Wednesday 16 May 2012

IL MANIFESTO BLOG
   Segnali di fumetto senza riserve. A cura di Andrea Voglino Feat. Ale Giorgini
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  • Supergruppi: da oltre 70 anni, una garanzia di successo, almeno sui fumetti. Correva l’anno 1940 quando l’editor Sheldon Meyer ebbe l’idea di riunire sotto lo stesso tetto eroi che nelle loro avventure a solo avevano funzionato così cosà. Dal momento che Meyer era passato alla storia per aver salvato dal macero una strip che la National avrebbe volentieri cestinato, quella di Superman, i padroni del vapore non ebbero problemi a dargli corda. In capo a qualche mese, lo sceneggiatore Gardner Fox e un folto gruppone di penciller capitanato da E.E. Hibbard partorirono la property di punta di All Star Comics, una rivistucola che fino al terzo numero aveva offerto al pubblico ben poche emozioni. Si chiamava Justice Society of America, e ne facevano parte eroi vintage come Flash, Lanterna Verde e Hawkman, più rebunza tipo Atom, Lo spettro e Dr. Fate. Com’è, come non è, per tutti gli Anni Quaranta le ammucchiate super-eroiche si moltiplicarono. Non solo nelle segrete stanze della futura DC Comics, ma anche in quelle della grande rivale Timely Comics, la futura Marvel. Nel 1941, erano scesi in campo i Young Allies di Joe Simon e Jack Kirby, con i tradizionali “sidekick” di Capitan America e Torcia Umana a far da baby-sitter a un gruppo di ragazzini di New York. E in All Winner Comics 19, datato autunno 1946, a unire le forze furono Capitan America, La Torcia Umana e Sub Mariner, oltre ai misconosciuti The Whizzer (sic) e Miss America. Poi, una pausa di riflessione dovuta agli alti e bassi del mercato, fino alla metà degli anni 50, e all’arrivo dei nuovi team destinati a ricavarsi un posto d’onore nel cuore dei pochi sopravvissuti al furore iconoclasta di Frederic Wertham. Doom Patrol (1957), Justice League of America (1960), I Fantastici 4 (1961) e I Vendicatori (1963) dimostrarono che il genere aveva ancora molto da dire. E gliX-Men (sempre 1963) innovarono il genere estremizzando il concetto dei “super-eroi con super-problemi” cucito da Stan Lee sui nuovi eroi Marvel fino a trasformare quello della famiglia disfunzionale con super-poteri in un topos sub-letterario lanciato verso vette narrative irraggiungibili. basta pensare a Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons, una miniserie che dalla fine degli Anni 80 a oggi ha contato innumerevoli tentativi di imitazione, non ultimo il cross-over Before Watchmen prossimamente in uscita in tutto il globo.

    E sì, duemilacinquecento battute di preambolo non sono poche, per un pezzullo intorno alla cinquemila. Ma se non si parte da qui, dall’importanza dei supergruppi nell’ambito del fumetto a stelle e strisce, è dura gustarsi The Umbrella Academy: Dallas (Magic Press/Dark Horse Comics, 180 pagine, € 16), la divertente saga in sei puntate concepita dallo sceneggiatore nonché frontman dei My Chemical Romance Gerard Way insieme con il disegnatore Gabriel Bá. Perché l’Accademia degli ombrelli aggiorna all’estetica pop-punk e alla filosofia del Net Surfing l’epica consunta della “squadra vincente”. Il tutto, con una ferrea aderenza al canone delle dinamiche intergruppo tipiche delle famiglie del fumetto, luoghi metaforici dell’anima dove ci si ama ci si scazza ci si sfida ci si tormenta ci si deride senza soluzione di continuità. Intendiamoci: in questa rilettura dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy non è tutto oro quello che riluce, soprattutto per i neofiti. Chi non ha mai apprezzato i partouze non ha una chance al mondo di cogliere i rimandi metafumettistici degli autori, e rischia di perdersi metà del divertimento. Che però, indubbiamente, c’è: perché dopo aver presentato al pubblico i personaggi nella miniserie introduttiva La suite dell’apocalisse (Magic Press/Dark Horse Comics, 192 pagine, € 15,50 e una fraccata di premi Eisner, Harvey eccetera), Way e Bá si divertono a lanciarli come biglie nell’immensità dello spazio-tempo. Oltre l’apparente e coloratissima anarchia dell’insieme c’è una logica picaresco-scombiccherata alla The Rocky Horror Picture Show: personaggi estremi che, attraverso traiettorie estreme, trovano un senso diverso a una storia già raccontata.

    Più che al pop-corn entertainment di The Avengers, questo The Umbrella Academy: Dallas fa pensare a Inglorious Basterds di Tarantino, con tutte le provocazioni, gli sberleffi e le stilizzazioni del caso. Killer di 10 anni con un cervello ben oltre gli “Anta”, scimpanzé travestiti da Marilyn Monroe, sicari in maschere da furry animals, vampiri vietcong, Dio in versione cow-boy, statue assassine, morti sparati che non vogliono saperne di morire e addirittura un pesce con la bombetta a metà fra Megamind e la canzoncina per bambini Negrita Cucurumbé, popolarissima in quell’America Latina che ha dato i natali al disegnatore. E per chi pensa che l’omicidio di Kennedy sia roba pesante, anche la fine del Mondo. Non è quello che si può definire un menù equilibrato, ma una volta lasciato il cervello alla cassa c’è molta ciccia da mordere. In ogni caso, molto di più che leggendo qualsiasi sciatto team-up firmato dalle major. Non poco, in tempi di crisi.

