Thursday 20 June 2013

IL MANIFESTO BLOG
   Zitto zitto miezo o mercato a cura di Francesca Pilla
Archivio di gennaio 2012
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    Oggi 31 gennaio è l’ultima volta che la storica libreria Guida di via Merliani apre la saracinesca, al suo posto arriverà una delle catene di fast food a stelle e strisce che riprovano a colonizzare il Vomero dopo la chiusura del McDonald’s in via Cilea. Contemporaneamente la Fnac, franchising della nota multinazionale francese ha annunciato un piano di tagli per 80milioni di euro in tutta Italia con 200 licenziamenti. Un ridimensionamento toccherà anche alla filiale napoletana con sede sempre al Vomero. E’ la crisi che morde gli acquisti, ma nel caso della libreria di Giuseppe Guida, bisogna guardare oltre, la scusa dello spread non attacca. Come si fa a cambiare vocazione a un locale culturale dalla sera alla mattina, sfornando big burger e friggento tonnellate di patate fritte nei locali che hanno ospitato, per quasi mezzo secolo, esponenti del dibattito culturale cittadino e nazionale? Ce lo spiega il proprietario che ha affisso all’entrata del suo negozio un cartello con su scritto: “Dopo 40 anni Guida Merliani smette perché il fitto è troppo alto”. Il propietario ha alzato il prezzo da 8mila e 20mila euro, ed evidentemente c’è chi è disposto a pagare. Se ne infischia, il sistema economico, che al posto delle presentazioni, delle discussioni con Pasolini, Sanguinetti, Eco, Piovani, Montanelli ora arriverà il doppio pollo fritto, i chili steaks , o l’apple pie.

     

     

    Questo a poco a che fare con la crisi europea, ma è la vecchia speculazione del mercato immobiliare, su cui qualsiasi governo, men che meno uno di destra moderata come quello Monti ha intenzione di mettere mano. Perché è facile alzare le tasse su beni primari come può essere la casa, strozzare le famiglie con stangate su luce, acqua e gas, ma di meno è prevedere lacci e lacciuoli agli immobiliaristi che possono triplicare i prezzi come e quando vogliono, guadagnando senza produrre uno spillo. Anche perché se per una famiglia monoreddito pagare l’Imu è l’ennesimo bagno di sangue, per chi ha un centinaio di proprietà la storia è diversa. Basti pensare che Guido Improta sottosegretario di Super Mario ha 95 immobili e 61 terreni e dichiara “solo” 249mila euro l’anno.

    Così è. La legge del libero mercato non perdona, il proprietario chiede quanto ritiene “necessario ai suoi bisogni” e se chi sforna hamburger paga, prende il posto di chi vende libri, non c’è molto da combattere. Poco importa se così facendo (non sarà questo il caso!) si fa strada anche a un fetta di imprenditori poco puliti, o al riciclaggio della camorra.

    Oggi il consiglio di municipalità ha indetto un’assemblea straordinaria: “Salvaguardia della vocazione e tradizione culturale e commerciale del territorio: il caso della libreria Guida”. Un atto di buona volontà, ma è chiaro che con questi presupposti non si può fare molto, se non spostare l’attività commerciale-culturale in un altro luogo, magari sponsorizzato dalle istituzioni come accaduto nel 2006 anche alla libreria Trevés.

di francesca
pubblicato il 31 gennaio 2012
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    Lo striscione srotolato dai “piani alti” della Federico II è eloquente: “Il nostro futuro non è carta straccia”. Con un gesto simbolico gli studenti intorno alle 11.30 hanno così occupato il rettorato della più importante università napoletana per protestare con il progetto che intende abolire il valore legale dei titoli di studio. Proprio oggi infatti il consiglio dei ministri ha iniziato la discussione sulla proposta di Profumo. Un’iniziativa che i giovani ritengono solo un nuovo modo, come fatto in precedenza dalla Gelmini, per svendere i saperi e per infrangere “sforzi, sacrifici, speranze di migliaia di studenti in tutta Italia, creando ragazzi di serie b che non si possono permettere di accedere ai tanto decantati poli d’eccellenza”. Se infatti da un lato non tenere più conto del voto preso al termine del percorso di laurea potrebbe essere visto in maniera positiva come tentativo egualitario, per eliminare pregiudizi tra i giovani che dovrebbero conquistarsi sul campo del posto di lavoro meriti o demeriti, il movimento degli studenti è più lungimirante e accusa il governo di mettere in campo una misura solo per favorire sempre i “soliti noti”, i privilegiati.

