L’anticastrista cubana Yoani Sánchez ha perso lo scettro di bloggera più letta, trasgressiva e criticata. L’ha spodestata Lucy, una giovane messicana che rischia la vita ogni giorno per editare il ‘Blog del narco’.
Al contrario della polemica Yoani, che non disdegna i riflettori e le apparizioni pubbliche (anche se contestate, come è successo recentemente a Perugia), Lucy vive da tre anni nella più stretta clandestinità, pubblicando notizie, foto, video sulle attività, le battaglie e le stragi perpetrate dai narcos – ma anche dalle forze dell’ordine – in una guerra iniziata nel 2006 dall’ex-presidente Felipe Calderón e ancora in corso.
“Chi sono?”, ha rivelato Lucy – uno pseudonimo scelto da lei, in onore alla nostra comune progenitrice – in una intervista telefonica con Rory Carroll del Guardian. “Sono una giornalista 25enne che vive nel nord del Messico. Sono una donna, non sono sposata, non ho figli. E amo il mio paese.”
Parte della sua esperienza, che ha propiziato la nascita di altri blog simili nel nord del paese, è raccolta in un libro di recente pubblicazione, intitolato Dying for the Truth, morire per la verità, un rischio che non l’ha mai abbandonata.
Una fascetta gialla avverte che le immagini contenute nel libro – la maggior parte foto prese con un cellulare e inviate da collaboratori anonimi – non sono adatte ai minori. E, ci sarebbe da aggiungere, alle persone impressionabili, deboli di cuore o di stomaco e alle donne in gravidanza.
La truculenza sanguinaria di quelle immagini, oltre a disgustare chiunque non sia un maniaco o un amante dell’orrido, fa sorgere immediatamente il dubbio sull’opportunità di pubblicarle. Esistono dei limiti, imposti dall’etica, dalla convenienza e dal buon gusto, che è bene non superare, dicono alcuni. Non si possono nascondere gli scheletri più spaventosi negli armadi, reclamano altri, tappando la realtà con un dito.
La polemica è viva e aperta, non solo in Messico e non solo come discussione deontologica fra giornalisti. L’oscenità della morte quando diventa spettacolo non dovrebbe essere censurata? L’iconografia delle stragi non dovrebbe limitarsi ad apparire in ambienti e media specializzati? D’altra parte, è giusto che una piaga sociale grave e preoccupante come le narcoejecuciones, le esecuzioni giustiziere dei cartelli, possa venire nascosta alla società?
Questi interrogativi diventano piccoli piccoli, libere esercitazioni del pensiero, di fronte allo zoccolo duro di una realtà terrificante: in Messico circa mille persone al mese continuano a morire ammazzate – spesso dopo atroci torture, mutilazioni e decapitazioni – da sei anni a questa parte, come frutto avvelenato della dissennata “guerra al narco” lanciata con grande entusiasmo dall’ex-presidente Felipe Calderón.
E nessuno fa niente per impedirlo. Nei quattro mesi della nuova presidenza di Enrique Peña Nieto, che si è limitato, secondo gli osservatori, ad applicare la sordina all’informazione, le stragi continuano immutate, il numero di orfani e vedove continua a crescere e alcune città di frontiera sono diventate città fantasma.
In questi ritmi da genocidio – Calderón è responsabile della sparizione di circa centomila persone, fra morti e desaparecidos, dell’esilio forzoso di decine di migliaia e su di lui pesa un’accusa per crimini di guerra e contro l’umanità davanti alla Corte penale internazionale – la cosa più tremenda è che circa un quarto delle vittime non vengono identificate, finiscono in fosse comuni o in cimiteri clandestini e nessuno ne sa più niente.
“Nella società messicana ci siamo abituati a vivere tra i cadaveri,” scrive Juan Pablo Proal. Ma se è comprensibile che la società messicana, di fronte a tanto sangue, si giri dall’altra parte per poter sopravvivere, non si capisce la finta indifferenza di chi, dall’esterno, potrebbe fare qualcosa per fermare questa incessante carneficina, uno dei più lunghi e sadici serial killing della storia.
L’Unione Europea, che ha firmato nel 2000 un “Accordo di associazione economica, concertazione politica e cooperazione” con il Messico, potrebbe far valere la clausola democratica contenuta nel trattato, che obbliga gli stati firmatari al rispetto dei diritti umani, finiti in Messico sotto una lapide. Il governo italiano, almeno finora, si è dedicato a contare come pecorelle le Fiat 500 che escono dalla fabbrica di Puebla (100mila all’anno, senza tracce di sangue) e non sconsiglia neanche ai connazionali di evitare il turismo in certe zone, come fa perlomeno il governo statunitense.
Traduco qui di seguito l’intervista che Rory Carroll del Guardian ha fatto alla bloggera Lucy il 3 aprile scorso. Per chi volesse leggerla in originale – insieme a un articolo di Melissa del Bosque e un brano del libro Dying for the Truth – i link sono:
http://www.guardian.co.uk/world/2013/apr/03/mexico-blog-del-narco-drug-wars?INTCMP=SRCH
http://www.guardian.co.uk/world/2013/apr/03/mexico-drugs-blog-del-narco?INTCMP=SRCH
http://www.guardian.co.uk/world/2013/apr/03/mexico-violent-drug-wars-book-excerpt?INTCMP=SRCH
“Hanno rubato i nostri sogni”: una blogger messicana rivela il costo di informare sulla guerra al narcotraffico
Rory Carroll (The Guardian, 3/4/2013)
Per tre anni ha fatto la cronaca della guerra ai narcos pubblicando foto, video e storie raccapriccianti che pochi osano mostrare e attirando milioni di lettori, applausi, denunce – per non parlare delle speculazioni sull’identità del cronista.
Il ‘Blog del Narco’ (www.blogdelnarco.com) ha fatto sensazione in internet e ha permesso di vedere dalla prima fila l’agonia del Messico nella guerra alla droga, diventando una lettura obbligata per le autorità, le bande criminali e la gente comune, perché mette a nudo, giorno dopo giorno, la terribile violenza censurata dai grandi media.
L’anonimo autore era rimasto finora avvolto dal mistero e molti si chiedevano chi fosse e cosa lo motivasse a correre i gravi rischi impliciti in quel tipo di reportage.
Ora, nella prima intervista da quando è iniziato il blog, l’autore ha accettato di parlare con il Guardian e il Texas Observer e ha rivelato che è una giovane donna.
“Non credo che la gente si immaginasse che c’era una donna dietro al blog”, ha detto la giovane, che ha chiesto di usare lo pseudonimo Lucy per proteggere la sua vera identità.
“Chi sono? Sono una giornalista 25enne che vive nel nord del Messico. Sono una donna, non sono sposata, non ho figli. E amo il mio paese.”
E’ la prima volta che Lucy ha parlato direttamente delle motivazioni che le fanno tenere un blog che potrebbe costarle la vita. Nei primi tempi del blog, il suo compagno d’avventura, che cura gli aspetti tecnici, fece dei brevi e anonimi scambi di email con dei giornalisti, ma da allora nessuno dei due si era più fatto sentire.
L’intervista telefonica è stata ottenuta attraverso un intermediario anonimo. Il Guardian si è assicurato con una prova che Lucy tenesse effettivamente il controllo del blog.
La giovane ha affermato che la sua intenzione è quella di mostrare la realtà di quanto sta accadendo per aiutare a voltare pagina. “Amo la mia cultura, il mio paese, malgrado tutto quello che succede. Perché non siamo tutti cattivi, non siamo tutti narcos, né tutti corrotti o assassini. Siamo ben educati, anche se molta gente la pensa altrimenti.”
Lei e il suo socio vivono con la paura quotidiana di essere scoperti sia dai cartelli della droga che dalle forze governative. Lucy rivela che un giovane e una ragazza che collaboravano con il blog sono stati trovati appesi a un ponte torturati e sventrati, un fatto traumatico per l’opinione pubblica messicana, pur abituata alle atrocità. “Ci mandavano spesso fotografie. E’ stato molto duro, molto doloroso.” Le minacce, dice, sono diventate più serie ultimamente.
Malgrado queste paure, Lucy ha appena scritto un libro che racconta dall’interno la storia del blog e descrive in maniera esplicita e truculenta il clima di terrore che i cartelli della droga hanno imposto nel paese. Il libro, pubblicato in inglese e in spagnolo, si intitola Dying for the Truth: Undercover Inside Mexico’s Violent Drug War, è dedicato “a toda la gente buena de México” e documenta le stragi e le esecuzioni del 2010, un anno chiave per i fatti di sangue.
“Ho scritto il libro per mostrare cosa stava accadendo”, ha detto. “Quando l’ho finito, ho tirato un sospiro di sollievo, perché pensavo che potevano ammazzarmi prima che lo finissi. Ma ora il libro c’è, è stampato, è un testamento di quello che abbiamo patito in Messico in questi anni di guerra.”
Adam Parfrey, che dirige l’editrice indipendente Feral House a Washington, specializzata in argomenti tabù, dice che il libro verrà messo in vendita con una fascetta gialla, come i nastri-transenne della polizia, per avvertire del contenuto. “E’ truculento e terrorifico. Va molto al di là di qualunque cosa abbia pubblicato. E’ un elemento importante per capire che succede nel paese vicino.”
