Sunday 26 May 2013

IL MANIFESTO BLOG
   storie dell'Occidente Estremo a cura di Luca Celada
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    1969                                       foto Bill Owens

    1969 foto Bill Owens

    Suburbia – il paseaggio topico delle foto di Bill Owens (sopra) e dei film di Spielberg in cui si sincretizza con  l’infanzia e l’innoncenza originaria americana, si sta sgretolando.  Le periferie da sitcom che circondano le citta’ americane hanno proiettato generazioni di ceti medi bianchi verso  un  benessere mitologico. 60 anni di white flight dalle citta’ multietniche e fatiscenti verso un Arcadia omologata di villini monofamigliari e fazzoletti d’erba e paletti bianchi hanno creato una nazione suburbana la maggioranza degli Americani vive ormai  in questa geografia anonima. Oggi  con la stessa  middle class stritolata dalla globalizzaione e dal  nuovo spread sociale,  il topos geografico dei desideri della classe media  ha subito una epocale inversione di tendenza come rileva un’analisi della  Brookings Institution.   La nuova  macrotendenza urbanistica  d’America e’ la density  , una ricolonizzazione dei centri  cittadini da parte delle classi creative e benestanti, la famosa gentrification per cui a Brooklyn come  a Echo Park, i quartieri “storici”  vengono “riqualificati” a scapito degli abitanti originari, i quali, assieme alle orde cresenti di nuovi poveri, migrano nelle exurbie sempre piu’ distanti e a loro volta convertite in  fatiscenti dimenticatoi ai bordi delle tangenziali esterne; simulacri di un ex-sogno diventato incubo di new poverty.

     

    2009                                                 foto LC

    2009 foto LC

di luca celada
pubblicato il 25 maggio 2013
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    L’intervento del presidente sullo ‘stato del  terrorismo’ e’ stato un discorso pindarico, a tratti illuminanate, per altri versi contradditorio, anche enigmatico; lo spettacolo del comandante in capo di una forza aerea segreta folgorato sulla via di Damasco che in un sol fiato denuncia la follia della guerra permanente e contemporaneamente ribadisce il diritto di perseguirla. ln superfice e’ stato l’annuncio ‘epocale’ della fine della guerra perpetua dichiarata da Bush 12 anni fa, o almeno la sua conversione nell’operazione anticriminale civile che da tempo molti invocano, l’abbandono del demagogico paradigma di guerra, sempre piu’ inadeguato e inadatto all’attuale atomizzazione degli attentati. Dall’altra parte,  all’eloquente retorica di moderazione e’ mancata ogni sostanza decisionale. Basta ha detto Obama con la guerra infinita che invece come tutte le guerre deve finire perche’ “la storia lo chiede e la democrazia lo esige” ma i droni rimangono “efficace strumento” per contenere i nemici e “generalmente morale” (uccidere l’imama americano al Awlaki ad esempio e’ stato giustificato come il fuoco della polizia su un checchino, nessuna manzione invece dell;uccisione del figlio sedicenne un paio di settimane piu’ tardi). Subito dopo: “nella nuova fase la nostra legittima autodifesa non basta a chiudere il discorso. Una tattica militare seppure legale e efficace non necessariamente e’ saggia o universalmente morale. Lo stesso progresso che ci ha fornito gli strumenti per colpire a mezzo mondo di distanza ci impone la disciplina  per non abusare di quel potere”.  Valutazione lucida quindi ma contnuta apparentemente nell’universo relativo della geopolitica post-11 settembre. L’impossibile quadratura del cerchio tentata da Obama prosegue: “non dobbiamo farci definire dalle guerre” (meglio tenerle segrete), tutte le guerre devono finire (a meno che non siano gestite dalla CIA),  il governo non deve mai uccidere un cittadino senza processo (a meno che non sia di una altro paese). Un leader in apparenza lucido e razionale che si e’ prodigato nelle temerarie acrobazie etico-giuridiche che definiscono il mondo “post-tortura”, in cui  la “minaccia imminente” addotta per giustificare i missili telecomandati scagliati su persone e villaggi, non presuppone, nella stessa paradossale dicitura del pentagono, “il rischio di un attacco nel prossimo futuro”. Dove dalla calcolo delle vittime civili esulano tutti i maschi “in eta’ militare” di una determinata regione. Obama e’ giunto si ad auspicare l’istituzione di un organo, forse un tribunale segreto per valutare piu’  severamente gli attacchi dei droni (che rischiano ha ammesso di grantire nuove generazioni di nemici agli USA) . E’ giunto ad auspicare  nuovi limiti sui poteri speciali del presidente, quelli conferiti sotto l’authorization for use of milarty force, e che da 12 anni hanno provocato linesorabile deriva autoritaria del paese (vedi le intercettazini sui giornalisti) .  Ha sotteso che potrebbe autorizzare il rimpatrio di 56 prigionieri yemeniti da Guantanamo. Ma in nessun caso e’ giunto ad annunciare precise misure atte a implementare un inversione di rotta mentre i repubblicani hanno subito annunciato il sabotaggio ad oltranza di qualunque svolta “difattista”. In generale lo spettacolo abbastanza sconcertante di un presidente eloquente, apparentemente in possesso delle facolta’ etiche e liberali che si arrampicava su un grande specchio. In questo contesto le frasi piu’ sensate sono forse state quelle di protesta urlate in sala da Medea Benjamin di Code Pink,  prima di venire trascinata via dal Secret Service.

