Il viaggio pastorale di papa Ratzinger in Messico (23-26 marzo), oltre a costituire un’aperta intromissione in un proceso elettorale in corso, ha finito per dare il colpo di grazia a quel che restava dello stato laico. E la sua messa domenicale ha messo letteralmente in ginocchio i tre candidati presidenziali.
A pochi giorni dall’inizio ufficiale della campagna per le elezioni generali del primo luglio, la prima visita di Benedetto XVI in Ispanoamerica è caduta in un momento delicato – drammatico e cruciale insieme – della storia recente del Messico.
Approfittando degli ultimi otto mesi di governo del Pan, il partito della destra clericale che si prepara a fare le valigie dopo due sessenni al potere, il papato porta a casa un ricco bottino: una riforma costituzionale chierichetta, un recupero di privilegi che si credevano perduti per sempre, un posizionamento sulle chiese concorrenti e perfino la restituzione al pontefice di un ruolo medioevale di king maker. Papa Ratzinger non poteva volere di piú.
Atterrato alle ore 16 di venerdí nel Pastore 1, un Airbus dell’Alitalia, il pontefice é stato accolto nell’aeroporto del Bajío dal presidente Calderón e consorte, dal governatore dello stato di Guanajuato, da una folta rappresentanza politica e dagli alti gerarchi della Chiesa messicana. Città del Messico è stata evitata non tanto perché è governata da un’amministrazione di sinistra ma, hanno spiegato i portavoce vaticani, per riguardo alla salute del papa. La scelta del luogo dell’incontro è significativa: Guanajuato è il nido storico del cattolicesimo controrivoluzionario, dove alla fine degli anni ’20 i preti – poi santificati da Giovanni Paolo II nel 2000 – incitarono i fedeli a prendere le armi contro “la Rivoluzione atea” e si macchiarono spesso di atrocità in nome di Cristo Re nel corso di quella che passò alla storia come la “guerra cristera”.
Un onore alle armi, dunque, da parte di papa Ratzinger, che ha sorvolato in elicottero il monte del Cubilete, dove una gigantesca statua di Cristo Re ricorda l’inizio delle azioni armate controrivoluzionarie del clero messicano. Un gesto leggermente contraddittorio, visto che nel suo incontro con Calderón il papa ha lamentato la proliferazione delle armi e condannato in più occasioni la violenza.
Ma non è stata l’unica contraddizione. Benedetto XVI ha ricevuto otto vittime della violenza accuratamente selezionate – erano tutte vedove o familiari di persone uccise dai narcos, nessuna dalle forze dello stato – ma non ha incontrato neanche una vittima delle violenze sessuali dei preti pedofili, primi fra tutti gli ex-seminaristi dei Legionari di Cristo, presenti a Guanajuato, violentati quando erano adolescenti dal famigerato padre Marcial Maciel, il fondatore dell’ordine protetto da cinque papi.
Quindicimila poliziotti nelle cittá di Silao, León e Guanajuato per proteggere il papa, 80mila giovani volontari pronti a cordonare il percorso della papamobile, 300mila ostie preparate dalle monache di clausura per essere distribuite in dieci minuti, 650mila persone alla messa di domenica – secondo le autorità locali, ma il Vaticano si accontenta di mezzo milione. Grandi numeri in apparenza. In realtà, l’afflusso dei fedeli è stato minore del previsto: Benedicto XVI ha molto meno appeal di Juan Pablo II. Tutte le vignette satiriche dei quotidiani accentuano il ghigno del suo sorriso.
“Progressista” a Cuba, dove si aspetta che pronunci un’esplicita condanna dell’embargo statunitense, papa Ratzinger ha allineato e disciplinato l’intera classe politica in Messico: la modifica di due articoli costituzionali, che si sta cucinando nel Senato, introdurrà come un bulldozer un concetto di “libertà religiosa” che significa insegnamento di dottrina nelle scuole, presenza politica del clero, concessione di stazioni radiotelevisive e così via. Dallo stato laico di Benito Juárez, che con le leggi della Riforma nel 1857 ridusse drasticamente il potere della Chiesa, si approda così alla repubblica talibana del Pan, il partito di obbedienza vaticana attualmente al potere. E con l’approvazione di tutta (o quasi) la classe politica.I tre principali candidati alla presidenza – Enrique Peña Nieto del Pri, Josefina Vázquez Mota del Pan, Andrés Manuel López Obrador della coalizione di sinistra – hanno assistito alla messa domenicale celebrata dal papa, ugualmente desiderosi di cavalcare la religiosità popolare. La presidenza val bene una messa!
Solo per dare un’idea dell’aggressività politica della Chiesa in Messico: in risposta all’amministrazione di Città del Messico che con Marcelo Ebrard nel 2007 aveva fatto approvare la depenalizzazione dell’aborto nella capitale, ben 19 stati messicani – su 32 – hanno votato, per iniziativa del Pan con la complicità del Pri, la sua criminalizzazione. Ma l’indurimento della Chiesa non si sta rivelando produttivo, al contrario. Sebbene i dati ufficiali indichino che i fedeli cattolici superano ancora l’80 per cento della popolazione, le chiese evangeliche guadagnano sempre più terreno.
C’è anche chi ha alzato la voce contro le ingerenze clericali. Sia a Guanajuato che a Città del Messico, in occasione della visita papale, le femministe hanno gridato, prima di essere cacciate a spintoni dai Papa boys :“¡Saquen sus rosarios de nuestros ovarios!”,(togliete i vostri rosari dalle nostre ovaie).
E Anonymous ha bloccato la pagina internet del Vaticano e quella dell’episcopato messicano con una foto del papa macchiato di sangue e la scritta:“Gesú amava i bambini, il Papa protegge chi li violenta. Gesú era povero, il Papa ammassa fortune. Gesú predicava la pace, il Papa benedice i dittatori e le guerre. Gesú viaggiava a dorso d’asino, il Papa in una papamobile blindata.”
pubblicato il 26 marzo 2012
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Celebrato da televisioni e riviste sportive, avversato da ecologisti e popolazioni locali, il Rally Dakar (ex Paris-Dakar) si svolge da tre anni in Sudamerica.
Con alle spalle 32 edizioni, 57 morti, decine di feriti, centinaia di incidenti, danni incalcolabili all’ambiente e al patrimonio archeologico, il serpentone di camion, auto, moto e quadrimoto porterà a gennaio la sua “avventura” dall’Argentina al Perù, passando per il Cile.
Nel 2008 – non si sa se pesarono di più le minacce di Al Qaeda o le proteste degli ambientalisti in Africa e in Europa (www.stop-rallyedakar.com) – fu lo stesso governo francese a raccomandare la sospensione di questo evento, kermesse annuale dell’industria del fuoristrada, definito “il rally più seguito del mondo” ma anche “ammasso di bolidi inquinanti”. Quell’annola Paris-Dakar, contro la quale l’organizzazione Stop Rallye Dakar raccolse più di 50mila firme, fu obbligata ad abbandonare le dune africane e a trasferirsi altrove.
Ma già nel2005, inFrancia, 24 organizzazioni sindacali e ambientaliste ne avevano chiesto la soppressione, tacciandolo di “spettacolo pubblicitario e mercantilista in uno scenario come il continente africano, marcato dalla povertà, la fame, l’Aids e l’indebitamento”.
Ci sono sport anche estremi – per esempio il parapendismo, il rafting, il velismo in solitario – che non sono aggressivi con la natura. Ma lanciare un’orda assordante di motori, seguita da un esercito di mezzi d’appoggio, meccanici, troupe televisive, reporter, ambulanze, elicotteri e fans sulle dune di un deserto – un ecosistema più fragile e abitato di quanto si creda – è uno sprezzante attentato al medio ambiente.
Tanto che in Argentina la Funam(Fundación para la defensa del ambiente) ha denunciato, in occasione dell’ultima edizione del rally, “la guida temeraria dei piloti di 186 moto, 38 quadrimoto, 156 auto e 72 camion su strade pubbliche, comela Statale 38, su cui hanno circolato con eccesso di velocità in direzione contraria, investendo automezzi privati e mettendo a rischio vite umane.”
Il presidente della Funam considera inaccettabile che il governo argentino “accetti condizioni coloniali perché più di 450 veicoli e i loro piloti possano giocare all’avventura e una ditta francese (Aso, Amaury Sport Organisation) faccia il suo gran business, che include una donazione di 5 milioni di dollari del governo argentino.”
Ricorda Mempo Giardinelli in un articolo rivelatore: “Il rally all’inizio era un safari ma presto ci si accorse del filone che rappresentava come vetrina delle più famose marche di veicoli, bibite, sigarette e altri articoli di consumo, più i diritti televisivi.”
