Tuesday 18 June 2013

IL MANIFESTO BLOG
   storie dell'Occidente Estremo a cura di Luca Celada
Archivio di ottobre 2010
  • La California ha avuto un autunno piu’ umido del solito quest’anno, anche al sud dove ottobre e’ spesso il cuore rovente della “stagione degli incendi” le piogge hanno invece  tinto di un verde precoce le colline che di questo periodo di solito sono riarse dalla lunga estate. L’acqua e’ stata una cattiva notizia per i celebri vitigni di Napa e Sonoma, per fatturato il secondo raccolto del paniere che rifornisce l’America di frutta, ortaggi e non solo. Le piogge (promotrici di muffa) non sono state propizie nemmeno per il raccolto di un altra specialita’ agricola dello stato, la pianta che genera di gran lunga i maggiori guadagni. Piu’ del vino pregiato piu’ della gigantesca industria latticino-casearia, piu’ delle celebri prugne e delle famose mandorle: la marijuana. La premiata sinsemilla californiana e’ coltivata prevalentemente nella contea di Humboldt all’estremo nord dello stato e nelle vicine Mendocino e Del Norte dove ci sono migliaia di piantagioni nascoste nelle montagne e fra i famosi boschi di sequoia. Di questa stagione i paesi lungo la highway 101 sono affollate di  ragazzi arrivati in Greyhound o autostop che stazionano sui marciapiedi in cerca di lavoro, alcuni tengono in mano cartelli con disegnata sopra di una forbice: aspiranti trimmers cioe’ il lavoro manuale che segue il raccolto. Un lavoro di fino in cui i bud – i germogli appiccicosi di resina  – vengono ripulti delle foglie  per la vendita. In decine di stanze su e giu’ per la contea decine di lavoratori  stagionali siedono in questi giorni attorno a tavoli sforbiciando OG Kush, Cherry Pie, Green Crack, Diesel, Grapefruit e le tante altre varieta’ di Skunk che hanno fatto del cosiddetto tringolo di smeraldo la capitale mondiale della ganja pregiata. Lo conferma con orgoglio Joey Burger il presidente della Humboldt Growers association che incontro nel negozio di Garberville dove vende attrezzatura per i coltivatori di cannabis la cui trdizone quarntennale qui ha fruttato attraverso oculata ibridazione le varieta’ piu’ potenti del mondo. Questo potrebbe essere l’ultimo raccolto clandestino fatto in California che martedi’ prossimo decidera’ con un referendum se legalizzare l’erba anche ad uso “ricreativo” (quello terapeutico e’ gia’ consentito). Anche se dovesse passare, la legge quasi sicuramente verrebbe bloccata in tribunale dal governo federale per cui la marijuana rimane una “sostanza controllata”  criminalmente perseguibile. Al di la di tutto il dato interessante e’ che molti qui a Humboldt non sono affatto favorevoli ad una depenalizzazione che vedono come una minaccia alla qualita’ e al quasi monopolio che attualmente detengono. Mi spiega Burger  che con la maria legale inevitabilmente entrerebbero nella produzione colossi come Dow Jones e Philip Morris con cui diventerebbe  impossibile competere; nel caso,  i coltivatori sono gia’ pronti  a stabilire una denominazione di origine controllata per il loro prodotto biologico – “di gran lunga il migliore al mondo”.

di luca celada
pubblicato il 29 ottobre 2010
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  • Il presidente si giustifica ad uno scettico Jon Stewart