     

    bombardamenti telecomandati 2004-12

    bombardamenti telecomandati 2004-12

di luca celada
pubblicato il 24 maggio 2013
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    Eric Garcetti, 42 anni

    Eric Garcetti, 42 anni

     

    Il nuovo sindaco di Los Angeles eletto ieri  si chiama Eric Garcetti, cognome di mutazione etimologica da una radice presumibilmente italiana come era il bisnonno, Massimo Garcetti,  immigrato in Messico da non precisata  localita’ italica. Col nonno la famiglia ormai messicana si e’ trasfrita in USA e il neosindaco somma alle due componenti etniche quella ebraica da parte di madre. “Confezione” multietnicamente corretta dunque specie dopo il packaging della campagna ellettorale. Ma attenzione prima di adottare il sindaco “italoamericano”; sarebbe pretestuoso quanto definire italomericano Leonardo di Caprio, uno che aldila’ del cognome ha ben poco da spartire con un ipotetico “retaggio” italiano, molto piu’ legato semmai alla mamma di origine tedesca e comunque soprattutto figlio di una California post-70’s  squisitamente “pop” e esponenzialmente rimossa  dai vecchi mondi: antitesi di radicamento culturale (a differenza, metti,  di un vero italian-american di seconda generazione come Scorsese). Di Caprio ha fatto il liceo a un tiro di schioppo da casa Garcetti che e’ anche lui una figura  “post-etnica”: anche le origini ‘ispaniche’ ben piu’ utili ai fini elettorali, sono in gran parte una montatura per l’immagine pubblica (non come l’uscente Villaraigosa, chicano rampante ma autentico di East LA). Se ha una matrice, il nuovo sindaco e’ semmai quella di politico neo-bohemian, “hipster” e post ideologico – il che spiega forse la ascarsa affluenza alle urne: un patetico 19% degli aventi diritto, record negativo di sempre.  La realta’ e’ che  Garcetti e’ una figura piuttosto blanda di riformatore urbano illuminato di corrente obamiana (la sua avversaria Wendy Greuel era clintoniana doc) e da sindaco si dovra’ occupare di dinamiche post-ideologiche coniugando temi di sviluppo all’esigenza di  una vaga coscienza  civica – il mix che caratterizza perlopiu’ oggi le amministrazioni cittadine occidentali. A LA significa in parte traghettare il modello di sprawl suburbano verso un modello piu’ coeso di agglomerato urbano (con energia pulita, trasporti publici, verde) che amalgami, per dire, la  maggioranza demografica ispanica e le elite dell’industria culturale, sempre sotto l’egida unificante del vago edonismo della citta’ che Rayner Banham aveva giustamente battezzato le Pianure dell’ ID.

