Era capace di telefonare di persona per ringraziarti di un pezzo o un’intervista realizzata come dio comanda, Sergio Bonelli. L’ultimo esponente di una razza di imprenditori in via d’estinzione, editori puri capaci di investire sulle persone, mettere sceneggiatori e artisti in condizione di rendere al meglio, assecondarne la crescita e a volte le ubbie, valorizzarne ogni atomo di potenziale. Ci eravamo incontrati l’ultima volta all’edizione di marzo 2011 di Cartoomics, la mostra mercato milanese del fumetto dove lui giocava in casa. Prigioniero della curiosità del pubblico che era accorso alla conferenza sui 50 anni di Zagor, costretto a tenere in stand-by la presentazione di “Gang Bang”, si era scusato per lo sforamento con un’umiltà che ci aveva quasi imbarazzati. E poche ore dopo, quando l’avevamo avvicinato per portargli una copia dell’Alias su cui faceva bella mostra di sé il Rex (sic) di “Piombo rovente e manici di scopa”, ci aveva completamente spiazzato, svelando di aver già letto e apprezzato l’omaggio del manifesto al Ranger per eccellenza. L’avesse detto chiunque altro, pensare a un gesto di pura cortesia sarebbe stato un atto dovuto. Ma Bonelli era un uomo di mondo, nel senso più pieno e completo del termine. E prima di essere un publisher illuminato, è stato un lettore di comics onnivoro, vorace e infaticabile, sempre pronto a vivere la passione per il fumetto con una partecipazione totale. Il suo approccio al mestiere ha reso l’azienda di famiglia una delle ultime “riserve indiane” della scena italiana, non una fabbrica di strip come tante ma una bottega artigiana dedicata alle mille declinazioni della narrativa disegnata.
Fumetto popolare, ma non solo. Perché è vero, la ex Casa Editrice Audace nata dalla volontà di Tea e Giovanni Luigi Bonelli nel 1945 è quella di characters tutti d’un pezzo come Tex, Zagor, Martin Mystère e Dylan Dog. Ma sotto la guida di Bonelli figlio ha dato i natali anche a personaggi più fragili e ambigui come il Mister No dell’alter ego Guido Nolitta, Ken Parker e Volto Nascosto. E già fra gli Anni 70 e 80 c’erano state alcune importanti prove tecniche di fumetto d’autore, dalla collana Un uomo, un’avventura, che aveva aperto le porte della factory a mostri sacri come Bonvi, Crepax o Toppi, alla coraggiosa ma sfortunata collaborazione con Dargaud su Pilot e Orient Express. Senza dimenticare operazioni più recenti, realizzate più per amore della nona arte che per mero calcolo economico. Le miniserie, che “Fosse per me, non ci credo, ma se lo dicono i miei collaboratori mi devo fidare”. Fumetti umoristici come “Cocco Bill Diquaedilà”, canto del cigno di uno Jacovitti ormai affaticato, ma ancora capace di salutari zampate. O la vocazione sociale degli eroi più famosi, assidui testimonial di campagne benefiche di grande impatto mediatico, e mai svenduti all’advertising. In queste ore, qualcuno ha scritto che con la morte di Sergio Bonelli per il mondo del fumetto italiano finisce un’epoca. Forse è vero. A noi figli (il)legittimi, orfani viscerali e schierati quanto i suoi characters il compito di conservarne l’eredità umana e artistica. Visto il personaggio, non sarà facile.
I funerali di Sergio Bonelli si terranno giovedì 29 settembre alle 10,30 presso la chiesetta del cimitero Monumentale di Milano.
pubblicato il 27 settembre 2011
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Un Commento a “Quell’uomo dal cuore di inchiostro”
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28 settembre 2011 alle 07:04
è vero, a me telefonava a casa per spiegarmi perché secondo lui una mia recensione su “Fumo di China” non aveva capito il perché che ci stava dietro (oppure perché l’aveva capita fin troppo), e poi si scusava lui alla fine della telefonata! Oppure quando ci si vedeva in qualche occasione mi diceva “Ma tu ci sei sempre!”… So long, Sergio. Ci vediamo a Darkwood o nella Manaus del cielo (devo vedere le prenotazioni sul Piper)…