Un giro d’affari milionario, insomma, e milioni di spettatori. Il sito ufficiale del Rally Dakar (www.dakar.com), che progetta l’anno prossimo di estendersi alla Bolivia – ma in Argentina c’è già chi lo ha ribattezzato Rally Dañar (danneggiare) – vanta 1200 ore di diffusione di immagini in 190 paesi attraverso 70 emittenti, conta fra i suoi patrocinatori compagnie petrolifere come Elf e Total, imperi automobilistici come Wolkswagen e Mitsubishi e una quantità incredibile di inserzionisti. Fiera-spettacolo insomma, piena di polvere e rumore su percorsi difficili, con quel tocco di agonismo feroce, potenza motoristica e riprese aeree che fa la felicità di innumerevoli telespettatori in pantofole.
Ma c’è anche chi non gradisce. Intanto le popolazioni attraversate, specie quelle che abitano le pampas e le regioni semidesertiche – terreni prediletti dal rally – e che raramente sono consultate o avvisate del passaggio della gigantesca carovana. L’anno scorso, le comunità indigene delle valli del Calchaqui, nella regione di Tucumán, e gli abitanti di Salta hanno manifestato contro il passaggio del rally, dichiarandolo “una manifestazione non gradita e soprattutto non invitata”.
Il Grupo de conservación de flamencos altoandinos di Salta denunciò al ministero dell’ambiente argentino “un elevato impatto negativo in termini di frammentazione funzionale per la fauna, inquinamento e danni diretti alla flora, distruzione di geoforme, morte di esemplari della fauna silvestre, distruzione del patrimonio archeologico e storico, perdite materiali e rischio per le vite umane”.
Nel 2009, un gruppo di archeologi cileni denunciò che, per colpa di una deviazione imprevista del percorso, la carovana passò su una zona di scavi nella Quebrada del Pelícano (regione di Coquimbo), un canyon proposto come patrimonio dell’umanità, e distrusse numerosi reperti di ceramiche e utensili preistorici.
La scia di quasi una sessantina di morti che il Rally Dakar si porta dietro va divisa in parti quasi uguali fra pubblico e piloti (o comunque addetti ai lavori). L’annus horribilis è stato certamente il 1986, quando fra il motociclista giapponese Yasuo Kaneko, investito da un automobile, e i cinque passeggeri di un elicottero che precipitò – fra cui l’inventore della Paris-Dakar, Thierry Sabine – la competizione lasciò sei morti sulla pista.
L’anno scorso, nell’autodromo cileno di Arica, un incidente elettrico ha ucciso il meccanico 25enne Cristian Cisternas e ferito altri due lavoratori. Nel 2009, alla prima tappa Buenos Aires-Cordoba, la giovane Sonia Natalia Gallardo è stata investita dal dérapage di un camion ed è morta sul colpo. Nel luogo in cui si trovava non erano stati messi nastri né transenne per il pubblico. I due piloti del camion vennero scagionati dal giudice in prima udienza.
L’elenco delle vittime è facile da trovare in rete; certe liste però contano solo i piloti morti, come se gli spettatori uccisi fossero “perdite collaterali”.
Altre cronistorie presentano le mine sotto i camion, le morti per pallottole vaganti o da infarto alla guida come una spolverata di paprika per aumentare la suspense della corsa.
Un altro vezzo del Dakar, che anche nella sua epoca euro-africana fu costretto spesso a modificare l’itinerario per via delle proteste, è quello di lasciare in sospeso fino all’ultimo il percorso di certe tappe, per aumentare la difficoltà della prova. Questo espone gli abitanti di alcune regioni attraversate, che non sono abituati a traffico di quel tipo, a rischi anche mortali.
Un’accusa frequente agli organizzatori è che, grazie alla benevolenza complice delle autorità, non li si obbliga neanche a presentare uno studio di impatto ambientale né a riparare i danni causati. Gli incidenti spettacolari – meglio se senza vittime o feriti – sono benvenuti dalle 50 troupe televisive ed entusiasmano il pubblico.
La pagina internet del rally, che nell’edizione 2012 partirà il 1º gennaio da Mar del Plata e arriverà il 15 gennaio a Lima percorrendo 9mila chilometri, esibisce, oltre a uno shop ufficiale e un gioco virtuale, due sezioni encomiabili: solidarietà e medio ambiente. Non c’è da grattare molto però per scoprire che la solidarietà con i paesi attraversati si limita a “donazioni” dell’ordine di 100mila dollari all’anno – una briciola rispetto al giro d’affari complessivo – incredibilmente ben amministrati, perché servono a edificare decine di “abitazioni d’urgenza”, promuovere corsi di alfabetizzazione e dotare varie famiglie di “attrezzature informatiche” (computer?).
In quanto al rispetto per l’ambiente, gli organizzatori hanno calcolato in 30mila t.eq.CO2 le emissioni totali della manifestazione (per metà causate dai competitori e metà dagli accompagnatori) e quantificano – secondo il sistema Redd, che monetizza l’ossigeno che respiriamo – in 200mila dollari il danno arrecato all’ambiente. Con questi soldi il Rally Dakar promette di finanziare il progetto Madre de Dios, per salvare dalla deforestazione 120mila ettari dell’Amazzonia peruviana che sarebbero stati distrutti nei prossimi dieci anni. E così il polverone è passato.
Per chi vuole approfondire l’argomento, alcuni articoli interessanti facilmente reperibili, tutti in spagnolo:
- Mempo Giardinelli, “¡Es el medio ambiente, estúpidos!”, Página 12
- Martín Raffo, “La otra cara del Rally Dakar”, ANS – Agencia Nodo Sur
- Alfredo Montenegro, “Un amasijo de bólidos contaminantes”, Agencia Walsh
- Martín Mantxo (Ekologistak Martxan) e Joanna Cabello (Carbon Trade Watch), “Rally Dakar 2011 y su impacto en el medio ambiente”, diarioecologia.com
pubblicato il 22 dicembre 2011
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Con il passo indietro del presidente del Senato Manlio Fabio Beltrones del Pri, che ha appena deposto le sue pretese di candidarsi, la corsa alla presidenza della repubblica, da disputarsi fra sette mesi in Messico, si restringe a due soli cavalli: Enrique Peña Nieto, eroe da telenovela martellato da Televisa, candidato dei poteri forti e del gran capitale (di tutti i tipi), degli Stati uniti, di Dio e del Vaticano, trionfalmente montato sul dinosauro del Pri – il Partido Revolucionario Institucional, ossimoro al potere dal 1929 al 2000, “orco filantropico”,“dittatura perfetta” in rentrée – contro uno sfidante di peso, Andrés Manuel López Obrador, Amlo, il trionfatore scippato del 2006, in sella al Morena – il Movimiento de Renovación Nacional, l’unico movimento popolare con milioni di iscritti e simpatizzanti – candidato del popolo in cerca di pane e giustizia, degli intellettuali e dei disoccupati, dei gay e degli operai, degli emigranti, delle donne e dei gatti. Chi vincerà? Il duello si promette interessante.
Chi ormai è completamente fuori gioco e senza possibilità di ripresa è il Pan, il Partido de Acción Nacional che nei suoi 12 anni al potere – prima con Vicente Fox, poi con Felipe Calderón – ha eroso fino all’osso la pazienza popolare con le sue politiche repressive e antinazionali. Oggetto di una denuncia presentata in questi giorni alla Corte penale internazionale dell’Aia per delitti contro l’umanità, detestato da un elettorato che lascia in un mare di sangue e con le tasche vuote, il governo del presidente Calderón deve già star negoziando per guadagnare l’uscita senza passare dal tribunale. Altrimenti dovrebbe rendere conto dei più di 50mila morti che ha già provocato la sua stolta “guerra al narcotraffico”, un’ecatombe delle dimensioni di un genocidio.
L’ultima sconfitta elettorale nello stato di Michoacán, dove Calderón voleva imporre come gobernadora sua sorella Cocoa ma non ci è riuscito malgrado la valanga di aiuti sottobanco, sancisce il definitivo declino del Pan, il partito dell’estrema destra clericale e faccendiera che è rimasto al potere per un secondo sessennio (2006-12) solo perché il Pri glielo ha permesso. E adesso, per il Pri, è venuta l’ora di riscuotere.
Se gli accordi per il passaggio di poteri fra il Pan e il Pri sono più ovvi che segreti, l’incognita vera è: ce la farà questa volta il popolarissimo – ma anche odiatissimo – Amlo, designato dai sondaggi come il candidato unico della sinistra, davanti al sindaco della capitale, il moderato Marcelo Ebrard, a rimontare le preferenze, ora molto a favore di Peña Nieto, delfino dell’oligarchia e delle tv? Da qui al 1º luglio può succedere di tutto.
pubblicato il 24 novembre 2011
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Il 25 novembre prossimo verrà presentata alla Corte penale internazionale dell’Aja una denuncia contro il presidente messicano Felipe Calderón, alcuni membri del governo e i maggiori narcotrafficanti per crimini di guerra e lesa umanità. L’azione legale è stata annunciata martedì scorso a Città del Messico da un gruppo di intellettuali, avvocati e giornalisti che ha già raccolto 20mila firme di sostegno all’iniziativa.