di luca celada
pubblicato il 23 maggio 2013
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    Jodie Arias e’ la ‘dark lady’ protagonista della vicenda di cronaca nera che negli ultimi mesi ha appassionato la mediasfera americana.  Accusata di aver acoltellato 30 volte l’ex fidanzato poi sgozzato e finito con un colpo di pistola alla testa, la ventottenne donna dell’Arizona ha inzialmente sostenuto di essere estranea ai fatti, poi, dopo il rinvenimento di una fotocamera digitale con immagini di un rapporto consumato dai due la sera dell’omicidio, ha detto di avere agito per autodifesa contro un uomo violento. Ma dopo il processo spettacolo durato 5 mesi  – per la delizia di tabloid e talk TV che hanno calcato sui requisiti ingredienti di violenza sesso, gelosia, religione (i due erano mormoni) -  la giuria l’ha giudicata colpevole di omicidio aggravato con movente di gelosia. Insomma una telenovela noir  con protagonista la giovane avvincente femme fatale di era reality che ha esercitato sul grande pubblico l’irresistibile fascino di un caso in stile Amanda Knox con relativo processo spettacolo, tormentone gossip e alone di commenti sui social net. Il solito mostruoso format dato in pasto al pubblico famelico che ieri ha avuto l’addizonale atto supplementare della diretta dall’udienza sulla condanna  a morte chiesta dal pubblico minsitero. Una degna ciliegina in cui all’imputata  e’ stato concesso di tentare in 15 minuti di convincere la corte a non togliergli la vita. “Vi imploro di non fare questo alla mia famiglia”, ha detto Arias proiettando sue foto da bambina in una straziante litania di scuse e ricordi famigliari. “Se mi concedete di vivere lavorero’ per charity e al reciclaggio di materiali in prigione”  per aggiungere infine l’intenzione di tagliarsi regolarmente i capelli e donarli in beneficenza. Uno spettacolo perverso e medievale fra gogna e patibolo pubblico, solo piu’ efferato perche’ commentato in diretta da analisti TV come fosse stata una partita di calcio – “ non mi sembrava convinta” una delle argute osservazioni. Ora il giudice decidera’ se lo stato fara’ “giustizia” commettendo una atto di violenza uguale e “contraria”.  Rimarra’ comunque  la barbarie dello spettacolo di ieri,  dell’implorazione live. A losangelista abbiamo sempre ritenuto che le esecuzioni dovessero anch’esse venire trasmesse in  diretta, piuttosto che perpetrate in segreto, per mettere i cittadini di fronte alle proprie responsabilita’,   ma dopo aver assistito al macabro circo Arias comciamo a pensare che avrebbero solo un effetto: il boom degli ascolti.

     

di luca celada
pubblicato il 22 maggio 2013
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    Jaron Lanier