    Ieiri Obama e’ andato ospite da Jon Stewart, una partecipazione straoridnaria al talk-show progressista del comico mirata ai voti “giovani”. Quelli della base mobilitata con successo nel 2008 e che i sondaggi prevedono ora tornati alla consueta apatia e, peggio, alla delusione dopo il primo biennio Obama. Per lui una platea “amica”, fino a un certo punto: Stewart ha espresso chiaramente il disappunto progressista per le politiche espresse fin’ora dalla sua amministrazione. In particolare la resa sulla riforma sanitaria, annacquata fino a riusltare poco piu’ di una timida revisione del regolamento per le polizze  private. E il salvataggio immediato di Wall Street in cambio di niente in particolare, affidato perdipiu’a Larry Summers economista gia’ presidente di Harvard e uomo dalle marcate simpatie di sistema. Incisivamente criticato da Stewart, il presidente si se’ trovato alla sbarra ed e’ apparso visibilmente a disagio e sulla difensiva, parafrasando il proprio slogan elettorale: “era change you can believe in, non change you can believe in 18 months” mentre Stewart ha sfottuto il titolo del suo libro : “va bene speranza ma cosa ne e’ stato dell’audacia? Una mezz’ora difficile per Obama ma piuttosto onorevole per Stewart che ha veicolato  la critica sempre piu’ articolata da sinistra al presidente democratico. Il momento peggiore per lui  e’ statao senz’altro quanndo per difendere l’operato economico e lo stimulus plan ha affermato che Summers ha fatto “un’ottimo lavoro” ripetendo con infelice lapsus la famigerata frase di encomio di George Bush Jr. per il suo direttore della protezione civile Michael Brown durante il disastro Katrina: “heckuva job!”.

di luca celada
pubblicato il 29 ottobre 2010
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  • I San Francisco Giants hanno battuto i Texas Rangers per 11-7 nella prima partita della World Series, finale del campionato di baseball iniziata ieri nel loro stadio in riva alla baia. Partita emozionante, prodiga di punti, invece del duello rigoroso fra grandi pitcher che si prevedeva alla vigilia,  e fin qui la cronaca. Il baseball e’ uno strano sport, piu’ rituale che agonistico e soprattutto una rito  americano ,notoriamente criptico ad occhi forestieri. C’e’ chi non lo puo’ soffrire, ma noi concordiamo con chi sostiene che il “passatempo nazionale” e’ un’esperienza imprescindibile per chi voglia cercare di capire ethos e pathos americani. Essendo specchio dello zeitgeist , alle partite, dopo l’11 settembre, e’ stato aggiunto un rituale apocrifo: il canto, nella pausa del settimo inning di “God Bless America” e cosi’ dio e’ entrato in quel che prima era una una liturgia patriottica certo (gia’ chiamare ‘campionato del mondo’ una sfida fra squadre di Texas e California e’ significativo) ma  sostanzialmente laica. E vabbe’ i tempi sono quelli che sono. Ieri pero’ ne e’ venuto del bene: l’ospite d’onore chiamato  a cantare  era nientemeno che Anthony Benedetto, al secolo Tony Bennett. Un buon momento per dimenticare le parole e godersi per qualche minuto la voce sabbiosa che gli 85 anni hanno reso semmai piu’ fascinosa che mai.

di luca celada
pubblicato il 28 ottobre 2010
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  • Scott Duke Harris del San Jose Mercury News scrive di Facebook e della sua problematica politica di gestione dei siti dei membri deceduti.  Da un lato a meno di una notifica formale con  allegato certificato di morte, la pagina di un membro trapassato non viene rimossa cosicche’ un defunto puo’ avere su facebook una vita digitale teoricamente eterna (e generare richiami di contatto automatici agli amici). Dall’altro  quando i cari amici diventano cari estinti la loro pagina puo’,  su richiesta,  venire “memorializzata” , cioe’ rimanere visitabile dagli amici gia’ esistenti ma “congelata”. La regola a Palo Alto e’ pero’ apparentemente di cancellare automaticamente dal sito i commenti a firma degli ex-proprietari e addirittura eventuali commenti da loro lasciati sui muri degli amici, cancellando ogni loro traccia (per protezione della privacy dicono a facebook) con grande costernazione di coloro che vorrebbero invece mantenere un loro ricordo. Un  problema che promette di diventare sempre piu’ pressante dato che gli attuali 500 milioni di membri facebook non sono immortali e che quindi statisticamente il sito ha ogni probabailita in diventare in futuro una gigatesca necropoli virtuale.