L’avvocato Netzai Sandoval Ballesteros, che ha collaborato a formulare la denuncia, ha spiegato che questa si deve all’emergenza vissuta dal paese, che sta attraversando la crisi umanitaria più grave della sua storia con più di 50mila morti, 230mila rifugiati e circa 10mila desaparecidos, oltre 1300 bambini trucidati, vittime “collaterali” di scontri a fuoco.
L’avvocato Sandoval ha affermato che le violazioni dei diritti umani della popolazione sono una costante e che i gruppi più vulnerabili, come le donne, i giovani e i migranti, sono quelli che risentono maggiormente della violenza da parte delle autorità e della delinquenza organizzata. Ha anche ricordato che in Messico solo il 12% dei delitti viene denunciato e solo l’8% è oggetto di indagini.
Nel documento, presentato alla stampa e pubblicato recentemente in rete (www.petitiononline.com/CPI/petition.html, può essere firmato solo da cittadini messicani, i dati non comprendono il 2011), compaiono in qualità di denunciati, oltre al presidente Calderón e al famoso narcotrafficante El Chapo Guzmán, anche i ministri della difesa, della marina e della pubblica sicurezza. “Nelle guerre esistono limiti”, afferma la denuncia, “e in questa sono stati superati in modo catastrofico.”
Il documento, che ha già provocato la reazione irritata della ministra degli esteri Patricia Espinosa, portavoce di un governo preoccupato solo della propria immagine, menziona le atrocità commesse dai narcos per il controllo del territorio in un paese ridotto a campo di battaglia, a immenso cimitero a cielo aperto: esecuzioni, sequestri, decapitazioni, messaggi scritti con sangue, uso di sicari adolescenti.
Ma non passa certo sotto silenzio le stragi di semplici cittadini, fra cui anche molti bambini, commesse dai soldati ai posti di blocco o durante operazioni di polizia. Si denunciano anche i sequestri, le torture e le desapariciones perpetrati dai militari ai danni di persone considerate sospette, le aggressioni sistematiche ai migranti centroamericani come politica di stato, l’impunità dei soldati che commettono delitti grazie alla protezione della giustizia miltare, la diffamazione postuma delle vittime civili anziché la riparazione del danno. La maggioranza di questi reati, effettivamente, è di competenza della Corte penale internazionale e i documenti che li comprovano verranno presentati il 25 novembre al fiscal della Corte Luis Moreno Ocampo.
La denuncia all’Aja rappresenta l’ultima iniziativa dei difensori dei diritti umani e dei settori democratici per tentare di fermare un processo, tuttora in crescendo, che ha sempre più i caratteri del genocidio. Quest’anno, 2011 – e non è ancora finito – i morti provocati dalla tanto strombazzata guerra al narcotraffico hanno già superato i 10mila. Il giornalista e produttore Epigmenio Ibarra, che è uno dei fautori della denuncia, ha scritto una lettera di spiegazione che condensa l’indignata amarezza della società civile messicana, decisa ad impedire la definitiva discesa agli inferi del paese.
LETTERA-ARTICOLO DI EPIGMENIO IBARRA
“Non c’è crimine più grave di quello commesso contro un intero paese da chi lo governa, si suppone che eletto dalla maggioranza. Non c’è crimine più grave di quello commesso da colui che, al riparo del potere ottenuto per la via ‘democratica’, conduce il suo paese alla rovina.
E più ancora va denunciato chi ha preso il potere come Felipe Calderón Hinojosa, dopo un’elezione piena di irregolarità e che, una volta in carica, mosso dai propri interessi politici e propagandistici, si prende la libertà di determinare un destino cruento per tutti.
Quello stesso che utilizzò come strumento elettorale la guerra sporca e seminò la discordia. Colui che, con calcolata irresponsabilità, trasformò l’elezione presidenziale in una crociata, prodromo dell’installarsi della morte violenta fra noi.
Un’elezione come quella del 2006, che venne manomessa illegalmente – come dichiarò la massima autorità elettorale e tutti constatammo – dal presidente in carica Vicente Fox Quesada e dai poteri de facto.
Lasciammo passare quel crimine. Di fronte a quell’evidenza, tutti chiudemmo gli occhi: i media, le categorie, i cittadini, ci conformammo. La paura dello scontro sociale. Il conformismo. La convenienza. L’inerzia. I timori ideologici ci fecero accettare l’inaccettabile. Oggi ne paghiamo le conseguenze.
Martedì 11 ottobre, un gruppo di avvocati della Unam,la UniversidadNacionalAutónoma de México, ha annunciato che presenterà, a nome di più di 20mila cittadini messicani, una denuncia contro Felipe Calderón Hinojosa alla Corte Internazionale dell’Aja.
Io sono uno di quei 20mila, appoggio questa iniziativa. Lo faccio convinto che a Calderón, negli ultimi 400 giorni del suo agonizzante mandato, di fronte alla possibilità che la cifra di morti e la violenza crescano esponenzialmente, dobbiamo noi messicani, in qualche modo, legargli le mani.
Il danno che quest’uomo vanitoso, che si guarda tutti i giorni nello specchio della propaganda, ha causato al paese è enorme. La sua chiusura di fronte alle proteste e alle proposte anche. Il danno che può ancora causare, finché occupa la presidenza, è maggiore. Non possiamo semplicemente “lasciarlo fare”. I morti che verranno per la sua ostinazione, per i suoi errori, li avremo noi sulla coscienza se non agiamo.
La paura ancestrale della figura presidenziale, il “rispetto delle istituzioni”, la comodità o la rassegnazione non possono né devono servirci più da alibi.
Uno strumento fondamentale della democrazia è la revoca del mandato o quando questa non esiste, come nel nostro caso, la ricerca di vie legali per impedire che chi occupa il seggio presidenziale, anziché servirci, si serva di noi.
Noi cittadini, se non vogliamo perpetuare gli abusi di chi ci governa, abbiamo l’obbligo di porre loro un limite, in modo radicale e per la via democratica e legale. Se la legislazione nazionale o le risorse tradizionali alla nostra portata non sono sufficienti è necessario trovare altre strade.
Noi cittadini ci siamo già rivolti in diverse occasioni alla Corte Interamericana. E’ stato inutile. Sia i governi precedenti che l’attuale non ci fanno caso. Si burlano delle sentenze di questa corte. Faranno lo stesso con quella dell’Aja? Forse.
E’ nostro dovere, prima che il paese esploda, tentare tutte le strade di trasformazione pacifica, di contenzione istituzionale del potere. E’ in gioco il nostro futuro, la viabilità stessa della nazione. Niente di più importante e urgente che impedire che chi ci governa oggi apra impunemente ferite così profonde come quelle aperte dalle guerre e da decine di migliaia di morti. Ferite che generazioni intere non possono rimarginare.
Molti diranno che questa iniziativa di mettere Calderón sul banco degli imputati, quello stesso che ha visto sfilare Milosevic e altri genocidi, è eccessiva. Io non penso affatto. Io ho vissuto la guerra. So di quella dialettica irrefrenabile che installa la morte violenta. Conosco la forma brutale in cui riscuote le sue terribili cambiali alla gente e non posso continuare a stare con le braccia conserte.
Non mi muovono né l’odio né l’antipatia. L’odio, piuttosto, è proprio di Calderón e dei suoi, degli araldi del fascismo che prendono le sue difese nelle reti sociali con una predica violenta e intollerante.
Mi muovono i dati duri, le stragi continue, l’insensibilità brutale di un governo che promuove la vendetta invece della giustizia, che utilizza la paura e l’insicurezza dei cittadini come strumento di controllo. Mi muove la certezza che la dottrina e la strategia di guerra, fallite di per sé, portano inevitabilmente alla formazione di squadroni della morte che, allo stesso modo dei criminali che uguagliano, fanno della “morte esemplare” la risorsa dissuasiva strategica. Mi muove la forte convinzione che un uomo va fermato, che bisogna legare le mani di Felipe Calderón Hinojosa, il quale, senza alcuna legittimità, ansioso di dare un senso e una rilevanza storica a una presidenza grigia sotto tutti gli aspetti, ci ricetta la guerra come unico destino.”
pubblicato il 15 ottobre 2011
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Questo 15 settembre, come tutti gli anni, si é celebrata la cerimonia del Grito, il grido di indipendenza dalla Spagna che il cura Hidalgo, prete scomunicato, lanció dalla cittadina di Dolores, nello stato di Guanajuato, il 16 settembre del 1810. Sará stato il clima piovigginoso, o anche la parola d’ordine “non c’é proprio niente da celebrare”, ma la festa quest’anno é stata fiacchissima.
Non solo. Quando il presidente Calderón (che si é beccato qualche “buuuuuu”) ha esaurito la lista dei padri della patria a cui inneggiare, sigillandola con un triplice “Viva México!”dal balcone del Palazzo, si é aggiunto un chiaro e forte “Viva El Chapo!” dalla folla.
