Wednesday 16 May 2012

IL MANIFESTO BLOG
   dal Kurdistan ai Paesi Baschi … passando per Belfast – di Orsola Casagrande
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  • Riceviamo e volentieri pubblichiamo,

    Scrivi a Giorgio, contro la censura, inceppiamo il meccanismo!

     

    pin_button_SCRIVI

    Giorgio Rossetto è un Notav, detenuto dal 28 Gennaio nel carcere di Saluzzo nella sezione Isol.

    Le sue lettere da dentro il carcere ci hanno fatto conoscere la situazione di tutti i detenuti prima ancora della sua situazione personale, attraverso una corrispondenza epistolare della quale abbiamo dato sempre massima diffusione.

    Da Saluzzo sono arrivate lettere e comunicati collettivi che più volte hanno denunciato la situazione che la popolazione carceraria vive, nella fattispecie i reclusii nel braccio Isol, esclusi dalla socialità e dalle attività del carcere, costretti in celle cubicoli con persino l’aria isolata dagli altri.

    In seguito a queste denunce e alla campagna Freedom4notav, l’oliato meccanismo del carcere ha iniziato a scricchiolare e per questo la direzione tenta di ostacolare la campagna dei detenuti prendendo, di accordo con la Procura, di mira Giorgio infliggendogli la censura alla posta in entrata ed in uscita per 6 mesi con l’accusa di “aver tenuto un comportamento di “istigazione alla ribellione” di altri detenuti, anche in accordo con soggetti esterni al carcere”.

    Atto di insubordinazione massima agli occhi di chi vuole gestire nel silenzio la vita di centinaia di persone costrette alla detenzione.

    Scriviamo a Giorgio, contro la censura, inceppiamo il meccanismo!

    Dobbiamo inceppare il meccanismo collaudato del carcere e delle sue strutture, rendendo un normale servizio come quello della corrispondenza, un lavoro “faticoso” per guardie ed addetti.

    Possiamo farlo tempestandoli di lettere, cartoline, riviste, pacchi per Giorgio e gli altri detenuti della sezione, dimostrando che da fuori, quell’istigazione alla ribellione, è forte da tempo  e non lascia da solo nessuno.

     

    @Invitiamo tutti a scrivere a:

    Giorgio Rossetto
    Casa di reclusione di SALUZZO
    Regione Bronda, 19/b
    Località Cascina Felicina
    12037 – SALUZZO (CN)

di orsola
pubblicato il 27 aprile 2012
| 1 Commento »


