Friday 24 May 2013

IL MANIFESTO BLOG
   Segnali di fumetto senza riserve. A cura di Andrea Voglino Feat. Ale Giorgini
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  • 18 aprile 1938. Action Comics, una nuova rivista antologica targata National Periodical Publications, plana sugli scaffali dei newsagents americani. Sotto la copertina, due manciate di storie a fumetti, il cinema seriale dei poveri che dall’inizio degli anni 30, grazie a character come Mandrake, The Phantom e Tarzan, sta soppiantando gli eroi dei pulp magazine nelle preferenze dei lettori dei quotidiani e dei loro figli. C’è Chuck Dawson, un cowboy disegnato a immagine e somiglianza del divo del muto Tom Mix, grilletto facile e insospettabile abilità nel ju-jitsu. C’è Zatara il mago, un divertito plagio dell’ipnotista in marsina di Lee Falk e Phil Davis completo di aiutante esotico, il gigante asiatico Tong. C’è il reporter a cinque stelle Scoop Scanlon, un omaggio al noir di Chester Gould. C’è, soprattutto, il “Cover Boy” del rutilante giornaletto: un forzuto da circo con tutina attillata e mantello, che nella esplosiva illustrazione realizzata dagli autori Jerry Siegel e Joe Shuster solleva un’automobile scatenando il panico dei presenti.
    In realtà, Superman è nato cinque anni prima in omaggio a Mitchell Siegel, padre di Jerry, morto di infarto in seguito a una rapina, ma anche ad altri superuomini ante-litteram come il Gladiator di Philip Wylie, il Doc Savage di Kenneth Robeson e il Flash Gordon di Alex Raymond. Da questi ultimi, il nostro ha ereditato il fisico statuario, la forza sovrumana, l’invulnerabilità e i mutandoni attillati. I famosi superpoteri, nelle prime avventure dell’eroe, sono ancora molto limitati.

    La cover di "Action Comics" # 1 datata giugno '38 © DC Comics 2013

    La cover di “Action Comics” # 1 datato giugno ’38         © DC Comics 2013

    D’altronde, l’Uomo d’acciaio delle origini è un eroe terricolo, sanguigno, proletario. Un deus ex machina non privo di caustica ironia, votato a combattere la sua battaglia per la verità, la giustizia e lo stile di vita americano al fianco dei minatori bistrattati da padroni senza cuore, contro i trafficanti d’armi di un’Europa già insanguinata dal totalitarismo o i malavitosi di ogni risma. Il successo è immediato. In soli due anni di super-lavoro, l’eroe dalla calzamaglia rossa e blu sconfina su oltre 300 quotidiani nonché sul magazine che porta il suo nome, costringendo Siegel & Shuster ad aprire il loro studio di Cleveland a collaboratori come Paul Cassidy, Leo Nowack e il bravissimo Wayne Boring. Cominciano a fiorire le imitazioni: non solo quelle della National stessa, che nel 1939, con il Batman di Bob Kane e Bill Finger, centra un altro volatile dalle uova d’oro. Ma anche quelle della distinta concorrenza, come il Capitan Marvel della Fawcett Publications, e il Captain America della Timely, creato da Joe Simon e Jack Kirby. Fra gli anni quaranta e gli anni sessanta, la dimensione larger than life del fumetto impone una decisa sterzata fantastica alla rogue gallery di Superman. E accanto alla nemesi storica, lo scienziato pazzo Lex Luthor, arrivano nuovi nemici: il Giocattolaio, una sorta di Joker solo un po’ più bonario dedito alla creazione di giocattoli (involontariamente?) pericolosissimi. Bizarro, un Superman alternativo forte come l’originale, ma roccioso e terribilmente ottuso. O ancora, Mr. Mxyzptlk, pestifero folletto extradimensionale con un talento per gli scherzi. Cresce anche la super-family, con l’arrivo di Superboy, Supergirl e Il Supercane Krypto. Senza dimenticare scommesse editoriali più estreme dedicate a “normalmen”‘e “normalwomen” come Lois Lane e Jimmy Olsen, o all’accoppiata con Batman, celebrata dalla rivista World’s Finest Comics.

    Una scena da "Superman: Red Son" © DC Comics 2013

    Una scena da “Superman: Red Son” (2003)
    © DC Comics 2013

    Intanto, il mondo è cambiato. Gli eroi più freschi e tormentati targati Marvel, con i loro super-problemi, rubano la scena ai rocciosi titani di un tempo. E anche Superman deve ridimensionarsi per poter continuare a rappresentare un modello credibile per i lettori. Ci mettono mano nuovi autori come Dennis O’Neill, ex cronista capace di rivitalizzare a colpi di realpolitik personaggi consunti come l’Uomo Pipistrello e Lanterna Verde, ma anche Jack Kirby, il Re, pronto a spuntare le armi dell’eroe contrapponendogli una galleria di cattivi interplanetari quasi divini nella splendida Saga del Quarto Mondo. Purtroppo, neanche il terribile Darkseid può niente contro la stupidità degli editori, che ritoccano le splendide splash page del King per adattare il viso di Superman ai canoni piacevoli e un tantino leziosi imposti da Curt Swan, disegnatore “ufficiale” della serie per un trentennio. La maledizione del personaggio, poi, sembra aver toccato duro i suoi stessi creatori: Siegel e Shuster, infatti, a suo tempo avevano ceduto tutti i diritti di Superman alla National per 130 dollari, e all’alba degli Anni settanta si ritrovano l’uno dietro lo sportello di un ufficio postale, l’altro povero e quasi completamente cieco. La solidarietà di Vip come il romanziere Kurt Vonnegut, il vignettista Jules Feiffer e l’attore Eli Wallach scioglie il cuore di pietra della “nuova” National, la DC Comics, che concede a Siegel & Shuster una menzione nei crediti delle storie, oltre a un vitalizio di 20.000 dollari l’anno. Nel frattempo, il personaggio conosce una lunga fase di letargo creativo, con pochi exploit degni di nota, come Superman vs. Muhammad Ali, fumetto che nel 1978 celebra la definitiva consacrazione del wrestler rosso e blu come icona della cultura pop a stelle e strisce, anticipando il botto planetario di Superman-il film, fortunata pellicola di Richard Donner varata dalla Warner Bros. sull’onda di fenomeni fantasy come Star Wars.