di Andrea
pubblicato il 16 maggio 2012
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Share '“Sweet Salgari”: la giungla della vita secondo Paolo Bacilieri' on AddThis Share '“Sweet Salgari”: la giungla della vita secondo Paolo Bacilieri' on Facebook Share '“Sweet Salgari”: la giungla della vita secondo Paolo Bacilieri' on FriendFeed Share '“Sweet Salgari”: la giungla della vita secondo Paolo Bacilieri' on Google Reader Share '“Sweet Salgari”: la giungla della vita secondo Paolo Bacilieri' on Tumblr Share '“Sweet Salgari”: la giungla della vita secondo Paolo Bacilieri' on Twitter Share '“Sweet Salgari”: la giungla della vita secondo Paolo Bacilieri' on Email
  • Prima di tutto, il nome: Emilio Salgàri, con l’accento sulla seconda “a”, mai “Sàlgari” come secondo vulgata comune. Se non si parte da qui, da un nome pronunciato con rispetto parlando, non si va da nessuna parte. Perché Salgari lo scrittore automatico, Salgari il creatore di Sandokan, Il Corsaro nero, Tremal Naìk e tanti altri eroi e villain esotici con radici Italianissime, Salgari il romanziere più amato all’inizio del ’900 e più snobbato alla fine, un oltraggio di questo genere proprio non lo merita. Per referenze, rivolgersi a Paolo Bacilieri, forse il meno Salgariano fra gli autori di fumetti per così dire popolari del Belpaese. Di sicuro, uno dei meno etichettabili, con quel suo continuo oscillare fra produzioni commerciali ancorché sui generis (i bonelliani Napoleone e Jan Dix) e produzioni più marcatamente autoriali (Zeno Porno, The Super-Maso Attitude o il recentissimo Adiós Muchachos).

    Il Salgari rivisitato da questo ex allievo del maestro Milo Manara pretende rispetto fin dalla sua prima apparizione, dal “Ricomporsi che diamine!” Borbottato ai figli discoli alla diciannovesima delle centocinquanta curatissime tavole che compongono Sweet Salgari (Coconino Press-Fandango, € 17,50). Lo pretende per l’approccio totale al “bel disegno”, una meticolosità compositiva e stilistica che qua e là echeggia le opere migliori di Maestri della nona arte come Magnus o Guido Crepax. Ma anche per la vicinanza affettiva dimostrata dall’autore nei confronti di un personaggio che fra le pagine del volume trova una dimensione umana totalmente sconosciuta a coloro che da bambini hanno preferito allo scrittore di Negrar i vari Calvino, Rodari, eccetera. Troppo vecchiotto, Salgari. Forse, troppo conservatore. Sicuramente, troppo bravo: tanto abile da rimanere cristallizzato per l’eternità in ristampe troppo uguali a se stesse per attrarre lo sguardo dei figli del Boom. Fuori dalle rotte di quei viaggiatori dell’immaginario che avrebbero potuto raccogliere il testimone dell’illustratore Alberto Della Valle per proiettare gli eroi salgariani nel nuovo millennio. Certo, c’è il Sandokan di Hugo Pratt. Ma si tratta di una riscoperta tarda, più attribuibile al Maestro di Malamocco che al creatore del personaggio, e pubblicizzata dichiaratamente come una “storia perduta”: una rondine che non fa primavera. E che fa pensare a cosa avrebbero potuto tirar fuori dai cicli Salgariani, per dire, Altan, Mattotti, Manara o Moebius.

    Bacilieri, di suo, sceglie di procedere per sottrazione, trattando la prosa salgariana quasi alla stregua di colonna sonora letteraria per le sue cartoline fin-de-siècle, e puntando tutto sul mondo interiore dell’autore, “molto più personaggio dei suoi personaggi più viscerali”. Ne esce una biografia a fumetti romanzata il giusto, molto partecipata, che restituisce al piccolo scrittore tutta la sua ricchezza umana ed emotiva. Occhio, però: il succo di Sweet Salgari non sta nella cura pur strabiliante con cui il cartoonist veronese passa in rassegna l’avventura umana del narratore – dal sogno adolescenziale della carriera marinara, all’incontro-scontro con il mestiere della scrittura, fino alla schiavitù nei confronti degli editori, al crollo emotivo, alla scomparsa. Il succo sta nella straordinaria capacità recitativa del personaggio, qui ridotto a una sorta di Charlot più dolente e carismatico, quasi nietzschiano: Bacilieri tratteggia il volto dello scrittore come una mappa che denuncia in ogni ruga, in ogni pelo fuori posto, in ogni impercettibile tic, il progressivo scivolamento dell’uomo verso l’alienazione e la follia. Impossibile resistere all’impulso di seguire questo Salgari nel suo viaggio solitario, impossibile restare indifferenti di fronte al suo tragico destino di precario ante-litteram. Sweet Salgari colpisce al cuore perché parla alla pancia del lettore. E ogni sguardo in questo abisso è uno sguardo in uno specchio. Un libro sostanzioso, attualissimo, magico. Da leggere assolutamente. Con rispetto parlando, s’intende.

di Andrea
pubblicato il 16 aprile 2012
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  • Suggestioni dark da romanzo sword and sorcery, rotondità Disneyane à la Carl Barks, e per completare il quadro un cocktail di fantasia e humour surreale che sembra preso di peso dalle opere vintage di Jean Giraud alias Moebius: è molto lontano dalla media dei comic-book americani il Bone di Jeff Smith, una saga apprezzata da cartoonist agli antipodi come il sanguigno Matt Groening de I Simpson e l’anarcofascista Frank Miller di Batman: il ritorno del Cavaliere Oscuro. Eppure, nonostante il plauso unanime di tutti i lettori che contano, nonostante il profluvio di premi e nomination raccolte dal momento dalla sua uscita a oggi, in Italia Bone è rimasto un prodotto di nicchia. Uno status dovuto alle peculiarità di un mercato che non si è mai dimostrato troppo tenero nei confronti di proposte transgender perdute nella terra di nessuno fra avventura e humour, e ha masticato e sputato senza battere ciglio icone dell’immaginario come TinTin o chicche della controcultura come gli spettacolari The Fabulous Furry Freak Brothers di Gilbert Shelton. Ma parte della responsabilità va anche agli editori che in questi anni hanno tentato di proporre al pubblico italiano la bella maxiserie di Jeff Smith. Piccoli editori come Macchia Nera o Lexy Edizioni, ma anche colossi come Panini Comics. Fieri di poter sfoggiare questo piccolo classico della comic art Anni 90, ma sostenuti da un pubblico troppo popolare per apprezzare fino in fondo la poetica di Smith.