Le rivelazioni del ‘Blog del Narco’ escono in un momento delicato. Il presidente Barack Obama visiterà il Messico ai primi di maggio per incontrare il suo omologo, Enrique Peña Nieto, che da quando ha assunto il governo, nel dicembre scorso, ha tolto energia alla guerra contro i capi della droga, riducendo così l’attenzione dei media.
Malgrado ciò, i fatti di sangue relativi ai narcos hanno prodotto circa 3.200 morti nei primi tre mesi del suo governo, stando alle cifre ufficiali. E nelle ultime settimane le stragi sono aumentate lungo la frontiera con gli Stati uniti e perfino nella turistica città di Cancún. Secondo una recente inchiesta dell’Associated Press, i cartelli della droga stanno mandando sempre più uomini a vivere e a lavorare in città statunitensi, come a Chicago.
La legalizzazione della marijuana in Colorado e nello stato di Washington ha fatto aumentare le pressioni sul governo Usa per rivedere la sua quarantennale “guerra” alla marijuana, cocaina e altri narcotici, quasi tutti introdotti dal Messico.
Da quando il presidente Felipe Calderón dichiarò la sua guerra personale ai cartelli messicani della droga nel 2006, scatenando battaglie per il territorio fra gruppi, come il cartello di Sinaloa, la Linea e gli Zeta, e interventi a fuoco di polizia e forze armate, spesso accusate di complicità con i criminali, fino alla fine della sua presidenza nel dicembre scorso, più di 70mila persone sono morte e 27mila scomparse.
Le intimidazioni ai giornalisti – uccisi a dozzine, spesso in maniera sadica – hanno neutralizzato considerevolmente la copertura di giornali, radio e stazioni televisive. Stragi, rapimenti, episodi di corruzione, perfino battaglie campali nei centri delle città sono sfuggiti spesso alle cronache.
Il ‘Blog del Narco’ è nato tre anni fa per riempire il vuoto lasciato da giornalisti talmente terrorizzati che non pubblicavano più neanche informazioni vitali come i blocchi stradali fatti dai narcos o i rapimenti.
Con il tempo, il ‘Blog del Narco’ ha visto aumentare le sue fonti, che hanno incluso i cartelli della droga, fino a diventare una lettura indispensabile, con più di tre milioni di visite al mese. Pubblica bollettini, foto e video di sequestri, sparatorie, esecuzioni e ritrovamenti di cadaveri, così come teste decapitate e corpi smembrati. Uno dei video mostrava i membri di una banda che interrogavano un rivale fatto prigioniero per poi decapitarlo.
Alcuni critici accusano il blog di servire da foro di relazioni pubbliche per narcos e spacciatori, ma Lucy afferma che i materiali pubblicati mostrano la realtà e aiutano le famiglie delle vittime a identificare i parenti scomparsi. “Se non fosse per il blog, spesso non si riuscirebbe a identificare i corpi.”
A volte i narcos mandano foto di loro mentre brindano con star dello spettacolo, ma il blog, dice Lucy, si rifiuta di pubblicare questo tipo di cose, mentre prende pubblicità da compagnie automobilistiche e di cellulari. Lucy non ha mai detto ai suoi amici della sua attività clandestina. “Solo i miei familari stretti lo sanno, nessun altro.”
Il blog ha subìto numerosi attacchi cibernetici – il governo, secondo Lucy, è stato più aggressivo dei narcos in questo – ma la maggiore preoccupazione è stata quella di non farsi identificare e catturare, che fosse dai narcos o dalle forze governative, accusate di molte atrocità.
“Siamo costretti a cambiare di posto ogni mese. Siamo stati anche in delle cantine. E’ molto difficile. Nascondiamo la nostra attrezzatura in vari posti. Quando sentiamo che le autorità si avvicinano, scappiamo.”
Un cartello lasciato vicino ai due giovani che furono sventrati nel 2011 nello stato di Tamaulipas diceva che i blogger del ‘Blog del Narco’ sarebbero stati i prossimi. Lucy non conosceva la giovane coppia ma riceveva da loro dei materiali via email. Pochi giorni dopo, è stato ucciso un altro collaboratore. Una tastiera, un mouse e un segno allusivo al blog sono stati trovati sul suo cadavere. “Queste cose sono molto dolorose. Ma era gente che credeva nella necessità di questo lavoro.”
Lucy dice che è troppo presto per giudicare il governo di Peña Nieto ma che ha già notato almeno un cambiamento. A differenza degli agenti governativi nel sessennio di Calderón, che piegavano i giornalisti con minacce e bustarelle, secondo lei il nuovo governo sembra ottenere lo stesso risultato con l’applicazione di leggi repressive. Il governo nega di voler ridurre al silenzio i media.
“Abbiamo pensato migliaia di volte di chiudere il blog. Ma non l’abbiamo fatto, perché sentiamo di dover continuare. Ci hanno rubato la tranquillità, i nostri sogni, la pace.” Lucy ha detto che è stanca di vivere con la paura ma che non pensa di lasciare il blog, che intanto ha generato altri blog anonimi che pubblicano materiali simili.
La rivelazione che il misterioso blogger era una donna, secondo Lucy sorprenderà molta gente. “E’ un duro colpo per il machismo messicano e l’idea che le donne sono più deboli, più delicate. C’è un’aspettativa che le donne debbano apparire sempre e soltanto graziose. Ma siamo molto più di questo.”
Dice che cerca di rilassarsi con musica, caffè e sigarette. Le manca poter avere una vita normale. “Il mio unico fidanzato è il blog. Mi è mancato un intero periodo della mia vita: i ragazzi, andare alle feste, uscire con gli amici. Anche potermi sposare, avere dei bambini. Non c’è stato tempo di pensare a nessuna di queste cose.”
Lucy spera che il libro, che riporta fatti del 2010 e 2011, rimarrà come un registro storico. Oltre alle fotografie da voltastomaco, include un glossario di termini come encintado – un corpo ricoperto da nastro adesivo – o encobijado – un cadavere avvolto in una coperta. Inizialmente il libro sarà in vendita solo negli Stati uniti ma l’editrice, Feral House, spera di venderlo anche in Messico.
Lucy dice di aver trovato ultimamente un lavoro pagato ma che continuerà il blog. “I miei progetti per il futuro? Vivere. E’ la mia speranza per il breve, medio e lungo termine.”
Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con il Texas Observer
pubblicato il 17 maggio 2013
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Consumato in pochi mesi da un tumore particolarmente aggressivo, è morto sabato 4 maggio Javier Diez Canseco, l’esponente di maggior rilievo della sinistra peruviana, fondatore del Partido Socialista, più volte deputato e candidato presidenziale nel 2006. La sua scomparsa ha lasciato un vuoto davvero incolmabile fra le forze progressiste e nel fronte di chi lotta contro la corruzione, per la giustizia sociale e la difesa dei diritti umani.
Membro del Parlamento quasi ininterrottamente dal 1978, Diez Canseco, che aveva 65 anni, proveniva da una famiglia dell’alta borghesia ma fin dai suoi primi anni di studente universitario – prima di legge, poi di sociologia – aveva dimostrato la volontà di lottare contro gli abusi del potere e in difesa degli oppressi e dei diseredati.
Alla fine degli anni ’60, era già un dirigente studentesco di solida formazione marxista, cosa che gli valse nel 1978, all’epoca della dittatura di Morales Bermudez, una pericolosa deportazione, insieme ad altri dirigenti politici, nell’Argentina del golpista Videla. In quell’occasione, lui e gli altri deportati si salvarono per miracolo: fra le dittature militari del continente era già in atto il Plan Cóndor, ideato per decapitare la sinistra latinoamericana, e quel carico di “rossi” era certamente destinato a sparire. Non fosse stato per un giornalista argentino, che rivelò lo strano arrivo di un aereo militare peruviano e l’identità dei passeggeri, di tutti quei brillanti izquierdistas probabilmente non si sarebbe saputo più nulla.
Passato in Francia con altri esiliati, Diez Canseco si candidò, quello stesso anno, all’Assemblea costituente. La sua elezione segna l’inizio di una carriera politica nelle istituzioni che lo vede sempre all’opposizione, avversario implacabile dei corrotti e paladino degli indifesi. Il suo apporto alla politica peruviana e all’affermazione dei diritti civili è stato talmente vasto e costante che va dalla concessione del diritto di voto agli analfabeti, nella Costituzione del 1979, alla nuova legislazione in favore dei portatori di handicap (2012), che garantisce loro dei posti nel pubblico impiego.
Le sue denunce di atti di corruzione e abusi di potere non sono diminuite, ma semmai aumentate, durante le due presidenze di Alan García (1985-1990 e 2006-2011) e il decennio della dittatura di Alberto Fujimori (1990-2000). Questo gli ha procurato numerosi nemici e vari attentati, fra cui un tentativo di rapimento dei figli, fortunatamente andati a vuoto.
All’inizio degli anni ’80, Javier Diez Canseco, insieme a Francisco Soberón, fonda l’Aprodeh, Asociación Pro Derechos Humanos. La guerra sanguinosa fra Sendero Luminoso e lo Stato tiene tutto un popolo fra due fuochi e rende particolarmente importante la denuncia delle violazioni dei diritti umani commesse dalle due parti in conflitto.
Negli anni di Fujimori e del suo Rasputin, Vladimiro Montesinos, che corrompeva i parlamentari e filmava i pagamenti in contanti (i famosi “Vladivideo”), le denunce delle arbitrarietà del regime e dei suoi legami con il narcotraffico gli attirarono l’odio del dittatore, che gli fece dinamitare la casa e mitragliare la camionetta.