    Per la riscossa a fumetti, bisogna aspettare quasi un decennio e il cambio della guardie fra il vecchio e potentissimo boss della DC Julius Schwartz e la nuova presidente dell’azienda, Jenette Kahn. Quest’ultima resetta l’intero cosmo DC con il cross-over Crisi sulle Terre infinite, e affida il compito di riscrivere le origini di Superman al canadese John Byrne, già noto per aver dato nuova linfa a storici personaggi della concorrenza come X-Men e Fantastici Quattro. Il risultato è L’Uomo d’acciaio, una miniserie che umanizza l’eroe ridimensionando drasticamente i suoi poteri, e regalando al suo scialbo alter-ego, il reporter Clark Kent, un inedito sex-appeal. Il resto, come si dice, è storia recente, ampiamente pubblicizzata dai media in modo spesso superficiale: da citare in particolare il matrimonio con l’eterna fiamma Lois Lane, la Morte e resurrezione dell’eroe per mano del mostruoso villain kryptoniano Doomsday, le storie “alternative” come Superman: Red Son di Mark Millar, Dave Johnson e Killian Plunkett, con un Superman russo e kompagno. O l’omaggio al mito firmato da Grant Morrison e Gary Frank, che con All Star Superman hanno proiettato il personaggio nella dimensione più intimista e crepuscolare del nuovo millennio, preparandolo per la nuova incarnazione cinematografica voluta da Chris Nolan e Zack Snyder, evento dell’estate 2013. Per mettersi in pari con i fumetti, ci sono le edicole e le librerie specializzate: oltre al mensile omonimo, la RW-Lion Comics ha in catalogo le migliori avventure del nonnetto volante d’America. E visti i settantacinque anni di carriera, leggerle tutte è davvero un lavoro per Superman: auguri, dunque.

di Andrea
pubblicato il 7 maggio 2013
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  • Fumetto a cromosoma XX. Fino a qualche lustro fa, almeno in Italia, si trattava di merce rara, con un ventaglio piuttosto ristretto di proposte che andavano dal romance di shojo manga vintage come Le Rose di Versailles, all’erotismo delle riviste patinate o dei vecchi pocket di Barbieri o Cavedon (a volte, però, pensati dalle donne: basta pensare al Necron scritto da Ilaria Volpe per Roberto Raviola in arte Magnus), alla satira urticante della linusiana Claire Bretecher. Questo, ovviamente, finché i giornaletti sono rimasti un passatempo squisitamente maschile/machista, diciamo dalle parti di fine Anni 80. Poi, quasi impercettibilmente, la situazione è cambiata in meglio. Da un lato, grazie alla comparsa di nuovi eroi più vulnerabili e transgender pensati, sì, per un pubblico maschile, ma capaci di far breccia anche fra le signore, come il Dylan Dog di Sclavi, Stano, Ambrosini et al., non a caso uno dei più grandi successi degli ultimi anni. Dall’altro, con l’emergere del fenomeno romanzo grafico e di una classe di autori e autrici che, cresciuti soprattutto ma non solo nella scena underground, hanno saputo ribaltare lo stereotipo della donna o santa o puttana superando stilemi à la Alex Raymond ormai più marci che stantii. Tanta roba, per l’inclita e il colto. C’è il fumetto di genere molto sui generis di Luca Enoch, che con il Bonelliano Lilith prosegue l’esplorazione dell’universo femminile iniziata con Sprayliz e Gea. Ci sono le soap operas molto celebrali dei fratelli Hernandez di Love And Rockets. Non mancano nemmeno esperimenti narrativi a cavallo fra on line publishing e off line publishing come il recente Davvero di Paola Barbato, pubblicato o line e prossimemente sugli scaffali grazie a Star Comics. O i romanzi di formazione dal sapore vagamente flaubertiano come La Perdida di Jessica Abel.

    Ed è appunto La perdida che salta in mente leggendo Troppo non è mai abbastanza, magnum opus di Ulli Lust (470 pagine!) appena pubblicato da Coconino Press. Come nel capolavoro della cartoonist statunitense esplosa con “ArtBabe”, anche “questo è l’ultimo giorno del resto della tua vita” – ecco il titolo originale del romanzo grafico firmato dalla trentasettenne autrice austriaca – è sostanzialmente un Road Movie cartaceo sull’incontro-scontro fra culture. Ma se la Abel esplorava le reazioni chimiche fra la fondamentale ipocrisia degli young americans e il retaggio ribellista dei giovani dei barrios messicani, Troppo non è mai abbastanza rilegge attraverso lo sguardo di due ragazze in viaggio il divario fra la realtà già emancipata, vitale e sessualmente liberata dell’Austria inizio Anni 80 e il milieu omertoso vitellone e machista del Belpaese. Stabilimenti balneari, spinelli, cultura punk, e sesso consumato in fretta, per piacere, per interesse, per convenienza, per paura, per senso di colpa. La trama, lineare e intessuta di elementi autobiografici è al servizio di un segno non sempre omogeneo, ma energetico e caricaturale che frulla insieme il finto sporco di Spiegelman, le feroci caricature di Grosz e il grottesco di Lauzier o Campbell. A completare il quadro un cast di personaggi vividi, autentici, scritti e gestiti splendidamente in una gabbia ora ordinata, quasi didascalica, ora frammentata in sorprendenti giochi grafici – uomini imbizzarriti capaci di trasformarsi in larghe campiture nere di furore cinetico, occhi come mani perennemente avvinghiate fra seni e sederi, dettagli minimali à la Crepax e la violenza come cifra grafica costante, graffio, rumore di fondo.

    Opposto, ma complementare l’approccio dello spagnolo Paco Roca, autore di Il gioco lugubre, ristampa definitiva firmata Tunué del lungo racconto pubblicato a suo tempo da Alessandro Distribuzioni a colori, qui in una bicromia più consona al sapore elegante e allucinato dei disegni di Roca. Qui, le macchie mediterranee della violenza sulle donne sono quelle di una fiaba nera ambientata in un piccolo Paese rivierasco della Spagna, buen ritiro del pittore Salvador Deseo, personificazione in carta e china di Dalì. Donne (apparentemente) plagiate come Gala, la moglie dell’artista, qui vista come braccio a(r)mato del pittore. Donne fatte letteralmente a pezzi, vilipese, divorate dall’artista in riti orgiastici che rimandano a Newton, Buñuel e al Del Toro de Illabirinto del fauno. Un racconto graficamente controllatissimo, autenticamente feroce, con sentori di Stoker e Barbablù, secco ed essenziale come una frustata. Donne come dolore. Come dilemmi. Come dignità.