    Bone © Jeff Smith 2012

    A fine 2011, la patata bollente è passata alla Bao Publishing di Michele Foschini e Caterina Marietti, una realtà giovane, ma dotata di ottimi muscoli, con una linea editoriale adulta ma non seriosa che va da Makkox a Arthur De Pins a Joe Simon e Jack Kirby e un gran talento per le limited edition di qualità. Ne sono uscite una sventagliata di edizioni definitive una più ricca e completa dell’altra, le strenne ideali per gustare questo fluviale romanzo on the road nella sua forma migliore, cioè in soluzione unica. A un estremo c’è la versione da 35 euro. Un prezzo non bassissimo, ma pienamente giustificato dalle 1.344 pagine di foliazione, dalla nuova traduzione e dall’apparato critico fornito da Neil Gaiman, il romanziere e sceneggiatore inglese di Sandman e Coraline. All’altro estremo, la lussuosissima Phoney Bone Edition, prodotta in sole 101 copie al prezzo di 101 euro, rilegata in tela e completata da una serigrafia a colori numerata e firmata personalmente dall’autore, vero evento fumettistico del Natale 2011 e ormai ridotta a una manciata di copie. E nel mezzo, due edizioni variant stampate rispettivamente in 600 e 299 copie allo stesso prezzo di quella popolare. Basterà per restituire lustro e vendite a un’opera che Time Magazine ha eletto fra i migliori fumetti di sempre? Chissà.

    A fare la differenza, comunque, non è la confezione, ma la storia picaresca raccontata da Jeff Smith. Quella dei cugini Bone, tre omini buffi a metà fra i Puffi di Pierre Culliford in arte Peyo e il Pogo di Walt Kelly. Cacciati dal remoto villaggio di Boneville, i tre si ritrovano persi in una vallata densa di personaggi fiabeschi, un autentico bestiario in cui convivono draghi, rattodonti (?) assetati di sangue, bellissime principesse guerriere, cimici parlanti e altre creature curiose. In superficie c’è una solida e godibile trama fantasy centrata sulla lotta fra i “buoni” capitanati dalla bella Thorn e dai fratelli Bone e i “cattivi” al soldo del perfido Signore delle locuste. Ma sotto la crosta della fruibilità immediata c’è un sostrato di citazioni e riferimenti che vanno dal Moby Dick di Melville a Simboli della trasformazione di C.G. Jung a Il Signore degli Anelli di Tolkien, senza dimenticare i fumetti e i cartoon ambientati nell’america rurale del bel tempo che fu, da Krazy Kat al primo Mickey Mouse di Walt Disney e Ub Iwerks, fino al Li’l Abner di Al Capp. Un piatto ricchissimo, ma insospettabilmente lieve, da gustare senza riserve e senza limiti d’età.

di Andrea
pubblicato il 22 febbraio 2012
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  • A spanne, il look and feel è quello classico del super-eroe: casco in ottone 18 carati a nascondere i lineamenti da belloccio all-american, giubbottone di pelle attillato, più un aviogetto pret-à-porter per librarsi nell’aria a mo’ di novello Nembo Kid. Ma sarebbe ingeneroso iscrivere il The Rocketeer di cui avevamo accennato nella affollata Nuvoletta postata il mese scorso nello stesso club di Batman, Iron Man e gli altri character gadget-dipendenti che formano l’ossatura portante del fumetto popolare americano. Se non altro perché Rocketeer non è mai stato un eroe Pop. Questo, innanzitutto per questione di etichetta, perché il suo status di eroe errante lo ha obbligato a sprintare fra vari publisher rigorosamente “Indie”, volenterosi atelier crepitanti di energia creativa ma privi dei formidabili enzimi economici e mediatici delle major Marvel o DC Comics. Ma soprattutto perché l’autore Dave Stevens, ex assistente del leggendario Russ Manning di Tarzan e Dottor Magnus alias Magnus Robot Fighter, solide radici come visulizer e concept artist, lo vedeva come un divertissement, un’alternativa al lavoro “vero”. Da qui, un destino da eroe indecifrabile e inafferrabile, mai decollato fino in fondo, tutto compreso nelle due avventure consegnate alla storia dallo stesso Stevens, che oggi tornano sugli scaffali negli States ma anche in Italia.

    La cover del primo volume © Saldapress/IDW Publishing/Dave Stevens estate


    “Rocketeer – Il primo volo” e “Rocketeer – L’avventura di Cliff a New York” racchiudono in due abbondanti razioni ipercaloriche l’irresistibile ascesa di Cliff Secord, funambolo del volo prestato alla identità alternativa di reluctant hero in seguito all’incontro fortuito con un motore a razzo progettato da mano ignota ma non troppo. Scippato l’aggeggio a un nugolo di spie e inforcato un mascherone aereodinamico, il pilota si trasforma in Rocketeer, l’uomo razzo: a lui il compito di sventare le trame nerissime di tutti i nazionalsocialisti sul suolo Usa. Ma mai senza gli infortuni del caso. Dagli incontri-scontri con eroi del pulp come Doc Savage o The Shadow, trascinati sulle pagine del comic book per analogia. All’incontro-scontro con cattivi lombrosiani come Lothar, inarrestabile macchina da guerra del secondo episodio ricalcato sul freak hollywoodiano Rondo Hatton; fino alla relazione tempestosa con la fidanzata Betty, damsel in distress mozzafiato con l’acconciatura e le curve della storica regina delle pin-up Bettie Page, diventata amica dello stesso Stevens proprio in seguito a questo omaggio disegnato. E se durante la lettura la memoria corre verso i modelli dichiarati adottati dal cartoonist di Lynwood, California, per la saga del suo Rocket Man – in primis, i serial cinematografici Republic con lo sceriffo intergalattico Commando Cody, ma anche l’Indiana Jones spielberghiano, che lo stesso autore aveva visto nascere lavorando agli story-board di I Predatori dell’Arca perduta – l’occhio non può fare a meno di soffermarsi sulla meticolosa attenzione dedicata allo storytelling e all’impatto grafico del fumetto: una ricostruzione meticolosa, iperrealista, totalizzante, incompatibile con le esigenze produttive del fumetto seriale e degna di artisti come Alex Raymond o Norman Rockwell. Non a caso, prima della sua morte prematura, avvenuta nel 2008 per leucemia, Stevens aveva abbandonato i comics per la pittura a olio, sull’esempio di un altro grande Missing in action della nona arte, il celestiale Bill Watterson di Calvin & Hobbes.