in varie
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  • Ancora una volta gli abusi nelle carceri turche raggiungono le prime pagine dei giornali. Anzi, a essere sinceri, non hanno fatto notizia per giorni, ma poi le accuse erano così gravi che anche i media mainstream più riluttanti sono stati costretti a scrivere qualcosa.
    Sette giovani detenuti, tra i 13 e i 17 anni di età, hanno denunciato di aver subito abusi sessuali, fisici e psicologici, quando erano rinchiusi nel carcere di Pozantı. In realtà i ragazzi avevano denunciato le violenze all’associazione diritti umani (IHD) già nel giugno scorso e la IHD aveva immediatamente informato la commissione diritti umani del parlamento. Quindi la notizia delle violenze non era, strettamente parlando, nuova. Come nuova non è stato nemmeno il tentativo di liquidare denunce così gravi da parte delle autorità turche. Evidentemente il governo pensava (e sperava) che tali denunce semplicemente si dissolvessero. Un atteggiamento che la dice lunga sulla preoccupazione del governo dell’AKP (Giustizia e Sviluppo) per il benessere dei suoi cittadini, e in questo caso per il benessere dei suoi cittadini più vulnerabili, minori e in carcere. Ma il trauma degli abusi, le ferite lasciate in giovani corpi e menti, non è qualcosa che si può semplicemente gettare sotto il letto sperando che non torni più a perseguitarci. Questi ragazzini sono stati perseguitati per mesi dal ricordo e le ferite di queste atrocità e violenze. Grazie agli sforzi dell’Associazione Diritti Umani (che è bene ricordarlo è tra le istituzioni più colpite dalla repressione, con la polizia governativa impegnata ad arrestare decine di attivisti e dirigenti nella speranza di silenziarli) i ragazzi di Pozantı non sono stati dimenticati né lasciati soli a cercare di affrontare il loro trauma.
    E alla fine la notizia è approdata sulle prime pagine. Che avrebbe dovuto significare, per qualunque governo, sedersi e cercare soluzioni, dopo – naturalmente – aver provveduto a sostenere psicologicamente e in qualunque altro modo necessario le vittime. Ma no, il governo dell’AKP ha reagito diversamente. La prima reazione è stata cercare di liquidare le denunce come “un’invenzione”. A sostegno del fatto che questi ragazzi potevano considerarsi proni a mentire, il loro essere kurdi e il loro essere stati arrestati per aver partecipato a manifestazioni per la pace (etichettate naturalmente come manifestazioni pro-PKK dal governo). Il ministro della giustizia, Sadullah Ergin, non ha esitato a chiamare questi ragazzini “bugiardi”. Con buona pace per il rispetto che un ministro di stato deve ai suoi cittadini.
    Qualcuno però deve aver detto al ministro che chiamare i ragazzi “bugiardi” non era forse del tutto appropriato e così il ministro ha cambiato tono e annunciato l’apertura di una inchiesta sulle denunce. Sette mesi dopo – è bene ricordarlo – la denuncia con la quale l’IHD aveva portato all’attenzione delle autorità la gravità della situazione. Tre ispettori sono stati inviati al carcere di Adana (nel Kurdistan turco) e subito dopo quattro dipendenti (compreso il vice direttore) del carcere sono stati sospesi dai loro incarichi. Il ministro ha anche annunciato che i 200 minori attualmente detenuti a Pozantı saranno trasferiti nel carcere di Sincan, a Ankara.
    E con questo il ministro Ergin riteneva evidente chiusa la vicenda.
    Non sarebbe un eufemismo insistere sull’approccio razzista e discriminatorio del ministro. Ma la gravità del suo approccio va perfino oltre questo. Attualmente ci sono nelle carceri turche oltre 2300 minorenni. Chiaramente questa cifra da sola indica che c’è qualche problema. Molti di questi minori sono in carcere per aver partecipato a manifestazioni (di nuovo, per la pace o pro-PKK a secondo di come uno voglia guardarla, ma comunque manifestazioni, non attacchi armati. Con buona pace della libertà di espressione), funerali di guerriglieri kurdi (spesso fratelli, sorelle, parenti), per aver tirato pietre ai carro armati dell’esercito. Il verdetto dello stato è uno e uno soltanto: colpevoli. Nessuna discussione consentita. Una generazione è costretta dallo stato turco a crescere in mezzo alla guerra e, se osa chiedere pace, viene immediatamente etichettato e stigmatizzato come “terrorista”. Che giustizia, che stato è quello che chiude in carcere centinaia di giovani che chiedono pace, i loro diritti (il diritto di vivere la loro infanzia in pace, in questo caso) e desidera gettare la chiave nel fiume ?
    Davvero, il ministro Ergin pensava che la questione fosse risolta una volta licenziati quattro dipendenti del carcere e trasferito i ragazzi in un altro carcere (sì, da un carcere a un altro, che lungimiranza) ? Chi risponderà a questi ragazzi per il trauma subito, la violenza sessuale, gli insulti, per essere stati criminalizzati ? Lo stato non può semplicemente lavarsi le mani e guardare dall’altra parte. Questi ragazzi chiederanno il conto un giorno, e a ragione.
    Davvero il ministro Ergin pensa che la questione sia risolta mandando i ragazzi detenuti a migliaia di chilometri dalle loro famiglie ? C’è da chiedersi se in realtà questa non sia l’ennesima punizione per aver osato denunciare quello che accade in carcere. Perché questo non è “un episodio isolato” come il governo fortemente desidera sancire per archiviare il caso. Questa è una delle tante atrocità, abusi, violenze, che accadono nelle prigioni turche. Per fortuna c’è l’Associazione per i Diritti Umani. E ci sono i deputati del BDP in parlamento ad assicurare che si faccia luce su queste brutalità. Ma soprattutto che si faccia giustizia. Tutti i bambini hanno diritto a crescere in un ambiente salutare, pacifico e felice. I bambini kurdi hanno di fronte difficoltà doppie. Ma devono sapere che non sono soli.