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di Andrea
pubblicato il 13 marzo 2013
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  • “Fazioso” secondo la definizione del dizionario Sabatini-Coletti: “Che sostiene con intransigenza, senza obiettività il proprio partito o le proprie tesi; animato da spirito di parte: un giornale f.; un politico f.; parziale: un arbitro f.”. E per estensione: “Aggressivo, estremista”. Un’etichetta che alcuni polemisti incarnano all’osso, ma che come in un tic freudiano amano appiccicare a destra e a manca senza troppi complimenti. È il caso di Giorgio Messina di Fumetto d’autore. Che, sull’onda della sua personalissima crociata contro i salotti radical-progressisti della nona arte, cita in giudizio “il manifesto” per l’elogio nei confronti dei militanti di Rivoluzione Civile firmato da Nicola Martinelli sul giornale dello scorso 15 gennaio. Capo d’accusa: aver simpatizzato per la campagna virale a fumetti realizzata a babbo morto dai supporter di Antonio Ingroia. A sorpresa, c’è anche una chiamata a correo preventiva per il sottoscritto, con l’invito a presentarmi nella amena questura di FdA per chiarire la mia posizione sul pasticciaccio brutto di via Bargoni. E soprattutto, a prendere le distanze dai soliti facinorosi. Perché casomai rifiutassi di stigmatizzare quanto pubblicato dal “mio” quotidiano, insabbierei la verità. Addirittura.
    Lusingato dalle attenzioni inattese di Messina, volentieri mi presto a chiarire il mio punto di vista. Magari, approfittandone per concedergli una piccola precisazione sul lessico fra Settantasette e dintorni – “espropriazione proletaria” è un neologismo che neanche Renzo Bossi al settimo Negroni sbagliato. Altro che soccorso rosso, signora mia. Qui ci vogliono gli alcolisti anonimi.
    Tornando a bomba: mi dichiaro, e da tempi non sospetti, solennemente contrario all’espropriazione proletaria di qualunque opera d’ingegno. Quanto sopra vale anche per lo sfruttamento dell’immagine di personaggi fittizi o realmente esistenti. In questo senso, più che Rivoluzione Civile potè l’erede di Carl Barks, Don Rosa, che proprio in questi giorni si ritira a vita privata schiantato dalla rabbia di una ennesima “Don Rosa Collection” per la quale non gli è stato riconosciuto nemmeno un colpo di telefono. Una notizia che la dice lunga sul diritto d’autore e sui diritti tout-court ai tempi del turbocapitalismo.
    Resta da commentare il pezzo di Martinelli. Non, come ringhia il nostro, il manifesto anarcoinsurrezionalista del copyright infringement. Ma come recita il titolo “Cartoon d’elezione. I supereroi protagonisti della politica su web 2.0″, un excursus non troppo serioso sull’efficacia del linguaggio fumettistico nella propaganda elettorale ai tempi di Twitter e Facebook. Fra parentesi, è innegabile che al quotidiano “diretto da Nora Rangeri” (sic) si consideri il copyleft con simpatia, e all’occorrenza vi si ricorra con liberalità: ne sanno qualcosa tutti i collaboratori che militano per la testata a titolo gratuito, me compreso. E i redattori interni che negli ultimi travagliatissimi anni hanno rinunciato in tutto o in parte al proprio magro stipendio pur di tenere in vita il giornale. Ma postulare un’istigazione giornalistica all’appropriazione indebita a partire da un pezzo di colore è un bell’esempio di malafede.
    Che dire: ognuno ha la libertà di stampa che si merita.
    Prima di chiudere, un pensiero sulle manganellate inferte da “Moleskine” anche a chi nel 2011 ha collaborato a Gang Bang, e adesso “si erge a paladino del diritto d’autore”. Vale la pena di far notare al fustigatore di costumi di FdA che dietro il supplemento a fumetti per i 40 anni del quotidiano c’erano accordi precisi sia sui diritti di prima pubblicazione, che su un simbolico ma non troppo gettone di presenza – accordi che a oggi sono ancora nel limbo del passaggio fra la vecchia e la nuova gestione. È una “traversata nel deserto” che però tutti gli sceneggiatori e gli artisti coinvolti stanno affrontando con infinita pazienza e senza barricate mediatiche. Da qui il legittimo sospetto che i bersagli prediletti dell’inspector Messina della Suretè siano più moderati di lui. Una autentica iattura, per una penna all’arrabbiata del nuovo cinema paranoia. O forse, la strategia della tensione serve solo a far girare il contatore di un Web Magazine che, nonostante l’impegno di molti suoi collaboratori e la ricchezza dei suoi contenuti, continua a godere di pessima fama. Questo, ovviamente, per colpa di noi comunisti: una razza considerata estinta da tutti, anche dalla sinistra italiana, che però, misteriosamente, continua a far danni. Cose che capitano, a Cartoonia.

di Andrea
pubblicato il 19 febbraio 2013
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  • “Lascia l’ascia, e accetta l’accetta”: una battuta fulminante, graffita su un muro milanese dalle parti di Corso San Gottardo. Roba da copywriter con due cosi così. E ci sarebbe da fare i complimenti all’ignoto writer che l’ha spruzzata dalla sua latta di vernice blu elettrico. Se non fosse che l’ignoto writer, forse inconsapevolmente, forse chissà, citava uno dei grandi vecchi del fumetto italiano, lungamente e largamente bastonato e deriso per la sua direzione ostinata e contraria rispetto ai salotti del cartooning, sedicente “anarchico di centro”, faccia di gomma presa a modello di infiniti pupazzetti con nasi e occhi pallati, tratto raffinatissimo e assolutamente non replicabile. In due parole, Benito Jacovitti da Termoli. Scomparso nel 1997 dopo una vita passata a disegnare – fra i personaggi creati a partire dagli Anni per testate come “Il Vittorioso”, “Il Giorno dei Ragazzi”, “Il Giornalino”, Pippo Pertica e Palla, il cowboy Cocco Bill, Cip il superpoliziotto, la Famiglia Spaccabue, Zorry Kid, Occhio di Pollo e moltissimi altri – il geniale Jac ha segnato come pochi altri la storia del fumetto italiano, realizzando un numero sterminato di strisce e tavole comiche, avventurose, grottesche, nere o imprevedibilmente sexy.

