Ancora una volta gli abusi nelle carceri turche raggiungono le prime pagine dei giornali. Anzi, a essere sinceri, non hanno fatto notizia per giorni, ma poi le accuse erano così gravi che anche i media mainstream più riluttanti sono stati costretti a scrivere qualcosa.
Sette giovani detenuti, tra i 13 e i 17 anni di età, hanno denunciato di aver subito abusi sessuali, fisici e psicologici, quando erano rinchiusi nel carcere di Pozantı. In realtà i ragazzi avevano denunciato le violenze all’associazione diritti umani (IHD) già nel giugno scorso e la IHD aveva immediatamente informato la commissione diritti umani del parlamento. Quindi la notizia delle violenze non era, strettamente parlando, nuova. Come nuova non è stato nemmeno il tentativo di liquidare denunce così gravi da parte delle autorità turche. Evidentemente il governo pensava (e sperava) che tali denunce semplicemente si dissolvessero. Un atteggiamento che la dice lunga sulla preoccupazione del governo dell’AKP (Giustizia e Sviluppo) per il benessere dei suoi cittadini, e in questo caso per il benessere dei suoi cittadini più vulnerabili, minori e in carcere. Ma il trauma degli abusi, le ferite lasciate in giovani corpi e menti, non è qualcosa che si può semplicemente gettare sotto il letto sperando che non torni più a perseguitarci. Questi ragazzini sono stati perseguitati per mesi dal ricordo e le ferite di queste atrocità e violenze. Grazie agli sforzi dell’Associazione Diritti Umani (che è bene ricordarlo è tra le istituzioni più colpite dalla repressione, con la polizia governativa impegnata ad arrestare decine di attivisti e dirigenti nella speranza di silenziarli) i ragazzi di Pozantı non sono stati dimenticati né lasciati soli a cercare di affrontare il loro trauma.
E alla fine la notizia è approdata sulle prime pagine. Che avrebbe dovuto significare, per qualunque governo, sedersi e cercare soluzioni, dopo – naturalmente – aver provveduto a sostenere psicologicamente e in qualunque altro modo necessario le vittime. Ma no, il governo dell’AKP ha reagito diversamente. La prima reazione è stata cercare di liquidare le denunce come “un’invenzione”. A sostegno del fatto che questi ragazzi potevano considerarsi proni a mentire, il loro essere kurdi e il loro essere stati arrestati per aver partecipato a manifestazioni per la pace (etichettate naturalmente come manifestazioni pro-PKK dal governo). Il ministro della giustizia, Sadullah Ergin, non ha esitato a chiamare questi ragazzini “bugiardi”. Con buona pace per il rispetto che un ministro di stato deve ai suoi cittadini.
Qualcuno però deve aver detto al ministro che chiamare i ragazzi “bugiardi” non era forse del tutto appropriato e così il ministro ha cambiato tono e annunciato l’apertura di una inchiesta sulle denunce. Sette mesi dopo – è bene ricordarlo – la denuncia con la quale l’IHD aveva portato all’attenzione delle autorità la gravità della situazione. Tre ispettori sono stati inviati al carcere di Adana (nel Kurdistan turco) e subito dopo quattro dipendenti (compreso il vice direttore) del carcere sono stati sospesi dai loro incarichi. Il ministro ha anche annunciato che i 200 minori attualmente detenuti a Pozantı saranno trasferiti nel carcere di Sincan, a Ankara.
E con questo il ministro Ergin riteneva evidente chiusa la vicenda.
Non sarebbe un eufemismo insistere sull’approccio razzista e discriminatorio del ministro. Ma la gravità del suo approccio va perfino oltre questo. Attualmente ci sono nelle carceri turche oltre 2300 minorenni. Chiaramente questa cifra da sola indica che c’è qualche problema. Molti di questi minori sono in carcere per aver partecipato a manifestazioni (di nuovo, per la pace o pro-PKK a secondo di come uno voglia guardarla, ma comunque manifestazioni, non attacchi armati. Con buona pace della libertà di espressione), funerali di guerriglieri kurdi (spesso fratelli, sorelle, parenti), per aver tirato pietre ai carro armati dell’esercito. Il verdetto dello stato è uno e uno soltanto: colpevoli. Nessuna discussione consentita. Una generazione è costretta dallo stato turco a crescere in mezzo alla guerra e, se osa chiedere pace, viene immediatamente etichettato e stigmatizzato come “terrorista”. Che giustizia, che stato è quello che chiude in carcere centinaia di giovani che chiedono pace, i loro diritti (il diritto di vivere la loro infanzia in pace, in questo caso) e desidera gettare la chiave nel fiume ?
Davvero, il ministro Ergin pensava che la questione fosse risolta una volta licenziati quattro dipendenti del carcere e trasferito i ragazzi in un altro carcere (sì, da un carcere a un altro, che lungimiranza) ? Chi risponderà a questi ragazzi per il trauma subito, la violenza sessuale, gli insulti, per essere stati criminalizzati ? Lo stato non può semplicemente lavarsi le mani e guardare dall’altra parte. Questi ragazzi chiederanno il conto un giorno, e a ragione.
Davvero il ministro Ergin pensa che la questione sia risolta mandando i ragazzi detenuti a migliaia di chilometri dalle loro famiglie ? C’è da chiedersi se in realtà questa non sia l’ennesima punizione per aver osato denunciare quello che accade in carcere. Perché questo non è “un episodio isolato” come il governo fortemente desidera sancire per archiviare il caso. Questa è una delle tante atrocità, abusi, violenze, che accadono nelle prigioni turche. Per fortuna c’è l’Associazione per i Diritti Umani. E ci sono i deputati del BDP in parlamento ad assicurare che si faccia luce su queste brutalità. Ma soprattutto che si faccia giustizia. Tutti i bambini hanno diritto a crescere in un ambiente salutare, pacifico e felice. I bambini kurdi hanno di fronte difficoltà doppie. Ma devono sapere che non sono soli.
pubblicato il 16 aprile 2012
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