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20 anni dopo il suo famigerato pestaggio Rodney King e’ morto, in fondo ad una piscina di Rialto un sobborgo in orgbita esterna di Los Angeles, uno di quei non-luoghi fatti di sconfinatio comprensori seriali di villette a schiera nell’hinterland californiano. Un “exurbia” ironicamente assai simile a Simi Valley, luogo dove venne famosamente fermato dalla stradale e pestato a sangue. E’ stata l’ultima tappa della vita sregolata condotta da un eroe per caso, o comunque un ragazzo assurto per coincidenza del destino a simbolo sociale. Cosi’ su quel cavalcavia, dopo un paio di bicchieri di troppo e un scriteriata fuga in macchina era diventato ignara miccia di una ribellione a ingiustizie e soprusi sedimentati per molti anni. A LA era gia’ successo: nel 1965 quando un altro arresto arbitrario della polizia aveva fatto esplodere il ghetto di Watts. La rabbiosa, violenta, anarchica, liberatoria rivolta del ‘92 fu anch’essa innescata da un sopruso, solo l’ultimo delle ingiustizie quotidiane frutto di una filosfia di controllo sociale tramite la militarizzazione della polizia, nel caso specifico un LAPD modellato sui marines, piccolo, armatissimo e bianco, in controtendenza netta con la composizione etnica di una citta’ che da tempo era passata oltre; una metropoli segregata fisicamente e urbanisticamente e balcanizzata nei “bantustan”, come li descrisse Mike Davis, di una “urban underclass” . Lo shock delle sommosse provocate dal caso King porto’ al commissariamento federale del LAPD e a favorire alcune riforme, almeno nominali al suo interno. L’ironia amara di questi ultimi venti anni e’ che l’ingiustizia razziale non e’ scomparsa ma e’ solo meno appariscente nella dilagante crisi generale. Allo stesso tempo una scorsa alle statistiche sui fermi, gli arresti e la carcerazione endemica di Afroamericani conferma che il “negro problem”, la questione razziale, rimane e permara’, ben oltre l’era Obama, nel DNA del paese come retaggio del peccato originale: a tuttoggi la mappa delle esecuzioni, con la loro sproporzione di neri, si sovrappone esattamente a quella dell’ex confederazione sudista. L’altro retaggio e’ quello che riguarda le patologie sociali proprie della comunita’ afroamericana e il suo bagaglio di frantumazione famigliare, violenza “intestina” e sindromi autodistruttive ad aggravare la discriminazione. La parabola di Rodney King dopo il risarcimento milionario ottenuto infine dall citta’ e’ programmatica: una vita sradicata e irrequieta segnata da successive noie con la legge, alcolismo e vicissitudini di piccola notorieta’. Nel recente anniversario delle rivolte, anche grazie alla pubblicazione dell’autobiografia, aveva avuto un ritorno di visibilita’ e introspezione ma alla fine ha seguito il tragitto di innumerevoli pugili suonati, bluesmen dimenticati, performer decaduti, leader politici inguaiati – la tragica litania dei James Brown, i Sonny Liston, i Tupac, le Whitney Houston, i Huey Newton. Il triste destino afroamericano fatto di droga, carcerazione alcol e violenza interiorizzata che puo’ portare ad un auto parcheggiata fuori da un liquor store notturno, ad un pronto soccorso di periferia, o in questo caso in fondo ad una piscina, in un villino fuori San Bernardino al chiarore di un alba impietosa e dei flash della scientifica.
pubblicato il 18 giugno 2012
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18 giugno 2012 alle 13:17
Bianchi, neri o gialli siamo tutti un pò Malcolm X e un pò Rodney King. Il bestiale pestaggio di Rodney è rimasto nella coscenza collettiva, anche in Europa; io lo addussi a controesempio per dissentire da un Italiano che diceva che in America i neri si autoemarginano.
Questa la epica America verso la quale la immigrazione rabbiosa della Accoglienza schiavista del PDsenzaL in Italia, e in Germania dei neoliberisti radical-chic di SPD e Verdi, programmano di portare l’ Europa : no grazie.