    A un estremo, l’indimenticabile Diario Vitt, abbottonato, (solo apparentemente) oratoriale, controparte ideale per tutti gli scolaretti dei turbolenti seventies. Dall’altro, “Il Kamasutra”, che complicò non poco le sue storiche collaborazioni con editori cattolici come la AVE, o gli scazzi con i lettori di “Linus”, su cui montò dietro corte serrata del leggendario Oreste Del Buono nel 1973, e da cui scelse di smontare di corsa, esasperato dai tentativi di censura imposti dalla redazione del magazine alle strip di “Joe Balordo”: a dare scandalo, battutacce come “raglia, raglia, giovine itaglia”, dedicata agli esponenti del movimento studentesco, che inondarono il mensile di lettere inferocite, arrivando a ventilare minacce di morte. “Jac” è stato tanto prolifico da rendere impossibile ogni tentativo di riproposizione organica della sua opera. Non a caso, i libroni antologici editi a suo tempo da Editrice Dardo sono inteovabili, e contesi a peso d’oro dai collezionisti. E al resto tentano faticosamente di provvedere il Club Jacovitti presieduto dalla figlia Silvia e Stampa Alternativa, che da qualche anno si prodiga coraggiosamente per ristampare strisce e vignette del Maestro.

    Ma i grandi del fumetto non muoiono mai: lo dimostra l’esposizione “Jacovitti 1939-1997″, inaugurata di fresco presso l’Ara Pacis di Roma (guarda caso, proprio dalle parti di via Tomacelli, vero “luogo della memoria” per tutti i lettori del manifesto) e aperta fino al prossimo 18 febbraio. 300 tavole, per uno straordinario colpo d’occhio sui mondi fantastici creati da uno dei personaggio più geniali che abbiano calcato la scena fumettistica del nostro Paese. Imperdibile.

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di Andrea
pubblicato il 20 gennaio 2013
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  • Per mettersi a fare fumetti erotici negli Stati Uniti bisogna essere gente di fegato. Nel Paese che ha reinventato il calvinismo, imbullonandoci sopra un sistema di valori che culmina nella pratica delle camere separate, quello che succede oltre le colonne d’Ercole del basso ventre può creare discreti sconquassi: e ne sanno qualcosa idoli decaduti del calibro di Bill Clinton, Tiger Woods o il recentemente trombato (in senso metaforico) David Petraeus… Se le cose stanno così nel mondo reale, figurarsi cosa può succedere in un ambiente come quello del fumetto, roba  per ragazzini semideficienti secondo il buon senso comune, e cristallizzato in quella forma fin dagli anni 50 attraverso il Comics Code Authority, il temuto “bollino di garanzia” che fino alla creazione di una serie di codici di classificazione più autonomi e up to date, ma qui parliamo degli Anni duemila, ha distinto i comic books fra quelli accettabili e quelli no.

    Risultato: in Europa abbiamo visto esplodere il cattivissimo Zanardi di Pazienza, le sporcaccionate tutte occhio e cervello di Guido Crepax, il sesso viscerale di Manara, quello più gioioso e giocoso di Roberto Raviola in arte Magnus. Lì in America, invece, poca roba davvero adulta, vengono in mente le tijuana bibles degli Anni 30 e 40, i fumetti bondage di Willie e Stanton e la spettacolare ma misconosciuta Omaha the Cat Dancer del duo Reed Waller-Kate Worley, roba comunque lontana dal circuito mainstream. Fuori dai giochi anche Sin City di Frank Miller: lì, full frontal e perversioni molto eventuali sono affogate in oceani di china nera, per non turbare gli animi troppo sensibili. Ma la serie noir molto sui generis di Miller, attualmente al lavoro come regista sul secondo film ispirato al fumetto, può servire come pretesto per tornare alle radici del fumetto iconoclasta Made in Usa. Perché segue di quasi un decennio quello che è uno dei fumetti più forti, divertenti e realmente scandalosi mai prodotti negli Stati Uniti: Black Kiss di Howard Chaykin, originariamente pubblicata negli states a fine anni 80, passata in Italia come una meteora a inizio Anni 90 sulle pagine della magnifica rivista “Nova Express”, e ora di nuovo sugli scaffali per i tipi di Magic Press.

    Il magnum opus di questo ebreo newyorchese con trascorsi fra Marvel e DC Comics cita Nagel, Dashiell Hammett, “American Psycho” di Ellis e alcune sue precedenti incursioni molto personali nello sciocchezzaio supereroistico reaganiano, una su tutte American Flagg!, molto discussa e molto premiata. Ma Black Kiss prelude anche al lungo esilio di Chaykin dalla scena fumettistica, e alla sua temporanea metamorfosi come autore di cinema e Tv (Heavy Metal, Flash, Mutant X…). E per capirne i motivi, basta un’occhiata a questo volume di 140 pagine: non sono molti i fumetti che trattano di vampiri, film porno sottratti agli archivi vaticani, transessuali, eroina, jazz, sette sataniche, sesso orale, e altre delizie. Pare brutto, e per chi pensa male lo è, anche perché al contrario di altri fumetti dichiaratamente erotici qui le donne o presunte tali sono padrone del gioco hard boiled o semplicemente hard. E un fumetto in cui le donne comandano fa paura davvero. Chaykin conduce il divertissement (n)erotico senza prendersi troppo sul serio, ma dando sfogo a tutto il suo talento nei dialoghi bizzarramente screwball ottimamente tradotti dalla scrittrice Susanna Raule e nei disegni, memori dei suoi trascorsi come assistente di Gil Kane e Neal Adams, come pure di tutte le derive pulp della sua formazione. Matt Fraction, uno dei cartoonist più furbi e geniali attualmente in circolazione negli Usa, ha sintetizzato Black Kiss nella definizione “ritratto dell’artista come un giovane arrabbiato con un piano di fuga verso Hollywood a tenuta stagna”. Regalo di Natale? Magari anche sì, dai. Per tredici euro, si può anche fare.