Orbene, Joaquín Archivaldo Guzmán Loera, detto El Chapo, é il capo del maggior cartello di narcos del Messico, compare fra i miliardari di Forbes ed é uccel di bosco dal 2001, quando, entrando Vicente Fox alla presidenza, El Chapo uscí subito di galera, evadendo da un carcere di alta sicurezza in un camioncino della biancheria. Il penitenziario di Puente Grande fu chiamato da allora Puerta Grande en el decennio del Pan alla presidenza – prima con Fox (2000-2006), ora con Calderón (2006-2012) – il potere del cartello di Sinaloa,che é quello del Chapo Guzmán, si é tremendamente rafforzato.
Su un personaggio come El Chapo, che ha stimolato molta cronaca e tanta letteratura e produzione discografica, é ormai difficile districare leggenda e realtá. C’é chi dice di averlo visto cenare tranquillamente, e in buona compagnia, in ristoranti di lusso di Cittá del Messico, Monterrey e Guadalajara. Il vescovo di Durango, Héctor González Martínez, ha affermato piú volte che “il capo dei capi” vive indisturbato in una dellesue proprietá vicino Guanaceví, un villaggio nello stato di Durango, ma che nessuno osa bussare alla sua porta. Sará?
Ugualmente misteriosa é l’origine del grido “Viva El Chapo!” lanciato nello Zocalo di Cittá del Messico a ridosso dell’allocuzione presidenziale. Una battuta scherzosa? Una provocazione? Una constatazione? Piú che chiarirne l’eziologia, il seguente articolo di Pedro Miguel, tratto dal quotidiano La Jornada, ne spiega il contesto.
PS: Ha voglia Calderón a girare spot di 50 minuti per promuovereil turismo in Messico. Ha voglia a incazzarsi con i giornalisti perché danno una “mala imagen” del paese e a istruire gli ambasciatori perché facciano un po’ di buon marketing all’estero. I 35 cadaveri scaricati a Veracruz a pochi metri da una conferenza nazionale di procuratori sono difficili da tappare. Ma ci si puó sempre consolare dicendo, come fa il presidente: “In Messico la delinquenza organizzata non é piú forte dello Stato come in altri paesi. Certo, fa piú morti.”
A río revuelto, ganancia de pescador: nel gran casino é meglio approfittare. L’ultimo progetto di legge presidenziale consiste in una riforma del codice di procedura penale che consente, tra l’altro, alle forze dell’ordine di perquisire senza mandato – basterá una denuncia anonima – qualunque domicilio sospetto.
“VIVA EL CHAPO!”
di Pedro Miguel
Potete vederlo in Youtube, se non lo tolgono prima: http://www.youtube.com/watch?v=UdiQ4PWIPuU. L’esclamazione burlona esplode subito dopo che il signore del balcone ha finito di lanciare degli evviva compatti, con la lista degli eroi patri ridotta al minimo indispensabile, quasi una commissione rappresentativa. Di sotto, fra la gente comune che é venuta fin qui alloZocalo, si risponde all’esortazione con fischi e grida di “Buuuuu!” e “Rottinculo!”, peró mano a mano che avanza l’enumerazione dei nomi, la gente si disciplina e lancia gli evviva in coro. Ma appena l’ometto con la bandiera smette di gridare e sta per suonare la campana, qualcuno aggiunge: “Viva El Chapo!”
E’ chiaro che non si tratta di un narcogrito, ma di uno scherzo privo di gusto, peró fa ugualmente male e ferisce: la menzione del criminale di alto bordo, dell’uomo che molti reputano il narco favorito – e perció scomodo – di due presidenze, quello che evade con Fox e si sistema con Calderón, rimane incastrata fra i nomi di Hidalgo, Morelos, la Corregidora, Allende, Aldama e Matamoros. Dopo l’indipendenza e il nome della nazione,“viva El Chapo”. Come sapere se l’autore di quel grido anonimo si stava solo burlando del cerimoniale, o se si é sentito insultato, a sua volta, dalla vacuitá e dall’estrema sfacciataggine delle esortazioni civiche che piovevano dal balcone presidenziale e ha deciso di farsi specchio del cinismo intrinseco, o se sapeva qualcosa sull’argomento e si é preso la libertá di speculare su quello che in realtá voleva gridare il governante, o se invece era solo ubriaco?
Poche ore prima, quella mattina, Calderón aveva parlato delle virtú della democrazia, della pertinenza di contare i voti, della necessitá di evitare che il potere pubblico faccia campagna per qualche candidato. Tutti ricordano come fu imposto a forza alla presidenza, tranne lui, che se n’é scordato. Poi, in serata, lo si é sentito applaudire all’indipendenza nazionale; lui, che si é tanto adoperato – e con ottimi risultati – per distruggerla; lui, che é stato piú vendipatria di tutti i suoi predecessori messi insieme; lui, che tramite il ministro García Luna ha consegnato i servizi di intelligenza messicani alle agenzie di spionaggio degli Stati uniti; lui, che riscatta con i nostri soldi
le imprese speculatrici spagnole con problemi (si riferisce al recente riscatto di Repsol effettuato da Pemex, ndt). Lui, che ha firmato l’iniziativa Merida per subordinare le forze militari e poliziesche del nostro paese ai piani del governo di Washington, alleato di chiunque partecipi alla narcoguerra in Messico, a qualunque bando appartenga.
L’esasperante cinismo espresso da quel grido emblematico il 15 settembre nello Zocalo é uno dei saldi del progetto politico-economico imposto al Messico a partire dagli anni ’80. Dai vertici istituzionali é possibile promuovere valori nella societá ma anche miserie, e non solo economiche. Per tre decenni il nostropaese é statosottoposto a una sistematica opera di demolizione, presentata come costruzione di un Messico migliore. Il regime – che sia stato del Pri o del Pan – si é impegnato a inculcare nella popolazione il disprezzo per gli altri, lo smantellamento dei principi di solidarietá, lo svuotamento del significato della storia nazionale. Il massimo omaggio ufficiale ai padri dell’indipendenza é consistito nell’esibizione necrofila dei loro teschi, quasi un revival dell’esecuzione monarchica.
Quando Salinas de Gortari si prende il disturbo di criticare il neoliberalismo che lui stesso ha imposto a sangue e corruzione nel paese, quando ci dicono che se ci stanno uccidendo é per il nostro bene, quando si afferma che l’economia nazionale é solida e va nella direzione corretta, non c’é niente di male a includere il nome di qualche narcotraficante alla lista degli eroi che hanno fatto la patria.
Per fermare questo cinismo si richiedono molti sforzi e un’attivitá che trascende la mera lotta política. Per esempio, raccontare giorno per giorno, in tutti gli angoli del paese, la storia nazionale, restituirle il suo significato, vincolare le gesta dell’Indipendenza, della Riforma e della Rivoluzione con il momento attuale.
E visto che il sistema educativo e l’apparato propagandistico dello Stato, cosí come l’insieme delle istituzioni, sono stati sequestrati da criminali reazionari, il lavoro debe essere fatto dal basso. La vera pubblica istruzione– di bambini e di adulti -dipende dalla capacitá della societá di organizzare questo compito cosí necessario.
pubblicato il 23 settembre 2011
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L’incendio doloso del Casino Royale di Monterrey, in cui due settimane fa 53 persone sono morte carbonizzate o per asfissia perché la casa da gioco si rifiutava di pagare un pizzo settimanale di 10mila dollari, è la esatta e tragica copertina del Messico d’oggi. Tant’è che il settimanale Proceso ha usato la foto della coppia presidenziale, fiancheggiata da una corona funebre sullo sfondo delle macerie fumanti: è il casinò della strage o l’intero paese?
Monterrey, Nuevo León. 25 agosto, ore 15:30. E’ l’ora della siesta, un’ora mezzo fiacca, fra clienti e personale ci saranno un centinaio di persone. Una dozzina di uomini vestiti di scuro scendono da tre camionette, quattro restano fuori di guardia, gli altri entrano sparando in aria e insultando la gente. Portano grandi taniche, cospargono di benzina i locali. Dicono ai presenti di andarsene ma scappano appiccando il fuoco, senza dar tempo alla gente di mettersi in salvo. Le fiamme divampano istantaneamente, le uscite di sicurezza sono tutte bloccate, il panico fa il resto. Più di metà dei presenti non riuscirà a salvarsi da quella trappola infernale.
I responsabili della strage, catturati pochi giorni dopo dalla polizia con insolita solerzia, hanno affermato che non avevano intenzione di uccidere tutta quella gente ma che la cosa gli era scappata di mano. Questo non ha impedito al presidente Calderón di condannare nelle sue dichiarazioni “l’atto di terrorismo”, ben sapendo che con il solo pronunciare la parola demoniaca si sta legittimando e anzi richiedendo l’intervento statunitense.
“Il rogo del Casino Royale”, afferma l’acuto politologo Luis Javier Garrido,”è diventato la lapide del deplorevole governo de facto di Felipe Calderón, che con la sua guerra al narco ha cercato deliberatamente di ottenere il pieno appoggio di Washington dopo la frode elettorale in cambio delle risorse strategiche della nazione e del controllo del paese.”