    Jaron Lanier

    Jaron Lanier, pioniere di internet, anarco-startuppista della prima’ora, musicista e inventore, alla fine degli anni 80, della realta’ virtuale aveva fatto abbastanza rumore col suo You are not a gadget il libro che rifiutava il culto acritico del radioso avvenire digitale e articolava la critica proprio di internet come forza distruttiva della creativita’ a vantaggio economico di un manipolo di monopolisti. Ora l’ostinato  profeta dell’ala creativa digitale si ripropone come  Savonarola umanista di Silicon Valey con Who Owns the Future in cui approfondisce la sua analisi espandendola alle conseguenze prettamente economiche. Secondo Lanier la saturazione tecnologica e la diffusione delle reti  digitali hanno contribuito direttamente alla attuale crisi  e all’erosione di benessere e ceti medi, un effetto di “appiattimento” destinato ad aumentare esponenzialmente nei prossimi anni con effetti ben piu’ gravi e duraturi che non quelli attribuibili alla crisi ecnomico-finanziaria. Lanier aggiunge la propria voce al coro crescente analisti che vedono in atto un mutamento epocale  ed inesorabile  delle dinamiche del lavoro, la  natura dei mezzi produttivi e la ripartizione della ricchezza. L’azione congiunta di globalizzazione, automazione e “deflazione” dei contenuti creativi in rete promette di avere nel breve termine effetti catastrofici sulla stabilita’ sociale.  “Come mai”, si chiede Lanier nelle dichiarazioni riportate da Amazon, “gli anni della rivoluzione digitale corrispondono ad un periodo di recessione, austerity, riprese fasulle e alla progressiva perdita di mobilita’ sociale? Qualcosa e’ chiaramente andato storto”. Un  equivoco fondamentale riconducibile all’utopismo che ha caratterizzato gli albori di questa terza rivoluzione industriale che avrebbe dovuto democratizzare ogni cosa e  che sta invece  producendo enormi benefici per i nuovi oligarchi digitali. “L’ideologia che oggi accomuna giovani  brillanti e neo-plutocrati e’ che l’informazione debba  essere libera e gratuita. L’idea originaria, di libera informazione nell’era informatica pero’ ha finito per fregare tutti tranne i padroni dei computer piu’ potenti . Network che sono stati utilizzati per gestire reti di spionaggio e modifica del comportamento con l’effetto di concentrare potere e ricchezza”. Il problema che pone, e con lui un numero sempre maggiore di osservatori, e’ fondamentalmente una questione della propreta’ dei mezzi di produzione nell’universo ‘social’ dove il “bene” non sono l’infratruttura dei mega server delle multinazionali ma l’informazione liberamente immessa in rete da miloni di utenti/contribuenti e convertita in bene commerciabile. E’ diffice dargli torto il giorno in cui i fotoblog mantenuti da utenti volontari su Tumblr sono stati valutati $1,1 miliardi dall’acquirente Yahoo. La proposta di Lanier e’ di ridistribuire il valore dell’informazione ai legittimi proprietari,  cioe’ a noi,  medainte un sistema universale di micropagamenti che permetta di distibuire equamente i benefici tecnologici. Ne riparleremo.

di luca celada
pubblicato il 21 maggio 2013
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    Un articolo di Joel Kotkin focalizza bene l’ascesa del nuovo tecno-oligopolio di cui abbiamo parlato negli ultimi post con alcuni dati significativi. Ad esempio quello sull popolarita’ dei manager dell’indsutria digitale  rispetto a capitani di altre industrie: i sondaggi americani rivelano un opinione favorevole di 72%  per l’industria digitale  a fronte di un 30% per il settore bacario e 20% appena per le aziende petrolifere. Questo malgrado i vari Page, Zuckerberg, Bezos e compagnia occupino regolarmente i gradini piu’ alti nella classifica degli uomini piu’ ricchi e potenti del mondo. I colossi digitali sono specialisti nella delocalizzazione e lo sfruttamento di manodopera a buon mercato, abilissimi nell’evadere le tasse sui loro favolosi patrimoni occultati offshore e intrinsecamente antisindacali e liberisti eppure  grazie all’aura radiosa che circonda la tecnologia godono di ammirazione e approvazione pressoche’ universale. Tutto parte del paradosso per cui le aziende che commercializzano i dati personali dei loro utenti (“ridisegnando” i contorni della privacy) e si adoperano per ridurre drasticamente il tasso di occupazione, ricevono il plauso incondizionato della stessa opinione pubblica vittima della peggiore crisi occupazionale in 80 anni: sempre secondo i dati riportati da Kotkin, Google con una capitalizzazione di $215 miliardi vale ormai cinque volte piu’ della General Motors ma impiega quattro volte meno lavoratori (50000 contro 200000). Alla stessa  maniera Ford e Exxon danno lavoro a piu’ di 100000 persone cadauna, Facebook ha 4600 impiegati e Twitter 1000.