Durante la presidenza di Alejandro Toledo (2001-2006) fu eletto vicepresidente del Congresso e assunse la presidenza della commissione per investigare i delitti economici commessi nel decennio precedente. Risultato: si investigarono delitti per più di seimila milioni di dollari e alla fine si misero in prigione – fatto inedito in America latina – vari ministri e alti funzionari del governo di Fujimori, che ebbe una condanna a 25 anni per omicidio, sequestro e peculato che sta ancora scontando.
Ma non tutte le lotte di Javier Diez Canseco, sebbene condotte sempre con grande passione, sono state vittoriose. Tutte le iniziative di legge contro la discriminazione che contenevano la non discriminazione per orientamento sessuale non sono riuscite ad arrivare in porto, grazie all’oscurantismo della destra cattolica e dell’Opus Dei.
Gli ultimi mesi della sua vita sono stati amareggiati da un’ingiusta sospensione di tre mesi dalla sua funzione di parlamentare, una sanzione pretestuosa voluta dalla destra, che lo accusava di promuovere una legge sul risparmio che avrebbe favorito alcuni suoi familiari, ma avallata anche dal partito al governo. Diez Canseco, dopo aver aderito alla coalizione Gana Perú, che ha portato alla presidenza Ollanta Humala nel 2011, se ne era staccato l’anno dopo, in pieno dissenso dalla svolta a destra di Humala.
(In Perù, come in Italia, la sinistra ha vinto le ultime elezioni generali ma la destra è quella che governa per davvero.)
L’enorme popolarità di Javier Diez Canseco, già leggendario da vivo, si è resa visibile in occasione delle sue esequie, che hanno visto una folla oceanica e commossa sfilare per rendergli omaggio. La famiglia ha voluto che nessuno dei parlamentari che avevano votato la sua sospensione dal Congresso, fossero presenti alla veglia funebre o al funerale e ne hanno perfino respinto le corone.
Le forze progressiste hanno perso un leader coerente, incorruttibile e insostituibile. Ha ragione Oscar Ugarteche quando dice che “la sinistra peruviana resta senza voce pubblica e senza articolatore, mentre la destra resta senza avversario visibile.”
pubblicato il 7 maggio 2013
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Finalmente nella vicenda dei due marò, che sono tornati in India allo scadere della licenza, ha trionfato il buon senso e il governo Monti ha fatto retromarcia dal vicolo cieco in cui si era cacciato.
Se non l’avesse fatto, sarebbe stata una tragedia non solo per le industrie italiane e gli scambi commerciali, ma anche e soprattutto per le migliaia di indiani che vivono in Italia e, specularmente, per tutti gli italiani che vivono in India e per le decine di migliaia di nostri connazionali che ci vanno ogni anno in vacanza. Il nostro ministero degli esteri stava già lanciando appelli alla cautela per i turisti italiani in India (“evitate le folle”, come se fosse facile nelle città indiane!). Insomma, eravamo sull’orlo del precipizio quando il governo Monti, con il suo ultimo rantolo, ha raddrizzato il timone. Mossa dovuta, visto che erano stati lui, Terzi e Di Paola a perdere la bussola. Ora, con il rientro dei marò a Delhi, sia l’India che l’Italia salvano la faccia.
Non capisco il fastidio con cui un lettore del precedente post (“Antonio”) accoglie la notizia e mi “sfida” ad essere altrettanto “attento, inflessibile e preciso nel pretendere che la giustizia indiana garantisca, come si fa per ogni imputato,(…) gli stessi diritti che spettano ad ogni individuo”.
Oibò, signor Antonio, io non ho alcun titolo per esigere alla giustizia indiana il rispetto dei diritti di chicchessia. Questa esortazione lei dovrebbe rivolgerla al nostro governo di turno. Ciò che sento nell’aria, se il mio fiuto raffreddato non mi inganna, è un accordo stipulato fra Roma e Delhi che prevede il riconoscimento della non intenzionalità del duplice omicidio, la concessione di attenuanti ai due fucilieri e l’emissione di una condanna lieve, probabilmente scontabile in Italia. Paradossalmente, Latorre e Girone stanno messi molto peggio con la giustizia militare italiana e con la procura di Roma, che li ha indiziati di “omicidio volontario”.
In merito all’innocenza o colpevolezza dei marò – che io non ho definito “assassini in divisa” ma “omicidi in divisa”, e non è la stessa cosa, visto che il primo termine esclude la preterintenzionalità, mentre il secondo no – effettivamente io ho più elementi di lei per giudicare. Pur essendo garantista quanto lei, nel leggere da più di un anno la stampa indiana sull’argomento ho raccolto alcuni elementi che pesano (e molto) sul piatto della colpevolezza:
- Le testimonianze dei nove pescatori superstiti del ‘St. Antony’, che hanno riconosciuto nella petroliera ‘Enrica Lexie’ la nave da cui sono partiti gli spari.
- L’ammissione di responsabilità fatta dal sottosegretario Staffan de Mistura a una televisione indiana (“I marò hanno provato a fare alcune segnalazioni. Hanno sparato nell’acqua e hanno esploso alcuni colpi di avvertimento, alcuni dei quali sono andati nella direzione sbagliata.” Nell’intervista, Staffan de Mistura, l’inviato speciale nei trouble spots, definisce la morte dei due pescatori “an accidental killing”, “uno sfortunato incidente che tutti lamentiamo. I nostri marò non avrebbero voluto che accadesse, ma sfortunatamente è successo.”
- Le registrazioni satellitari, che mostrano l’avvicinamento fra i due natanti e l’improvvisa inversione di rotta del peschereccio, una volta arrivato a un centinaio di metri dalla petroliera.
I tentativi di fuga, mancato avviso e depistaggio attuati dal comandante dell ‘Enrica Lexie’, capitano Umberto Vitelli, non depongono certo a favore degli imputati e non mi sembra affatto illegale, ma semmai molto astuto, lo stratagemma operato dalla capitaneria di porto di Kochi per far attraccare la petroliera. E’ stato lanciato un appello radio, che ha raggiunto le cinque navi di diversa bandiera presenti nella zona, in cui si chiedeva se uno dei cargo avesse avuto un incontro con dei pirati, perché questi ultimi erano stati catturati e c’era da fare il riconoscimento. L’unica nave che ha risposto positivamente è stata l’‘Enrica Lexie’, che si è recata in porto per riconoscere i “pirati” ma ha avuto la sorpresa di un’irruzione a bordo della polizia del Kerala.
Sull’utilizzo di militari come scorta armata a navi mercantili, vedo che lei, sig. Antonio, è molto informato e mi stupisce che trovi normale che le forze armate, pagate dai contribuenti e gravanti sull’erario, vadano poi a fare il servizio di portavalori ai privati lucrandoci sopra e pretendendo immunità.
Quanto al disprezzo nei confronti dei militari che lei mi attribuisce, è totalmente fuori strada. Intanto, il fatto di aver prestato il servizio militare di leva mi dà un titolo in più per poter criticare gli usi impropri delle forze armate rispetto a chi si è fatto riformare grazie alle amicizie di papà o al pagamento di una cospicua bustarella. La mia posizione – e la soluzione che auspicavo e che poi si è verificata – sono, guarda caso, condivise e difese con passione da un generale dell’Aeronautica, Giuseppe Lanzi, nel suo blog (www.fanpage.it/lettera-aperta-ai-fucilieri-di-marina-girone-e-la-torre): la divisa va rispettata e onorata. Se poi i militari, che già danno un prezioso contributo in caso di calamità naturali, venissero usati, oltre che per spalare macerie e distribuire pasti caldi, anche per ricostruire le case dei terremotati, invece di fare da scorta armata ai mercantili o da truppa subordinata all’esercito Usa nelle sue guerre sciagurate, li sentirei davvero utilizzati al meglio.
Per ultimo, vorrei fare una precisazione semantica. E’stato detto che i due fucilieri di marina verranno giudicati da un “tribunale speciale” e questo ha fatto accapponare la pelle a molti, perché il termine evoca i tribunali speciali fascisti “per la sicurezza dello Stato” che mandavano al muro per direttissima. In questo caso, però, significa semplicemente un tribunale ad hoc, designato dalla Corte suprema sottraendo il processo alla giurisdizione del Kerala, dove più forte è il risentimento verso i due marò. Si tratta quindi di una misura a favore, e non contro gli imputati, che vivranno nell’ambasciata italiana a Delhi vedendosi garantita la libertà di movimento durante il processo, sicuramente spedito.
Un ultimo auspicio: se il nostro governo – non questo, il prossimo – volesse uscire da questo pasticcio signorilmente, penserebbe anche a indennizzare i pescatori del Kerala, che hanno perso vari giorni di lavoro manifestando per reclamare giustizia per i due colleghi uccisi.
Non dubiti comunque, signor Antonio, che seguirò con costante applicazione la vicenda giudiziaria dei due marò fino alla sua conclusione, così come non mi farò sfuggire gli sviluppi del caso dei dodici elicotteri Agusta per la cui fornitura all’India, del valore di 560 milioni di euro, sono state pagate tangenti da 50 milioni, sono già finiti in galera Giuseppe Orsi (Finmeccanica) e Bruno Spagnolini (Agusta Westland) ed è stata richiesta l’estradizione dalla Svizzera del “mediatore” Guido Ralph Haschke. Molta stampa, non tutta in buona fede, aveva preteso di vincolare la “fuga” dei marò a un presunto patto italo-indiano per svelare (o coprire?) la corruzione sottostante alla fornitura degli elicotteri, ora sospesa e sub judice nei due paesi.
pubblicato il 23 marzo 2013
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Con la sottrazione fraudolenta dei due marò alla giustizia indiana, il governo Monti esce dal rigor mortis e fa toccare fondo alla politica estera italiana.