Ed è bastato sfiorarla appena, quella lapide, perché uscissero fuori i vermi della corruzione politica: il proprietario del casinó – uno dei maggiori zar messicani del gioco d’azzardo – ha dichiarato agli inquirenti da un consolato negli Stati uniti, non si sa neanche da quale (segreto istruttorio)? Il fratello del sindaco di Monterrey è comparso in vari video – poi trasmessi da tutti i telegiornali – ricevendo somme in contanti dalle case da gioco: erano mordidas (il pizzo messicano) o, come sostiene il sindaco, pagamenti per la fornitura di latticini? Su questo traffico di formaggi si è fatta molta ironia e al sindaco in odore di mafia (che appartiene al Pan, il partito del presidente, ma non all’ala calderonista) è stato chiesto di dimettersi, per facilitare le indagini. Inaspettatamente, Fernando Larrazabal, detto Larry, nella difesa accanita del fratello scomodo si è opposto all’ordine del partito e si è rimesso alla volontà dei suoi elettori attraverso un referendum.
L’onda d’urto dello scandalo avrebbe dovuto colpire, nelle intenzioni del governo Calderón, anche il governatore dello stato di Nuevo León, Rodrigo Medina, del Pri, il partito pronto a ritornare al potere.
Come una gigantesca spada di Damocle, le prossime elezioni presidenziali del 2012 sovrastano e condizionano fin d’ora l’intera vita politica del paese: nei prossimi nove mesi non volerà una mosca se non in funzione del posizionamento nella pista elettorale. Le fiamme dell’incendio del casinò hanno raggiunto anche il Pan, il partito dell’estrema destra clericale e faccendiera attualmente al potere. Non è stato difficile ricordare che fu proprio Santiago Creel, uno degli attuali precandidati del Pan alla presidenza, ad aprire incondizionatamente alle case da gioco, che il presidente Cárdenas aveva vietato negli anni ’30. Sotto la presidenza di Vicente Fox (2000-2006), Santiago Creel, allora ministro degli interni aveva concesso una grandinata di permessi – molti al gruppo Televisa, in cambio di futuri favori elettorali – per questi templi del gioco d’azzardo e delle slot machines, grandi lavanderie di narcodollari. Oggi c’è chi considera che questo “errore” del passato possa costare definitivamente la candidatura a Creel.
Se la lotta fra il Pri e il Pan per la prossima presidenza si promette all’ultimo sangue – con il Pri, il partito quasi-unico che governò il Messico dal 1929 al 2000, sicuro di un suo rientro e il Pan deciso a non mollare la presa di una terza presidenza – meno chiaro è il ruolo e lo spazio che occuperà la sinistra. Malamente rappresentata dal Prd, il Partido de la Revolución Democrática, che contiene molte correnti e almeno due anime (una di lotta e una di governo, ricorda niente?), fratturata al suo interno fra “obradoristi”(seguaci di Andrés Manuel López Obrador, Amlo, che vinse le elezioni nel 2006 ma fu scippato dal Pan: non riconoscono come legittimo il governo di Felipe Calderón) e “collaborazionisti” (seguaci di Jesús Ortega, detti chuchos, non solo riconoscono il governo Calderón ma propugnano alleanze elettorali Pan-Prd, una formula diavolo-acquasantista ma già provata, che in alcuni casi rappresenta l’unica possibilità di battere il Pri), la sinistra contava finora su due possibili candidati: Amlo, in cerca della rivincita sulla mafia che gli rubò la presidenza nel 2006, e Marcelo Ebrard, il sindaco di Città del Messico attualmente in testa ai sondaggi. Mentre Amlo in questi anni si è distanziato sempre più dal Prd, ormai in mano ai chuchos, fondando un proprio movimento popolare – il Morena, Movimiento de Regeneración Nacional con milioni di iscritti – Marcelo Ebrard lo ha sempre accompagnato nella sua resistenza, rifiutandosi finora di stringere la mano a Felipe Calderón. Poi, pochi giorni fa, una brusca e inattesa virata.
La liturgia dei tempi del Pri è andata poco a poco modificandosi. Tradizionalmente, il 1º settembre il presidente in carica presentava il suo Informe a la nación di fronte alle due Camere riunite, alla presenza di governatori e alti magistrati. Dopo alcune forti contestazioni a questo rituale – al presidente Fox, in una occasione, venne negato l’accesso al Parlamento dai deputati dell’opposizione – il presidente di turno preferisce prudentemente mandare una copia scritta alla sede del potere legislativo. E’ quanto ha fatto anche quest’anno Felipe Calderón, convocando poi per inviti a un’edizione privata della cerimonia nel Museo nazionale di Antropologia. Nessuno dei presenti sembrava prestare molta attenzione al discorso del presidente, pieno di espressioni autoelogiative per un governo che lascia il paese a brandelli. L’unico evento che ha fatto notizia è stato la stretta di mano che Marcelo Ebrard, fino a ieri possibile candidato della sinistra, ha concesso a Felipe Calderón, rompendo una resistenza quinquennale. Significa che di fronte al favorito priista Enrique Peña Nieto, bamboccio pubblicizzato da Televisa e spinto dall’ancora potentissimo ex-presidente Carlos Salinas de Gortari, rappresentante dell’oligarchia messicana, l’unica alternativa è un frankenstein destra-sinistra?
pubblicato il 10 settembre 2011
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Gli aymara delle Ande – un popolo-nazione di origini preincaiche, oggi diviso fra Perù e Bolivia – non sono gente da farsi mettere sotto, storicamente parlando. E ancora oggi danno prova della loro ammirevole capacità di lotta, vincendo in questi giorni una controversia di enorme importanza: la progettata centrale idroelettrica sul fiume Inambari non si farà. Un decreto ministeriale del governo uscente di Alan García cancella il progetto, che aveva sollevato la resistenza compatta degli abitanti dell’altopiano.
Gli aymara della regione di Puno – che comprende il lago Titicaca, il più alto lago navigabile del mondo, preziosa riserva d’acqua insieme ai ghiacciai andini – riuniti nel Frente de defensa de los recursos naturales de la región sur de Puno, erano da più di un mese in agitazione, praticando forme di lotta dura che condividono con molti altri popoli indoamericani, primo fra tutti il blocco delle arterie stradali o fluviali che attraversano i loro territori. Queste e altre misure di pressione sulle autorità – scioperi, manifestazioni, piantoni, blocco del ponte internazionale del Desaguadero, che collega il Perù con la Bolivia sulle sponde del Titicaca – hanno ottenuto la cancellazione del megaprogetto, che era stato affidato alla compagnia Egasur (Empresa de Generación Eléctrica Amazonas Sur), filiale del consorzio brasiliano Igesa, come ha annunciato giorni fa il viceministro per l’energia Luis González Talledo. La centrale sarebbe costata 5 miliardi di dollari e avrebbe prodotto 2.200 megawatt, ma solo la metà dell’energia era destinata al Perù, il resto sarebbe andato al Brasile.
A livello dichiarativo, il viceministro peruviano ha perfino affermato che d’ora in poi le concessioni alle multinazionali dovranno passare per l’approvazione delle popolazioni interessate, attraverso consulta previa “libera e informata”, come prevede il trattato 169 della Oil, l’Organizzazione internazionale del lavoro.
Il viceministro si è dimenticato di puntualizzare che una legge del Congresso che assume il trattato 169 nella legislazione nazionale – approvata dopo la strage di Bagua del giugno 2009, una strage di stato con cui il governo credeva di stroncare l’agitazione amazzonica – è stata bloccata dal presidente Alan García e giace, in attesa di revisione, nella terra di nessuno fra il Congresso e la presidenza.
Ma quello che prevale in questi giorni fra il vasto e compatto movimento popolare è la soddisfazione di aver fatto saltare un megaprogetto come la centrale dell’Inambari, certo utile per la crecente domanda di energia della regione ma nefasto per l’ambiente e le popolazioni locali.
Mauricio Rodríguez, presidente regionale di Puno, si è dichiarato soddisfatto del decreto governativo: “Il progetto della idroelettrica non solo avrebbe danneggiato la sicurezza e la vita della regione, ma avrebbe anche interferito con l’autostrada Interoceanica (ancora incompleta, che attraverso Bolivia e Brasile unisce il Pacifico all’Atlantico, ndr). L’Interoceanica passa proprio per dove volevano costruire la centrale idroelettrica, 100 chilometri di autostrada sarebbero finiti sott’acqua. Lì ci sono terre coltivabili, biodiversità, 10mila abitanti.”
Ma la vittoria della resistenza popolare sul megaprogetto dell’Inambari, che non è un trionfo definitivo ma solo una tregua temporanea, non ha smobilitato il movimento, che non rinuncia agli atri due obiettivi: il risanamento del fiume Ramis e un alt definitivo alle concessioni minerarie nella regione. Il Frente de defensa non pretende eliminare tutte le attività estrattive, petrolifere e minerarie, perché è cosciente che si tratta di una risorsa irrinunciabile, ma esige – con la forza che danno il diritto alla vita e il rispetto del territorio – che queste attività vengano condotte in maniera responsabile, consultando e beneficiando le popolazioni locali, che hanno diritti storici su quei luoghi in quanto popoli originari, e cercando di ridurre al minimo l’impatto ambientale. Tutte cose fattibili, se non fosse per la devastante voracità delle multinazionali e la poca trasparenza delle concessioni.