    La cover di "The Rocketeer" 2 © Saldapress/IDW Publishing/Dave Stevens Estate


    La relazione tormentata di Stevens con il mainstream si riflette nella storia editoriale del personaggio. Un autentico romanzo picaresco punteggiato di false partenze. Le prime tavole escono nel 1982 come riempitivi sulla collana fantasy Starslayer, firmata da Mike Grell per la Pacific Comics. Inatteso Exploit, ma nonostante gli entusiasmi dell’editore e del pubblico l’autore si ritrova incastrato fra le commesse, e nicchia tanto da assistere alla implosione della Pacific. A concludere il primo arco narrativo provvede la Eclipse. Fra fine Anni 80 e primi anni 90, il personaggio passa alla Dark Horse Comics, che pubblica il secondo capitolo delle avventure di Rocketeer, preludio ideale a una edizione definitiva molto di là da venire. Stessa storia nel nostro Paese, dove il personaggio passa come una meteora, prima sulle pagine del defunto magazine Comic Art di Rinaldo Traini, poi in un brossurato che raccoglie solo l’avventura inaugurale dell’eroe, fino al corposo uno-due mandato in libreria pochi mesi fa da Saldapress in una collana appositamente titolata Maèstro, e riservata ad alcune fra le migliori produzioni del fumetto internazionale. Due volumi di 128 pagine da € 24,50 ricchissimi di studi, story-boards, locandine e retroscena sulla lavorazione di un’epopea disegnata passata ingiustamente sotto silenzio, nonostante o forse per colpa della brutta versione Disney firmata nel 1991 dal regista Joe Johnston, quello di Jumanji e Captain America. Il modo migliore per accostarsi a un personaggio che grazie agli eredi dell’autore sta provando timidamente a riaffacciarsi nelle librerie specializzate degli Usa nella versione “antologica” firmata da Dave Gibbons, Darwyn Cooke, Kurt Busiek e altre firme d’oltreoceano: chissà che in futuro non sorvoli anche il Belpaese.

di Andrea
pubblicato il 14 gennaio 2012
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  • Bone
    Jeff Smith
    Bao Publishing
    1344 pagine

    € 35
    Secondo la bombastica definizione di «Time Magazine» è una delle dieci opere a fumetti più importanti di tutti i tempi. Difficile però far sfoggio di understatement di fronte a un fumetto che vanta dieci premi Eisner e undici premi Harvey, amatissimo dal gotha dei comics Made in Usa. La storia tenera ed epica dei cugini Bone di Boneville e della sfida per la salvezza del loro mondo è un fantasy molto sui generis che frulla insieme con grande efficacia narrativa le rotondità di Walt Kelly e Carl Barks e gli spuntoni metallici di J.R.R. Tolkien. Disponibile in due edizioni: quella economica, e la raffinatissima Phoney Bone Edition stampata in sole 110 copie da 110 euro.

    Rocketeer
    Dave Stevens
    Saldapress
    144 pagine
    € 24,50

    Di tutti i super-eroi, Rocketeer è forse il più apertamente derivativo, con un frullato di precedenti concettuali che vanno dai romanzi pulp di Doc Savage e The Shadow, ai serial Republic degli Anni 30 e 40, fino all’architettura art deco streamline degli anni 30 e alle curve della leggendaria Betty Page. La storia è quella dell’incontro-scontro fra il pilota collaudatore Cliff Secord e un avveniristico zaino-jet che gli permette di librarsi nel cielo a velocità folle come un vero Nembo Kid sulle tracce della fidanzata in fuga. Il mood è molto simile a quello di «I predatori dell’arca perduta», di cui non a caso Stevens disegnò gli story-board. Due volumi, per una bella edizione ricca di schizzi preparatori e contenuti extra.

    Asterios Polyp
    David Mazzucchelli
    Coconino Press
    344 pagine
    € 29

    Dieci anni di lavoro, tre premi Eisner e tre premi Harvey più il premio della giuria al festival di Angoulême: è con queste credenziali che arriva sugli scaffali il magnum opus di David Mazzucchelli. Abbandonato il fumetto mainstream che alla fine degli Anni 80 aveva rivoluzionato lavorando a quattro mani con Frank Miller, Mazzucchelli ha progressivamente piegato la grammatica di base del fumetto ad ambizioni narrative dichiaratamente joyciane. Lo dimostra questo «Asteryos Polyp», storia di un intellettuale in fuga dal proprio doppio e dal proprio mondo: una lettura sperimentale, ambiziosa, ricca di reference filosofiche e culturali, perfetta soprattutto come «conversatione piece». Per molti, ma non per tutti.

    Cinquemila chilometri al secondo
    Manuele Fior
    Coconino Press
    144 pagine
    € 17

    Dopo Mattotti e Gipi, ecco un altro italiano di cui non bisogna vergognarsi andando all’estero: Cinquemila chilometri al secondo ha vinto il primo premio come Miglior Fumetto al Festival di Angoulême del 2011. Un riconoscimento conquistato con un linguaggio visivo più affine al cinema animato e alla pittura che al fumetto popolare. Autentico Bildungsroman disegnato, il volume documenta il passaggio dall’adolescenza alla maturità di tre giovani e i progressivi, inesorabili mutamenti che piagano le loro anime. Un romanzo grafico visivamente sontuoso, sottilmente inquietante, liquido come gli acquerelli che Fior stende con lucidità e autentica maestria.

    Incal L’integrale
    Jodorowsky & Moebius
    Magic Press
    308 pagine
    € 25

    In edizione integrale realizzata con la supervisione del Maestro Moebius per sottrarre le tonalità pastello delle sue tavole all’oltraggio del tempo e delle infinite ristampe, ecco l’intera saga dell’Incal. Sei capitoli di divertito potere immaginifico per raccontare le gesta di John Diffool, anonimo detective di classe R che in seguito al ritrovamento fortuito di un misterioso artefatto alieno si ritrova coinvolto in una avventura picaresca fra mercenari, fanatici tecnologici, mutanti e poltici senza troppi scrupoli. Le atmosfere sono le stesse di vecchi Magazine come «Metal Hurlant», «Alter Alter» o «L’Eternauta», ma a 30 anni dall’uscita del primo capitolo il fascino di questa space opera resta sempre attuale.