Ai due fucilieri della Marina militare Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, sotto processo in India per aver ucciso due pescatori, era stata concessa una licenza speciale di quattro settimane per poter tornare in Italia a votare. Era il secondo permesso di questo tipo; il primo, da cui erano rientrati, era stato per le vacanze di Natale. Un permesso davvero atipico per degli imputati di omicidio sotto processo e che dimostra, almeno per questo caso, la clemenza della giustizia indiana. Anche questa seconda licenza era stata ottenuta grazie a una dichiarazione giurata alla Corte Suprema indiana con cui il nostro ambasciatore in India, Daniele Mancini, si impegnava a nome del governo italiano a far rientrare i due militari a New Delhi prima del 22 marzo, perché il processo riprendesse il suo corso.
Ed ecco che lunedì 11 marzo, con una giravolta scandalosa, il governo Monti, anziché starsene buono nel suo sarcofago, alza la testa a sproposito e notifica al governo indiano che i due marò non faranno ritorno in India. Gesto spergiuro e suicida, che trascina nel fango la parola d’onore del nostro paese, complica la vicenda giudiziaria invece di risolverla e porta l’Italia ad una innecessaria rottura – non solo diplomatica – con un partner economico di estremo interesse. Tutto per un accesso di maldigerito suprematismo. Un po’ come, si passi l’espressione volgaruccia, tagliarsi le palle per far dispetto alla moglie. A parte l’indignazione che provoca vedersi rappresentati da un governo spergiuro e fedifrago – e spero che le autorità indiane prendano nota di quanti italiani disprezzano il governo Monti e questo suo atto in particolare – chi non deve essere molto contento è il gruppo di imprese nostrane presenti in India: sono più di 400, fra cui Fiat, Eni, Pirelli, Piaggio, Italcementi, Techint, Tecnimont, Generali e molte altre.
Lo sdegno del governo indiano è più che giustificato e la proibizione di lasciare il paese (fino al 14 marzo) rivolta all’ambasciatore Mancini dal Tribunale Supremo appare perfettamente legittima, visto che era il garante del ritorno dei marò e potrebbe essere accusato, oltre che di “oltraggio alla corte”, di complicità nell’evasione di due detenuti.
Mentre la destra viscerale, attraverso media come Il Giornale, affila le spade e fa titoli bellicosi – “L’India ci dichiara guerra”,“Questo è un atto terroristico” – affiorano da tutte le parti i segni del furbettismo italico intrecciato a un nazionalismo da paccottiglia, come quello che ha fatto ricevere i marò dalle massime autorità italiane, e perfino al Quirinale, e li ha visti trattare come veri e propri eroi. Orbene, si può girare la questione quanto si vuole, restano sempre due imputati di omicidio in fuga dalla giustizia.
Ma ripassiamo i fatti. E’ il 15 febbraio dell’anno scorso. La ‘Enrica Lexie’, una petroliera di 58mila tonnellate che batte bandiera italiana, proprietà della società armatrice F.lli D’Amato, in rotta fra Singapore e l’Egitto naviga al largo della costa del Kerala, nell’India sudoccidentale. A bordo della nave c’è un equipaggio di 34 uomini, fra cui sei fucilieri della marina militare italiana, scorta armata contro possibili assalti dei pirati, una minaccia frequente nel Mar Arabico e nel Golfo di Aden. Anche se manca qualche giorno di navigazione per costeggiare la Somalia, vero punto rovente della traversata, i due marò di turno, Latorre e Girone, sono nervosi e vigilanti.
Il peschereccio ‘Saint Antony’, con 11 pescatori a bordo, è salpato all’alba dal porto di Neendakara per pescare tonni. Nel primo pomeriggio, la controra, mentre quasi tutto l’equipaggio fa la siesta, Valentine Jelestine (45 anni) e Ajesh Binki (25 anni) stanno al timone e conversano. Quando si accorgono che la petroliera è in rotta di collisione con il ‘St. Antony’, rallentano i motori del peschereccio per lasciarla passare. Sulla ‘Enrica Lexie’, intanto, al vedere nel radar un’imbarcazione che si avvicina, è già scattato l’allarme: il comandante si è rinchiuso con l’equipaggio in una parte inaccessibile della nave e lascia ai due fucilieri il compito di affrontare la “minaccia” che si avvicina.
Quando il peschereccio, ignaro e disarmato, arriva a un centinaio di metri dalla nave, i due marò, in preda a un chiaro attacco di paranoia e sicuri che si tratti di un tentativo di arrembaggio dei pirati, azionano i loro fucili d’assalto. Dei quindici colpi che raggiungono il peschereccio, due sono mortali per Valentine e Ajesh. Quando un terzo pescatore, svegliato dagli spari, si accorge che Valentine butta sangue dalla bocca, afferra istintivamente il timone e inverte la rotta, allontanandosi dalla petroliera.
Su questo lamentevole incidente, costato la vita a due innocenti pescatori, ma ancora superabile se affrontato con la dovuta buona fede e con l’assunzione delle proprie responsabilità, comincia a ingarbugliarsi la matassa della negazione vigliacca e del furbettismo di berlusconiana scuola.
Per cominciare, il comandante della ‘Enrica Lexie’, capitano Umberto Vitelli, resosi conto dell’accaduto, si allontana tangenzialmente dal luogo del duplice omicidio senza avvisare nessuno, come un classico pirata della strada. Sarà solo tre ore più tardi, a 40 miglia di distanza, che tre motovedette e un aereo della marina indiana intimano alla petroliera di fare scalo nel porto di Kochi per accertamenti. Quella stessa sera comincia una vicenda giudiziaria che è ancora lontana dalla sua conclusione. (Per chi volesse seguirla in dettaglio dall’inizio: http://en.wikipedia.org/wiki/2012_Italian_shooting_in_the_Arabian_Sea)
Un primo tentativo italiano di far passare l’incidente per la risposta a un attacco dei pirati naufraga contro l’evidenza: sul peschereccio non c’è neanche l’ombra di un’arma, sullo scafo della ‘Enrica Lexie’ nessun foro di proiettile, mentre dai due fucili dei marò, che vengono subito arrestati, sono partiti inequivocabilmente i colpi (5.56mm NATO) che hanno ucciso i due pescatori.
Il secondo tentativo è quello di negare la giurisdizione indiana, reclamando che l’incidente è avvenuto in acque internazionali. Cosa non vera, visto che secondo il diritto marittimo internazionale, alle 12 miglia nautiche dalla costa, che è l’estensione media delle acque territoriali, vanno aggiunte altre 12 miglia di “zona contigua” su cui lo stato costiero conserva sovranità e giurisdizione. Visto che il punto di incontro delle due imbarcazioni è stato rilevato a 20,5 miglia dalla costa del Kerala e che le due vittime erano cittadini indiani, la giurisdizione dell’India in questo caso è indiscutibile. E la ricerca di un arbitrato internazionale, che è l’attuale posizione italiana, non ha ragion d’essere.
Va detto che l’atteggiamento delle autorità indiane, in tutto quest’anno, è stato esemplare: fermo ma non rigido. Ai reclami italiani di sottrarre il processo al tribunale del Kerala, dove il duplice omicidio ha provocato un forte risentimento, il governo indiano ha risposto assegnando il caso alla Corte Suprema di New Delhi, per una maggiore garanzia di imparzialità.
Nel loro anno di detenzione i due marò hanno ricevuto un trattamento di favore: hanno passato pochissimo tempo in una prigione – e, anche lì, separati dai detenuti comuni, con diritto a un’ora di visita giornaliera e cibo italiano – e il resto del tempo in guest houses con obbligo di firma o addirittura nell’ambasciata italiana. Se si aggiungono le due licenze concesse dal supremo tribunale indiano, si vede che non sono poi stati trattati così male.
E’ da parte italiana, invece, che le cose puzzano (“C’è del marcio in Montimarca”). Perché si è pompato per mesi su questa vicenda, che ha visto uniti come un sol uomo Monti Terzi Di Paola e Napolitano, presentandola come la liberazione dei “nostri ragazzi” dalle grinfie di un’oscura ingiustizia, quando si tratta semplicemente di due omicidi in divisa, due fucilieri dal grilletto facile? Perché si è ricorso allo stratagemma di far votare i due marò in Italia, approfittando dell’ingenuità e della buona fede degli indiani, quando potevano benissimo votare per corrispondenza come hanno fatto tutti gli italiani all’estero? Perché, venendo a un tema più generale, dei militari italiani devono fare da scorta – il termine tecnico è “nucleo di protezione” – a mercantili privati, riducendosi al ruolo di portavalori pagati con i soldi dei contribuenti? Gli armatori e i petrolieri non possono permettersi delle guardie private? E’ per assicurare loro immunità che Monti ha chiesto recentemente all’Onu di considerare i militari di scorta alle navi come dei caschi blu in missione di pace?