di luca celada
pubblicato il 19 maggio 2013
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    E’ uscito da poco in America un libro dal  titolo a dir poco altisonante: “The New Digital Age: Reshaping the Future of People, Nations and Business” e il battage pubblicitario e’ in linea con le risorse degli autori: Jared Cohen e Eric Shmidt, top manager di Google che promuovono in questi giorni il loro libro a quattro mani. In teoria si tratta di una guida al futuro prossimo tecnologico visto da esperti che lavorano nella stanza dei bottoni. In realta’ il  tono non va molto oltre quello familiare ormai  dell’elogio suffuso di radiosa promessa dell’era digitale,  il messianesimo tecnofilo che regolarmente emana da Silicon Valley. In parte perche’ chi scrive non sono ragazzi prodigio di epoca startup bensi’ due navigati executives a capo di una delle aziende piu’ influenti e potenti del pianeta, visionari forse ma pur sempre venditori di gadget,  il che conferisce al testo un aria di depliant aziendale piu’ che utopico manifesto. A furia di ripeterli poi, i cliché su trasparenza, web-liberta’ e democrazia “in rete”  (con obbligatoria citazione dei tweet da piazza Tahrir) finiscono per suonare scontati e superficiali quanto uno  slogan di “wi-fi gratis!” urlato ad una piazza ondeggiante.  E il libro e il tour promozionale di questi giorni in realta’ assomigliano di piu’ proprio ad una campagna, il coming out politico di una delle tecno-oligarchie di Silicon Valley. Cos’altro sono senno’  i colossi dell’immateriale se non conglomerati sovranazionali, una nuova oligarchia transnazionale (su Daily Beast se ne occupa Joel Kotkin) che dietro l’aura benevola dei gadget hi-tech hanno precise esigenze e programmi commericali – e ora sempre di piu’ “intenzioni” politiche. E’ solo che tutti presi come siamo a fare da tifoseria a steve Jobs o Mark Zuckerberg, ad un industria che ci “regala” gli scintillanti  giocattoli quotidiani, che interfacciano cosi’ “eroticamente” con le nostre voglie di svago e impulsi narcisisti, siamo disposti a perdonare cio’ che sarebbe impensabile per multinazionali “analogiche”.  Sarebbe forse giunto invece il momento di realizzare che gli albori utopici della rete sono stati ampiamente superati ormai dall’era “corporate” di internet, che  quando Google offre di allestire reti wifi gratuite a Mountain View o a Manhattan, o di scansionare ‘gratis’ i libri di tutte le biblioteche pubbliche,  e’ mossa forse da precisi interessi piu’ che da una generica tecno-benevolenza. Il libro di Schmidt e Cohen denota una nuova disponibilita’ dell’industria a scoprire le proprie carte politiche. Come a ribadire che i giocattoli sono stati messi via e sono arrivati i grandi, i due ammettono di simpatizzare con Obama ma anche di piu’ con Darell Issa – ex venture capitalist di Silicon Valley ora repubblicano di punta dell’ala ultraliberista (presiede la commissione sui fatti di Bengasi, attuale ariete di sfondameno anti Obama). Cohen ha lavorato per Hillary Clinton ma anche per Condoleeza Rice che attualmente  silcon Vally ci risiede. Insomma fra gli ingegeneri imprenditori del silicio vige un approccio ben piu’ pragmatico alla politica che non fra i cugini liberal di Hollywood.  