A pochi metri da una spiaggia tanto opaca da non sembrare l’annuncio del mare ma solo una meschina ritirata dalle onde, scorre una cittadina anonima come una quinta di teatro, un infinito lungomare in legno costeggiato da piccoli negozi di curiosità – e nella vetrina che espone neonati mostruosamente piccoli, si riflette il volto attonito, addolorato e bonariamente inquietante di Nucky, il protagonista della rinascita di Atlantic City all’inizio degli anni ’20.Nella serie Boardwalk Empire Steve Buscemi è Enoch “Nucky” Thompson, il tesoriere della città del New Jersey che è stata, un secolo fa, nell’era del proibizionismo, lo scintillante e corrotto caposaldo dell’importazione illegale di alcolici. Agli occhi di Martin Scorsese, regista del primo episodio, Atlantic City è una stella già decadente al suo nascere e il suo grandeur da costoso e imbellettato saloon non è che un tunnel verso una fine certa.
La regia di Scorsese fotografa gli avvenimenti in un profondo azzurro inchiostro soffermandosi su dettagli estranei alla storia ma necessari alla veridicità storica, come se il telefilm fosse un saggio e non un racconto. Quell’ingannevole realismo che è il marchio del suo stile, qui rimane solo nelle famose carrellate, nelle steadycam che seguono i protagonisti attraverso caotiche scene di massa, ordinando il caos in un percorso che gli restituisce significato. Una testarda forma di iperrealismo, però, accompagna lo svolgersi dell’intero primo episodio che, come d’uso, presenta i personaggi e definisce la struttura che dovrà sorreggere l’intero svolgersi delle vicende. Scorsese si stava preparando al film fin da quando era solo un’ipotesi lontana per i dirigenti della HBO e tutta la passione che ha poi messo nella regia si è tradotta in una produzione da 18 milioni di dollari (solo per il primo episodio) e una ricostruzione dettagliatissima, al punto da far sembrare il set una casa di bambola. Scorsese avrebbe dovuto seguire il consiglio del protagonista che avverte il nipote: “mai inquinare una buona storia con la verità.”
Ma Scorsese è pur sempre Scorsese e alcune scene, grazie soprattutto a una particolare attenzione al montaggio, sono memorabili. In una delle scene, il gioco di un bambino è montato in rapida successione alle immagini delle manovre di una truppa d’assalto.
La scelta di Steve Buscemi per la parte di Nucky è stata molto criticata, proprio perché l’attore, mingherlino, quasi emaciato, e dai grandi occhi indifesi. Questo Peter Lorre odierno ha nello sguardo quella vulnerabile furia che aveva già reso la presenza scenica dell’attore ungherese inquietante e allo stesso tempo spaurita. Questa doppiezza è in realtà la forza del personaggio di Nucky, un ometto che si insinua silenzioso sulla scena e nella trama, con la lungimiranza della vera eminenza grigia, anche se, nella straordinaria interpretazione di Buscemi, sembra che il tesoriere si trovi costretto a intervenire nelle faccende più scottanti della città – e da lui dipende una carneficina, una lotta da gang, l’assassinio di un boss e del marito che ha causato l’aborto della giovane moglie – come se tutto ciò che origini da Nucky fosse involontario. La dichiarazione stessa del proibizionismo sembra doversi ascrivere a Nucky stesso che, sfoderando il suo sorriso bonario, da cui però sporgono due enormi canini, ammalia il movimento femminile che era tenace nemico dell’alcol.
Sarà forse che fare il regista di una serie non è la stessa cosa che dirigere un film, così come dirigere un cortometraggio non è girare un film in minore. Una serie televisiva è costruita su una trama che non si chiuderà, virtualmente, mai, ed è per questo che grandi registi hanno spesso fallito nel dirigere un episodio. Lasse Hallström ha diretto il primo episodio di una serie che ha avuto vita breve, e la scarsa fortuna del telefilm è discesa anche dall’impalcatura insostenibile che Hallström aveva costruito. Il telefilm è un’opera aperta in minore e non può sostenere una pesante armatura già conchiusa perché gli sviluppi della trama trovano il modo di sfuggire alle sue maglie di ferro.
Scorsese ha girato un film senza il finale, pensando così di lasciare la porta aperta abbastanza perché possano passarvi gli episodi che seguiranno; speriamo che questo basti.
