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Mallory Kane e’ una black op, lavora alle operazioni clandestine che in tempi di rendition e sporche guerre segrete sono corollario della geopolitica e per di piu’ un settore di mercato che tira di brutto. La giovane ex marine infatti e’ una freelance nel settore privato che vive di appalti per Langley e dintorni. E’ la liberalizzazione bellezza, e i precari stanno dovunque, figurarsi nel sommerso molto sommerso. La troviamo subito in azione con ua squadra di operatori anonimi al par suo, a Barcellona, ingaggiata per liberare un dissidente cinese da una residenza coatta. Manco il tempo di tornare che e’ pronto un altro lavoretto, un cosa veloce e ben pagata – qualche giorno a Dublino, da cui Mallory pero’ non dovrebbe tornare viva. Sfuggita per un pelo all’agguato lei, che ha il volto assai verosimile di Gina Carano – campionesssa welter del di arti marziali miste - comincia a risalire la catena segreta di comando per vendicare il tradimento. Il primo film dell’anno e’ un thriller melvilliano che vira al femminile la trama della vendetta dell’agente tradito contro l’organizzazione senza volto che fu di Lee Marvin in Point Blank (John Boorman 1967). A firmare e’ Steven Soderbergh l’autore che con piu’ facilita’ si muove fra prodotto da studio e cinema indie, a suo agio con un blockbuster come Contagion quanto con “no-budget” digitali come Full Frontal o Schizopolis. E tanto era convenzionale il suo ultimo polpettone batteriologico e patinato quanto e’ terso e spiazzante questo suo esercizio di genere, uno spy thriller di era contractor (il manager delle spie e’ plasmato su Erik Prince padrone della Blackwater – monopolisti dei mercenari in Iraq). Ma questo e’ tutto sfondo; Haywire e’ brillante soprattutto nell’esecuzione. Innanzitutto nella scelta di una atleta di pugilato estremo come protagonista che improvvisamente confersice verosimiglianza alle violenze coreografate (la differenza risalta tantopiu’ per la contemporanea uscita dell’ultimo Underworld con una Kate Beckinsale truccatissima sgominatrice hollywoodiana di mostri in completo di latex nero). E “coreografico” in qualche modo e’ la parola idoenea anche per la regia. Soderbergh che al solito piazza le luci e opera personalmente la macchina, oltre a montare il film, ha un senso istintivo e spiccato della “geometria” interna di ogni scena e qui e’ capace di costruire straordinaria tensione senz’altro artificio che due attori, una strada e il movimento della sua camera. Col vantaggio ulteriore di riuscire, in tempo di mega effetti e mega budget, a consegnare un thriller girato in tre paesi a meno di $20 milioni. A Hollyood e’ una bazzecola.
pubblicato il 8 gennaio 2012
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Un Commento a “Steven Soderbergh: contractor a Hollywood”
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9 gennaio 2012 alle 11:40
Caro Celada, mi sembra che lei si faccia prendere un po’ troppo dagli effetti speciali o dalla maestria della regia. Conta anche la fabula in una narrazione, e una fabula americana in cui i cattivi sono sempre gli altri e loro sono sempre i buoni ( se sono cattivi è soltanto per difendersi da un mondo che vuole distruggere la “libertà”… ) ebbene, è sempre una fabula ideologica. Non sento una particolare emozione per le imprese di queste belle contractor che, dopo qualche peccatuccio dei loro compari in Irak e altrove, riscattano se stesse e la categoria liberando un dissidente cinese a Barcellona… O sbaglio e dovrei commuovermi? Sono io legato a schemi ideologici del passato?