    La proposta al vaglio dei distinti ministri dell’operoso Governo tecnico – scirvono infatti in un comunicato – è quella di annullare il voto di laurea come criterio di valutazione e di modificare l’accreditamento delle singole università italiane. L’obiettivo è quello di arrivare al perfezionamento del progetto di formazione di poli d’eccellenza inaccessibili agli ‘sfigati’ che non possono permettersi di pagare le rette altissime o di sostenere lo spostamento da una parte all’ altra della penisola, ma i cui titoli si configurano l’unico ponte verso il mondo del lavoro, che non a caso proprio in questo momento, è sotto attacco”.


    “Anche questo provvedimento, infatti – scrivono ancora i giovani del collettivo autorganizzato- si inserisce nelle innumerevoli riforme che stanno interessando l’Italia in queste settimane, da quelle del sistema pensionistico, agli attacchi al mondo del lavoro, che stanno creando un sistema in cui riesce a sopravvivere non chi è il più bravo, il self-made man (come loro vogliono farci credere parlando di “meritocrazia”), ma chi ha più possibilità economiche e chi è disposto ad abbassare la testa contro i soprusi e lo sfruttamento”.

di francesca
pubblicato il 27 gennaio 2012
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    Il latte fresco è regolamente nei frigo di gran parte delle salumerie. Non è mai mancato. Il prezzo degli ortaggi invece è salito alle stelle e le persone si accapigliano a piazza Mercato per l’iniziativa della Coldiretti che ha distribuito gratuitamente frutta e verdura, altrimenti destinati a marcire nei depositi. Ma è la benzina che manca completamente in città e al di là delle rassicurazioni della Federazione esercenti, oggi niente è tornato alla normalità. Le sette pompe che il prefetto ha precettato in vari punti di Napoli sono state accerchiate dagli automobilisti che hanno atteso anche 3 ore per far rifornimento, scortati dalle forze dell’ordine. Emblema di questi tre giorni a secco per lo sciopero dei tir è forse la denuncia del direttore delle poste di Caivano perché a venti ciclomotori posteggiati nel garage dell’ufficio è stata rubata benzina. Non è ancora accertato se il furto dovesse servire a fruttare poche decine di euro o a far camminare un automobile con il serbatoio vuoto, però in entrambi i casi è un gesto su cui riflettere.

    Tutto quello che sta avvenendo, come capita di fronte a eventi inaspettati e improvvisi, ha infatti messo in luce non pochi paradossi del nostro paese, mostrando la faccia vera della nostra società dei consumi. Così ci accorgiamo solo oggi che il 90% del trasporto di merci nel nostro paese viaggia su gomma, mentre sarebbe sia ecologicamente che economicamente conveniente impiegare le linee ferroviarie. Ci accorgiamo che le lobby grandi e piccole controllano il neoliberismo spiattellato come l’unico sistema economico possibile per calzare come un guanto sulla mano della democrazia. Ma ci siamo resi conto, senza scandalizzarci poi troppo, che la popolazione è più terrorizzata dal restare a corto di benzina che non preoccupata di digiunare. Basti pensare che senza il panico di lunedì, quando una parte di cittadini ha riempito i serbatoi fino all’orlo, è molto probabile che a Napoli le scorte sarebbero bastate a soddisfare i bisogni dei cittadini per questi quattro giorni. C’è poi chi approfitta della situazione, come i gestori che hanno alzato i costi a due euro, e ora quando il carburante tornerà alle pompe sarà difficile fargli abbassare i prezzi. Si parla di rincari generali del 10%. E che gli vuoi dire in questo caos di liberalizzazioni? Di fare il bravo?