E a proposito,  i rapporti coi colleghi del sud non sempre sono del tutto armoniosi. Il primo scontro frontale fra Hollywood e Silicon Valley c’e’ stato l’anno scorso, una battaglia vinta dai signori di internet che sono riuciti a bloccare i disegni di legge anti-piracy appoggiati dagli studios. Battaglia sacrosanta quella per la liberta’  in rete, per carita’, ma e’ forse e’ un po’ ingenuo considerare disinteressati paladini dell’espressione le multinazionali che da quell’espressione traggono favolosi profitti. E’ piuttosto evidente ormai che i piu’ avvantaggiati nel confronto sono proprio i gestori della rete e non chi tenta di conservare il controllo sui propri prodotti creativi – in quest apartita musicisti, autori, giornalisti, fotografi  e videomaker giocano notoriamente in difesa. Schmidt e’ conciliatorio: nel libro smorza i toni e auspica la continuata collaborazione con gli “amici creativi” di Hollywood . Ma poi non lascia dubbi riguardo al modello davvero auspicato quando racconta della visita in Nigeria e della “rivoluzione” in atto a “Nollywood” dove ragazzi di villaggi nigeriani producono migliaia di film all’anno caricati su youtube. A parte che il solo fatto che un paio di bilionari digitali facciano visita a Lagos mi pare in qualche modo preoccupante – mi sembra che lo scenario di microcontenuti uploadati ai server di Silicon Valley corrisponda di piu’ agli interessi di Google & co. che non a quelli dei filmaker della macchia africana o di tutti noi se e’ per questo – un modello in cui gli autori sono carne da macello, parte infinitesima e anonima  del “collettivo senziente”,  mentre i profitti scorrono su una banda, larga ma a senso unico,  verso Mountain View.  E’ la versione turboliberista che e’ vangelo ma ormai soprattuto prassi  assodata di  Silcon Valley. La scorsa settimama l’industria  ha prodotto un altra inziativa politica, quella di FWD.US, la lobby creata da Mark Zuckerberg per supportare la riforma dell’immigrazione di cui a Washington  si sta in questi giorni discutendo in parlamento. L’’immigrazione e’ un cavallo di battaglia di Silicon Valley –non tanto per favorire i braccianti messicani che coltivano i campi di fragole vicino San Jose’, ma per rilassare i limiti sui permessi di lavoro ai tecnologhi stranieri  (leggi soprattutto indiani e asiatici) indispensabili per integrare gli organici della Valley. Un riformismo insomma dal preciso tornaconto: quello di una forza lavoro globale a portata di mano per le aziende. Per promuoverlo, la prima inziativa del gruppo di Zuckerberg e’ stata di produrre spot a a favore di senatori conservatori ma favorevoli alla riforma (sull’immigrazione i repubblicani hanno da poco invertito la rotta dichiaratamente per  trovare i voti ispanici di cui hanno disperatamente bisogno) fra cui  un ardente fautore di nuove trivellazioni e pozzi di petrolio in Alaska. Un tradimento facile dell’immagine “green” coltivata con tanta cura che a Zuckerberg e’ valso un boicottaggio anti-Facebook e la rottura con Elon Musk, creatore ecologista delle auto elettriche Tesla. Lui non ha illusioni sulla natura congenitamente progressista dei signori della tecnologia e forse proprio i progressisti dovrbbero averne un po’ di meno.