Mentre nella provincia di Carabaya, che era stata il centro delle agitazioni nell’ultimo mese, la gente festeggia (ma senza disarmare completamente) e le scuole riaprono, ad Ayaviri, nella provincia di Melgar, la gente fa scioperi a singhiozzo e blocchi stradali per far sospendere (o almeno controllare) l’attività di tre compagnie minerarie.
L’apparente atteggiamento distensivo del governo è fortemente contraddetto da quanto è successo a Lima mercoledì 15 giugno: il presidente del Frente de defensa di Puno, Walter Aduviri, che si trovava nella capitale insieme ad altri sette dirigenti per dialogare con il governo, non solo non è stato ricevuto da nessuna autorità ma si è trovato all’interno di una stazione televisiva, dove aveva partecipato a una trasmissione, con la polizia fuori che lo aspettava per arrestarlo. Walter Aduviri, che ha contato sulla protezione del direttore di Panamericana Tv e di due parlamentari appena eletti, si è trovato nella scomoda posizione di leader-portavoce di un movimento, ma anche di accusato di reati commessi da manifestanti, il 26 maggio a Puno. Istigatore di violenze, insomma (ma sono in molti ad aver denunciato la presenza di infiltrati in quella manifestazione).
Il governo di Alan García, con lo stesso giochino che usò anche due anni fa con gli amazzonici di Bagua, prima invita al dialogo, poi fa tintinnare le manette. Il giorno dopo però, i mandati di cattura contro i dirigenti aymara sono stati ritirati. “Non sono un delinquente,” ha detto Walter Aduviri uscendo dalla stazione televisiva. “Difendere le risorse naturali non è cosa da delinquenti.”
Più di duecento militanti del Frente de defensa avevano passato la notte di fronte alla sede dell’emittente per impedire la cattura del loro leader e Alberto Pizango, dirigente dell’Aidesep, la maggiore organizzazione degli indigeni amazzonici, è venuto a esprimere la solidarietà del movimento di lotta indoamazzonico. Altre migliaia di sostenitori avevano già annunciato forti proteste nella città di Puno nel caso Aduviri fosse stato arrestato.
pubblicato il 23 giugno 2011
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Wikileaks comincia a fare le prime vittime nella diplomazia. Dopo il ritiro di Gene Cretz, ambasciatore Usa in Libia, che si dileggiava a descrivere le bionde e formose infermiere di Gheddafi, è la volta di Carlos Pascual, ambasciatore gringo – anche se nato a Cuba –a Città del Messico che ha presentato il 19 marzo le dimissioni “per motivi personali”.
In realtà, il ritiro di Pascual è la logica conclusione di una serie di incidenti che hanno messo a nudo l’inarrestabile interventismo statunitense a sud del Rio Bravo – iniziato con il Piano Mérida di lotta al narcotraffico e arrivato recentemente a sopravvoli di droni a sud della frontiera – così come il simmetrico servilismo del governo messicano, che è arrivato a chiedere aiuto a Washington per rendere governabile Ciudad Juárez.
La notizia che ha innescato una dinamica distruttiva nei rapporti fra Messico e Stati uniti è stata la venuta a galla dell’operazione “Fast & Furious”, una notizia che non smette di sollevare onde: negli ultimi quindici mesi le autorità statunitensi, attraverso l’Atf (Alcohol, Tobacco and Firearms, l’ufficio federale incaricato del controllo delle armi da fuoco), hanno rifornito di armi da guerra i cartelli dei narcos messicani.
La rivelazione, fatta in un programma di Cbs News lo stesso giorno (3 marzo) in cui il presidente Calderón era in visita ufficiale a Washington, ha già provocato un terremoto negli ambienti politici dei due paesi.
Non fosse stato per la morte di due agenti gringos crivellati da quelle stesse armi – il primo, Brian Terry, era un agente della Border Patrol ucciso in uno scontro a fuoco a dicembre in Arizona, l’altro, Jaime Zapata, un agente dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement) trucidato da una banda armata a metà febbraio nel corso di una missione undercover in Messico – dell’operazione Fast & Furious non se ne sarebbe saputo nulla. E’ stato uno degli agenti che vi partecipavano, il 39enne John Dodson, con una grave crisi di coscienza e ora con una gran paura di perdere il posto, a fungere da gola profonda.
Nel programma della Cbs, John Dodson ha vuotato il sacco: l’operazione Fast & Furious, che era stata approvata dal dipartimento di Giustizia, prevedeva che, contrabbandando armi all’interno del Messico e seguendone il percorso, si sarebbe arrivati agli ultimi destinatari, sgominando così intere gang di criminali. In realtà, l’Atf non aveva mai effettuato alcun arresto di rilievo – solo ora, a scandalo esploso, sono stati resi noti una ventina di arresti, ma di semplici “straw buyers”, trafficanti minori e prestanomi – e aveva finito per mettere in mano alla delinquenza organizzata un arsenale sufficiente per un piccolo esercito. Più di duemila armi di grosso calibro, dai classici kalashnikov ai famigerati Barrett 50 prediletti dai narcos, i mitragliatori con mira telescopica che sfondano le auto blindate (e, secondo un marine dimostratore in Youtube, “se ben usati, possono segare in due un uomo a duemila metri”).
Il fatto che quell’armamento cominciasse a seminare vittime fra i loro colleghi ha spinto vari agenti che partecipavano all’operazione, fra cui lo stesso Dodson, a manifestare le loro inquietudini ai propri superiori. Che, a quanto pare, li avrebbero tranquillizzati dicendo: “Ragazzi, se si vuole fare un’omelette, bisogna per forza rompere le uova”. Significa che una certa dose di illegalità è necessaria e tollerabile, se si vuole imporre la legge?
Sia come sia, gli agenti “ribelli” hanno deciso di portare alla luce quella strana operazione e hanno richiamato l’interesse dei media dediti al giornalismo investigativo – primo fra tutti www.publicintegrity.org -, della Cbs e finalmente della commissione giustizia del Senato, presieduta dal repubblicano Charles Grassley, che ha aperto subito un’inchiesta.
In questi giorni, come bombe a grappolo, si sono ascoltate ripetute smentite da vari organi del governo Usa: nessuno ne sapeva un piffero dell’operazione Fast & Furious. Né Janet Napolitano, che pure dovrebbe vegliare sulla sicurezza interna del paese, né Hillary Clinton, che comunque ne ha approfittato per lamentare la violenza a sud del Rio Bravo e chiedere un rafforzamento della frontiera Messico-Guatemala, magari con l’aiuto statunitense. Anche il procuratore generale Eric Holder ha considerato “inaccettabile” un’operazione che ha fatto entrare illegalmente un armamento letale in Messico lasciandolo nelle mani della delinquenza organizzata.
A chi resterà in mano il cerino? Ai dirigenti dell’Atf che si sono inventati l’operazione, all’ufficio del dipartimento di Giustizia che l’ha autorizzata, a qualche funzionario minore che ci ha lucrato sopra? Perché c’è anche da considerare il giro d’affari milionario che sta sotto l’operazione, tanto che non è chiaro – ma dovrebbe uscir fuori – se si tratta di un business travestito da operazione di polizia o viceversa.
Per ora, a più di tre settimane dalle rivelazioni sul caso e con due commissioni d’inchiesta ancora al lavoro nei due paesi, la palla non smette di rimbalzare. Obama, il 26 marzo, ha dichiarato che è normale che i messicani non ne sapessero niente, visto che lui stesso era stato tenuto all’oscuro dell’operazione. Ma il dipartimento di Giustizia, secondo i propri funzionari, l’aveva autorizzata “dai suoi massimi livelli”.
Quello che difficilmente si saprà, a meno di un miracolo futuro di San Wikileaks, è se queste operazioni – Fast & Furious, secondo lo stesso John Dodson, sarebbe solo la punta di un iceberg e neanche conclusa – rispondono a una strategia segreta diretta a destabilizzare il vicino del sud, lo storico “cortile posteriore”, per estendervi il controllo e aumentare le ingerenze.
Sebbene con ritmi più latini, il pandemonio è scoppiato anche in Messico, dove si sente puzza di sovranità incenerita. Davanti a un governo che dice di non saperne assolutamente niente di questo “Rápido y Furioso”, Camera e Senato stanno reclamando spiegazioni e avviando inchieste su un episodio considerato gravissimo e suscettibile di mettere in questione i rapporti fra i due paesi. Il Senato ha convocato urgentemente il ministro degli esteri Patricia Espinosa e l’ambasciatore messicano a Washington Arturo Sarukhán perché informino sull’argomento.