    Ma i benzinai sono dilettanti in confronto al sistema del commercio alimentare. Nei negozi, nei supermercati, al di là di quanto si affanni a raccontare la stampa, ancora non sarseggiano le derrate alimentari, la speculazione di questa settimana è sotto gli occhi di tutti. I costi degli alimenti, soprattutto degli ortaggi, sono aumentati anche del 400%, e anche qui secondo le associazioni dei consumatori sarà difficile controllare il ritorno alla normalità. Chi ci ha guadagnato è facile da identificare, sono grossisti e commercianti, chi ha avuto (o avrà) la peggio sono sempre i redditi mediobassi. Proprio la sorsa settimana abbiamo avuto Serge Latouche a Napoli, professore e filosofo, autore di 11 testi pubblicati solo in Italia, teorico della decrescita e portavoce di un’altra economia possibile dove si identifica come unica via d’uscita in un sistema che affonda è quella della riduzione dei consumi. Durante la sua visita ci ha detto che l’euro è morto e che l’Ue è bollita. Le grandi economie fanno finta di niente, il sistema capitalistico si gira dall’altro lato. Chi lo ammetterebbe mai che la manovra del governo Monti, i sacrifici, l’impoverimento dei cittadini non servono a niente perché quel sistema che ce lo impone in realtà è in agonia. Eppure la frenesia di questo sciopero potrebbe essere un ottimo esperimento per i latouchiani e per comprendere che qualcosa deve cambiare nel nostro modo di pensare il consumo se vogliamo sopravvivere a questa crisi.

     

di francesca
pubblicato il 26 gennaio 2012
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    Sono loro che comandano, i camionisti. Si pensa ai banchieri e invece sono loro, “l’ultima ruota del capitalismo” a determinare l’andamento del libero mercato italiano. E se non trasportano le merci mettono completamente in ginocchio le grandi città, in pochi giorni. Anzi in poche ore. Ci siamo svegliati così sull’orlo di una crisi di nervi e abbiamo visto il viso senza trucco della società dei consumi. A Napoli come nella altre grandi metropoli, file e file di donne e uomini isteriche/ci pronti a contendersi l’ultima goccia di benzina. Perché se qualche litro di latte è ancora disponibile nei grandi supermarket è l’oro nero a essersi esaurito nel giro di una notte. Come a dire chi se ne frega se non si mangia, ma la vita è dettata, è scandita dalla necessità di spostarsi in un moto perpetuo.

    La corsa ai distributori è stato come vedere lo stesso film girato in diverse aree della città. In mattinata ai Colli Aminei, per esempio, l’unica pompa di benzina disponibile nel raggio di chilometri aveva alzato il prezzo del carburante a 1840 a litro, e nemmeno a dirlo ha esaurito le scorte nel giro di poco. La fila lunghissima ferma per ore era rappresentata da uno sciame di disperati, non solo poco disposti a prendere i mezzi pubblici se non fossero riusciti a fare il pieno, ma accasciati su se stessi all’idea stessa di rallentare i propri ritmi, di fare scelte differenti dalla frenesia quotidiana. Stessa scena all’altezza di via Epomeo, dove i gestori hanno anche distribuito bigliettini per mantenere la calma ed evitare schrezi tra gli automobilisti.

    In ogni caso a ora di pranzo hanno serrato le pompe praticamente tutti i distributori, gettando nel panico totale gli abitanti rimasti a secco che hanno percorso la città in lungo e in largo alla ricerca di un erogatore aperto, esaurendo così anche il resto della benzina. “Sono sicuro che in questo momento se mettessero la benzina a 10 euro al litro la gente la comprerebbe lo stesso”, sorride Massimo Ferrara, proprietario del negozio di parrucchiere per donne sul ponte della Sanità proprio affianco a un benzinaio chiuso dalla sera precedente. Qui gli automobilisti arrivano provano a infilare le banconote, diffidenti del tentativo precedente non riuscito. Uno alla volta come fossero pellegrini speranzosi di un miracolo della Madonna del diesel. Sulle sue vetrine del parrucchiere campeggia la scritta 5 euro a piega: “Lo so è un prezzo imbattibile – dice Ferrara – e siamo sempre pieni, la crisi non c’è e la gente ha paura di spendere quando vede i prezzi altri, così preferisce farlo solo se sa di fare la scelta migliore”. Un concetto che chiaramente non vale per la benzina.

    Gli autotrasportatori d’altro canto non sembrano disposti a cedere di fronte queste scene di delirio collettivo e nonostante le direttive della prefettura che hanno sgomberato i blocchi agli imbocchi autostradali principali Caserta e Salerno. Pare che siano già 8 le denunce per interruzione di servizio, mentre ci sia anche un arresto.