In questa vicenda il governo italiano ha giocato sporco ed è molto dubbio che ne esca vincente. A meno che non consideri un successo il risveglio delle masse acefale e abbrutite che la destra cavernicola sta già lanciando contro le rappresentanze indiane. E come giudicare, se non come una provocazione studiata, il gesto di mettere la bandiera della Marina militare sulle Ferrari al Grand Prix di formula1 che si è corso in India in ottobre? Il ministro degli esteri Terzi, in quell’occasione, dichiarò: “La bandiera della Marina mostra l’appoggio di tutto il paese ai nostri marinai”. E ora? “Tutto il paese” dovrà anche appoggiarne la proditoria evasione e la mancanza di parola?
Tra l’altro, un effetto secondario per noi ma primario per l’India è che quest’ultima “trovata” italiana sta creando grandi difficoltà a Sonia Gandhi, leader del Congress Party, e destabilizzando il governo di Manmohan Singh.
A parte la figura da peracottari che questa storia ci sta facendo fare a livello internazionale – non bastavano le erezioni del Cavalier Banana! – tanto che l’Unione Europea ha rifiutato di prendere partito nella controversia, a parte il danno che ne subirà l’economia italiana, a parte l’indignazione per avere rappresentanti così spocchiosi e imbecilli da suonare la trombetta del suprematismo, la cosa che più fa cascare le braccia è che il caso sarebbe di facilissima soluzione e si potrebbe evitare lo scontro con la potenza amica, se solo ci fosse la volontà. Basterebbe semplicemente che i due marò tornassero in India prima del 22 marzo, si dichiarassero soggetti al giudizio della Corte Suprema e invocassero la non intenzionalità del duplice omicidio, per ottenere una sentenza lieve – anche con l’aiuto di una diplomazia effettiva, e non quella delle cannoniere – e per veder tornare a casa i due italian marines, come li chiama la stampa indiana, questa volta sì come veri eroi, perché si sono assunte le proprie responsabilità.
pubblicato il 16 marzo 2013
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Nel gennaio 1999, due settimane prima che Hugo Chávez assumesse la presidenza del Venezuela, Gabriel García Márquez lo intervistò in un viaggio in aereo da La Habana a Caracas. Mano a mano che conversavano, lo scrittore colombiano, già premio Nobel di letteratura (1982), scoprì una personalità che non corrispondeva all’immagine di un despota come quella che si era formato sui media. Esistevano due Chávez. Qual era quello reale? Un ritratto del presidente che fece la carriera militare per poter giocare a baseball, che recitava a memoria poesie di Neruda o Walt Whitman ed è morto per un tumore a 58 anni.
L’enigma dei due Chávez
di Gabriel García Márquez
All’imbrunire, Carlos Andrés Pérez, allora presidente del Venezuela, scese dall’aereo di ritorno da Davos, Svizzera, e si sorprese di venir accolto dal suo ministro della Difesa, il generale Fernando Ochoa Antich, “Che succede?”, gli domandò intrigato. Il ministro lo tranquillizzò con spiegazioni così rassicuranti che il presidente, anziché andare al Palazzo di Miraflores, si diresse a La Casona, la residenza presidenziale. Stava prendendo sonno quando lo stesso ministro della Difesa lo svegliò con una chiamata per informarlo di una sollevazione militare a Maracay. Era appena entrato a Miraflores quando esplosero i primi colpi di artiglieria.
Era il 4 febbraio del 1992. Il colonnello Hugo Chávez Frías, con il suo culto sacramentale delle date storiche, comandava l’assalto dal suo posto di comando improvvisato nel Museo Storico della Planicie. Il presidente comprese allora che la sua unica risorsa era l’appoggio popolare e andò negli studi di Venevisión per parlare alla nazione. Dodici ore dopo, il golpe militare era fallito. Chávez si arrese, con la condizione che anche a lui fosse permesso di dirigersi al popolo dai teleschermi. Il giovane colonnello creolo, con il basco da paracadutista e la sua ammirevole capacità di parola, si assunse la responsabilità del movimento. Ma il suo discorso fu un trionfo político. Fece due anni di carcere, finché fu amnistiato dal presidente Rafael Caldera. Tuttavia, molti suoi seguaci – ma anche non pochi nemici – credono che il discorso della resa fu il primo della campagna elettorale che lo portò alla presidenza della Repubblica meno di nove anni dopo.
Il presidente Hugo Chávez Frías mi raccontava questa storia nell’aereo della Fuerza Aérea Venezolana che ci portava da La Habana a Caracas, due settimane fa, quando mancavano meno di quindici giorni al suo insediamento come presidente costituzionale del Venezuela eletto dal popolo (il 2 febbraio 1999, ndt). Ci eravamo conosciuti tre giorni prima a La Habana, durante la sua riunione con i presidenti Castro e Pastrana, e la prima cosa che mi ha impressionato è stato il suo corpo possente, di cemento armato. Aveva la cordialità immediata e la grazia creola di un venezuelano puro. Cercammo di rincontrarci un’altra volta, ma non fu possibile per colpa di entrambi, cosicché viaggiammo insieme a Caracas per conversare della sua vita e miracoli nell’aereo.
Fu una buona esperienza da reporter a riposo. Mano a mano che mi raccontava la sua vita, scoprivo una personalità che non corrispondeva affatto all’immagine di tiranno che ci eravamo formati attraverso i media. Era un altro Chávez. Quale dei due era quello reale?
L’argomento duro usato contro di lui nella campagna elettorale era stato il suo passato recente di cospiratore e golpista. Però la storia del Venezuela ne ha digerito più di quattro. Cominciando da Rómulo Betancourt, ricordato a ragione o a torto come il padre della democrazia venezuelana, che detronizzò Isaías Medina Angarita, un ex-militare democratico che cercava di purgare il paese dai trentasei anni di Juan Vicente Gómez. Il suo successore, il romanziere Rómulo Gallegos, fu spodestato dal generale Marcos Pérez Jiménez, che rimase quasi undici anni con tutto il potere. Questi, a sua volta, fu deposto da tutta una generazione di giovani democratici che inaugurò il periodo più lungo di presidenti eletti.
Il golpe del febbraio 1992 sembra essere l’unica cosa riuscita male al colonnello Hugo Chávez Frías. Eppure, lui lo ha visto dal lato positivo come un fiasco provvidenziale. E’la sua maniera di intendere la buona sorte, o l’intelligenza, o l’intuizione, o l’astuzia, o qualunque cosa sia l’afflato magico che ha guidato le sue azioni da quando venne al mondo a Sabaneta, nello stato di Barinas, il 28 luglio 1954, sotto il segno del potere: Leone. Chávez, cattolico convinto, attribuisce la sua buona stella allo scapolario, l’immaginetta religiosa con più di cento anni che porta con sé fin da bambino e che ha ereditato da un bisnonno materno, il colonnello Pedro Pérez Delgado, uno dei suoi eroi tutelari. I suoi genitori sopravvivevano a fatica con gli stipendi da maestri elementari e lui dovette aiutarli, a partire dai nove anni, vendendo dolci e frutta con un carrettino. A volte andava a dorso d’asino a visitare la sua nonna materna a Los Rastrojos, un paese vicino che gli sembrava una città perché aveva una piccola centrale elettrica che dava due ore di luce la sera e una levatrice che lo aiutò a nascere, a lui e ai suoi quattro fratelli. Sua madre avrebbe voluto che diventasse prete, ma arrivò solo a chierichetto e suonava le campane con tanta grazia che tutto il paese lo riconosceva per il suo tocco. “E’ Hugo che suona”, dicevano. Tra i libri di sua madre trovò un’enciclopedia provvidenziale, con un primo capitolo che lo sedusse immediatamente: “Come trionfare nella vita”.

In realtà era un ricettario di possibili scelte e lui le provò quasi tutte. Come pittore ammirato di fronte alle riproduzioni di Michelangelo e del David, a dodici anni vinse il primo premio in un’esposizione regionale. Come musicista, si rese indispensabile per serenate e compleanni grazie alla sua maestria con la chitarra e alla buona voce. Come giocatore di baseball riuscì a diventare un catcher di prima categoria. La scelta militare non stava nella lista, e non gli sarebbe neanche venuta in mente da solo, se non gli avessero detto che il modo migliore di arrivare in prima serie era entrare all’accademia militare di Barinas. Fu sicuramente un altro miracolo dell’immaginetta, perché quel giorno cominciava il piano Andrés Bello, che permetteva ai diplomati delle scuole militari di ascendere fino ai più alti gradi accademici.
Studiava scienze politiche, storia e dal marxismo al leninismo. Si appassionò per lo studio della vita e opera di Simón Bolívar, il suo Leone maggiore, i cui proclami imparò a memoria. Però il suo primo conflitto cosciente con la politica reale fu la morte di Allende nel settembre del 1973. Chávez non capiva. Perché se i cileni hanno eletto Salvador Allende, ora i militari cileni fanno un colpo di stato? Poco dopo, il capitano della sua compagnia gli assegnò il compito di vigilare un figlio di José Vicente Rangel, che era reputato comunista. “Guarda le giravolte che dà la vita”, mi dice Chávez con una eplosione di riso. “Ora suo papà è il mio cancelliere”. Ancora più ironico è che, quando si laureò nell’accademia, ricevette la sciabola dalle mani del presidente che venti anni dopo avrebbe cercato di deporre: Carlos Andrés Pérez.
