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Se n’e’ discusso molto a partire dall’ammissione “ufficiosa” che Anwar Al-Awlaki era stato aggiunto alla lista che il governo americano mantiene coi nomi degli obbiettivi delle “uccisioni mirate” (targeted kilings). Un compendio di nominativi rigosorosamente top-secret, ma neanche tanto. Simile a quelle che presumibilmente mantengono organizzazioni come cosa nostra, la mafia russa, lo stato di Israele. Quest’ultima e’ l’altra democrazia che non fa segreto di una attiva politica di eliminazione fisica dei propri “nemici”. Negli Usa la situazione e’ un po’ diversa, almeno doveva esserlo da quando un decreto firmato da Gerald Ford aveva formalmente rinunciato a questa efficace “prassi” che si era lungmente tentato di applicare per esempio a Fidel Castro. Ma la rinuncia apparentemente aveva un caveat, l’esenzione per i “nemici militari” degli Stati Uniti. Sofisma sopraffino che spiega la manutenzione e il tempestivo aggiornamento da parte della CIA della lista di morituri. Cosi’ non e’ tanto la “nomination” di Al-Awlaki che ha fatto scalpore, ma il fatto che il suddetto possegga un passaporto americano. Questo lo avrebbe insito in una sottocategoria problematica: quella di cittadini USA che il proprio governo intende assassinare. Certo, l’imam nato in New Mexico e cresciuto in America, da anni risiede in Yemen dove fa aperta apologia per la jihad antiamericana, ma carta canta, un passaporto e’ pur sempre un passporto e “l’eliminazione mirata” dei propri cittadini potrebbe apparentemente incorrere in dei cavilli burocratici dato che non ve ne’ apparentemente menzione nella costituzione. Solite noie. Fatto sta che il dibattito sui risvolti legali dell’assassinio “di un americano” e’ stato ancora piu’ paradossale proprio per la disntinzione che pone fra cittadini Usa resto del mondo. Senza cioe’ discutere dei risvolti morali dell’assassinio di chicchessia – soprattutto, come accade di routine nell’entroterra yemenita o somalo o sulla frontiera “tribale” pachistana, facendo regolarmente decine di morti, meno mirati, fra civili, donne, bambini; vittime collaterali dei missili Hellfire sparati dai droni telecomandati dalle basi dell’aeronautica in Nevada. Il dibattito si e’ infine risolto in una serie di eufemistiche acrobazie legaliste per spaccare il capello e rendere giuridicamente giustificabile una prassi che dimostra la deriva etica della “war on terror”, un conflitto che ha ormai traghettato alla normalita’, con le esecuzioni “extragiudiziarie”, le mitragliate dagli elicotteri, i sequestri segreti, i campi di prigionia e la tortura nel nome dello sporco lavoro della democrazia.

pubblicato il 11 aprile 2010
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