di luca celada
pubblicato il 25 ottobre 2010
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  • La AMC – TV cavo gia’ produttrice della saga pubblcitaria retro’ MAD MEN e dello scurissimo noir contemporaneo BREAKING BAD sta per lanciare una nuova serie fiction THE WALKING DEAD, basata sull’omonima graphic  novel di Robert  Kirkman e che tiene gia’ nella morsa dell’attesa legioni di horror-geeks. L’episodio pilota  lascia ben sperare: la serie apre come un “buddy-picture” poliziesco su due agenti della stradale nella provincia sudista. Coinvolti in una  sparatoria uno dei due viene ferito e quando esce dal coma si ritrova in un ospedale deserto salvo i cadaveri delle vittime di una misteriosa apocalisse – molti dei quali non ne vogliono sapere di starsene fermi.  Inizio classico di un horror “ortodosso” di stampo assolutamente romeriano che non risparmia gore e che non e’ interessato all’autoironia. Sara’ interessaqnte vedere in che direzione gli autori,  il produttore esecutivo del progetto e’ James Darabont (Il Miglio Verde, Le Ali della Liberta’),  sapranno portare la serie sul lungo termine, e come vorranno utilizzare la dimensione metaforica dell’avvento dei morti viventi.

di luca celada
pubblicato il 24 ottobre 2010
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  • Con l’America presumibilmente pronta a riconsegnare il congresso al partito che l’ha ficcata in due guerre inutili e innescato la piu’ grande recessione in 80 anni,  colpisce un fenomeno “collaterale” che si inserisce in qualche modo nello zeitgeist antiobamiano. Il food porn come qualcuno lo ha definito e’, forse non del tutto casualmente,  un fenomeno ai margini dell’America del Tea Party e del riflusso populista. La recrudescenza del cibo “mutante”, ipercalorico risolutamente “scorretto”, vive un momento di gloria trasgressiva nelle catene fast-food, nelle fiere di paese e nel circuito di siti feticisti specializzati. Una reazione estrema agli sforzi delle istituzioni che da qualche anno tentano faticosamente di arginare la ben nota pandemia di obesita’ e annesse patologie.  Ma i disperati tentativi di scuole, amministrazioni pubbliche e  campagne di sensibilizzare il pubblico e ricostruire e contrastare il dilagante autolesionismo alimentare e’ chiramente percepita come soverchiante correttezza politica da una popolazione che si sente assediata da una gastronomia  aliena e probabilmente antiamericana. Sentimenti radicati nel riflesso antintellettuale verso il diverso/straniero che e’ il primordiale urlo identitario dell’americano medio contro un mondo complicato che lo elude e gli impone un insalata nemica ed elitaria. Ecco allora che dal profondo americano sale come un rigurgito esofagale il backlash che brandisce la palla di burro di arachidi avvolta in bacon e fritta in pastella di donut come un vessillo a stelle e strisce  in mano a Sarah Palin. Un “assaggio”  – che esitiamo a consigliare  – si trova in questa galleria degli orrori “culinari” artigianalmente confezionati: ordigni esplosivi improvvisati pensati per massima devastazione dello sfortunato organismo che avesse a ingerirli.

di luca celada
pubblicato il 18 ottobre 2010
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  • Non rivelera’ forse segreti di stato Condoleeza Rice nella biografia famigliare Extraordinary Ordinary People che esce in questi giorni in America, ma intanto nelle interviste promozionali  ha fatto luce su  un mistero che per anni ha assillato milioni di americani e non solo: da dove diavolo e’ potuto uscire un nome come Condoleeza? I genitori della Rice, un ministro presibetriano e un’insegnante,  erano certamente coraggiosi anticonformisti che hanno spinto la figlia unica ai migliori studi ed al successo sullo fondo della Alabama razzista degli anni 60; erano anche appassionati di musica classica (la Rice infatti fu istruita da pianista) e all’atto di scegliere il nome della secondogenita come molti hanno pensato all’annotazione classica italiana come naturale fonte di ispirazione. Dopo aver scartato Allegra (e immaginiamo Andanta) hanno trovato che “con dolcezza” facesse al caso e con una lieve modifica fonetica per rendere il nome pronunciabile al loro paese hanno preso la fatidica decisione. Un nome ne converranno tutti, che ha calzato davvero a pennello la dolcissima ex segretario di stato di Bush.