di orsola
pubblicato il 16 aprile 2012
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  • Il nuovo rapporto dell’IHD (Associazione per i Diritti Umani) afferma che nel 2011 nella regione kurda sono state registrate 29.366 violazioni dei diritti umani, un incremento sostanziale rispetto all’anno precedente, in cui 23.520 violazioni erano state denunciate. Nella relazione è stato sottolineato l’aumento rispetto agli anni precedenti, di scontri a fuoco, vittime civili e arresti così come un aumento di oltre il 100 per cento della tortura e dei trattamenti inumani. “Purtroppo il 2011 è stato un anno intenso di guerra, invece che un anno di pace e di soluzione per la questione kurda”, ha detto il segretario dell’IHD di Diyarbakır, Raci Bilici. Bilici ha anche notato che le violazioni del 2011 ricordano quelle degli anni ’90 e che il paese è diventato quasi ‘un campo di concentramento’ a causa dei numerosi arresti di politici, giornalisti, avvocati, accademici, studenti, sindacalisti e difensori dei diritti umani. Bilici ha dichiarato che la tortura e i trattamenti inumani sia sotto custodia che per le strade è aumentato notevolmente e ha aggiunto: “L’AKP [Partito della Giustizia e Sviluppo] e la magistratura tacciono sulla tortura e la brutalità della polizia nelle strade, ma adottano un atteggiamento spietato nei confronti di coloro che stanno cercando di denunciare la tortura e la violenza”. Il rapporto ha inoltre sottolineato l’alto tasso di violazioni dei diritti nelle carceri e l’indifferenza del Ministero della Giustizia. L’isolamento imposto al leader del PKK Abdullah Ocalan e gli scioperi della fame dentro e fuori le carceri per protestare contro l’isolamento di Ocalan hanno spinto l’associazione per i diritti umani ad affermare che “la politica di isolamento deve immediatamente terminare”. Nella relazione vengono evidenziate le violazioni dei diritti delle donne, il sostegno insufficiente da parte dello Stato alle vittime del terremoto in Van, la questione delle fosse comuni e degli omicidi irrisolti.
    Di seguito l’elenco di violazioni:
    * 149 membri delle forze di sicurezza sono morti, 295 feriti in scontri a fuoco

    * 169 membri del PKK sono morti e 6 feriti in scontri a fuoco

    * 129 civili uccisi, 259 feriti in omicidi irrisolti, omicidi extragiudiziari e sparatorie

    * 6 morti, 49 feriti a causa di mine ed esplosivi

    * 45 morti, 4 feriti a causa di negligenza ufficiale o errore

    * 1917 persone arrestate

    * 6306 persone prese in custodia

    * 1555 casi di tortura e trattamenti inumani

    * 1421 violazioni dei diritti umani nelle carceri

    * 932 feriti a causa di interventi della polizia nelle manifestazioni

    * 4496 richiedenti asilo e immigrati presi in custodia

    * 4 villaggi bruciati ed evacuati

    * Rivendicazioni di 111 fosse comuni dove sono sepolte 1699 persone

di orsola
pubblicato il 3 marzo 2012
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  • Da dieci giorni sono in sciopero della fame a tempo indeterminato 169 prigionieri politici nelle carceri della Turchia e del Kurdistan turco. Con questa protesta estrema i prigionieri chiedono la libertà per il leader kurdo Ocalan, la garanzia dell’istruzione nella lingua madre e la fine delle operazioni politiche e militari contro il popolo kurdo. Tra i prigionieri in sciopero della fame a Diyarbakir, Mardin, Elbistan e Bitlis ci sono anche i deputati del BDP di Şırnak, Selma Irmak e Faysal Sarıyıldız.

di orsola
pubblicato il 24 febbraio 2012
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  • Pubblichiamo la lettera di Giorgio, detenuto nel carcere di Saluzzo. Giorgio e gli altri No Tav arrestati sono stati ‘dispersi’ in varie carceri italiane.

    Saluzzo, 12 febbraio 2012

    Cari compagni/e giovedì 9 mattino sono stato portato dalle celle del transito in una sezione con altri detenuti. Non voglio cadere nel lamento che affligge gli altri detenuti, vi descrivo solo la realtà.

    E’ una sezione di isolamento con tutte le caratteristiche di quel tipo di regime carcerario. Siamo in una decina in 6 celle, un piccolo corridoio con la telecamera, celle strutturate in modo che fra una cella e l’altra vi sia uno stanzino, ora vuoto, che permette il controllo su ogni movimento. Quindi 6 celle e 3 stanzini blindati. Ogni cella utilizza la propria aria. il cortile dell’aria è un buco di 5 metri per 2 con muri molto alti. Il sole non batte mai in autunno, inverno, primavera. Solo in estate, nelle ore centrali, passano i raggi del sole. La guardia controlla il corridoio 24 ore su 24 da uno stanzino blindato. Per chiamarlo dobbiamo schiacciare un tasto. Siamo in 10. Uno di noi fa il lavorante per la sezione, che non abbandona mai. A parte il barbiere, che viene il sabato per vedere altri detenuti, bisogna andare a messa la domenica per incontrare qualcun’ altro.