“Oltretutto”, gli dissi, “lei stette quasi per ucciderlo”. “Assolutamente no”, protestò Chávez. “L’idea era quella di convocare un’assemblea costituente e tornare nelle caserme”. Fin dal primo momento mi ero reso conto che era un narratore naturale. Un prodotto íntegro della cultura popolare venezuelana, che è creativa e giocosa. Ha un grande senso dell’impiego del tempo e una memoria con un che di soprannnaturale, che gli permette di recitare a memoria poesie di Neruda o Whitman e pagine intere di Rómulo Gallegos.
Fin da bambino, per caso, scoprì che suo bisnonno non era un assassino delle sette leghe, come diceva sua madre, bensì un guerriero leggendario dei tempi di Juan Vicente Gómez. Fu tale l’entusiasmo di Chávez che decise di scrivere un libro per purificare la sua memoria. Spulciò archivi storici e biblioteche militari e percorse la regione di paese in paese con un bagaglio da storiografo per ricostruire gli itinerari del bisnonno attraverso le testimonianze dei sopravvissuti. Da allora, lo incorporò all’altare dei suoi eroi e cominciò a portare lo scapolario protettore che era stato suo.
Fu in quei giorni che attraversò la frontiera, senza rendersene conto, per il ponte di Arauca e il capitano colombiano che gli perquisì la borsa trovò motivi sufficienti per accusarlo di spionaggio: aveva una macchina fotografica, un registratore, documenti segreti, foto della regione, una mappa militare con grafici e due pistole regolamentari. I documenti di identità, come è proprio di una spia, potevano essere falsi. La discussione si prolungò varie ore in un ufficio in cui l’unico quadro era un ritratto di Bolívar a cavallo. “Non ce la facevo quasi più – mi disse Chávez –, perché quanto più gli spiegavo, meno mi capiva”. Finché non gli venne in mente la frase salvatrice: “Guardi, mi capitán, come è la vita: solo cento anni fa eravamo uno stesso esercito e quello che ci sta guardando dal quadro era il comandante di tutti e due. Come posso essere una spia?”. Il capitano, commosso, cominciò a tessere le lodi della Gran Colombia e i due finirono la serata bevendo birra dei due paesi in una cantina di Arauca. Al mattino seguente, con un mal di testa condiviso, il capitano restituì a Chávez i suoi attrezzi da storiografo e lo salutò con un abbraccio a metà del ponte internazionale.
“E’da quell’epoca che mi venne l’idea concreta che qualcosa andava male in Venezuela”, dice Chávez. Lo avevano destinato all’Oriente del paese come comandante di un plotone di tredici soldati e un’unità di comunicazioni per liquidare gli ultimi ridotti guerriglieri. Una notte di forti piogge gli chiese rifugio nella base un colonnello di intelligenza con una pattuglia di soldati e dei presunti guerriglieri che avevano appena catturato, macilenti e ridotti pelle ed ossa. Verso le dieci di sera, quando Chávez si stava addormentando, sentí nella stanza vicina delle grida lancinanti. “Erano i soldati che stavano picchiando i prigionieri con mazze da baseball avvolte negli stracci per non lasciare segni”, raccontò Chávez. Indignato, esigette al colonnello che gli consegnasse i prigionieri o se ne andasse di lì, poiché non poteva accettare che si torturasse qualcuno nel suo comando. “Il giorno dopo fui minacciato di processo militare per disobbedienza – raccontò Chávez –, ma mi mantennero in osservazione solo per un certo tempo”.
Pochi giorni dopo, fece un’altra esperienza che superò le precedenti. Stava comprando carne per la sua truppa quando un elicottero militare atterrò nel cortile della caserma con un carico di soldati feriti in una imboscata guerrigliera. Chávez prese in braccio un soldato che aveva varie pallottole in corpo. “Non mi lasci morire, mi teniente…” gli disse terrorizzato. Riuscì appena a metterlo in un’auto. Altri sette morirono. Quella notte, insonne nell’amaca, Chávez si domandava: “Perché sto qui? Da un lato campesinos vestiti da militari che torturano campesinos guerriglieri e dall’altro lato campesinos guerriglieri che uccidono campesinos vestiti di verde. A quel punto, quando la guerra era finita, non aveva più senso sparare un colpo contro qualcuno”. E concluse, nell’aereo che ci portava a Caracas: “Lì mi trovai nel mio primo conflitto esistenziale”.
Il giorno dopo si svegliò convinto che il suo destino era quello di fondare un movimento. E lo fece a 23 anni, con un nome evidente: Ejército bolivariano del pueblo de Venezuela. I membri fondatori: cinque soldati e lui, con il grado di sottotenente. “Con che finalità?”, gli domandai. Molto semplice, disse: “Con la finalità di prepararci se succedeva qualcosa”. Un anno dopo, già come ufficiale paracadutista in un battaglione blindato di Maracay, cominciò a cospirare in grande. Però mi chiarì che usava la parola cospirazione solo nel senso figurato di convocare volontà per un compito comune.
Questa era la situazione il 17 diciembre 1982, quando si produsse un avvenimento inaspettato che Chávez considera decisivo nella sua vita. Era già capitano nel secondo reggimento di paracadutisti e aiutante di un ufficiale di intelligenza. Quando meno se lo aspettava, il comandante del reggimento, Ángel Manrique, lo designò per pronunciare un discorso di fronte a milleduecento uomini fra truppa e ufficiali.
All’una del pomeriggio, con il battaglione già riunito nel campo di calcio, il maestro di cerimonie lo annunciò. “E il discorso?”, gli chiese il comandante del reggimento, vedendolo salire sul palco senza alcun foglio. “Non ho nessun discorso scritto”, gli disse Chávez. E cominciò a improvvisare. Fu un discorso breve, ispirato a Bolívar e Martí, però con un apporto personale sulla situazione di oppressione e di ingiustizia dell’America Latina a duecento anni dall’indipendenza. Gli ufficiali, sia i suoi che gli altri, lo ascoltarono impassibili. Fra loro, i capitani Felipe Acosta Carle e Jesús Urdaneta Hernández, simpatizzanti del suo movimento. Il comandante della guarnigione, molto disgustato, gli rivolse un rimprovero che fosse ascoltato da tutti:
“Chávez, lei sembra proprio un politico”. “Inteso”, gli rispose Chávez.
Felipe Acosta, che era alto due metri e neanche dieci uomini riuscivano a immobilizzare, si mise di fronte al comandante e gli disse: “Si sbaglia, mi comandante. Chávez non è affatto un politico. E’ un capitano di quelli di adesso e quando voi ascoltate quello che ha detto nel suo discorso, ve la fate sotto”.
Allora il colonnello Manrique mise la truppa sull’attenti e disse: “Voglio che sappiate che quanto ha detto il capitano Chávez era autorizzato da me. Io gli ho dato l’ordine che facesse questo discorso e tutto quello che ha detto, anche se non l’aveva scritto, me lo aveva anticipato ieri”. Fece una pausa d’effetto e concluse con un ordine tassativo: “Che questo non esca da qui!”
Alla fine dell’atto, Chávez andó a correre con i capitani Felipe Acosta e Jesús Urdaneta verso il Samán del Guere, a dieci chilometri di distanza, e lì ripeterono il giuramento solenne di Simón Bolívar sul monte Aventino. “Al finale, claro, gli feci un cambiamento”, mi disse Chávez. Invece di “cuando hayamos roto las cadenas que nos oprimen por voluntad del poder español”, dissero: “Hasta que no rompamos las cadenas que nos oprimen y oprimen al pueblo por voluntad de los poderosos”.
Da allora, tutti gli ufficiali che aderivano al movimento segreto dovevano fare questo giuramento. L’ultima volta fu durante la campagna elettorale di fronte a centomila persone. Per anni fecero congressi clandestini sempre più numerosi, con rappresentanti militari di tutto il paese. “Facevamo riunioni di due giorni in luoghi nascosti, studiando la situazione del paese, facendo analisi, prendendo contatto con gruppi civili, amici. “In dieci anni – mi disse Chávez – arrivammo a fare cinque congressi senza essere scoperti”.
A questo punto della conversazione, il presidente rise maliziosamente e rivelò con un sorriso malizioso: “Bueno, abbiamo sempre detto che i primi eravamo tre. Però possiamo già dire che in realtà c’era un quarto uomo, la cui identità abbiamo sempre occultato per proteggerlo, perché non fu scoperto il 4 febbraio e rimase attivo nell’esercito, arrivando al grado di colonnello. Ma ora siamo nel 1999 e possiamo già rivelare che il quarto uomo è qui con noi in questo aereo”. Indicò il quarto uomo, che stava seduto a parte, e disse: “Il colonnello Badull!”
Secondo l’idea che il comandante Chávez ha della sua vita, l’avvenimento culminante fu El Caracazo, la sollevazione popolare che devastò Caracas. Soleva ripetere: “Napoleone diceva che una battaglia si decide in un secondo di ispirazione dello stratega”. A partire da questa considerazione, Chávez sviluppò tre concetti: uno, l’ora storica. L’altro, il minuto strategico. E infine, il secondo tattico. “Eravamo inquieti perché non volevamo andarcene dall’esercito”, diceva Chávez. “Avevamo formato un movimento, però non avevamo ben chiaro per che cosa”. Tuttavia, il dramma tremendo fu che quello che doveva succedere successe e loro non erano preparati. “Vale a dire – concluse Chávez – che ci sorprese il minuto strategico”.