    Come accaduto per i tassisti non c’è molta simpatia da parte della politica per uno sciopero che costringe alla canna del gas tutti, dagli imprenditori che chiudono le fabbriche (a Pomigliano sono state bloccate le linee) ai commercianti che dopo l’euforia delle prime vendite temono il protrarsi dello stop. Il sindaco De Magistris si è detto molto preoccupato per la situazione e ha definito la protesta inaccettabile per le modalità di attuazione: “ Mi auguro – ha dichiarato – che il governo metta in campo le azioni necessarie per impedire che le città diventino ostaggio di manifestazioni del genere”.

    Il blocco dei camion però resta confermato fino a venerdì anche se per i distributori di carburante si potrebbe far prima: “Per giovedì la situazione, a Napoli, potrebbe ritornare normale seppur a macchia di leopardo – spiega Enzo Mosella, vice presidente nazionale della Federazione gestori – diciamo che nella serata di giovedì gli impianti potrebbero essere di nuovo pieni. Per le altre province, che dipendono da Napoli, la normalità tornerà invece venerdì. Ma, sia chiaro, nulla in questa situazione è certo”.

     

    La Ferconsumatori: “Siamo preoccupati per i prezzi che stanno andanto alle stelle, per i rincari degli alimenti e per la mancanza dei farmaci salva vita . Noi di Federconsumatori – ha dichiarato il presidente Rosario Stornaiolo - invitando alla calma e al confronto tra parti, non possiamo però non condannare fermamente uno sciacallaggio del genere. Invitiamo chiunque abbia notizie di rincari a segnalarli prontamente ai nostri sportelli, in modo da permetterci di proseguire con ulteriori accertamenti e segnalazioni”.

     

di francesca
pubblicato il 24 gennaio 2012
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    Caos, rallentamenti e blocchi autostradali. Così si è svegliata la Campania accerchiata dal movimento dei forconi e circondata dagli autotrasportatori che alzato delle mura invalicabili, con tir e rimorchiatori in tutti i principali svincoli provinciali: Salerno, Benevento, Caserta e Napoli. La protesta dunque dilaga e partita dalla Sicilia pare espandersi a macchia d’olio per lo stivale. Ci sono i camionisti che hanno annunciato il blackout del trasporto merci almeno fino a venerdì. Unica arma per alzare la voce e protestare contro la riforma Monti e soprattutto il caro gasolio che li strozza. Ma contemporaneamente ci sono anche tutti quelli che hanno aderito al movimento dei forconi. Proteste singolari e meticce che nel napoletano confondono le rappresentanze politiche. Soprattutto per il corteo che ha sfilato lungo via Marina e che si indentifica in una staffetta simbolica con il movimento di agricoltori siciliani. Una marcia che ha visto camminare insieme le bandiere neoborboniche, con quelle del Che, che usa parole d’ordine dell’estrema sinistra, ma viene calvacato a destra. Non si è intravista però nessuna croce celtica, né sigle che apertamente si richiamino ai movimenti di estrema destra come accaduto in Sicilia. Certo lo sventolio dello stemma borbonico fa venire ancora la pelle d’oca, così come gli striscioni di “W ‘o re”, ma i manifestanti hanno assicurato trattarsi di una provocazione, di una rivendicazione identitaria contro la Padania di Bossi. Proprio alla Lega infatti gli epiteti peggiori, affiancati dall’amarezza per le riforme che secondo questo popolo sceso in piazza: “affamano la povera gente e favoriscono i banchieri”. Stesso stile per il blocco dei camionisti, una protesta che con i suoi 5 giorni di stop potrebbe mettere in ginocchio il paese.

    Eppure entrambe le manifestazioni anche essendo contestazioni e movimenti popolari non sono intercettare dai partiti di sinistra. Anzi. Non è la prima volta, e forse nemmeno l’ultima, ma è sicuramente un problema per Pd, Rifondazione e Sel che non possono mica cavalcare l’indignazione degli evasori Cortina.

    Arturo Scotto della segreteria regionale Sel commenta: ”Le proteste sono comprensibili, ma i blocchi sono pericolosi. Reputo sbagliato e pericoloso bloccare con i Tir le autostrade e le principali linee di comunicazione della regione Campania. Le rivendicazioni, anche comprensibili, degli autotrasportatori vanno sempre incanalate dentro forme di lotta improntate alla civiltà e al rispetto nei confronti di tutti i
    cittadini, a partire dai pendolari e dagli ammalati”.