di Andrea
pubblicato il 11 dicembre 2012
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  • Che fine hanno fatto i vecchi eroi a fumetti delle syndicated strip, i Cino e Franco i Phantom i Flash Gordon i Mandrake (it. Mandràche) che ai bei tempi mandavano in sollucchero cineasti come Federico Fellini, eroi del pallone come Azeglio Vicini o intellettuali come Beniamino Placido? Niente, finiti, scomparsi, missing in action. Sepolti con i loro lettori di un tempo. Parafrasando Keynes, potremmo azzardare che nel lungo periodo sono tutti morti, messi al tappeto da eroi più flessibili, ambigui, pronti ad adattarsi a un’etica all’insegna del disincanto. E in effetti è una bella impresa convincere il lettore medio circa 2012 a sgranare le pupille di fronte alle pose teatrali di un illusionista in marsina, ai volteggi animalier di una scimmia nuda o ai razzi amari di una space-opera più vicina a Meliès che a George Lucas. Come la lirica, la pittura e il teatro, forse anche il fumetto sta diventando un’arte morta. Almeno, così pare a giudicare dall’età media degli aficionados e dall’impalpabile consistenza del ricambio generazionale. Ma non tutti i mali vengono per nuocere: che i numeri non siano più quelli di un tempo è incontestabile. Ma lo è anche il fatto che, mirando a un terget più stagionato, gli editori possano permettersi di inserire in catalogo proposte che fino a qualche anno fa sarebbero risultate per lo meno lunari.

    È il caso del primo dei tre volumi che la statunitense Dark Horse Comics ha dedicato al Tarzan di Joe Kubert, e che ora esce anche in Italia nel circuito delle librerie specializzate. L’autore, scomparso solo poche settimane fa, è stato uno dei pochissimi pezzi da novanta dei comic books in grado di imporsi anche in un’Europa dominata dai segni e dai sogni visionari della bande dessinnèe o della scuola di Linus. Il tutto, grazie a una capacità affabulatoria e a un segno capaci di imporsi sia nel contesto popolare di Batman, Flash e Sergente Rock, che in avventure esotiche come quella del “Texone” Il cavaliere solitario, o ancora in in romanzi grafici di ambientazione drammatica come Fax da Sarajevo, autentico “documentario a fumetti” sulla guerra in Jugoslavia. Come Will Eisner o Jack Kirby, Kubert è riuscito a creare un ponte fra l’immaginario a fumetti degli Usa e quello più consapevole e snobbettino del vecchio continente. Ma forse la sua lectio magistralis va più in là di quella dei pur illustri compagni di avventure: perché se Kirby e Eisner contano legioni di epigoni, negli States e oltre (qualche esempio: Frank Miller, Mike Allred, James O’ Barr, Philippe Druillet, più di recente anche il nostro Leo Ortolani…) Kubert resta un modello inimitabile. Lo dimostra, appunto, questo Tarzan – Gli anni di Joe Kubert (Magic Press, 208 pagine, 20 euro). Basta un’occhiata al volume per rendersi conto che qui siamo lontani anni luce dal Tarzan di celluloide dileggiato da Umberto Eco fra le pagine de Il superuomo di massa, “bullo da piscina” con “una moglie fissa, un figlio idiota e una scimmia tuttofare” e una casa sugli alberi arricchita “di comodità e gadgets”, come quella degli spot dei biscotti. Il Tarzan di Kubert nasce come un sincero omaggio dell’autore ai propri miti infantili. Quindi, i romanzi di Edgar Rice Burroughs e le pellicole con Johnny Weissmuller. Ma senza dimenticare i fumetti dedicati al “Re delle scimmie”, vero e proprio antesignano degli universi superomistici a venire. Due, in particolare, gli autori chiave: Hal Foster e
    Burne Hogart, al timone delle tavole domenicali dell’eroe fra gli Anni 30 e gli Anni 50 e tutti e due legati a un linguaggio arcaico ma affascinante fatto di illustrazioni curatissime e didascalie lunghe e verbose.

    Le storie, realizzate originariamente per la DC Comics, seguono fedelmente il solco tracciato dai magazine pulp e dai pionieri del fumetto. Dunque, dilatando la gabbia statica del fumetto popolare in spettacolari splash page o penoramiche vertiginose, e affidando la prosa demodé ispirata al primo Burroughs o alle Jungle Tales of Tarzan pubblicate fra il 1916 e il 1917 su Blue Book Magazines a lunghi “spiegoni” incastonati nelle didascalie. C’è spazio anche per uno “strano oggetto cartaceo”: una riproposizione “a quattro mani” di Land of The Giants, avventura firmata da Burne Hogarth nella primavera del 1942 e adattata da Kubert trent’anni più tardi in formato comic book con pochi, fondamentali ritocchi. Roba vecchia? Di brutto. E oggi, gli anni passati si sentono tutti. Se non nelle tavole, ancora fresche come appena sfornate, nei testi irrimediabilmente fuori tempo massimo. Ma tirando indietro l’orologio a quel 1972 in cui il Buon Selvaggio di Kubert debuttò nelle edicole, il 1972, il tam tam del buon vecchio zio Joe porta con sé i primi echi della Contestazione, il grido liberatorio del Watergate, gli aneliti di libertà di come Hair e Tommy, i languori selvatici della rivoluzione sessuale.
    Quando si dice invecchiare bene.

di Andrea
pubblicato il 1 ottobre 2012
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  • Diciamolo subito: l’unico grosso difetto di The Dark Knight Rises, ultimo Bat-Film di Christopher Nolan, sta nei suoi legami a doppio filo con gli episodi precedenti. Per godersi fino in fondo questo fumettone larger-then-life quanto i vecchi zerozerosette tocca aver visto le puntate precedenti: altrimenti, capire chi fa cosa e trovarci un senso diventa un esercizio sterile. Ma questo, in fondo, è un dettaglio. Perché Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno non è solo il capitolo conclusivo della trilogia che ha rilanciato il pipistrellone nell’immaginario filmico dopo i dissesti dell’era Schumacher. Ma è anche il seguito di uno dei pop-corn movie più visti dell’ultimo decennio, con incassi di oltre 1.000.000.000 di dollari in tutto il Pianeta. Numeri dovuti anche all’aura maudit creata intorno al franchise dal suicidio accidentale di Heath Ledger, un Joker epocale e genuinamente disturbante. Anche nel caso del nuovo Batman, l’effetto emulazione ha fatto danni cospicui, con la strage di qualche settimana fa al 16th Century Movie Theater di Denver, Colorado. Ma al di là di ogni ovvia considerazione su quanto accaduto, è innegabile che i tre Batman di Nolan abbiano rivoltato come un calzino il genere dei comic book movie, dando ai personaggi disegnati una gravitas assolutamente inedita, illuminando intrecci semplicistici sotto una luce ambigua, negando al pubblico pagante il conforto di una facile consolazione, creando icone dark di formidabile impatto. Insomma, spostando i confini del genere un po’ più in là.