    A Panda piace… Essere raccolto
    Giacomo Bevilacqua
    Edizioni Bd
    224 pagine
    € 16

    Narrano le cronache che l’idea di A panda piace sia nata dalla combinazione fortuita dei dialoghi di «Il meraviglioso mondo di Amelìe» e le confidenze di un’amica sul proprio Pet del cuore: sta di fatto che il romanissimo Giacomo Bevilacqua ha distillato da tutto questo una strip comica che è passata in men che non si dica dalla Rete alla carta. Merito di un tormentone degno degli Esercizi di stile di Raymond Queneau, infinita variazione sul tema della frase “A Panda piace…”. Il sospetto, giustificato da questo «best of» che raccoglie le migliori fra le strip dedicate a questo orsetto irriverente e paraculo, è che a Panda piaccia piacere. Ma a Natale siamo tutti più buoni.

    Il Mago Wiz
    Brant Parker e Johnny Hart
    Panini Comics
    172 pagine
    € 19,90

    Dagli anni 60 al 2007, anno in cui è andato a disegnare su una nuvoletta, il formidabile Johnny Hart ha legato il proprio nome ad alcune fra le property più pirotecniche del mondo delle syndicated strip. Dopo B.C., fra le più diffuse c’è sicuramente The Wizard of Id, saga pluridecennale dedicata a un tirannello bassotto, immorale e volgare e alla sua corte dei miracoli. Una striscia gustosa e prodiga di salutari graffi satirici che alla luce di 17 anni di governo da parte di un tirannello bassotto, immorale e volgare suona più fresca e attuale che mai. E che Panini, reduce dalla ristampa integrale dei Peanuts di Charles M. Schulz, inaugura con un primo volume cronologico dall’ottimo rapporto presso/qualità.

    Tormenti
    Furio Scarpelli
    Rizzoli-Lizard
    128 pagine
    € 17

    Chi lo conosce lo ha apprezzato per lo humour urticante di tutte le migliori commedie all’italiana, da La Grande guerra a Straziami ma di baci saziami, da Riusciranno i nostri eroi… a C’eravamo tanto amati. Ma oltre che scrivere maledettamente bene, Furio Scarpelli è stato un ottimo disegnatore satirico, con collaborazioni a riviste come «Il travaso delle idee» e «Don Basilio». Tormenti è un romanzo a fumetti postumo, curatissimo, molto scritto e insospettabilmente attuale, che ha lo stesso respiro del grande cinema italiano: un triangolo amoroso che riunisce nello scenario corrusco della guerra civile spagnola una stiratrice diciannovenne, Lolli, e i suoi pretendenti.

    Classici DC: Batman di Englehart/Rogers
    Steve Englehart, Marshall Rogers
    Planeta DeAgostini Comics
    344 pagine
    € 22

    È un Batman da non perdere quello firmato a metà degli Anni 70 dallo sceneggiatore Steve Englehart e dal penciller Marshall Rogers. Un Batman che somiglia molto a quello della recente incarnazione cinematografica firmata da Chris Nolan. O per rifarsi ai bei tempi andati, a quello originale, noir e un tantino manicheo di Bill Finger e Bob Kane. Tramontata la leggerezza camp ereditata dal serial con Adam West e Burt Ward, in questo cartonato il Cavaliere Oscuro recupera il suo fascino ruvido e vampiresco, insieme con una galleria di comprimari su cui spiccano villains come Joker e lo strizzacervelli folle Hugo Strange, e la femme fatale Silver St. Cloud, protagonista di un epocale smascheramento dell’eroe.

    Attack N. 1
    Chikako Urano
    Jpop
    326 pagine
    € 6,50

    Per ogni neofita, riuscire a orientarsi nel mare magnum dei manga è una vera impresa: fra generi, personaggi e testate c’è davvero di che perdere la testa. Meglio partire dai fumetti che hanno ispirato i cartoon passati in Tv negli Anni 80. Dopo Ken il guerriero, Georgie, Le rose di Versailles alias Lady Oscar e L’uomo Tigre, ora tocca ad Attack No. 1, meglio noto come Mimì e le ragazze della pallavolo: un fumetto “shojo”, cioè “per signorine”, ma solo in apparenza: perché fra allenamenti stile Full Metal Jacket, cameratismo e fame di vittorie in questi sette volumi c’è abbastanza ciccia per qualunque macho.

di Andrea
pubblicato il 11 dicembre 2011
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  • Batte bandiera post-berlusconiana la nuova tentazione del fumetto popolare targata Panini Comics, Nirvana. Fumetto comico, politicamente scorretto, favorito dal successo del campione di incassi Rat-Man di Leo Ortolani. Il super-eroe Made in Italy da ridere alto quanto un soldo di cacio, ma capace di surclassare nelle vendite compagni di scuderia transmediali come Spider-Man, i Fantastici Quattro o gli X- Men. La nuova testata tutta italiana della Casa Modenese prende le mosse da una coppia creativa ormai rodatissima. Quella formata dai livornesi Emiliano Pagani e Daniele Caluri, meglio noti con la crasi “i Paguri”. Per chi alterna alla lettura del quotidiano comunista passatempi satirici come Il vernacoliere, autori che non hanno bisogno di presentazioni. Per tutti gli altri, sceneggiatore e disegnatore giovani ma già affermatissimi, con all’attivo varie chicche “contro”. Qualche esempio: La famiglia Quagliotti, sorta di Buddenbrook alla livornese in cui brilla un nonnetto vetero-comunista con un pessimo carattere, Luana la bebisitter e Fava di lesso, sit-com disegnate con più di un rimando alle atmosfere degli Squallor di Bigazzi e Savio. Senza dimenticare Don Zauker, corrosiva satira anticlericale nata sulle pagine del settimanale satirico di Mario Cardinali nel 2003, decorata con ben tre premi Micheluzzi al Napoli Comicon 2007 e recentemente portata a teatro dagli stessi autori in un apposito “Don Zauker Talk Show” itinerante.

    La saga di un prete cinico, arrogante, falso, manesco, perfetto incrocio del cardinale intepretato a suo tempo da Vittorio Gassmann ne I nuovi mostri e del Dirty Harry di Don Siegel e Clint Eastwood è stata un’ottima prova generale per Nirvana. Che nelle parole di Pagani e Caluri nasce come un prodotto svincolato da “logiche commerciali, ricerche di mercato o bacini d’utenza, ma soprattutto senza il pensiero letale di accontentare o disturbare qualcuno”. A giudicare dal risultato, lo spirito aggiorna ai tempi nostri la formula del leggendario Alan Ford sfornato nel 1969 dalla premiata ditta Magnus & Bunker. Un dna che affiora nel character design più stilizzato, grottesco e francese (Edika, Anyone?) di quello visto sui fumetti realizzati per Il Vernacoliere, in un cast ricchissimo di riferimenti alla realtà, esagerazioni grafiche e tormentoni. E soprattutto, in una trama noir-grottesca che vede al centro della scena Ramiro Tango, sfigato balordo tzigano degno della “rogue gallery” del miglior Jacovitti, e la sua lotta per la sopravvivenza per un ignoto sgarro a un capomafia.