     

    Foto dalla pagina Fb del movimento dei forconi napoletani: https://www.facebook.com/pages/Movimento-dei-Forconi-Napoli/210522945707570

di francesca
pubblicato il 23 gennaio 2012
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    Come la cacciata di Luciano Lama il 17 febbraio del 1977 all’Università La sapienza così Pietro Ichino è stato contestato oggi 20 gennaio, nel suo intervento a Napoli. Un folto gruppo di “incazzados” studenteschi (così si sono rinominati sui social networks) e appartenenti al centro sociale Insurghencia hanno impedito all’esponente democratico teorico della “liberalizzazione del lavoro” di intervenire alla Federico II. Momenti concitati e frizioni quando prima dell’intervento del parlamentare guru del nuovo sistema lavorativo “marchionnesco” per la presentazione del suo libro “Il coraggio delle scelte” hanno steso uno striscione per impedire l’intervento: “Diritti e precarietà non pagano la crisi”. Non solo. I contestatori hanno hanno amplificato tramite i megafoni il rumore di una sirena .. quasi a dire “Ichino.. beep… salga a bordo” ???. A fare da mediazione la sindacalista Anna Rea che esponente della direzione regionale Uil, dopo anche gli accordi firmati alla Fiat di Pomigliano e la linea pro nuovi contratti senza regole poco ha potuto contro i giovani (precari-senzapensione- estremisti). Il comunicato dei dirigenti democratici locali in linea con un clima “distensivo” hanno dettato in giornata: “Chi non ha rispetto delle opinioni altrui non ha probabilmente rispetto neanche delle proprie. Gli insulti e i tentativi di ostracismo per evitare che Pietro Ichino esponesse le sue ragioni – da parte di aderenti al centro sociale Insurgencia che ha un proprio rappresentante nel consiglio comunale partenopeo – devono far riflettere sul clima di odio e intolleranza che si sta alimentando ad arte nella città di Napoli”. Questa la nota del segretario regionale Enzo Amendola e del capogruppo in regione Peppe Russo. Pronta la risposta dei “responsabili” dei disordini: “Amendola e Russo farebbero bene a spiegare ai loro tesserati se sono o meno d’accordo con le proposte di Ichino – commenta Antonio Musella del Laboratorio Insurgencia – il loro partito esprime posizioni come quella di Stefano Fassina che sono diametralmente opposte a quelle di Ichino”. E ancora: E’ evidente che il Partito Democratico non ha molti argomenti per giustificare il suo progressivo spostamento a destra, tanto da piagnucolare ad ogni contestazione. Dopo la santificazione di Marchionne cosa ci riserverà il partito di Bersani?”. Nel comunicato Russo e Amendola sono altrettanto non dialoganti: “In democrazia non esistono depositari della verità e solo l’esercizio libero e autonomo della critica è un antidoto alle pulsioni violente e autoritarie. Vediamo in giro alcuni cattivi profeti il cui protagonismo è spesso rivolto alla ricerca della rissa ed ogni pretesto è buono per svolgerla. Il Pd è da sempre impegnato nel ricercare le soluzioni possibili alla crisi che stiamo vivendo e lo fa ritenendo irrinunciabile il confronto libero ed aperto”.


     

     

di francesca
pubblicato il 20 gennaio 2012
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    Un vagone ferroviario che ha trasportato centinaia di ebrei, rom, omosessuali italiani verso i campi di sterminio nazista sarà esposto al centro di piazza Plebiscito per mantenere vivo il ricordo della Shoah e a monito delle generazioni future. A pochi metri sorgerà una tendostruttura che proietterà video, corti, documentari e lungometraggi sulla persecuzione razziale in Italia e Germania. Inizia così la settimana della memoria napoletana, con un programma fittissimo che dal 23 al 30 gennaio coinvolgerà la cittadinanza con diverse iniziative a cura dell’associazione Libera italiana, della fondazione Valenzi e del comune di Napoli. Mostre, dibattiti e concerti in memoria di quei 11 milioni di deportati, 6 milioni di morti di cui 6 mila italiani. “Siamo fieri come comune di contribuire a evitare la perdita della memoria – spiega alla conferenza stampa Luigi De Magistris – e questa settimana sarà dedicata anche ai fratelli senegalesi che hanno perso la vita a Firenze”. Il riferimento ovviamente Mor Diop e Modou Samb che sono stati “giustiziati” da Gianluca Casseri, un folle xenofobo che aveva frequentato anche la sede di Casa Pound. E a tal proposito è proprio il sindaco a ricordare: “Abbiamo fatto bene a chiedere a prefetto e questore di vietare il corteo di Casa Pound (*1) perché non bisogna mai sottovalutare i germogli del male”. E’ questa la Napoli antifascista, la prima città che si è liberata dall’oppressore tedesco e dalle camice nere, ed è questa la città che vuole andare oltre i sette giorni di commemorazioni. Lo ricorda la rappresentante del consiglio comunale Elena Coccia quando annuncia la votazione nei prossimi giorni di una delibera che proclama il capoluogo campano città dell’accoglienza e dei diritti civili. Non un vuto enunciato, ma un “precedente” che potrà essere usato da tutti coloro che si sentono discriminati da norme e regole dell’amministrazione locale.