    Non fa eccezione nemmeno questo capitolo finale della trilogia. Come in un caso di rimozione da manuale, la sceneggiatura dei Nolan Bros. relega i fatti del secondo episodio in un altrove lontano nel tempo e nello spazio. Dalla retata del secolo e dalla morte di Harvey Dent sono trascorsi otto anni, e Bruce Wayne, appesi mantello e cappuccio al chiodo, è diventato un emulo di Howard Hughes. A tirarlo fuori dall’isolamento è Bane, wrestler dal cervello fino e dalla crudeltà sfrenata con maschera ed enfisema à la Darth Vader, e un’unica idea in testa: quella di trascinare Gotham City nel caos abbattendo le autorità e affidando la città alla canea criminale. Provato nelle motivazioni e nel chilometraggio, il pipistrello accetta la sfida. E pur sudando sette camice (nere), come da canone, dai e dai riuscirà a ripristinare lo status quo. La trama vagamente “indignada” giustifica le molte, forse troppe letture politche attribuite alla pellicola, con Andrew Klavan del Wall Street Journal a delirare su “Rises” come apologia del capitalismo, o Noah Brand di The Good Man Project a tacciare il film di Apologia del fascismo. Anche in casa nostra, non sono mancate le bacchettate ideologiche, da quelle facili facili di Maurizio Acerbi su Il Giornale , a quelle circostanziate dell’autore di fumetti e blogger Roberto Recchioni. Qui su “Nuvoletta”, prendiamo atto. E passiamo oltre. Tenendo sullo sfondo la definizione di super-eroe come “Poliziotto del mondo” brevettata a suo tempo da Umberto Eco. E tenendo presente che per quanto lungo, machista e menagramo, è comunque un kolossal ispirato alle pagine disegnate della DC Comics, storica fucina di sbirri in costume.

    Come sempre, i legami del blockbuster in uscita il 29 agosto 2012 con i fumetti originali sono labili. Se Batman Begins pescava alle atmosfere del Batman di Frank Miller, e Il Cavaliere Oscuro a quello di Bill Finger e Alan Moore, qui l’humus narrativo è quello di autori mainstream come Doug Moench, Chuck Dixon, Mike W. Barr e Dennis O’Neill, con citazioni da Knightfall, il figlio del Demone e Terra di nessuno. Dai comics, anche l’intreccio, talmente lineare e diretto da far sospettare qualche retropensiero della Warner, forse scottata dal cupo pessimismo dell’episodio precedente. Il Bane del film è un villain definitivamente riabilitato dal papocchio che fu Batman & Robin, non primo di humour nero e statura criminale, mentre la Catwoman di Anne Hathaway, pur sorretta dai tacchi a stiletto, non sfiora mai la siderale, dolorosa e irresistibile sensualità della fu Michelle Pfeiffer. Protagonista assoluta del film, al pari dell’eroe, la Gotham stile Blade Runner immaginata a partire da un mish-mash fra Pittsburgh e la Grande Mela dallo scenografo Nathan Crowley e dal direttore della fotografia Wally Pfister. Il Pipistrellone himself okkupa una ventina di minuti scarsi di uno spettacolo che ne dura su per giù centosessanta. Eppure, grazie al ritmo indiavolato e al senso epico impressi a Il Cavaliuere Oscuro – Il ritorno da Nolan, il tempo vola, trascinando via sulle nere ali dell’eroe i tratti più esili e frettolosi della sceneggiatura, i molti ossequi al rating PG-13, l’inevitabile senso di dejà-vu di ogni sequel. E si esce dal cinema molto sazi, molto appagati, molto tentati di godersi un altro giro di giostra, meglio se in IMAX. E con una grossa curiosità: Dopo Nolan, chi, che cosa?

di Andrea
pubblicato il 27 agosto 2012
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  • “Cosa?! Ma se ho appena iniziato a scriverlo!”, sbotta a pagina quarantasei lo sceneggiatore Mauro Uzzeo. E l’alter-ego del personaggio, Roberto Recchioni, di rimando: “Stiamo tutti calmi… i personaggi dei fumetti non si ritirano”. Incalza fra i fumi di un gigantesco sigaro l’altro papà dell’eroe, Lorenzo Bartoli: “È tutta colpa tua… lo hai sempre scritto troppo sopra le righe!”. È in questo scenario terribilmente serio e terribilmente faceto che arriva a conclusione una fra le poche serie a fumetti capaci di far convivere nel classico format a quaderno imposto da Sergio Bonelli Editore intrecci pop e velleità autoriali, azione pura e ponderose riflessioni sul mestiere del fumetto, sana anarchia creativa e astuzia mercantile. E per quanto si tratti di una morte annunciata, è un peccato che John Doe chiuda con questo centesimo albo. Perché pur sorretta dal dna cazzaro e senza impegno di un tipico divertissement a base di strade assolate, katane, sigarette, tette e culi, motori, mostri, agnizioni, colpi di teatro, ancora tette e culi, etc., questa “serie di maxiserie” ha portato nel fumetto mainstream una quantità di provocazioni ed enzimi degne di romanzi grafici ben più ambiziosi.


    Una piccola rivoluzione costruita nel corso di una decina d’anni e quattro serie a partire da pochi, solidi paletti narrativi. Un personaggio belloccio e un po’ sborone, molto più vicino a certi character manga che non agli eroi positivi della tradizione nostrana. Un universo narrativo liquido, mutevole, opportunista, più simile alle narrazioni free roaming di videogame di successo come GTA o serial Tv come Lost che ai canoni degli editori di riferimanto, prima l’Eura Editoriale e poi l’Aurea Editoriale. Da ultima, la disponibilità a sfondare la cosiddetta quarta parete che divide gli eroi di carta dai lettori. Con tutte le conseguenze del caso. Certo, John Doe non è il primo personaggio dei comics a interagire direttamente con i propri autori o il gentile pubblico: prima di lui vengono in mente gli stralunati eroi di Jacovitti, o Ken Parker, che in una avventura vintage si lamentava con sceneggiatore e disegnatore per i guai passati nel corso della serie (e non a caso, poi è finito fra le “guest star” recenti di John Doe…) o ancora il fulminante Zigo Stella di Maurizio Rosenzweig, con il suo “attore di fumetti” Frank Lama. Ma qui, il gioco metafumettistico è spinto alle estreme conseguenze. E porta a compimento la svolta che ha contraddistinto le ultime avventure del personaggio di Bartoli e Recchioni.