di luca celada
pubblicato il 16 ottobre 2010
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  • Il soggiorno di David Alfaro Siqueiros a Los Angeles non duro’ che pochi mesi ma lascio’ un’impronta significativa sulla citta’. I tre murales cioe’ che dipinse durante il suo impiego come insegnante al Chouinard Art Instutute (sarebbe stato successivamente rilevato da Walt Disney e trasformato nell’odierna Cal Arts), e ancor di piu’ le polemiche che suscitarono all’epoca e il cui strascico e’ giunto fino ad oggi. Le principali sono legate alla sua opera maestra in nordamerica: America Tropical il grande affresco che gli venne commissionato per Olvera Street, la risitemazione del vecchio quartiere spagnolo che all’epoca – il 1932 – era in procinto di essere trasformato in strada “a tema”, antenato dei shopping-mall “disneyificati” tanto caratteristici della citta’.  La commessa prevedeva una scena di tropico pastorale per completare l’effetto “antico Messico” voluto dai progettisti. Siqueiros ardente comunista (e piu’ tardi stalinista; avrebbe combattuto coi repubblicani in Spagna e attentato alla vita di Trotskij) era stato portato a LA quell’anno dagli amici ammiratori Sergei Eiszentein e Josef Von Sternberg entrambi allora ‘esuli’ presso gli studios per sfuggire alla polizia politica messicana. Lui(con Diego Rivera e Jose Clemente Orozco uno dei tres grandes del muralismo messicano) aveva proposto una scena a tema azteco ma con l’approssimarsi del completamento mando’ a casa gli assitenti e da solo, aggiunse al centro del dipinto di piramidi la  figura di un campesino indio crocefisso su una croce sovrastata dall’aquila nordamericana, e nell’angolo a destra le figure di un peone e un indigeno con le armi in pugno. Un’allegoria di oppressione e rivolta che suscito’ l’orrore delle autorita’ committenti: pochi mesi dopo il muro (la parete esterna del vecchio edificio della societa’ italoamericana di mutuo soccorso) era stata nuovamente imbiancata. Il dipinto  censurato fu dimenticato per quasi mezzo secolo fin quando venne riscoperto da artisti e militanti del movimento chicano negli anni 70. E’ la storia che racconta la mostra Siqueiros Censorship Denied dell’Autry Museum. Dopo un balletto di civiche istituzioni l’istituto di restauro del Getty Center cura attualmente la consevazione e il murale, o quello che ne resta visto il degrado provocato dall’imbiancatura, dovrebbe essere riaperto al pubblico entro il 2012.

di luca celada
pubblicato il 11 ottobre 2010
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  • Ora che e’ nelle sale The Social Network– il Quarto Potere per l’era internet come l’ha chiamato il Los Angeles Times  (“sesto potere” ?) – e’ un buon momento per riflettere sul presente della rete – sullo statao attuale cioe’ di quel miraggio nato pochi anni fa nell’auspicio di un’ utopia democratica di autoespressione parallela e contraria alla comunicazione di massa pilotata da governi e colossi corporate. Nel film la scissione iniziale fra Zuckerberg e il suo partner Eduardo Saverin avviene in parte per il diverbio sulla “monetizzazione” del sito: Saverin vorrebbe cominciare da subito a vendere inserzioni, Zuckerberg obbietta che la forza di Facebook e’ il suo fattore “cool”, un incanto che la pubblicita’ inserita prematuramente potrebbe rovinare. Oggi naturalmente facebook e’ il piu’ visitato al mondo dei “siti sociali” – sommo trend in rete  – e uno di una manciata di siti a guadagnare miliardi usando informazioni e contenuti volontariamente e gratuitamente concessi dagli utenti – noi – a scopo di gran lucro: l’uovo digitale di Colombo. La pubblicita’ dei banner e pop-up sono una realta’ consolidata di internet di era commerciale, ma siamo gia’ oltre. La magia dei “cookies” i software che raccattano informazioni sulle nostre abitudini digitali e le rispediscono in un flusso continuo sui server delle societa’,  permettono la pubblcita’ mirata – come sa chi,  dopo aver visionato una macchina fotografica metti su Amazon,  si ritrovi pop-up che la pubblicizzano su ogni sito successivamente visitato. E’ possibile altresi’ acquistare maggiore visibilita’ attraverso un migliore piazzamento nei risutati di una ricerca Google come e’ possibile comprare parole chiave che favoriscano un maggior numero e un certo tipo di link su facebook.  Un nuovo servizio commerciale di Yahoo (ad exchange) vende all’asta in tempo reale informazioni sulle consuetudini  di utenti in rete a ditte che ricercano un particolare target davanti a cui piazzare l’idoneo pop-up in un dato momento. Il trend dei social network ci da ora il “social marketing” un passo oltre la persuasione occulta: questa e’ persuasione che posa come amico – tutte le agenzie pubblicitarie hanno ormai divisioni che si occupano di marketing “virale” simili ad operazioni di spionaggio in cui redazioni di “talpe” – preferibilmente ragazzi – passano  ore sui social network a commentare post, influenzare chat room, twitterare  opinioni sottilmente fravorevoli a prodotti e servizi. Pensateci  la prossima volta che leggete i commenti ad un video di Youtube o alla recensione di un telefonino. Il sacro graal dei pubblcitari una volta erano titoli favorevoli su un giornale, col valore aggiunto quindi di un opinione “obbiettiva. “Pubblicita’ cosi’ non si puo’  comprare!” recitava l’adagio dei press agent. Ora si, non solo si puo’ comprare ma lo si   fa tutti i giorni, in rete.