    Il calendario con tutti gli eventi di “Memoriae” è possibile trovarlo sul sito della Fondazione Valenzi (http://www.fondazionevalenzi.it/) e su quello del comune (http://www.comune.napoli.it)

    Qui evidenziamo tra l’altro l’inaugurazione nell’emeroteca-biblioteca Tucci della mostra “Dieci anni di stampa razzista italiana (1936-1945)”, nonché la consegna delle stelle di David, il 27 gennaio al teatro Mercadante, a due sopravvissuti dell’olocausto, Paul Shreiner e Alfredo Tedeschi. “La memoria è un’assunzione di responsabilità e conoscenza”, ha ricordato il presidente della comunità ebraica Pierluigi Compagnoni, mentre Lucia Valenzi, figlia del sindaco comunista Maurizio a cui è dedicata la fondazione ha sottolineato come sia stato importante il patrocinio del comune di Napoli e si è augurata che nelle prossime edizioni vogliano contribuire anche Provincia e Regione. Tantissime invece le associazioni che hanno già voluto partecipare e sostenere questa settimana di eventi, tra loro come novità assoluta hanno dato il loro contributo Opera Nomadi e Arcigay. “Ci hanno contattato tre settimane fa – spiega la rappresentante Anna Iovino – noi ogni anno come associazione organizziamo una manifestazione per ricordare i 500mila rom e sinti sterminati dai nazisti, quest’anno avrà un mattoncino in più, lo condivideremo anche a livello istituzionale”. Il programma dei volontari prevede infatti la visita degli alunni rom dei quartieri di Poggioreale e Scampìa alle esposizioni e a parte degli eventi in agenda.

    Il 23 Alla chiesa di San Giovanni Maggiore Pignatelli anche il saluto di Moni Ovadia con il suo recital per la memoria.

     

     

     

    1*http://blog.ilmanifesto.it/napolicentrale/2011/11/24/il-questore-vieta-gli-antifascisti-disubbidiscono/

di francesca
pubblicato il 19 gennaio 2012
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    Tradizionalisti, chiusi nelle regole e nelle caste del loro paese, gli indiani nel napoletano spesso vengono confusi con cingalesi e filippini. Difficile un censimento esatto della popolazione che a livello nazionale è l’ottava comunità presente sul territorio con circa 121mila migranti regolari. E il ruolo della donna madre mansueta e della figlia devota non devono essere rivoluzionati dall’arrivo in un paese occidentale. “Si è vero l’impronta patriarcale non muta con l’arrivo qui da noi. Basti pensare che un lettore al quale avevo prestato casa mia, sconvolse tutto il mio paesino d’origine perché andando a lavorare chiudeva la moglie in casa”. Sorride Amedeo Maiello, professore di Storia dell’India Moderna e Contemporanea all’Università Orientale, ma c’è poco da stare allegri se una sua stessa studentessa che proprio in questi mesi sta facendo diverse ricerche nella comunità per la tesi di laurea, non esclude che anche nel nostro paese ci possano essere casi di spose bambine così frequenti in India.