Voto: B
pubblicato il 30 luglio 2011
Tag: atlantic city, Boardwalk empire, enoch, Martin Scorsese, Nucky thompson, Steve Buscemi
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Nel febbraio del 1973 la società americana riceve gli ultimi colpi di un ventennio i cui sogni stavano andando in frantumi: le prime foto di prigionieri di guerra in Vietnam vengono pubblicate da molti giornali e la crisi petrolifera raggiunge il suo culmine: il dollaro perde il 10% del suo valore, i prezzi della benzina si fanno proibitivi, due pompe di benzina su 10 vanno in fallimento e un cittadino su 10 perde il lavoro. Era passato meno di un anno dall’inizio del caso Watergate e a novembre il presidente Nixon pronunciò il famoso discorso a reti unificate in cui dichiarò di non essere un imbroglione. Il 9 Agosto 1974 la CBS interrompe la trasmissione di una puntata della famosissima serie All in the family (“Arcibaldo” in Italia), abrasiva critica allo stato delle cose in cui un padre padrone ignorante, razzista e fervente repubblicano dà voce alle paure dell’americano medio di fronte all’insipido e impotente figlio di sinistra, per dare spazio al discorso di Nixon che dichiarava pubblicamente le proprie dimissioni. La ABC aveva in programmazione Happy Days.Cominciato nel gennaio del 1974, Happy Days è stata una sitcom pensata come poche altre per calmare e allo stesso tempo risollevare gli animi di una nazione ferita. Gli ultimi vent’anni di storia avevano portato lotte tra i sessi, tra le razze, tra popoli e nazioni, assassini di presidenti, senatori e di un attivista e reverendo amato da tutti: Martin Luther King: Happy Days vuole cancellare quei vent’anni dalla memoria collettiva e riportare l’America a una sognata età dell’innocenza immaginandola nella florida vita del dopoguerra. La sigla ripete la parola “felicità” dodici volte in un jingle di appena un minuto e canta i giorni felici degli anni ’50 coniugando tutti i tempi al presente.
“Questi giorni sono nostri, felici e liberi, questi giorni sono nostri, sembra tutto così giusto che non può essere sbagliato”.
Tutto sembrava giusto perché erano i tempi prima della rivoluzione sessuale e delle rivendicazioni razziali: Ricky e Joanie facevano i figli obbedienti, la signora Cunningham faceva la casalinga felice, i neri semplicemente non esistevano e le strade erano sicure. La storia si svolge a Milwaukee, la quieta città del Midwest che, nonostante porti ancora il nome nativo americano, è un centro di quasi esclusiva cultura “bianca”. Il telefilm ritraeva una società senza conflitti in cui persino la Harley Davidson, prodotta proprio a Milwaukee, passava da simbolo dell’easy rider Peter Fonda a quello del bravo ragazzo Arthur Fonzarelli, alias Fonzie. Henry Winkler, nel ruolo di Hells Angel che si diploma alla scuola serale e si dimostra cool perché non mena mai pugni, diventa presto tanto famoso da far promuovere il suo personaggio, originariamente secondario, a co-protagonista della storia e protagonista nella memoria dei telespettatori.
Il successo di questo telefilm deriva dalla passione e la devozione degli americani verso il sogno dell’età dell’oro. Tanto nel tempo quanto nello spazio, gli americani hanno costruito la storia della loro nazione cercando la felicità da qualche altra parte – sicuri innanzitutto della sua esistenza allo stato puro e in un certo senso primigenio e certi anche di poterla raggiungere. La costituzione americana è l’unica a citare la ricerca della felicità (e non il suo raggiungimento) come diritto inalienabile dell’uomo ed è per questo che il West resta un luogo dei sogni, ed è per questo che tornare al passato, sia esso il nostro personale passato, la giovinezza, o quello collettivo della storia, è un desiderio che ha tanta presa nell’immaginario americano. In un certo senso, Happy Days è un Ritorno al futuro della televisione e la nostalgia dei giorni perduti si può placare solo con la costante riaffermazione della possibilità concreta di tornare a quei giorni, i giorni “nostri, felici e liberi”.
Voto: B-
pubblicato il 19 luglio 2011
Tag: all in the family, arcibaldo, arthur fonzarelli, chachi, fonzie, happy days, jodie, nixon, richie cunningham, sigla happy days, watergate
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