    John Doe chiude la sua lunga storia a fumetti evadendo dalla sua prigione cartacea e tuffandosi nel mondo reale, a tu per tu con i nemici peggiori che un personaggio di fantasia possa affrontare: la consapevolezza dell’anonimato, la prospettiva di una vita di routine, il troppo amore dei lettori storici e il disinteresse di quelli casuali, l’impossibilità di un “gran finale” all’altezza della situazione. John Doe chiude con lo sberleffo di una sequenza conclusiva fai-da-te, lasciando al pubblico quattro pagine di vignette vuote da riempire. John Doe chiude una parentesi che lascia in eredità al fumetto italiano un bel gruppetto di autori destinati a portare freschezza in tante avventure editoriali ancora da vivere, e questo sì che è un happy ending. John Doe chiude con il numero 22, in uscita a Luglio. Un numero da collezione, che racconta la vita di chi ama respira divora i comics con l’acume e la levità dei migliori scritti sul tema di Eco e di tanti altri cultori della materia. John Doe chiude in bellezza. Addio. e grazie di niente.

di Andrea
pubblicato il 1 agosto 2012
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  • Fa strano mettersi a parlare di diritti negati a qualche ora dalla querelle democratica su unioni Gay e dintorni fra i 38 dissidenti capitanati da Paola Concia e il comitato sulle Unioni civili presieduto da Rosy Bindi. Fa strano, soprattutto alla luce di due libri a fumetti portati in libreria recentemente da Magic Press e Bao Publishing. Ovvero, la ristampa definitiva del manifesto gay Figlio di un preservativo bucato di Howard Cruse. E Il silenzio dei nostri amici di Mark Long, Jim Demonakos e Nate Powell, storia dell’amicizia tormentata fra due famiglie texane degli Anni 60, una WASP e una nera. Strano, si diceva. Perché viene il sospetto che ai due lati dell’Atlantico ci si rispecchi nei rispettivi fallimenti. Quello italiano di un centro-sinistra poco di lotta e molto di governo che non perde occasione per mostrare la propria inadeguatezza rispetto a tematiche ritenute dirimenti da larga parte della base. E quello americano di un Paese che, celebrando le battaglie per i diritti civili attraverso un mezzo apparentemente popolare come il fumetto, corre il rischio di derubricarle ad acqua passata, un po’ come a suo tempo il western politico rispetto al genocidio indiano. Dimenticando che fatte salve alcune meritorie prese di posizione in fatto di civil rights, per molti versi l’America resta ben lontana da uno stato di diritto. Lo dimostrano le percentuali di neri nel braccio della morte, gli sfoghi rancorosi contro Barack Obama registrati negli stati del Sud dal nostro Marco D’Eramo, come pure Abu Ghraib o le reazioni a una riforma sanitaria un po’ più aperta al sociale e subito bollata come “comunista” da ampi strati della popolazione e dell’establishment.

    E però: negli States può capitare che il primo presidente di colore della storia si dichiari a favore del matrimonio Gay. È cronaca del 9 maggio 2012. In Italia, invece, siamo ancora fermi alla buona vecchia doppia morale di marca demochrist superstar, quella che tutto va ben madama la marchesa purché le cose si facciano di nascosto, e senza disturbare il manovratore.

    “Figlio di un preservativo bucato”, Magic Press, 224 pagine, € 15,00


    Consoliamoci con questi due volumi complementari nelle tematiche, densi nei contenuti, diversissimi nell’impianto grafico e narrativo. Stuck Rubber Baby di Cruse, classe 1944, alfiere del magazine Gay Comix con autori del calibro di Roberta Gregory e Andy Mangels e un po’ una sorta di Recherche del fumetto gay. Un bildungsroman che racconta la lenta e appassionata scoperta della propria identità sessuale e politica da parte del beefcake Toland Polk e la sua variopinta famiglia allargata à la Ozpetek comprendente femministe battagliere, sex machine all black, combattive signore del blues, pastori evangelici, sbirri ignoranti, klanmen solo un po’ più civilizzati, criptochecche, drag queen… la trappola narrativa rappresentata dall’ambientazione contestataria Anni 60 è brillantemente aggirata attraverso il ricorso a una narrazione intima, non priva di acida ironia, tutta giocata nei confini di una piccola città immaginaria del Sud degli states. Nel magnum opus di Cruse, il privato del protagonista ha decisamente la meglio sul pubblico rappresentato dalle lotte dei Black Panther per i diritti civili o dall’orgoglio LGBT: come in tutti i grandi feuilleton, questi ultimi vengono collocati sullo sfondo, a tutto vantaggio dell’elemento umano incarnato in un cast ricchissimo e vischiosamente seduttivo. L’autore procede prendendosi tutto il tempo necessario per raccontare i personaggi, le loro incertezze, le loro decisioni e le loro indecisioni. A completare il tutto, un approccio narrativo finto-minimal e in realtà dettagliatissimo, che frulla insieme le rotondità di Botero e l’arte povera di Crumb o Spiegelman, per una lettura da approcciare senza fretta, seguendo la corrente pigra delle parole e delle immagini.

    “Il silenzio dei nostri amici”, Bao Publishing, 208 pagine, € 16,00


    Diverso il caso di Il silenzio dei nostri amici. Qui, la lezione di Martin Luther King echeggia forte e chiaro a partire dal titolo, “rubato” direttamente a un discorso del pastore e attivista ucciso a Memphis nel 1968. Qui, l’amicizia fra il teleoperatore bianco Jack Long e l’avvocato nero dello Student Nonviolent Coordinating Committee Larry Thompson è il pretesto per rileggere con il senno di poi gli scontri fra la Houston bianca e quella nera lungo il confine incarnato dalla Wheeler Avenue, la morte accidentale di un poliziotto a causa del “fuoco amico”, e il processo indiziario a carico di cinque studenti neri della Texas Southern University, poi fortunatamente assolti dall’accusa di omicidio. Anche in questo caso, il motore narrativo della storia è quello del romanzo di formazione. Ma rispetto a Cruse, lo spazio per l’ironia resta ridotto allo spazio dedicato ai bambini di casa, ingenue personificazioni del lettore medio destinate allo sgomento di fronte alla vergogna della segregazione razziale. E il respiro dell’opera, affidato a un bianco e nero sfumato in mezza tinta e insofferente rispetto alle costrizioni della “solita” gabbia grafica a sei vignette, si fa sempre più rarefatto, per concludersi con una marcia triste solenne e determinata degna di Pelizza da Volpedo. Grande cinema civile disegnato per una estate da vivere slow.