    Con i compagni della mia sezione sto facendo conoscenza e amicizia. Loro hanno già fatto 2 lettere di protesta al direttore nell’ultimo mese. Sono tutti indagati in attesa di giudizio, e non capiscono perchè sono in questa sezione speciale.

    Sul registro della guardiola le guardie hanno scritto “detenuto pericoloso”, di fianco al mio nome ed effettuano 2 “battiture” al giorno, alle sbarre della finestra dove sono io. Mah… forse hanno paura che evado.

    Sabato mattina il brigadiere mi ha fatto firmare 3 fogli in cui mi rinfacciano le proteste alle vallette. Andrò nei prossimi giorni dal direttore per un “consiglio di disciplina”, così lo hanno chiamato, per prendere dei provvedimenti, non so di che tipo, visto che in una sezione di isolamento lo sono già. Qui dicono che questo direttore, Lettieri Giorgio, sia stato il vice di Buffa alle Vallette per molti anni e che siano degli amiconi. Il comandante delle guardie mi ha incontrato nel suo ufficio e ha fatto capire che non gli farebbe piacere un presidio musicale qui fuori. Si può lavorare per farlo, ma con calma e senza fretta (inizio marzo?).

    Per quello che riguarda l’inchiesta evito di cadere in quegli stati d’animo che sono il pessimismo e l’ottimismo. Sono tranquillo e di buon umore, solo un pò infreddolito (Saluzzo alcune notti -20). Quando chiacchieravo con gli altri compagni alle Vallette le mie previsioni per il tribunale del riesame erano: metà rimarremo dentro, metà usciranno. La prima udienza è andata così. Aspetto quella di martedi per fare le valutazioni di rito.

    Alle Vallette stavano per arrivare i giornali e sono stato trasferito. Adesso devo aspettare lunedì 20 per riceverli. Alle Vallette i detenuti della nostra sezione leggevano solo Torino cronaca, qui neanche quello squallido giornale. Non so ancora dove sono stati trasferiti gli altri detenuti No tav di Torino. Ho visto al tg3 di questa sera un presidio fuori da un carcere, che non ho riconosciuto, forse Alessandria, forse Asti.

    Un ringraziamento ad Anonymous.

    Un saluto a tutto il movimento No tav.

    Un abbraccio a tutti i compagni e le compagne.

    Giorgio

di orsola
pubblicato il 15 febbraio 2012
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in varie
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  • Nuova operazione di polizia contro i kurdi questa mattina, lunedì. Perquisizioni sono in corso a Ankara, Istanbul, Izmir, Diyarbakir, Van, Mus, Antep. Almeno 100 le persone arrestate fino a questo momento. Tra loro molti sindacalisti, la vice sindaco di Van e numerosi esponenti del BDP (partito della pace e della democrazia). Arrestato anche un altro giornalista dell’agenzia Dicle (DIHA) a Diyarbakir. Con questo salgono a 107 i giornalisti attualmente in carcere in Turchia.

    A Ankara sono state colpite le sedi dei maggiori sindacati del pubblico impiego. Le operazioni simultanee rientrano nella più generale KCK (Unione delle comunità kurde) che ha già portato in carcere oltre 6200 esponenti del BDP dal 2009 a oggi e centinaia tra intellettuali, giornalisti, attivisti per i diritti umani. Il KCK è considerato dagli inquirenti il ‘braccio urbano’ del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan).

di orsola
pubblicato il 13 febbraio 2012
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  • I compagni No Tav detenuti presso il carcere delle Vallette ci hanno fatto avere oggi una lettera nella quale denunciano le pesanti condizioni di agibilità interna al carcere. Nella giornata di martedì, in concomitanza al presidio musicale organizzato in solidarietà agli arresti No Tav del 26 gennaio, hanno dato corso ad una protesta. Qui di seguito la loro lettera:

