Della striatura apocalittica e paranoica dell’immaginario americano abbiamo gia’ parlato. Un altra diffusa caratteristca nazionale e’ l’utopismo, vocazione sin troppo scontata forse di un nazione nata per rompere col passato e votata al futuro, che si concretizza per esempio nelle “comunita’ intenzionali”. Idealmente c’e’ una linea diretta che congiunge i villaggi dei coloni puritani con le comuni agricole della controcultura – e una storia lunga e ricca fra le due. La pulsione di ritrovarsi in comunita’ autoctone con gente di carattere affine e convinzioni convergenti scaturisce forse dall’impulso colonico o forse si tratta della famosa ricerca di felicita’ il cui esercizio e’ costituzionalmente garantito, fatto sta che gli insediamenti a sfondo utopico – politico, religoso, filosofco – qui non sono mai mancati. Dai Quaccheri ad Arcosanti, la voglia di radunarsi per fare una propria America migliore all;interno dell’America imperfetta ha prodotto i piu’ svariati esprimenti dagli icariani, protosocialisti ottocenteschi seguaci di Etienne Cabet, giunti dalla Francia per fondare citta’ “comuniste” in Texas e in Illinois (a Nauvoo, cittadina da poco sgomberta da un altro gruppo di utopisti: i mormoni) agli eccentrici precursori New Age di Oneida comune fondata in upstate New York nel 1848, votata all’amore libero, l’eugenica e la manifattura di argenteria. Piu’ un assortimento di comunita’ sperimentali dalle creative come la citta’ utopica di Paolo Soleri alle inquietanti, tipo sette religiose, da Jonestown a Scientology, le giocose come Burning Man alle “scientifiche” tipo la Biosphere 2 in Arizona e la Mars Research Station nel deserto rosso dello Utah. E’ un campionario variegato di profeti start-up e sacerdoti del radioso futuro – c’e dentro anche Disney, “visionario” progettatore in Florida della citta’ futuribile di Epcot e la vicina Celebration – ideale suburbia di sani principi patriotici. Luogo quest’ultimo in cui l’utopismo si ricongiunge con la diffidenza e l’omogeneita’ lievemente sinstra. Una categoria a cui appartiene anche l’ultima entry della serie: Independence la citta’ perfetta progettata da Glenn Beck, gia’ editorialista della Fox News da cui e’ stato allontanato quando le sue filippiche apocalittiche sui complotti socialisti di Obama sono diventati eccessivi perfino per l’emittent reazionaria di Murdoch. Ora sul suo webcast completa la deriva paranoide e lancia la propria apoteosi. E’ il progetto di ennesima citta’ perfetta pensata per un numero selezionato di Americani virtuosi che potranno “costrurisi una vita sui valori fondamentali di liberta;’ responsabilita’ e verita’” cui il mondo sta voltando le spalle – piu’ naturalmente il parco divertimenti, la chiesa a forma di Alamo e l’archivio di prediche TV dello stesso Beck, preservate per i posteri. Un Disney insomma con una spruzzata abbondante di Dr. Strangelove – chissa’, forse stavolta infine l’utopia giusta.
pubblicato il 13 febbraio 2013
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2 Commenti a “Fanaticolandia 2”
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14 febbraio 2013 alle 07:49
Ma se gli USA appaiono ai tuoi occhi come “Fanaticolandia” come definiresti, allora, un qualsiasi paese di religione musulmana?
O l’Italia stessa, con il Vaticano ancora appeso al collo?
Non c’è proporzione…
14 febbraio 2013 alle 22:27
Certamente per istintiva sudditanza alla religione e al potere costituito l’Italia mi appare imparentata con, chesso’ lo Yemen. E la perniciosa commistione del potere ecclesiastico negli affari della cosa pubblica e nel carattere “culturale” ci accomuna come giustamente dici al mondo musulmano piu’ che alle moderne democrazie liberali. Al confronto l’America e’ un faro di laicita’, ok. Cionontoglie che ci siano delle storie caratteristiche da segnalare e la vena paranoico-religiosa che colora una certa cultura autoctona e’ una di queste.