    «Gira la ruota e vivi un’altra vita», recita il sottotitolo del numero 1. E qui il ciclo della reincarnazione ha la forma molto triviale del Programma Protezione Testimoni in cui il protagonista si ritrova macinato malgré soi, in un continuo cambio di identità da mandare a puttane una via l’altra per pura e semplice stupidità… Fra comparsate illustri come quella di un primo ministro ormai buono solo come decrepita caricatura di se stesso, annunci pubblicitari fake a base di circhi con «Vasche di piragni», rapporti di P.S. («Il fermato si è presentato ai nostri agenti come un collega, ufficiale del Pontificio corpo degli Zorri di quartiere…»), il primo vagito di Nirvana mira colpi sgangherati ma efficaci sotto la cintura. Ancora suscettibile di sintonia fine la periodicità definitiva: in programma una prima stagione bimestrale di 6 numeri da 46 pagine di fumetti più “contenuti extra” a piacere. Poi si vedrà. Perché a differenza che in altri Paesi, in Italia il fumetto grottesco ha sempre avuto difficoltà ad affermarsi, quindi meglio tastare il terreno. Gli scongiuri di rito sono di rigore: in questo caso, una sontuosa strizzata alle parti basse. Primo numero già in edicola a € 2,90. Fumetto popolare come vocazione e come auspicio. Prosit.

di Andrea
pubblicato il 13 novembre 2011
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  • Un viaggio picaresco nella affascinante ma pericolosa terra di nessuno che si estende fra i comodi praticelli del fumetto mainstream e le vette più estreme del fumetto d’autore. Sceneggiatori e artisti carichi di entusiasmo, ma rallentati da commesse stringenti e ben retribuite, difficilissime da far quadrare con un volume celebrativo per i 40 anni di un giornale molto schierato. Un’impresa editoriale che ogni giorno combatte all’arma bianca per portare avanti la splendida eresia di un quotidiano senza padroni e senza compromessi. E nel mezzo, la vita fuori dai fumetti, fra scadenze, amori in corso, mutui, bollette, beghe private e professionali, tentazioni mondane, indecisioni, emicranie, aspirine, e-mail, incidenti d’auto, cellulari decotti, maternità, vacanze, nevrosi, sigarette, funerali, sogni, raffreddori, altre aspirine. Perché le meccaniche celesti valgono anche per chi vive sfidando ogni giorno le leggi della fisica attraverso le tavole dei comics.

    La copertina di Maurizio Rosenzweig per la versione prossimamente in edicola


    In omaggio alla filosofia di vita del quotidiano comunista, anche quello che abbiamo investito dentro Gang Bang è stato un anno vissuto pericolosamente. Dodici mesi in bilico fra l’ebbrezza del volo dentro storie e visioni impensabili per qualunque quotidiano nazionale a parte «il manifesto» e il terrore di fallire la scalata al cielo in cui ci eravamo imbarcati. Un lavoro matto e appassionatissimo complicato dalla scarsità delle risorse, dalla distanza chilometrica fra spiriti affini ma diversi come la cooperativa di via Bargoni ed Edizioni BD, dal centralismo democratico d’accatto di chi si è assunto il compito di dirigere il traffico. Eppure, è andata. Gliel’abbiamo fatta. Stiamo arrivando.
    E se le cose vanno bene, ma bene davvero, chissà che questo Gang Bang non si riveli solo il primo episodio di una storia ancora da scrivere.
    L’appuntamento con la Storia (a fumetti) è a “Lucca Comics and Games”: chi passa dallo stand Edizioni BD fra il 28 ottobre e il 1 novembre avrà l’opportunità di acquistare in anteprima, oltre alle altre novità di stagione, anche la sospirata “Forma originale del fumetto” che abbiamo creato con tutti i grandi autori di Gang Bang, presentata in conferenza stampa sabato 29 alle 12 presso la sala incontri di Palazzo Ducale alla presenza di Stefano Casini, Luca Enoch, Tito Faraci, Roberto Recchioni e Walter Venturi. Ma chi non riesce a partecipare all’appuntamento potrà correre ai ripari a dicembre, quando il nostro volume antologico arriverà nelle edicole e nelle librerie. A questo punto, la parola ai lettori: a loro affidiamo la speranza di continuare a disegnare un futuro insieme anche oltre l’ultima pagina. Bang.

di Andrea
pubblicato il 12 ottobre 2011
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  • Era capace di telefonare di persona per ringraziarti di un pezzo o un’intervista realizzata come dio comanda, Sergio Bonelli. L’ultimo esponente di una razza di imprenditori in via d’estinzione, editori puri capaci di investire sulle persone, mettere sceneggiatori e artisti in condizione di rendere al meglio, assecondarne la crescita e a volte le ubbie, valorizzarne ogni atomo di potenziale. Ci eravamo incontrati l’ultima volta all’edizione di marzo 2011 di Cartoomics, la mostra mercato milanese del fumetto dove lui giocava in casa. Prigioniero della curiosità del pubblico che era accorso alla conferenza sui 50 anni di Zagor, costretto a tenere in stand-by la presentazione di “Gang Bang”, si era scusato per lo sforamento con un’umiltà che ci aveva quasi imbarazzati. E poche ore dopo, quando l’avevamo avvicinato per portargli una copia dell’Alias su cui faceva bella mostra di sé il Rex (sic) di “Piombo rovente e manici di scopa”, ci aveva completamente spiazzato, svelando di aver già letto e apprezzato l’omaggio del manifesto al Ranger per eccellenza. L’avesse detto chiunque altro, pensare a un gesto di pura cortesia sarebbe stato un atto dovuto. Ma Bonelli era un uomo di mondo, nel senso più pieno e completo del termine. E prima di essere un publisher illuminato, è stato un lettore di comics onnivoro, vorace e infaticabile, sempre pronto a vivere la passione per il fumetto con una partecipazione totale. Il suo approccio al mestiere ha reso l’azienda di famiglia una delle ultime “riserve indiane” della scena italiana, non una fabbrica di strip come tante ma una bottega artigiana dedicata alle mille declinazioni della narrativa disegnata.

