E’ un parlamento strano quello che si insedia ufficialmente oggi (martedì 28 giugno) in Turchia. Un parlamento monco, inequivocabile segnale di una democrazia monca.
I deputati del Blocco Lavoro, Democrazia e Libertà (sostenuto da kurdi e sinistra, con 36 deputati eletti, di cui uno privato del suo mandato e in carcere come altri 5 a cui è stata negata la libertà) non parteciperanno alla cerimonia del giuramento in parlamento. I 36 deputati eletti hanno infatti deciso di boicottare il parlamento finchè non sarà trovata una soluzione sia all’esclusione di Hatip Dicle (che rimane in carcere e per il quale i legali hanno fatto ricorso alla Corte Costituzionale) che al mancato rilascio dei deputati in carcere. I deputati del Blocco hanno deciso di incontrarsi a Diyarbakir.
Il partito di opposizione, CHP (Partito Repubblicano del Popolo) ha comunicato pochi minuti prima dell’inizio della cerimonia in Parlamento che si recherà in aula ma non parteciperà alla cerimonia di giuramento. Due dei neo eletti deputati CHP rimarranno in carcere, avendo ricevuto oggi il secondo rifiuto dalla Corte d’Appello.
Dunque il premier Recep Tayyip Erdogan si troverà oggi con un parlamento monco. Il premier non ha trovato di meglio che chiedersi se “il Blocco non avesse altri nomi da candidare” invece che i sei deputati in carcere. Una frase che la dice lunga sulla poca voglia che evidentemente ha il premier di risolvere una questione che ha a che fare con la democrazia e con i diritti degli elettori.
Il leader incarcerato del PKK, Abdullah Ocalan, ha fatto sapere che o si troverà una qualche soluzione e si faranno passi concreti in direzione di un processo di pace entro il 15 luglio, o la situazione rischia di degenerare portando la Turchia in una crisi ancora più pesante di quella attuale. Ocalan, che ha incontrato emissari del governo anche il 14 giugno, ha ribadito che “Erdogan ha tutte le carte in mano per compiere quei passi necessari a dimostrare la reale volontà del governo per una soluzione pacifica della questione kurda”.
pubblicato il 28 giugno 2011
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Hanno sfondato. Lancio di lacrimogeni ovunque. E’ il messaggio di questa mattina alle 8. La guerra. Il governo ha scelto la guerra contro i No Tav. Non è una novità. Tragicamente questa è la norma. A prescindere dal colore dei governi. La Val Susa in tutti questi anni ha ribadito il suo no alla Torino-Lyon motivandolo con tanto di tracciati, dati incontestabili che hanno smascherato i reali motivi dei signori che il Tav lo vogliono. Che poi sono soldi, adesso, subito. Quello che succederà poi alla valle non importa. Non importa se non ci sarà mai quel flusso merci di cui parlano i signori del tav. L’importante è quello che si può succhiare ora. Dalle tasche dei contribuenti oltre che da quelle dell’Europa. Tanti soldi.
La resistenza della Val Susa è la lotta che in questi anni ha – spesso in solitaria – continuato a ribadire che con la violenza, con il sopruso, con il despotismo non si può governare. Non si può imporre a un territorio una scelta. Per contro, questo governo, come quelli precedenti (Prodi incluso) ha tragicamente confermato che in Italia la democrazia è sempre più a rischio.La Val Susa, il popolo No Tav resiste. In diretta su radio Blackout i drammatici racconti delle cariche. Perchè la polizia avanza con mezzi di sfondamento.
Qui il video con un commento di Lele Rizzo registrato questa notte, mentre i presidi attendevano le truppe.
pubblicato il 27 giugno 2011
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Nel silenzio della stampa internazionale in Turchia in questi ultimi 10 giorni (precisamente dalle elezioni generali del 12 giugno) si sono consumate in rapida successione la vittoria del blocco kurdo e della sinistra (che ha eletto 36 deputati in parlamento), la vittoria a metà del partito di governo islamista AKP (partito della giustizia e sviluppo) guidato dall’onnipresente (come mediatore in tutti i conflitti in atto in questo momento tranne quello interno con i kurdi) Erdogan, un golpe nei confronti della democrazia. Il tutto in undici giorni. Il golpe si è consumato con l’esclusione (da parte della Commissione elettorale) del deputato che ha ottenuto più voti a Diyarbakir (il kurdo Hatip Dicle, già deputato per lo spazio di un mattino negli anni ’90, dieci anni di carcere insieme all’altra parlamentare Leyla Zana, per aver parlato di fratellanza e pace in kurdo). Dicle è attualmente in carcere dal 24 dicembre 2009, data nera per i kurdi e le speranze di pace in uno dei conflitti più longevi ereditati dal secolo scorso (1984 l’inizio). Dicle è stato privato del suo mandato parlamentare per una sentenza a un anno e otto mesi per propaganda per il PKK (il partito dei lavoratori del Kurdistan).
Oggi (23 giugno) i deputati del Blocco Lavoro, Democrazia e Libertà hanno concluso il loro incontro a Diyarbakir con la decisione di non entrare al parlamento. Come preannunciato, i deputati del Blocco del BDP non entreranno al parlamento come risposta alla decisione del Consiglio supremo delle elezioni di negare al deputato Hatip Dicle il suo legittimo mandato parlamentare. Nel leggere un comunicato del gruppo, il deputato di Diyarbakir Serafettin Elçi ha dichiarato che il gruppo “non entrerà al Parlamento fino a quando l’ingiustizia contro il nostro popolo non cesserà. La violenza e le operazioni contro la nostra gente – ha detto Elçi – sono continuate senza sosta. L’ultima goccia è la decisione del consiglio delle elezioni di rifiutare il mandato di Hatip Dicle. E’ per questo che abbiamo preso la decisione di non entrare al parlamento fino a quando queste ingiustizie e violenze non cessino”.
pubblicato il 23 giugno 2011
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