Le relazioni fra il Messico e gli Stati uniti, già in crisi da prima, hanno toccato fondo con l’esplosione del caso Fast & Furious, che potrebbe rivelarsi tanto dirompente come un nuovo scandalo Iran-contras. La recente visita di Calderón a Washington, che ha segnato il quinto incontro fra lui e Obama, si è centrata soprattutto sulla fallita guerra al narcotraffico, che ha aumentato l’ingovernabilità in Messico e rischia di contagiare con la crescente violenza il potente vicino del nord. Ora, le rivelazioni di Fast & Furious gettano una luce schizofrenica sulla lotta al narcotraffico imposta dall’amministrazione Obama e aprono interrogativi inquietanti.
A Washington, fino a una settimana fa, mentre Calderón si lamentava dell’ambasciatore statunitense in Messico Carlos Pascual – che lo ha dipinto come un presidente debole e incompetente nei cablo di Wikileaks – ma lo faceva allo sportello sbagliato (in interviste ai giornali, anziché per i canali ufficiali), il governo Usa aveva riconfermato la sua fiducia incondizionata al diplomatico, che non è solo un esperto in “stati falliti”, quindi molto ben collocato sullo scacchiere, ma stava anche ottenendo succosi contratti con Pemex, l’ente petrolifero di stato, a beneficio delle compagnie statunitensi e in spregio alla Costituzione messicana.
Poi improvvisamente, lunedì scorso, ha presentato le dimissioni, riscuotendo il pieno apprezzamento di Obama e della Clinton, che lamentano il suo ritiro. Per Felipe Calderón, dicono gli opinionisti messicani, la caduta del proconsole Carlos Pascual, in carica dall’agosto 2009, è una vittoria di Pirro, che i gringos gli faranno pagare cara.
Nel gossip di Città del Messico faceva rumore la relazione dell’ambasciatore con Gaby Rojas, figlia del capogruppo parlamentare del Pri, il dinosauro che vuole tornare al potere.
ANCHE I GRINGOS PIANGONO
Senza troppo rumore, giovedì 10 marzo nella cittadina di Columbus, in New Mexico alla fontiera con Chihuahua, agenti federali hanno arrestato il sindaco, il capo della polizia e altri 11 funzionari pubblici della località di confine accusandoli di traffico di armi e droga. Gli arresti sono frutto di un’indagine realizzata congiuntamente dalla Dea (Drug Enforcement Administration), l’Atf (Alcohol, Tobacco and Firearms Department) e l’Ice (Immigration and Customs Enforcement) e confermano i sospetti di una crescente corruzione fra i funzionari della zona di frontiera.
Secondo un portavoce del Fbi citato dall’agenzia Notimex, i narcotrafficanti hanno aumentato le ricompense agli agenti e ai funzionari per ottenerne la collaborazione. “Esiste una tremenda tentazione, per qualcuno che è meno onesto, a lavorare con i delinquenti. Chi lavora sulla frontiera può farsi vari anni di stipendio in un paio di notti.”
Due mesi fa è entrata in vigore una nuova legge che obbliga tutti gli aspiranti ad entrare in un corpo di polizia di frontiera a sottomettersi a un test con la macchina della verità.
Gli arresti di Columbus sono stati eseguiti un giorno dopo la commemorazione (non festiva) di un evento storico localmente rilevante: una scorribanda oltreconfine, con relativo saccheggio della cittadina, perpetrata da Pancho Villa e le sue truppe il 9 marzo del 1916. Curiosamente, il motivo dell’incursione era una rappresaglia contro un mercante d’armi che aveva truffato il generale Villa vendendogli munizioni inservibili.
pubblicato il 28 marzo 2011
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Il caso di Florence Cassez, la giovane francese che sta scontando 60 anni di prigione in Messico per aver partecipato a vari sequestri ma che Sarkozy vuole riportare in patria a tutti i costi, è diventato lo scoglio su cui si infrangono i buoni rapporti fra i due paesi, ormai in piena crisi.
Trasformatosi da una decina di giorni in un braccio di ferro fra Nicolas Sarkozy, che si accanisce a voler ripetere l’exploit della “liberazione” di Ingrid Betancourt, e un Felipe Calderón che vedrebbe cadere la sua già infima popolarità se obbedisse alla richiesta francese, il caso Cassez sta generando un conflitto nell’opinione pubblica dei rispettivi paesi, una crisi fra i due governi, non si sa quanto facilmente ricucibile, e vari effetti collaterali devastanti. Primo fra questi, la cancellazione dell’Anno del Messico in Francia, una serie di manifestazioni culturali, artistiche e commerciali (più di 300 in una ventina di città) da svolgersi nell’arco di quest’anno per far conoscere il paese latinoamericano e la sua cultura ai francesi.
In realtà, in questo momento la partita intorno al “2011 Anno del Messico” è ancora inconclusa: da un esordio del presidente Sarkozy che minacciava con stizza la soppressione dell’evento si è passati da parte francese a una correzione di rotta, suggerita dalla stessa Florence Cassez, per mantenere tutte le manifestazioni utilizzandole per denunciare il suo caso. La proposta è piaciuta talmente a Sarkò che l’ha inalberata annunciando che l’anno del Messico sarebbe stato dedicato a Florence, che prima di ogni atto ci sarebbe stata una presentazione del suo caso e che lui stesso sarebbe intervenuto in qualche occasione.
Ce n’era abbastanza per far desistere i messicani, giustamente offesi dal fatto che una manifestazione così importante fosse dedicata a una criminale processata e condannata e si trasformasse in un reiterato “j’accuse” contro il Messico. Dalle stesse fila dell’Union pour un Mouvement Populaire, il partito di governo a Parigi, sorgono richiami alla moderazione.
“Non per essere francesi si è innocenti”, ha dichiarato la deputata Chantal Brunel dell’Ump, lamentando “il deterioro delle relazioni diplomatiche ed economiche fra i due paesi”. Anche il deputato conservatore Christian Vanneste, che pure fa parte del comitato per il rimpatrio di Cassez, ha affermato che “non bisogna confondere l’orgoglio con l’arroganza” né “mettere in pericolo le relazioni diplomatiche con un grande paese di 110 milioni di abitanti per un caso giudiziario”.
Lo scrittore Carlos Fuentes, che fu ambasciatore del Messico in Francia fra il 1975 e il 1977, ha commentato in intervista radiofonica: “Il presidente Sarkozy vuole farsi grande davanti al pubblico, apparire come il difensore della patria. Si sta comportando come un dittatore bananero per ottenere popolarità, visto che va molto basso nei sondaggi. E’ ridicolo.”
Per parte sua, l’attuale ambasciatore messicano a Parigi, Carlos de Icaza, ha dichiarato: “Desideriamo continuare le nostre eccellenti realazioni con la Francia che sono molto ricche e varie, con importanti interscambi economici, relazioni culturali e artistiche e una grande cooperazione nei settori accademici e scientifici. Il desiderio del nostro governo è quello di separare le cose, che una questione di carattere giudiziario resti separata dall’insieme dei nostri rapporti.”
Mercoledì scorso, De Icaza è stato praticamente obbligato ad abbandonare una sessione del senato parigino, dove era stato invitato a un dibattito sull’America latina, quando la ministra degli esteri Michèle Alliot-Marie, questionatissima amica di dittatori, ha rinfacciato al diplomatico in piena sessione – più a sproposito non si poteva – la posizione messicana sul caso Cassez.
Non bisogna immaginare però due fronti compatti (messicani colpevolisti/francesi innocentisti) uno di fronte all’altro. E’ piuttosto una configurazione yin/yang, in cui in ognuno dei due campi è presente il principio opposto: in Messico ci sono anche innocentisti di peso – l’intera Cem, la conferenza episcopale, per esempio – ma nessuno disposto a difendere un sistema poliziesco-giudiziario in cui dominano corruzione, inettitudine e ingiustizia; in Francia, anche se i socialisti appoggiano la campagna per il rimpatrio di Florence, c’è chi pensa che Sarkò ha passato ogni limite, decine di influenti intellettuali gli hanno diretto un appello chiedendogli di non boicottare l’anno del Messico e non tutta la stampa lo appoggia nella sua crociata (per un po’ di sana controinformazione, vedi www.sedcontra.fr o www.contrepoints.org).
Il governo francese si appella al trattato di Strasburgo, firmato con il Messico nel 1984, che permette (ma non obbliga) ai due paesi di concedere a un reo con sentenza definitiva l’estradizione al suo paese di origine per scontarvi la pena. Il punto è che per un delitto come il sequestro – e la Cassez è stata condannata a 60 anni con sentenza definitiva per concorso in tre sequestri, associazione a delinquere e porto d’armi da guerra – in Francia la pena massima è di venti anni e il trattato lascia aperta la possibilità di grazia o indulto in qualunque dei due paesi, il che significa che, una volta in Francia, Florence vedrebbe ridursi di molto la sua pena o sarebbe addirittura liberata, specialmente dopo la grande vittoria del rimpatrio. Un happy end insopportabile per la società civile messicana e in particolare per le numerose associazioni di familiari dei sequestrati, che stanno acquisendo, nel drammatico Messico d’oggi, un crescente peso politico.