Si riferiva, naturalmente, alla rivolta popolare del 27 febbraio 1989: El Caracazo. Uno dei più sorpresi fu lui stesso. Carlos Andrés Pérez aveva appena assunto la presidenza grazie a una copiosa votazione ed era inconcepibile che in venti giorni succedesse un fatto così grave. “La sera del 27, io andavo all’università per il mio master e entro nel forte Tiuna in cerca di un amico che mi prestasse un po’di benzina per poter tornare a casa”, mi raccontò Chávez pochi minuti prima di atterrare a Caracas. “Allora vedo che stanno facendo uscire le truppe e domando a un colonnello: Dove vanno tutti questi soldati? Perché mandavano fuori quelli di Logistica che non sono addestrati al combattimento, e meno ancora per il combattimento urbano. Erano reclute, impauriti dallo stesso fucile che portavano. Cosicché domando al colonnello: Ma dove va questo mare di gente? E il colonnello mi dice: Nelle strade, nelle strade. L’ordine che hanno dato è questo: bisogna fermare questo casino a qualunque costo, e lì andiamo. Dio mio, ma che ordini vi hanno dato? Bueno Chávez, mi risponde il colonnello: l’ordine è di fermare il casino sia come sia. E io gli dico: Ma mi coronel, si immagina cosa può succedere. E lui mi dice: Bueno, Chávez, è un ordine e non c’è niente da fare. Che succeda quello che Dio vuole”.
Chávez dice che oltretutto aveva la febbre alta per un attacco di rosolia e quando accese il motore vide un soldatino che correva con l’elmetto caduto, il fucile appeso e le munizioni che gli cadevano. “Allora mi fermo e lo chiamo”, disse Chávez. “E lui monta in macchina, tutto nervoso, sudato, un ragazzino di 18 anni. Allora gli domando: Ebbe’, dove vai correndo così? No, dice lui, è che ho perso il mio plotone e il mio tenente, che vanno in quel camión. Mi aiuti, mi mayor, mi aiuti a riprenderli. E io raggiungo il camion e chiedo a chi li comanda: Ma dove andate? E lui mi dice: Io non so niente. Chi lo può sapere, si figuri”. Chávez rimane senza fiato e si mette a gridare, affogando nell’angoscia di quella notte terribile: “Tu lo sai, i soldati li mandi per le strade, impauriti, con un fucile e cinquecento colpi e li usano tutti. Sparavano all’impazzata per le strade, sparavano nelle colline, nei quartieri popolari. Fu un disastro! Questo fu: migliaia di morti, e tra loro Felipe Acosta”. “E l’istinto mi dice che lo fecero ammazzare”, dice Chávez. “Fu il minuto che aspettavamo per agire”. Detto fatto: da quel momento cominciò a prendere corpo il golpe che fallì tre anni dopo.
L’aereo atterrò a Caracas alle tre di mattina. Vidi dal finestrino la palude di luci di quella città indimenticabile dove vissi tre anni cruciali per il Venezuela, ma che lo furono anche per la mia vita. Il presidente si congedò con il suo abbraccio caraibico e un invito implicito: “Ci vediamo quí il 2 febbraio”. Mentre si allontanava in mezzo alla sua scorta di militari decorati e amici della prima ora, mi folgorò la sensazione di aver viaggiato e conversato gustosamente con due uomini opposti. Uno a cui il destino ostinato offriva l’opportunità di salvare il suo paese. E l’altro, un illusionista, che poteva passare alla storia come uno dei tanti despoti.
* Questo articolo fu pubblicato originalmente nella rivista Cambio di Colombia, nel febbraio 1999.
pubblicato il 12 marzo 2013
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Come se non bastasse il sistema “peggioritario” attualmente in vigore, che affligge (e distorce) le nostre elezioni, il voto degli italiani all’estero rappresenta il colpo di grazia alla designazione democratica del Parlamento.
Attiva da sette anni, frutto di un ventennio di lobbying incessante condotto dalle comunità italiane nel mondo – soprattutto nelle tre Americhe – la legge che istituisce il voto dall’estero si è rivelata una mela avvelenata concessa ai nipoti degli emigranti. Per cominciare, si è dimostrata contraria fin dall’inizio alle intenzioni di chi l’aveva promossa per tanti anni.
L’on. Mirko Tremaglia, che dedicò una parte della sua vita a disegnarla e farla approvare, partiva da “una concezione deamicisiana dell’emigrazione”, come è stato scritto. Immaginava, basandosi sicuramente sulle sue frequentazioni, che la maggioranza dei nostri emigrati fosse di destra, magari con una foto ingiallita del Duce in salotto. Le elezioni del 2006 gli dettero clamorosamente torto in quanto all’orientamento politico degli italiani all’estero, e rivelarono en passant che la legge è un colabrodo, nel senso che fa acqua da tutte le parti, come ammise lo stesso Tremaglia negli ultimi anni.
Le critiche provengono dall’intero arco politico e vanno dalla richiesta di modificare alcuni articoli all’intera abrogazione. Già solo le modalità in cui si esercita attualmente il voto dall’estero – per posta alle sezioni consolari delle ambasciate con risposta prepagata – non rispettano neanche uno dei requisiti dell’articolo 48 della Costituzione: il voto non è uguale, né libero, né segreto, né personale.
Mi spiego. Non è uguale perché le schede destinate alla circoscrizione estero non sono le stesse con cui si vota in Italia: mentre in quelle della madrepatria compaiono 23 simboli per la Camera e 18 per il Senato (e meno male che il sistema maggioritario doveva favorire il bipolarismo!) in quelle per l’America meridionale i partiti in lista sono solo 7 e 7. Per noi “sudamericani”, in quelle schede gli unici simboli italiani riconoscibili sono quelli del Pd, del Pdl e del 5 Stelle; gli altri quattro partiti presenti sono liste locali di emigranti (locali si fa per dire, a volte sono transcontinentali e perfino transideologici: “con Francia o Spagna, purché se magna”). Se io volessi votare per Vendola, Di Pietro, Ingroia, Fini, Monti, la Lega, i Verdi o chiunque altro, semplicemente mi attacco, la famosa uguaglianza va a farsi benedire . Fra parentesi, mentre in Italia preferenze nisba, da noi ci sono stampati vari nomi fra cui scegliere, se si vuole. Alla faccia dell’uguaglianza.
Proseguendo. Il voto non è libero perché c’è una percentuale non determinata di votanti che non parla l’italiano, cosicché non può seguire la campagna elettorale né giudicare le proposte dei candidati e in alcuni casi non conosce nulla della realtà italiana. Un voto non informato non solo non è libero, ma è facilmente soggetto a influenze clientelari e pressioni.
Il voto non è segreto né personale perché le schede vengono recapitate ai domicili indicati ma non necessariamente nelle mani del destinatario, possono venire intercettate agevolmente e finire in mano di chiunque altro. Sono centinaia di migliaia gli elettori che non ricevono le loro schede per differenti motivi e non possono votare pur avendone diritto. Appartengono a questa categora di esclusi i 25mila giovani delle borse Erasmus e i più di 40mila studenti italiani iscritti in università straniere. In quanto alla segretezza, a eliminarla ci pensa un tagliando numerato, che va separato dalle schede ma ritorna al consolato nella stessa busta. Quel tagliando permette l’identificazione del votante e, sebbene sappiamo che il personale delle ambasciate (con quello che guadagna!) è integrato da persone d’onore, non si può escludere che sporadicamente qualche curioso ci sia.
Ma arriviamo adesso all’anomalia più macroscopica del voto dall’estero, il vero Frankenstein-Dracula della legge Tremaglia: la concessione di 18 seggi parlamentari (12 deputati e 6 senatori) agli elettori delle comunità italiane nel mondo. Un vero elefante estratto dal cilindro! I legislatori dovevano aver fumato belladonna quando votarono quell’articolo, o quantomeno sognato che anche l’Italia possedesse “territori d’oltremare” come la Francia, da cui è giusto che provengano rappresentanti eletti, in quanto sono vere e proprie estensioni del territorio nazionale. Ma è difficile considerare la Little Italy niuiorchese o la Boca bonaerense come appartenenti alla Repubblica italiana. Anche perché gli argentini e gli statunitensi non sarebbero molto d’accordo.
Alle giuste lamentele degli emigrati, che reclamavano più attenzioni e riconoscimenti dalla madrepatria – in fondo non avevano permesso la sopravvivenza nei luoghi di origine di milioni di famiglie per decenni? – si rispose con un succoso e inaspettato bottino. A chi chiedeva, con tutta legittimità, di poter votare in Italia, sarebbero bastati dei voli gratuiti (o a basso costo, magari sussidiati dallo Stato) nei periodi elettorali. Una soluzione di questo tipo avrebbe beneficiato intere famiglie, che ne avrebbero approfittato per una breve vacanza, la compagnia (allora) di bandiera e soprattutto il turismo e il commercio, oltre a rinsaldare i vincoli affettivi e culturali fra il nostro paese e i residenti all’estero.
Invece, l’attribuzione dei 18 seggi in Parlamento, combinata con la legge del 1992 che concede la cittadinanza ai discendenti di italiani fino alla terza generazione – gente bravissima, per carità, ma che dell’Italia non sa proprio un tubo, a partire dalla lingua – ha aperto un vaso di Pandora in cui si intrecciano lotte per il potere, intromissioni indebite, interessi mafiosi e clientelari, truffe e falsificazioni plateali, effetti indesiderati, scosse alla governabilità e distorsioni alla già deficiente democrazia parlamentare.
