremismo ultradarwininsta.

di luca celada
pubblicato il 28 febbraio 2010
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  • man in black ricordato su un muro di Hollywood

    Ieri Johnny Cash avrebbe compiuto 78 anni. L’uomo in nero e’ morto 7 anni fa, lasciando un vuoto incolmabile si direbbe,  se non fosse che Cash, un genio del country, poeta baritonale del lato oscuro e al contempo “spiritual” del heartland americano,  ha concluso la sua carriera, iniziata 50 anni prima alla Sun records di Sam Phillips, in un veritiginoso crecendo artistico espresso negli American Recordings: sei dischi di straordinario testamento e sperimentazione in collaborazione col producer Rick Rubin. L’ultimo della serie, American Recordings VI: Ain’t No Grave e’ uscito postumo questa settimana. A tutti ne consigliamo vivamente l’ascolto, magari in accoppiata con Cry Cry Cry, b-side del suo primo single (Hey Porter) del 1955.

di luca celada
pubblicato il 27 febbraio 2010
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  • Fa notizia in questi giorni il rilascio anticipato di migliaia di detenuti in California. Una  singolare inversione di tendenza e vera e propria bestemmia nel panorama politico di un paese la cui deriva giustizialista negli ultimi 30 anni ha prodotto il piu’ alto tasso di carcerazione al mondo. Dove per  giustizialismo si intende la criminalizzazione come universale palliativo nell’assenza di sensate politiche sociali.  Gli Stati Uniti hanno il 5% della popolazione mondiale e il 15% dei detenuti grazie all’imperante retorica del hard-on crime, dell’ordine pubblico a tutti i costi, che in California ha prodotto le famigerate leggi 3 strike che impongono maxisentenze obbligatorie dopo tre condanne per infrazioni anche non violente. Il risultato e’  una faraonica infrastruttura della liberta’ vigilata e il boom delle prigioni che per anni hanno costituito uno  dei settori economici di massima crescita.  Negli anni ’90 il settore penitenziario e’ stato un nuovo Eldorado e l’ultima spiaggia per certe localita’ dell’ hinterland sottosviluppato dove la costruzione di una nuova prigione (pubblica o privata) poteva significare centinaia di impieghi e fare la fortuna di un comune o una contea. Ma lo scoppio della bolla liberista ha svelato l’amara realta’ di forzieri pubblici svuotati da anni di demagogia del ‘meno tasse’ e al pettine sono venuti anche i costi di manutenzione di un gulag costruito in gran parte per “ospitare” piccola criminalita’ legata agli stupefacenti. Si da il caso, come hanno scoperto amminsitratori alle prese con bilanci in bancarotta, che mantenere le 170000 persone detenute nelle 33 prigioni dello stato (piu’ una ventina di riformatori e campi di lavoro – un numero triplicato dal 1980) costa una montagna di soldi – una cosa come $10 miliardi l’anno (anche quetso il triplo di quello che si spendeva nel 1998) – ovvero, come da un po’ di tempo in qua va sottolineando anche il governatore Schwarzenegger, piu’ di quello che si spende per le scuole. Ecco dunque l’eretica idea di sfoltire la popolazione carcerata raccorciando le pene piu’ lievi, subito accolta da un prevedibile stracciamento di vesti. Il fatto e’ che con politiche penali sempre piu’ severe e la manipolazione dell’opinione pubblica il cosiddetto prison-industrial complex era assurto a florido settore economico in cui lavorano 70000 impiegati fra cariche politiche, amministratori, funzionari e guardie carcerarie – il cui sindacato e’ il piu’ potente della California e la sua piu’ efficace lobby politica. Col successivo sviluppo di un’altrettanto redditizio  settore privato ad affiancare i penitenziari statali,  i detenuti sono diventati materia prima di un eccellente business pubblicamente finanziato. La fotografia di una societa’ polarizzata, in cui la criminalizzazione delle ha sostituito l’integrazione dele classi emarginate e il mercato ha preso il posto del patto sociale. Ma recentemente col mercato che schricchiola il “business model” si e’ incrinato; le corti federali (solite dirigiste) ad esempio hanno intimato alla California  di fornire servizi sanitari di “livello costituzionale” ai propri prigionieri al costo di ulteriori $8 miliardi ed improvvisamente i politici hanno scoperto una insospettata misura di compassione d fino a contemplare l’impensabile – scarcerare  i detenuti.