    L’occasione per parlare di tutto ciò è la presentazione, presso la libreria della donne Eva Luna, del libro di Valeria Fraschetti, “Sari in cammino. Ecco perché l’India non è (ancora) un paese per donne” (Ed. Castelvecchi, pg181, 16 euro). Un reportage in cui la giornalista freelance si è addentrata nel cuore del secondo paese più popoloso del mondo dove come spiega la stessa autrice: “La condizione della donna è poco confortante, più povera tra i poveri, ultima tra gli ultimi”. Attraverso interviste, documentazioni e una full immersion nella vita delle indiane il risultato purtroppo è una conferma delle statistiche e delle ricerche internazionali: “Essere donna in India significa vivere tra pregiudizi e vessazioni. – è la sentenza della Fraschetti – Perché a dispetto di premier in sari o attrici scollate in Tv, in questo paese la società è profondamente patriarcale”. In India ci sono circa 500mila aborti ogni anno, in alcuni stati la mortalità infantile e giovanile delle bambine-ragazze è del 6% in più rispetto ai coetanei dell’altro sesso, questo anche perché le femminucce sono considerate meno degne di ricevere cibo. Vittime dei matrimoni preorganizzati, dei delitti d’onore, di mariti spesso violenti e autoritari come spiega la stessa Fraschetti “sono loro a pagare il prezzo più alto della diseguaglianza sociale”.

    Non si può generalizzare” ha obiettato in sala Chandrasiry esponende della comunità indiano-partenopea: “Nel nostro paese ci sono 120 lingue e 850 dialetti, chiaro che le differenze da una parte all’altra dell’India sono abbissali”. Ma cosa succede una volta arrivati a Napoli? Johame Solis, presidentessa della cooperativa Kasba, non è ottimista: “Dai dati raccolti – dice in sala – si tratta di una comunità molto rigida, rispettosa, cordiale che riesce ad integrarsi facilmente, ma che si mantiene saldamente ancorata alla propria cultura tradizionalista. Basti pensare – continua – che le donne spesso, pur con bassi stipendi, preferiscono mandare i figli alle scuole private, e nella maggior parte delle volte da ragazzini li rimandano in India per la loro educazione”. Secondo la Solis continuano a esistere i matrimoni organizzati, anche se in Italia la donna avrebbe la possibilità di scegliere tra una schiera di pretendenti, ma tutti decisi dalla famiglia, mentre il ruolo di madre dedita totalmente alla cura della famiglia non muta con l’occidentalizzazione: “La vera sfida però è nella seconda generazione, ragazzi che non sono né carne né pesce, ma che già insistono caparbiamente per mutare le regole tradizionali”.

     

     

    *La presentazione del libro di Valeria Fraschetti è stata organizzata dalla Federconsumatori per avere il programma dei prossimi appuntamenti consultare il sito: http://www.federconsumatorinapoli.blogspot.com/

     

     

    (Nella foto in alto Valeria Fraschetti e Johame Solis)

di francesca
pubblicato il 19 gennaio 2012
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    Il sindaco di una città non può modificare i cambiamenti climatici, così come il comportamento personale non può cambiare i modelli economici globali. La crescita è finita negli anni ’70 e per uscire dalla crisi credo che l’unica ricetta sia la decrescita”. Eccolo Serge Latouche, sbarca a Napoli l’economista dell’Università Paris-Sud che con quel suo parlare in maniera franca e diretta incanta schiere di altromondisti. Non poteva mancare per battezzare l’esperimento di Luigi De Magistris, e rimarrà in Campania per una settimana a girovagare tra i comuni virtuosi visitando e analizzando tutti gli esperimenti di altrapolitica. “Se ci chiedete come abbiamo fatto – dice alla conferenza Salvatore Esposito, presidente della Fics – vi rispondo sinceramente, l’abbiamo telefonato e lui ha accettato”. Ma al di là della soddisfazione di avere il guru dell’economia sostenibile in regione, le notizie che porta Latouche non sono un brodo di giuggiole. Anzi.

    Credo, purtroppo, che questa Europa è destinata a fallire. Speriamo che se ne possa fare un’altra” annuncia a una platea inebetita. Nessun preambolo per il docente che solo in Italia ha pubblicato 11 testi economici andati a ruba:” ”E’ questione di settimane, mesi fra due o tre anni sarà finita”. La crisi è globale, indietro non si torna e nessun paese del vecchio continente si salverà, forse si potrà ripescare le vecchie monete, ma l’economia è satura. Note positive? Nessuna. Tranne il giudizio sulla Napoli del sindaco che vuole fare del capoluogo l’oasi per i benecomunisti: “Mi fa piacere tornare qui, se la situazione è sempre piu’ complessa, a Napoli le cose sembrano andare un po’ meglio. Basta camminare per la città, si vede che è più pulita, meglio organizzata, c’è un po’ di speranza”. Un’occasione che De Magistris non si lascia scappare definendosi a sua volta latouchiano da sempre, fiducioso nell’applicazione della teoria della decrescita, per una società non ossessionata dal consumismo e libera dalle imposizioni della globalizzazione finanziaria priva di regole etiche. “La vera sfida – ha spiegato il primo cittadino – è portare quel ragionamento nel governo della città. Noi puntiamo molto sui beni comuni, contro le logiche di accumulazione, depredazione e monetizzazione, cerchiamo di uscire dalla crisi”. Latouche sorride chiudendo gli occhi a mandorla, con una serenità che contrasta con le previsioni per il futuro del globo, ma è chiaro che non si può mollare. Così De Magistris conclude il suo ragionamento: “E’ bello anche il messaggio sulle relazioni sentimentali tra persone che, come diceva Max Weber, va a colpire lo spirito del capitalismo. In questo il Sud può scrivere pagine importanti di dignità culturale e politica”. Ma su un mezzogiorno avanguardia dell’economia benecomunista il professore mette le mani avanti: “E’ presto per dirlo”.