     

    Luca Celada

di luca celada
pubblicato il 17 maggio 2013
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     “Siamo qui perche’ la tecnolgia migliora la vita della gente.  Un simile tasso di innovazione non si e’ visto dagli albori del personal computing.  Non siamo nemmeno a l’1% di cio’ che e’ possbile – malgrado l’accelerazione la nostra industria si sta muovendo ancora troppo lentamente.”

     -  Larry page alto sacerdote fanciullo  di Mounatin View all’inaugurazione di Google I/O l’anuale concistoro di sviluppatori Google aperta l’altroieri a San Francisco.

     

     


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    Saro’ io ma a me ricorda Godfrey, il delfino crudele di Trono di Spade 

di luca celada
pubblicato il 17 maggio 2013
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  • Per essere l’ombelico dell’universo mondo, Silicon Valley e’ davvero brutta – una piatta periferia di  business park scatolari con tutto il fascino di un ufficio smistamento DHL e l’accattivanete esotismo di un San Donato Milanese. Va bene l’utilitarismo da programmatori, ma i colossi digitali embrano infine essersi resi conto che l’egemonia  commerciale globale esige una immagine commensurata, una presenza anche architettonica degna dell’influenza planetaria che esercitano. I Medici dopotutto avevano il loro Palazzo Vecchio e le Compagnie delle Indie  di Londra e Amsterdam i loro monumentali quartieri generali che esprimevano la potenza commerciale e il capitale che plasmo’ il pianeta per due secoli.  Cosi’ Apple e Google si apprestano entrambe a costruire sedi rispettive all’altezza della loro importanza.

     

     

     

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    Il progetto Apple voluto e approvato da Steve Jobs prevede un edificio anulare di vetro curvo poggiato a mo di astronave atterrata in un parco con 6000 alberi che ospitera’ i 13000 impiegati della di casa Cupertino. Il preventivo: $2 miliardi.

     

     

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    Intanto a Mountain View Google sta per costruire il nuovo campus gia’ battezzato Googleplex per il personale  di 35000 persone, un progetto non proprio originale a base di edifici di quattro piani con tetti verdi e gli immancabili bar strategicamente dislocati  per favorire l’interazione fra impiegati come anche gli interni, sprovvisti di uffici privati. Forse dall’azienda del secolo ci si poteva aspettare di piu’.

     

     

     

     

    East India House, sede della compagnia delle Indie, Londra. 1870

    East India House, sede della compagnia delle Indie, Londra. 1870

 

di luca celada
pubblicato il 15 maggio 2013
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    Il figlio e il padre

    Il figlio e il padre

    Questo e’ il bel post di Jelani Cobb sul blog del New Yorker sulla morte di Malcolm Shabazz,il  nipote di Malcolm X,  la scorsa settimana a seguito di una colluttazione in un bar di Citta’ del Messico. Cobb, professore di studi afroamericani all’universita’ del Connecticut commenta regolarmente sull’esperienza nera in America,   e sulla tragica scomparsa del “primo erede maschio di Malcolm” come lo stesso Shabazz si definiva sul proprio blog, e’ particolarmente eloquente. La scomparsa del 28enne Malcolm Jr. contiene nella sua tragica futilita’ lo struggente rammarico di una morte annunciata, scrive Cobb, ed e’ solo l’ultima  disgrazia a colpire la famiglia di Malcolm X, il “ragazzo povero divenuto dapprima  malavitoso da ghetto, poi detenuto autodidatta, profeta infuocato e infine martire umanista” e una delle voci piu’ incisive della tribolazione dei neri d’America. Per rimanere nell’ambito di Marquez la tragica scia di disgrazie che ha lo ha coinvolto e quella che ha ugualmente colpito la stirpe di Martin Luther King (fratello annegato, madre assassinata)   hanno il sapore delle ereditarie sciagure in 100 Anni di Solitudine. Il padre di Malcolm venne ucciso e gettato sotto un treno da un branco razzista, lui naturalmente venne assassinato a Detroit da elementi Black Muslim sotto gli occhi della moglie Betty e delle figlie. Una di queste Qubilah venne successivamente arrestata con l’accusa di aver cercato di vendicarsi uccidendo Louis Farrakhan, capo degli islamici afroamricani. Malcolm Shabazz era figlio proprio di Qubilah e gia’ all’eta’ di 12 anni al centro di un altra tragedia famigliare: la morte della nonna Betty, vedova di Malcolm X perita in un incendio appiccato dallo stesso ragazzo. Ora quest’ultimo fatto di aparente banale  cronaca nera che cancella simbolicamente e defintivamente la linea patriarcale di Malcolm X e ripropone in qualche modo la dimensione fatale dell’epopea nera in Nordaemerica, come un cicatrice della memoria collettiva che la storia non lascia rimarginare.

     

     

     

    Malcolm X e due delle sei  figlie

    Malcolm X e due delle sei figlie

di luca celada
pubblicato il 14 maggio 2013
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