di luca celada
pubblicato il 7 ottobre 2010
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  • "Nanny" californiana con avvocato

    Nel lessico elettorale anglosassone di era globalizzata il nanny-gate e’ un neologismo ormai acquisito. Dicesi cosi’ infatti lo scandalo che puo’ deragliare le fortune politiche di un candidato con la rivelazione che l’interessato/a ha avuto nel suo impiego una collaboratrice domestica non messa in regola o peggio immigrata clandestinamente. Il primo nannygate risale al 1993 quando la rivelazione affossa la nomination di Zoe Baird, che Bill Clinton voleva come attorney general. Disgraziatamente quella che sarebbe dovuta essere il primo ministro di giustizia donna aveva impiegato per la cura della figlia una tata peruviana senza permesso di lavoro, fatto usato dalla considerevole opposizione repubblicana per terminare ogni sua speranza di ratifica. Incredibilmente la candidata di ripiego per la posizione, la giudice federale Kimba Wood, inciampo’ in esattamente lo stesso problema e Clinton dovette riesaminare lo “stato di colf” di ogni aspirante a cariche nella sua amministarzione prima di scegliere Janet Reno. Si tratta di un insidia rigorosamente bipartisan che ha fatto vittime anche fra repubblicani: colf clandestine costarono a Bush un ministro del lavoro e quello per la sicurezza interna. Ora una donna di servizo sans-papier minaccia il candidato repubblicano a governatore dela California. La corsa al campidoglio di Sacramento e’ un confronto classico fra Meg Whitman liberale confindustrialista ex presidente di eBay e il settantenne Jerry Brown ex governatore negli anni 70 , “laburista” democratico di scuola welfare sullo sfondo delle ceneri fumanti di uno stato ridotto allo stremo fiscale dal tracollo finanziario. L’immigrazione naturalmente e’ all’ordine del giorno come tema altamente “emozionale”, Brown possibilista sull’integrazione e Whitman intransigente sulla deportazione del milione di residenti clandestini. La campagna si stava giusto scaldando quando ecco propizia ( e strategica) la rivelazione della colf illegale di Whitman che minaccia ora le sue possibilita’ forse anche piu’ della maggioranza democratica dello stato, anche perche’ gli ispanici come al solito sono elettorato determinante. Tanto per dare l’idea la questione e’ stata a centro dell’ultimo dibattito fra i due avversari – condotto in spagnolo davanti a pubblico e giornalisti ispanici, con i candidati tradotti simultaneamente. Bienvenidos a California! Meg Whitman e Jerry Brown

di luca celada
pubblicato il 4 ottobre 2010
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