    Il teorico dell’economia sostenibile domani 17 gennaio, terrà alle 10 una conferenza pubblica all’Università Federico II insieme a Paolo Cacciari e al rettore Nicola Russo (http://www.polosus.unina.it/cms/images/stories/pieghevole_3.pdf).

     

    Quindi l’economista sarà ospite a Pratola Serra per visitare la fattoria sociale, analizzare le pratiche di microcredito e l’uso sociale dei beni confiscati in provincia di Avellino. La seconda tappa è prevista a Pollica dove verrà presentato il “manifesto mediterraneo: cinque idee per un’altra convivenza”.

    Il calendario con tutti gli incontri su ecologia sostenibile, equità sociale e partecipazione sono consultabili sul sito: http://www.cittasociale.eu/

di francesca
pubblicato il 16 gennaio 2012
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    L’accordo c’è per un apparentamento che nemmeno nei peggiori incubi del segretario Pierluigi Bersani, quando sapientemente imitato da Crozza esclama “Ragassi ma siam pazzi”. Invece sull’isola di Ischia Pd e Pdl sono insieme al governo anche contro la volontà di Roma. Domani, domenica 15 gennaio, in un’assemblea pubblica il commissario di Napoli Andrea Orlando andrà a dire che il matrimonio non s’adda fare. Ma per il momento gli assessori dell’Udc Antonio Pinto e Giuseppe Di Meglio hanno fatto i bagagli per lasciare il posto a Luigi Mattera del Pdl e Luigi Mollo ex An.

    La decisione era stata presa anche prima di Natale, e sulle spalle del sindaco Giuseppe Ferradino erano piovuti gli insulti di parte della base democratica che addirittura proponevano l’immediata espulsione. Invece è andata diversamente per il momento il Pd ha intrapreso una diplomatica politica attendista, anche perché il primo cittadino ha dichiarato che non c’è nessuna condivisione di programmi né di indirizzo politico. Al contempo però l’amministrazione fa sapere che solo con questo patto di acciaio si potrà creare sull’isola un comune unico. Il territorio è diviso in 6 amministrazioni Ischia, Casamicciola Terme, Lacco Ameno, Forio, Serrata Fontana, Barano d’Ischia. Lo scorso 5-6 giugno il referendum che chiedeva l’istituzione del comune unico non ha raggiunto il quorum e ora secondo le parole di Ferradino la grande coalizione serve a raggiungere l’obiettivo. Se nessuno li fermerà Pd e Pdl insieme andranno alle elezioni di primavera sotto le mentite spoglie di una lista civica, chiedendo addirittura agli altri partiti di fare un passo indietro. L’Udc che ha subito alzato la voce è stata defenestrata. Mentre è gelo con il democratico Franco Regine sindaco di Forio contrario a questo pasticciaccio.

    Dell’accordo quantomeno “sinistro”, nella terza isola più popolosa del paese dopo Sicilia e Saredegna il Pdl se ne è apparentemente infischiato, lasciando fare a Mimmo De Siano colonna del partito e (guarda caso) amico di gioventù dello stesso Ferradino nelle fila della Dc. Altra storia tra i democratici che dopo aver fatto volare gli stracci, hanno ricucito la coperta. Per il momento. Ma se Ferradino dovesse proseguire nei suoi intenti cosa farà il Pd sarà lì “a pettinar le bambole”?

di francesca
pubblicato il 14 gennaio 2012
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