    Torino
    A tutti i compagni/e
    Vogliamo farvi sapere che ieri, mentre si svolgeva il concerto davanti al carcere, noi abbiamo dato corso a una protesta contro le pesanti condizioni di agibilità interna.
    Al detenuto spettano, per disposizione ministeriale, 4 ore d’aria. In più sono concesse 2 ore di socialità, in cui i detenuti dovrebbero, appunto, socializzare tra loro.
    Fino a poco tempo fa in queste ore venivano aperte le celle e si poteva passeggiare nel corridoio o, volendo, entrare in un’altra cella. Ultimamente ci fanno uscire e, dopo un quarto d’ora, ci fanno entrare nelle celle in cui vogliamo stare.
    In questi giorni d’emergenza freddo è impossibile uscire all’aria anche perchè i cortili sono invasi dalla neve e non si sono attrezzati con scarpe adatte. Se non vai all’aria ti obbligano a stare chiuso in cella.
    Ieri sera, nella nostra sezione le condizioni sono state inasprite. Invece di aprire tutte le celle contemporaneamente venivano aperte una alla volta, ti portavano alla cella che volevi e ti richiudevano nuovamente.
    Quando ci hanno aperto noi (Tobia e Giorgio) siamo rimasti in corridoio rifiutando di farci nuovamente rinchiudere. Allora han provato a metterci contro gli altri, dicendo che fino a quando noi eravamo in corridoio non avrebbero più aperto a nessuno. Dopo esserci consultati con gli altri detenuti, abbiamo deciso di non desistere.
    Dopo un po’ di minacce, hanno chiamato la squadretta, composta da mezza dozzina di agenti nerboruti, con il chiaro intento di intimidirci. Al nostro netto rifiuto di rientrare in cella, ci hanno presi di peso e sbattuti dentro, senza però usare violenza.
    Dopo una decina di minuti siamo stati convocati dal Direttore che, con modi gentili e molto paternalismo si lamentava che era la terza protesta di questo tipo che avevano messo in atto.
    Noi, dopo aver precisato che non volevamo favori ne privilegi personali, abbiamo presentato a nome di tutti i detenuti della sezione una serie di richieste di agibilità minima.
    Il direttore ha risposto che ci avrebbe riflettuto sopra e ci avrebbe fatto sapere.
    Adesso stiamo valutando il da farsi.
    Come i banchieri cercano di far pagare la crisi ai lavoratori, in carcere si cerca di far pagare il sovraffollamento ai detenuti. Vengono progressivamente ridotte le dotazioni (detersivi, carta igienica, ecc.) e, con la scusa di maggiori difficoltà di gestione, gli spazi di agibilità.

    La lotta non si fermerà.

    i Detenuti del 26 Gennaio 2012
    Giorgio e Tobia
    Carcere Lorusso e Cutugno
    Via Pianezza 300
    10151 Torino

di orsola
pubblicato il 9 febbraio 2012
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in varie
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  • Il freddo siberiano non ferma i kurdi che partecipano alla Lunga Marcia per la Libertà. Oltre duecento tra artisti e kurdi della diaspora, sono partiti da Ginevra, nonostante le basse temperature e la neve il 31 gennaio scorso. Gli organizzatori della marcia (KOM-KURD, confederazione delle associazioni kurde) hanno dichiarato: “Siamo partiti  il 31 gennaio – dall’Ufficio delle Nazioni Unite di Ginevra per esprimere la nostra richiesta di libertà, abbiamo sofferto molto e continuiamo a soffrire, ma non abbiamo mai abbandonato la lotta. Chiediamo alle Nazioni Unite di assumersi le loro responsabilità nei confronti del popolo kurdo e di riconoscerlo come popolo”. La marcia dovrebbe raggiungere Strasburgo il 18 di febbraio. “A Strasburgo – secondo gli organizzatori – metteremo in evidenza le condizioni di vita del leader kurdo Abdullah Ocalan, fondamentali per la soluzione della questione kurda, e per sottolineare che la libertà del popolo kurdo dipende anche dalla libertà del signor Ocalan e invochiamo la CE e il CPT ad assolvere ai loro doveri “

di orsola
pubblicato il 8 febbraio 2012
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  • Il 3-4-5 febbraio si svolgerà all’università di Amburgo una conferenza dal titolo “Challenging Capitalist Modernity — Alternative Concepts and the Kurdish Quest” (Sfidare la modernità capitalista: Concetti alternativi e la questione kurda”

    Lo spot della conferenza qui

    Il programma e il modulo di partecipazione
    al sito www.networkaq.net
    networkaq@gmail.com

di orsola
pubblicato il 25 gennaio 2012
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  • Il 28 dicembre 2011 forze armate turche hanno bombardato nei pressi del villaggio Roboski, al confine tra Kurdistan di Turchia e Kurdistan iracheno. Trentacinque civili sono stati uccisi. Erano piccoli ‘contrabbandieri’. Piccoli anche anagraficamente, visto che l’età media non supera i 18 anni. Da sempre la gente di frontiera si arrangia comprando e vendendo benzina, zucchero, tabacco. Il governo turco spera di far calare il silenzio su questa ennesima strage pagando un risarcimento alle famiglie delle vittime. Che però non ci stanno e chiedono giustizia.

    Il video watch?v=-2YlEiIbtcM

di orsola
pubblicato il 23 gennaio 2012
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