    Fumetto popolare, ma non solo. Perché è vero, la ex Casa Editrice Audace nata dalla volontà di Tea e Giovanni Luigi Bonelli nel 1945 è quella di characters tutti d’un pezzo come Tex, Zagor, Martin Mystère e Dylan Dog. Ma sotto la guida di Bonelli figlio ha dato i natali anche a personaggi più fragili e ambigui come il Mister No dell’alter ego Guido Nolitta, Ken Parker e Volto Nascosto. E già fra gli Anni 70 e 80 c’erano state alcune importanti prove tecniche di fumetto d’autore, dalla collana Un uomo, un’avventura, che aveva aperto le porte della factory a mostri sacri come Bonvi, Crepax o Toppi, alla coraggiosa ma sfortunata collaborazione con Dargaud su Pilot e Orient Express. Senza dimenticare operazioni più recenti, realizzate più per amore della nona arte che per mero calcolo economico. Le miniserie, che “Fosse per me, non ci credo, ma se lo dicono i miei collaboratori mi devo fidare”. Fumetti umoristici come “Cocco Bill Diquaedilà”, canto del cigno di uno Jacovitti ormai affaticato, ma ancora capace di salutari zampate. O la vocazione sociale degli eroi più famosi, assidui testimonial di campagne benefiche di grande impatto mediatico, e mai svenduti all’advertising. In queste ore, qualcuno ha scritto che con la morte di Sergio Bonelli per il mondo del fumetto italiano finisce un’epoca. Forse è vero. A noi figli (il)legittimi, orfani viscerali e schierati quanto i suoi characters il compito di conservarne l’eredità umana e artistica. Visto il personaggio, non sarà facile.

    I funerali di Sergio Bonelli si terranno giovedì 29 settembre alle 10,30 presso la chiesetta del cimitero Monumentale di Milano.

di Andrea
pubblicato il 27 settembre 2011
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  • È andato maluccio negli States il Green Lantern di Martin Campbell: duecento milioni di dollari di budget più cento di pubblicità secondo i ben informati, contro un centinaio incassati a oggi in tutto il mondo, con poche “prime” ancora in ballo. Una brutta botta per i patiti di comic book movies. Innanzitutto perché il mezzo flop del film proietta un’ombra sulla strategia della Warner, che persa per esaurimento scorte la formidabile macchina da incassi di Harry Potter già sperava di far cassa con i super-eroi della consociata DC Comics. Ma anche perché dopo i fasti dell’ultimo decennio, i characters in calzamaglia sembrano aver cominciato ad allentare la loro presa sul pubblico. Colpa del troppo che stroppia, e di un intreccio che salvo rare eccezioni da Gilgamesh in poi si rivela sempre troppo uguale a se stesso per riuscire a colpire al cuore il pubblico, con buona pace di Propp, Campbell & Co.

    E sì che in linea teorica Lanterna Verde avrebbe avuto tutte le carte in regola per bucare lo schermo. Una storia editoriale che parte dagli Anni 40, la cosiddetta Golden Age del fumetto a stelle e strisce. Una dinastia di padri nobili del calibro di Bill Finger, misconosciuto alter ego di Bob Kane nella creazione di Batman, senza dimenticare Julius Schwartz, il leggendario direttore editoriale che durante i sixties fece l’impresa di rilanciare legioni di eroi imbolsiti, o ancora Geoff Johns, autore di alcune fra le riletture più recenti, affascinanti e “cosmiche” del personaggio. E last but not least un corpus letterario piuttosto ricco e sfaccettato, capace di combinare le suggestioni pulp e la fondamentale ingenuità dei vecchi comics con le inquietudini della science fiction ai tempi della guerra fredda e il ribellismo dei seventies, fra tossicodipendenze e rifiuto dell’autorità. Tutte suggestioni che innervano le notevoli miniserie dedicate al personaggio e pubblicate fra edicole e librerie specializzate da Planeta DeAgostini e dal 2012 dalla nuova realtà RW Edizioni. Chicche come Lanterna Verde e Freccia Verde, Lanterna Verde: Rinascita, Lanterna Verde: Sinestro Corps e La notte più profonda.

    TM & © Warner Bros. 2011

    Sotto la maschera di Green Lantern c’è Hal Jordan. Un pilota collaudatore costretto ai margini dell’establishment da una sorta di sindrome di Peter Pan. Scovato dall’alieno morente Abin Sur, venuto a schiattare sul pianeta Terra dopo un misterioso incidente, il giovanotto riceve in dono un anello verde che gli consente, alla lettera, di realizzare qualunque sogno a occhi aperti. Ma come nella migliore tradizione, un grande potere porta grandi responsabilità: e non appena indossato il monile, il giovinotto si ritrova arruolato automaticamente in un corpo di polizia intergalattico che raddrizza i torti in ogni angolo dell’universo. Con premesse del genere, si poteva puntare a una space opera dai toni epici. Sfortuna ha voluto che gli sceneggiatori Greg Berlanti, Michael Green, Marc Guggenheim e Michael Goldenberg, presi dall’urgenza di sintetizzare la corposa mitologia del personaggio in un film di due ore, abbiano puntato sulla formula trita e ritrita della origin story, strizzando il classico intreccio dell’eroe riluttante che si riscatta in extremis dentro un copione affrettato, sempre in bilico fra grandeur e parodia e gravato dal tono didascalico e dai “buchi” narrativi tipici del genere.