di Andrea
pubblicato il 16 luglio 2012
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  • Spostare i confini del western un po’ più in là: sembra questa la missione dell’ultimo nato di Casa Bonelli, il Saguaro arrivato in edicola a maggio a 2,90 euro per 94 pagine con lusinghieri riscontri di pubblico e di critica. Una scommessa editoriale tutt’altro che scontata, quella legata all’ultimo character allevato personalmente dell’autore ed editore scomparso nel settembre dello scorso anno. Lo zampino del Sergio nazionale sta nel dna del personaggio creato dallo sceneggiatore Bruno Enna insieme con il creatore grafico Alessandro Poli. Puntualizza l’autore: “Va detto che Sergio Bonelli offriva input a tutti gli autori di tutte le nuove serie in uscita, come sua abitudine. Per Saguaro, durante una riunione di routine, mi ha fornito alcune «dritte» utilissime, consigliandomi di prendere l’attore Tom Berenger come punto di riferimento grafico e suggerendomi di leggere i romanzi di Tony Hillerman. Altre indicazioni importanti sono arrivate dalla redazione, in particolare dall’infaticabile e paziente Michele Masiero”. Da tanto brainstorming è uscito un character muscolare e no-nonsense su misura per il fumetto seriale.

    Sguardo eternamente corrucciato e lunghi capelli neri da pellerossa ribelle. Giubbotto, jeans e stivali sdruciti, la perfetta divisa dell’avventura. E sotto al sedere, invece del cavallo, la sella di una Harley Davidson datata 1940: l’ambientazione western di Saguaro non è più quella del best seller Tex, ma i turbolenti seventies dell’American Indian Movement e della sparatoria di Pine Ridge, dove nel 1975 trovarono la morte in una sparatoria due agenti dell’FBI e un nativo americano. Al di là dell’ambientazione americana, l’aroma distilla afrori tipici degli eroi bonelliani lanciati in edicola prima del “perturbante” Dylan Dog. il sangue indiano e il pragmatismo sono quelli del ranger di Giovanni Luigi Bonelli, la diffidenza per lo status quo ricorda Mister No, la fondamentale malinconia lo splendido incompiuto Ken Parker di Berardi e Milazzo… È un ritorno all’eroe classico, insomma. Che Enna motiva senza troppi peli sulla lingua: “Nella mia carriera ho scritto di tutto, per bambini, ragazzi e adulti, sempre attento al target di riferimento. Per Saguaro, ho deciso di rivolgermi a… me stesso. Ho 43 anni e adoro rileggere i fumetti della mia giovinezza. Quando mi è stata data l’opportunità di lavorare a un personaggio tutto mio, ho pensato: perché no? Perché non studiare una serie che avesse quel tipo di “sapore”? Un amico ha detto che “Saguaro” potrebbe essere stato pubblicato negli Anni ’70, ma non mi ha offeso di sicuro, anzi: mi ha fatto un complimento. Certo, il linguaggio della serie è più attuale e in linea con quello degli altri personaggi Bonelli, ma per il resto il mio obiettivo era proprio quello di tornare a un certo tipo di linguaggio. Ne sentivo l’esigenza, avevo bisogno di divertirmi e divertire. Certo, è impossibile accontentare tutti, ma diciamocelo: chi se ne frega?”.

    Il primo vagito di Saguaro mette in secondo piano il giallo d’azione a sfondo sociale che costituisce il centro della trama per delineare i confini reali e metaforici del mondo narrativo in cui si muove Thorn Kitcheyan, nativo americano dal soprannome al gusto cactus. Lo scenario non troppo consueto è quello dell’america extra-dry polverosa e remota delle riserve indiane fuori tempo massimo (ma non lo sono poi tutte?). Viene in mente La collina del demonio (1991), fuga del documentarista Erroll Morris nel noir indiano del succitato Tony Hillerman. Ma senza dimenticare i tipi umani di frontiera descritti da Cormac McCarthy e i Coen Bros. in Non è un Paese per vecchi, o i duelli “più grandi della vita” coreografati da Tarantino nel secondo Kill Bill e nell’imminente Django Unchained. E quindi: Hell’s Angels in foia, sceriffe indiane belle ma agguerrite, “mamitas” messicane con prole a carico, latifondisti stronzi, sicari à la Lee Van Cleef, ma con un occhio al gusto spaghetti western vintage di qualche italianissimo cameo (qui, il prescelto è niente meno che Francesco Pannofino, ritratto con la ghigna grassoccia alla Pietro Gambadilegno in un cattivo morituro). Grande mestiere, una tecnica narrativa robusta, illuminata da sprazzi di retorica macho, mai machista, qualche digressione nella cultura navajo forse foriera di sviluppi imprevedibili, con un falco a reggere il ruolo di potenziale sidekick. E in cambio della rinuncia agli enzimi forse troppo eversivi degli eroi bonelliani d’antan, qui ci si porta a casa un eroe sufficientemente taciturno da promettere il giusto tasso di rivelazioni, e un territorio di caccia sufficientemente ampio da garantire infinite declinazioni di genere – dal giallo, al western, all’horror, all’azione pura. Niente nouvelle cuisine, quindi, ma l’ottima cucina casalinga per cui la posada di via Buonarroti va giustamente famosa. E senza particolari tremarelle, almeno a sentire lo sceneggiatore, che spiega di aver affrontato la responsabilità di una nuova serie regolare in modo sereno. “Mi è stata data una grande occasione, ma conto di sfruttarla senza pensare troppo alle conseguenze. In passato, le proposte editoriali erano tante e variegate; alcune proseguivano il loro cammino, mentre altre si fermavano ai nastri di partenza. Era naturale. Lo è anche oggi, in verità, ma Internet sembra amplificare tutto in modo eccessivo. Se Saguaro andrà bene, io ne sarò felice. Altrimenti, farò altro. Nel frattempo, continuo a divertirmi…”. Cavalca, cowboy.

di Andrea
pubblicato il 19 giugno 2012
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