di luca celada
pubblicato il 24 febbraio 2010
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  • Un istruttivo articolo del Los Angeles Times e’ una lezione sul potere degli interessi industriali nella democrazia americana, in questo caso la lobby delle bollicine zuccherate. La storia riguarda una delle inziative connesse alla riforma della salute messa in cantiere dall’amminsitrazione Obama,  una in particolare che sembrava l’uovo di Colombo. Una tassa sulle bibite gassate che avrebbe contribuito  a finanziare la previdenza e scoraggiando allo stesso tempo l’uso massiccio che gli Americani fanno dei soft-drinks, un delle cause dell’epidemia di obesita’. In un paese con oltre un terzo dei cittadini (in gran parte bambini) sovrappeso l’assunzione di liquidi zuccherati con le bollicine e zero valore nutritivo e’ una pandemia alimentata ad arte da un’industria con un’efficenza da far invidia ai fabbricanti di sigarette. Ogni Americano in media beve 170 (centosettanta) litri all’annoo di bibite artificialmente colorate e aromatizzate con aggiunta di industriali quantita’ di zuccheri – solitamente sotto forma dell’ubiquo sciroppo di mais modificato – unita’ di base di quasi tutta l’alimetazione industriale (insuperata a questo riguardo la lettura di Michael Pollan il suo “Omnivore’s Dilemma“). Bottiglie, lattine e speciali contenitori ‘da viaggio’ sono compagni inseparabili della giornata di milioni di americani in ufficio, in auto e a passeggio. Un’assuefazione promossa e gestita dalle multinazionli produttrici solite ad esempio procurarsi nuovi clienti obbligando scuole elementari a firmare contratti capestro per la vendita della loro marca nelle mense in cambio di contributi alle anemiche casse scolastiche. E’ il mercato bellezza. La proposta di legge caldeggiata da medici, amministratori e Michelle Obama che della riforma alimentare ha fatto un cavallo di battaglia personale, sebrava insomma un ottima idea – uno studio a Yale ha calcolato che il consumo di bibite sarebbe sceso del 23% e la tassa avrebbe generato $50 miliardi in dieci anni. Ottima cioe’ tranne che per i mercanti di acqua zuccherata che in allenza con colossi dell’alimentazione fast come McDonalds hanno costituito “l’associazione degli americani contro le tasse sugli alimenti” e lanciato un campagna di “sensibilizzazione” a suon di milioni ben distribuiti a politici e associazioni di categoria che coincidentalmente hanno cominciato a ritirare il proprio appoggio e i propri voti. Perfino l’associazione dei medici ispanici – comunita’ particolarmente colpita da obesita’ e diabete– si e’ tirata indietro dopo aver incassato $10000 dalla American Beverage Association. Altra beneficiaria della disinteressata beneficenza dei bibitari e’ la American Academy of Family Physicians e esattamente come i fabbricanti di sigarette l’industria sponsorizza regolarmente studi scientifici “favoreoli” atti a  controbilanciare le schiaccianti prove sullla nocivita’ delle bibite. Ah, si, la legge: dopo la pioggia di dollari e  defezioni a catena in parlamento e’ stata defenestrata.

di luca celada
pubblicato il 21 febbraio 2010
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  • Nelle settimane che precedono l’Oscar a Los Angeles tutto e’ lecito per promuovere un film concorrente ai premi,  ma perfino alcuni dei fan piu’ appassionati di Bastardi Senza Gloria hanno rilevato l’ironia della sua proiezione qualche giorno fa presso il Museum Of Tolerance: tutto sara’ infatti l’opus fantastorico di Quentin Tarantino fuorche’ un elogio alla “tolleranza”, semmai la storia del commando jewish-american che semina il panico nelle retrovie naziste e’ una “revenge–fantasy” con un retrogusto di vendetta squsitamente pulp.  Un film di Tarantino cioe’ – su cui stavolta in America si e’ discusso a lungo come sempre avviene ogni volta che il cinema rivisita l’olocausto e dintorni. Molti  in circoli ebraici (qui Irwin Kula su Huffington Post) hanno ringraziato Tarantino per aver dato voce a inconfessate pulsioni di un inconscio che tramanda il trauma dello sterminio. Anche se non sono mancate voci dissenzienti (qui Liel Leibowitz) che hanno lamentato la sostituzione della morale ebraica  con l’etica da b-movie, il consenso e’ stato che  la fantasia tarantiniana rappresenta una catarsi in salutare controtendenza agli stereotipi di ebrei-vittime tuttora prevalente. E’ stato questo il sottotesto ufficiale anche della soiree al museo della tolleranza alla presenza di Tarantino, Eli Roth, il produttore Brian Grazer e  di Harvey Weistein – leggendario ex-boss Miramax per cui strumentalizzare lo Shoah in cambio di un po’ di pubblicita’ pre-Oscar e’ una mera bazzecola. Stavolta Weinstein ha trovato buona sponda nel rabbino Marvin Hier dirigente del centro Simon Wiesenthal, celebre per la caccia ai gerarchi nazisti  e ora sempre piu’ polo della lobby israeliana a Hollywood. Hier critica regolarmente chi in citta’ azzarda critiche all’operato di Israele (Danny Glover e Jane Fonda ad esempio che l’anno scroso avevano protestato l’attacco a Gaza) e attacca film che ritiene “antisemitici”; la Passione di Mel Gibson per esempio, ma anche il Munich di Steven Spielberg, la cronaca degli assassinii di leader palestinesi eseguiti dal governo israeliano dopo l’attacco terrorista alle olimpiadi di Monaco che il rabbino all’epoca defini’ apologia filo-palestinese per aver contemplato il dilemma morale delle esecuzioni sommarie. L’elogio delle immaginarie violenze tarantiniane rientra insoma appieno  nel programma di “tolleranza” propugnato dal Wiesenthal che trova i questi giorni congrua espressione nel progetto di un nuovo centro per la “dignita’ dell’uomo” da costruirsi a Gerusalemme sopra al cimitero palestinese confiscato di Mamilla.

di luca celada
pubblicato il 18 febbraio 2010
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