Esecrata dall’opinione pubblica messicana, che la vede come una spietata sequestratrice giustamente punita, una straniera venuta a giocare a Bonnie and Clyde in un paese già afflitto dai sequestri, Florence Cassez è dipinta da quasi tutti i media francesi come un’ingenua borghese caduta nelle fauci dei lupi mannari messicani, che pure abbondano. Le due visioni sono talmente irriconciliabili che, mentre in Francia la Cassez sarebbe accolta come un’eroina liberata da un presidente che sa difendere i propri connazionali, in Messico la sua estradizione sarebbe considerata un insulto ai sentimenti popolari e una vergognosa cessione di sovranità.
Ma chi è e che ha fatto questa gracile biondina 36enne che si è sempre dichiarata innocente, ha già passato più di cinque anni in galera, è diventata una pietra dello scandalo internazionale, ha resuscitato inimicizie ottocentesche (il tentativo imperialista di Massimiliano d’Asburgo), provocato interrogazioni parlamentari e manifestazioni di piazza, inquinato i rapporti tra due nazioni e, se la bilancia della giustizia non si muove, uscirà di prigione all’età di 91 anni?
Originaria di Béthune, nel Pas-de-Calais, all’estremo nord della Francia, Florence Cassez approda in Messico nel 2003. E’ una 28enne in cerca di nuovi orizzonti, ha appena lasciato un buon impiego in Francia per conflitti sul lavoro e si trasferisce a Città del Messico dal fratello, che si è sposato con una messicana e importa macchinari per saloni di bellezza. Il fratello Sebastien la ospita per il primo periodo e la aiuta a trovare lavoro. E’ proprio lavorando come esecutiva di una grande catena alberghiera nel 2004 che Florence conosce Israel Vallarta, con cui intreccia una relazione sentimentale. Lui si presenta come un riuscito uomo d’affari ma in realtà si occupa di sequestri da vari anni. Ha una tenuta, il rancho Las Chinitas, a una trentina di chilometri a sud di Città del Messico, dove la porta a vivere e dove ospiterà più tardi i genitori di lei, venuti in visita dalla Francia. E’ lo stesso rancho in cui Israel e Florence verranno arrestati il 9 dicembre 2005 e in cui vengono liberati tre ostaggi, una signora con suo figlio undicenne e un ragazzo ventenne, provati psicologicamente ma illesi.
Mentre Israel Vallarta ammette la sua responsabilità – e anzi confessa altri sequestri precedenti e la sua appartenenza a una banda chiamata Los Zodiacos – Florence nega qualsiasi partecipazione ai crimini e addirittura si dichiara ignara dell’attività del suo amante. Sono i tre sequestrati, una volta in libertà, a riconoscerla, pur non avendola mai vista in faccia, come la donna che dava loro da mangiare e minacciava di amputargli un orecchio o un dito. Si dicono tutti e tre sicuri dell’identificazione per via dei capelli, delle mani e soprattutto della voce, con un inconfondibile accento francese.
C’è poi la testimonianza di un altro membro della banda, David Orozco, detto El Géminis, che indica Florence come la donna del capo che si prendeva cura dei sequestrati. Nelle dichiarazioni rese dopo l’arresto, Orozco ricorda come la coppia ostentasse continuamente il comando sugli altri uomini della banda, a cui non fornivano tutte le informazioni sui rapimenti, un atteggiamento questo che finì per creare animosità e defezioni di vari elementi, che emigrarono verso altre gang. La cattura di Israel e Florence, in realtà, avvenne l’8 dicembre del 2005 ma fu ripetuta il giorno dopo a beneficio delle telecamere di Televisa e TvAzteca che filmarono una “ricostruzione” dell’arresto come se stesse avvenendo in diretta. E’ questo uno dei punti a cui si aggrappa la difesa di Cassez per invalidare l’intero processo, che non brilla certo per scrupolosità giuridica.
Nell’aprile del 2008 Florence Cassez, i cui genitori sono stati ricevuti ben dieci volte all’Eliseo, è stata condannata a 96 anni, ridotti a 60 in appello, nel marzo 2009. Giovedì 12 febbraio la sentenza è stata confermata in ultima istanza e la possibilità dell’estradizione definitivamente negata, provocando la rabbia di Sarkò e la crisi dei rapporti fra i due paesi.
Oggi (22 febbraio) si è aperta a Rennes una rassegna cinematografica dedicata a Città del Messico. E’ una delle poche manifestazioni scampate al terremoto diplomatico. Una mostra delle maschere maya di giada, che si sarebbe dovuta inaugurare alla Pinacoteca di Parigi la prossima settimana, e un’esposizione di sculture e ceramiche precolombiane di Veracruz, programmata in un museo di Lyon, non si faranno: i curatori messicani hanno prudentemente rispedito in patria le due preziose collezioni.
pubblicato il 23 febbraio 2011
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Lo striscione appeso dal deputato Gerardo Fernández Noroña nell’aula del parlamento giovedì scorso, che alludeva a un presunto alcolismo del presidente Calderón, sembrava solo una provocazione un po’ goliardica. Ma ha scatenato un vero effetto domino, a partire dal licenziamento di Carmen Aristegui, una delle migliori giornaliste messicane. Ora sono in discussione i limiti della libertà di espressione, la libertà di stampa, i concetti di autoritarismo e democrazia e – perché no? – se il presidente alza davvero un po’ troppo il gomito o no.
La faccia di Calderón con uno sguardo obnubilato e la scritta “Permetteresti a un ubriacone di guidare la tua auto? No, vero? Allora perché gli lasci guidare il paese?” erano il contenuto dello striscione incriminato, appeso dal deputato Fernández Noroña sotto la tribuna del Congresso in piena sessione. La reprimenda del presidente della camera – e la rimozione dell’immagine offensiva, basata su una vox populi – non hanno fermato l’abbandono dell’aula da parte del gruppo parlamentare del Pan, il partito di governo, in difesa dell’onore presidenziale.
L’incidente sarebbe rimasto confinato nelle cronache parlamentari se Carmen Aristegui, enfant terrible del giornalismo d’inchiesta e di opinione, corrispondente Cnn dal Messico, non avesse sollecitato alla presidenza della repubblica, nella sua ascoltatissima trasmissione radio mattutina, di pronunciarsi in merito all’accusa/calunnia, ormai diventata notizia.
Apriti cielo. I proprietari di Radio Mvs, la dinastia dei Vargas, ansiosi per il rinnovo della licenza, hanno licenziato in tronco Carmen Aristegui, colpevole di “aver trasgredito l’etica professionale”.
La presidenza della repubblica ha smentito recisamente di avere a che fare con il licenziamento della giornalista e la soppressione del suo popolare programma.
Gerardo Fernández Noroña, esponente della sinistra vicino a Amlo (il presidente “legittimo” Andrés Manuel López Obrador), è un deputato del Partido del Trabajo non nuovo a questo genere di provocazioni. Ma quest’ultimo suo happening non è piaciuto neanche ad Amlo.
Carmen Aristegui è già stata “silenziata” tre anni fa, quando Radio W del Gruppo Prisa (lo stesso che controlla il quotidiano spagnolo El País) sospese il suo programma per aver denunciato le malefatte di Marcial Maciel, il pedofilo morfinomane con una sfilza di peccati lunga come la coda del diavolo, protetto da vari papi e fondatore dei Legionari di Cristo.
Scrive Jorge Zepeda Patterson nel suo blog (www.jorgezepeda.net) : “Io non so se Calderón ha un problema con il bere, ma certamente ce l’ha con la sua intolleranza. Il licenziamento di Carmen Aristegui da Mvs per le domande che la giornalista ha osato fare ci rivelano quanto lontani siamo ancora dal diventare una società democratica. Quello che ha fatto Carmen è stato assolutamente pertinente dal punto di vista dell’etica giornalistica: in qualunque paese democratico i giornalisti hanno l’obbligo di porsi domande pertinenti alla vita pubblica, compresi gli aspetti personali che influiscono sulla capacità di governare di un presidente.” (Ndt: ogni riferimento a fatti nostrani è davvero casuale).
E ancora: “Ma viviamo in un paese di simulazioni. In molti pettegolezzi da caffè, in conversazioni private in tutto il paese si è parlato di un presunto problema di alcolismo di Calderón. Che sia vero o no, il tema non l’ha inventato Carmen Aristegui.”
Intanto, mentre la rete pullula di messaggi di solidarietà per la “valiente y valiosa periodista” ed è già partito un boicottaggio contro Radio Mvs, nel parlamento statale di Nuevo León, i rappresentanti dei partiti di opposizione stanno sollecitando una dichiarazione ufficiale da parte della presidenza della repubblica. Saranno accusati anche loro di “trasgredire l’etica professionale”?
pubblicato il 8 febbraio 2011
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