    Un regista visionario, forse, sarebbe riuscito a cavarne fuori un bel giocattolone. Il mediocre Martin Campbell e il ricco cast radunato dalla Warner non vanno più in là di una marchetta diligente ma poco appassionata, che riesce a prendere il volo solo in un sottofinale discreto, nelle efficaci scenografie di Grant Major, premio Oscar per Il Signore degli Anelli – Il ritorno del Re e nel creature design di Neville Page, capace di reinterpretare il bestiario alieno della saga con estro e vitalità. Non il peggiore dei popcorn movie possibili, come hanno ingenerosamente decretato critici e blogger d’Oltreoceano. Ma un film già visto mille volte, e non all’altezza di modelli come il Superman di Richard Donner, Il Cavaliere Oscuro o Iron Man. E se il finale aperto fa sperare in un seguito, non è il caso di trattenere il fiato nell’attesa: nonostante le rassicurazioni dei produttori, la luce della Lanterna Verde sembra maledettamente fioca.

di Andrea
pubblicato il 26 agosto 2011
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  • A guardare il flop dell’asta delle tavole dello speciale Comunista a chi?, organizzata dagli specialisti di Little Nemo a Milano il week-end fra il 6 e il 7 maggio, verrebbe da pensare che al lettore medio del manifesto di portarsi a casa le tavole originali dei fumetti non freghi granché. D’accordo, la base di partenza era un bello scoglio: tremilacinquecento euro sono una bella botta, anche per un malloppo del genere. Però fra le diciotto tavole del lotto c’era una spettacolare tavola a colori 35 x 50 di David Lloyd, più opere realizzate da maestri del fumetto come Giorgio Cavazzano, o “firme” come Enoch, Casini o il Nick Abadzis di Laika, e poi Recchioni, Cajelli & Ferrario e tanti altri ancora. Insomma, roba che teoricamente dovrebbe vendersi da sé. E allora, dov’è l’errore? La parola al gentile pubblico. Forse non abbiamo pubblicizzato abbastanza la cosa. Forse avremmo fatto meglio a puntare sui singoli pezzi, più che su una vendita “a blocco”. Forse, per rifarsi al linguaggio del marketing, abbiamo sbagliato “target”, e più che puntare ai collezionisti tout-court avremmo dovuto circuire i nostri lettori abituali. O forse iniziative come la mitica Asta la victoria che in tempi formato tabloid portò nelle casse del quotidiano un bel po’ di milioncini sono state ricacciate nella pattumiera della storia dalla crisi. Comunque stiano le cose, il potenziale gruzzolo dei disegni generosamente elargiti da tanti grandi cartoonist e pubblicati a fine 2009 nell’introvabile speciale a 50 euro è ancora qui, a disposizione. Si accettano suggerimenti per farlo fruttare al meglio.

    Vignette da "La storia di Aiace, fumettista tenace" di Sergio Ponchione

    Frattanto, fra le non troppo segrete stanze del giornale si continua a disegnare un possibile futuro a strip. La lavorazione di Gang Bang procede col ritmo lento ondivago ipnotico di un fiume carsico: lunghe fasi di calma apparente interrotte da zampilli di talento fulminoso. Già arrivato e pronto da letterare il terzo capitolo delle avventure di L’Angelo Nero di Angelo Ferracuti e Mauro Cicarè, super-eroe migrante appena atterrato fra le nostre scrivanie con una nuova storia che vendica l’assassinio di Jerry Maslo, il bracciante sudafricano ucciso a Villa Literno nel 1989 dalla camorra. Presto a destinazione Armi di distruzione di massa scritta e disegnata rispettivamente da Diego Cajelli e Andrea Mutti, con la collaborazione di Luca Bertelé ai toni di grigio per un effetto molto Grand Theft Auto: un fantasy che frulla insieme cospirazionismo, cinepanettoni e atmosfere “glam” degne del Miglior Patrick Nagel. Nel frattempo, da Asti, Sergio Ponchione continua a tessere i bianchi e neri vischiosi di La storia di Aiace, fumettista tenace, un’avventura che fin dall’ambientazione nel ‘77 bolognese riprende tematiche narrative tipiche del grande fumetto cannibale da Scòzzari e Pazienza in giù. Gli ultimi avvistamenti, qualche giorno fa, lo davano oltre il giro di Boa della sesta tavola: bene così. E sul blog di Michele Petrucci da qualche settimana a questa parte fanno bella mostra di sé i character studies dell’avventure che seguirà cazzotto per cazzotto le vite parallele di due pugili distanti mille miglia: una faccia da pugni sul viale del tramonto, e lo smagliante Muhammad Ali del Rumble in the Jungle (1974). Ma ai blocchi di partenza ci sono anche il dolente Kurt Cobain romano immaginato da Tito Faraci e prossimamente disegnato da Walter Venturi, la Chernobil postatomica di Matteo Casali e Giuseppe Camuncoli, la diaspora zingara di Luca Enoch, il Kossiga molto rivisitato da Roberto Recchioni e il Nero Maccanti di Stefano Casini, testimone del ritiro Usa dal Vietnam. In attesa di sviluppi, chapeau allo sterminato archivio del giornale, sempre prodigo di notizie e reference per gli sceneggiatori e artisti che leggeremo a tempo debito sullo speciale.

    Da "Armi di distruzione di massa" di Cajelli & Mutti


    Mentre l’impasto di Gang Bang lievita paziente nel teepee più spazioso della tribù delle nuvolette rosse, vale la pena di fare quattro chiacchiere sugli altri sbuffi di fumetto manifesto in programma per l’estate 2011. Visto il buon successo delle edizioni precedenti, anche quest’estate torna La Sinistra Enigmistica, il supplemento di quiz, cruciverba e varia umanità prodotto dai genialoidi dello studio Ab-c. Fra rebus, sciarade e altri passatempi c’è spazio anche qualche parentesi disegnata. Al debutto sulla carta stampata gli essenziali, fulminanti “Figurini” di Ale Giorgini, (agro) dolce metà di questo blog nonché urticante protagonista di psichedeliche avventure multimediali da Ted Bunny (La Repubblica – XL) a Love Line (MTv). Torna a trovarci Flaviano Armentaro con le sue (con)torsioni molto terrone e molto terrigne. E in omaggio al 150° compleanno del Belpaese, lo squinternato clan degli “Ittaliani” immortalati alle code dei supermercati da Diego Cajelli e pupazzettati dal suo degno compare Daniele Di Nicuolo sfilano verso le pagine della Sinistra con un sacco di strip nuove di zecca. Un nuovo, beffardo assalto al popolo invocato a sproposito dai soliti noti, qui ridotto a una allegra utile idiota canea. Una risata li seppellirà? Forse no. Però può aiutare a passare la lunga estate calda pregustando l’autunno che verrà.

    Da "Rumble in the Jungle" di Michele Petrucci (story-board)

di Andrea
pubblicato il 26 giugno 2011
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