Basta citare il caso di Luigi Pallaro, l’ottantenne imprenditore italo-argentino che occupò un seggio al Senato nella XV legislatura (2006-08). Autodefinitosi democristiano, Pallaro dichiarò da subito che avrebbe dato il suo voto di fiducia al vincitore, finì per svolgere il ruolo di ago della bilancia in un Senato spaccato perfettamente a metà e aiutò a seppellire il governo Prodi (comunque già alla frutta) perché il giorno della votazione stava a Buenos Aires. E meno male che era prodiano!
Ma il caso più spettacolare – e talmente pernicioso da far scattare tutti campanelli d’allarme – è senza dubbio quello di Nicola Di Girolamo, degno di una grande penna del noir.
Di Girolamo è un avvocato romano, classe 1960, eletto senatore per il Pdl nell’ultima legislatura, che non è riuscito a concludere perché nel marzo 2010 si è trasferito a Rebibbia. La ragione? Aveva conquistato il seggio al Senato grazie a un tempestivo e truffaldino cambio di residenza in Belgio (sembra con l’aiuto di un ambasciatore) e a pacchetti di voti “procurati”dai clan calabresi. Il senatore berlusconiano se l’è cavata, dopo patteggiamento, con 5 anni di galera e la restituzione di 4,2 milioni di euro. Se si considera la sua partecipazione al caso Fastweb e Telecom Sparkle (una truffa colossale da oltre due miliardi di euro), la condanna per associazione a delinquere, i falsi in atto pubblico (con aggravante mafiosa), il trasferimento di fondi neri all’estero, si può dire che gli è andata bene.
Meno bene, invece, va alle nostre istituzioni, in particolare al potere legislativo sotto lo schiaffo del voto all’estero. Il problema è che, ormai, sembra più facile togliere l’osso a un rottweiler che sfilare i 18 seggi agli “emigranti”.
pubblicato il 18 febbraio 2013
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I tre comunicati, firmati dal subcomandante Marcos con i dirigenti dell’Ezln, sono la migliore prova che il processo dell’autonomia zapatista cammina e gode di buona salute.
Ometto il secondo comunicato, diretto a Luis H. Álvarez, un anziano politico del Pan, perché è in parte personale e poco comprensibile a chi non è addentro alla politica messicana, e passo direttamente al terzo comunicato, che è il più interessante perché fa il punto della situazione e rivela la rotta scelta dagli zapatisti. Chi volesse leggere i tre comunicati in spagnolo e in versione integrale può farlo in:
http://www.jornada.unam.mx/2012/12/31/politica/003n3pol
Comunicato 3
Comunicato del Comité Clandestino Revolucionario Indígena-Comandancia General del Ejercito Zapatista de Liberación Nacional.
Messico.
30 dicembre 2012.
Al popolo del Messico,
ai popoli e governi del mondo,
fratelli e sorelle,
compagni e compagne,
lo scorso 21 dicembre 2012, nelle prime ore del mattino, in decine di migliaia, noi indigeni zapatisti ci siamo mobilitati e abbiamo preso, pacíficamente e in silenzio, cinque città dello stato del Chiapas nel sudest del Messico. Nelle città di Palenque, Altamirano, Las Margaritas, Ocosingo e San Cristóbal de Las Casas, vi abbiamo guardato e ci siamo guardati in silenzio.
Il nostro non è un messaggio di rassegnazione.
E neanche di guerra, morte e distruzione.
Il nostro messaggio è di lotta e resistenza.
Dopo il colpo di stato mediatico che ha installato nel potere esecutivo federale l’ignoranza mal dissimulata e peggio truccata, ci siamo fatti presenti per far sapere loro che se non se ne sono mai andati, lo stesso vale per noi.
Sei anni fa, un segmento della classe política e intellettuale volle cercare un responsabile della sua sconfitta. A quel tempo noi, in città e comunità, stavamo reclamando giustizia per un Atenco che allora non era di moda.
Così, dapprima ci calunniarono e poi cercarono di zittirci.
Disonesti e incapaci di vedere che avevano e continuano ad avere in se stessi il lievito della loro rovina, pretesero di farci sparire con le menzogne e il silenzio complice.
Sei anni dopo, due cose sono chiare:
Loro non hanno bisogno di noi per fallire,
Noi non abbiamo bisogno di loro per sopravvivere.
Noi, che non ce ne siamo mai andati, anche se i media di tutto lo spettro si sono impegnati a farvelo credere, siamo risorti come gli indigeni zapatisti che siamo e saremo.
In questi anni ci siamo rafforzati e abbiamo migliorato significativamente le nostre condizioni di vita. Il nostro livello di vita è superiore a quello delle comunità indigene affini ai governi di turno, che ricevono le elemosine e le sprecano in alcol e in articoli inutili.
Abbiamo migliorato le nostre case senza fare scempio della natura imponendole percorsi che le sono alieni.
Nei nostri villaggi, la terra, che prima serviva ad ingrassare il bestiame di allevatori e latifondisti, ora è per il mais, i fagioli e le verdure che colorano le nostre tavole.
Il nostro lavoro riceve la doppia soddisfazione di fornirci il necessario per vivere onoratamente e di contribuire alla crescita collettiva delle nostre comunità.
I nostri bambini e bambine vanno a una scuola che gli insegna la loro storia, quella della loro patria e del mondo, insieme alle scienze e alle tecniche necessarie per crescere senza smettere di essere indigeni.
Le donne indigene zapatiste non sono vendute come mercanzie.
Gli indigeni del Pri vanno ai nostri ospedali, cliniche e laboratori perché in quelli del governo non ci sono medicine, né apparecchi, né dottori, né personale qualificato.
La nostra cultura fiorisce, non isolata ma arricchita dal contatto con le culture di altri popoli del Messico e del mondo.
Governiamo e ci governiamo, cercando sempre l’accordo piuttosto che il confronto.
Tutto questo è stato ottenuto non solo senza il governo, la classe política e i media che li accompagnano, ma anche resistendo ai loro attacchi di ogni tipo.
Abbiamo dimostrato, ancora una volta, che siamo quelli che siamo.
Con il nostro silenzio ci siamo fatti presenti.
Ora con la nostra parola annunciamo che:
1) Riaffermeremo e consolideremo la nostra appartenenza al Congreso Nacional Indígena, spazio di incontro con i popoli originari del nostro paese.
2) Riprenderemo contatto con i nostri compagni e compagne aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona in Messico e nel mondo.
3) Tenteremo di costruire i ponti necessari verso i movimenti sociali che sono sorti e sorgeranno, non per dirigere o soppiantare ma per apprendere da loro, dalla loro storia, dai loro percorsi e destini. Per questo contiamo sull’appoggio di individui e gruppi in diverse parti del Messico, formati come gruppi di appoggio delle commissioni Sesta e Internazionale del Ezln, in modo che si convertano in cinghie di trasmissione fra le basi d’appoggio zapatiste e gli individui, gruppi e collettivi aderenti alla Sesta Dichiarazione, in Messico e nel mondo, che mantengono ancora la convinzione e l’impegno per la costruzione di un’alternativa non istituzionale di sinistra.
4) Continueremo a tenere una distanza critica dalla clase política messicana che, nel suo insieme, non ha fatto altro che approfittarsi delle necessità e delle speranze della gente umile e semplice.
5) Rispetto ai cattivi governi federali, statali e municipali, esecutivi, legislativi e giudiziari e ai media che li accompagnano, diciamo quanto segue:
I cattivi governi di tutto lo spettro político, senza alcuna eccezione, hanno fatto tutto il possibile per distruggerci, per comprarci, per farci arrendere. Pri, Pan, Prd, Pvem, Pt, Cc e il futuro partito di RN (si riferisce al Movimiento de Regeneración Nacional, anche detto Morena, di López Obrador, che sta compiendo i passi per trasformarsi in partito, ndt), ci hanno attaccato sul fronte militare, politico, sociale e ideologico.
I grandi mezzi di comunicazione hanno tentato di farci sparire, prima con la calunnia servile e opportunista, poi con il silenzio complice e ingannevole. Quelli che hanno servito e a cui hanno succhiato denaro non ci sono più. E quelli che li hanno sostituiti non dureranno più dei loro predecessori.
Come è stato evidente il 21 dicembre 2012 (giorno delle cinque grandi marce silenziose degli zapatisti, ndt), tutti loro hanno fallito.
Tocca quindi al governo federale, esecutivo, legislativo e giudiziario, decidere se insiste con la politica controinsurrezionale che ha ottenuto successi solo nella maldestra finzione fabbricata dai media o invece riconosce e onora i suoi impegni elevando a rango costituzionale i diritti e la cultura indigeni, così come li consacrano i cosiddetti accordi di San Andrés, firmati nel 1996 dal governo federale, formato allora dallo stesso partito oggi al potere.
Tocca al governo statale decidere se continua la strategia disonesta e malvagia del suo predecessore (Juan Sabines, governatore del Chiapas fino al dicembre 2012, ndt), che oltre ad essere corrotto e bugiardo, ha utilizzato il denaro del popolo ciapaneco per l’arricchimento suo e dei suoi complici e si è dedicato a comprare sfacciatamente voci e penne nei media mentre sprofondava il popolo del Chiapas nella miseria e allo stesso tempo usava la polizia e i paramilitari per cercare di frenare l’organizzazione dei popoli zapatisti, o invece, con verità e giustizia, accetta e rispetta la nostra esistenza e accetta l’idea che fiorisce una nuova forma di vita sociale in territorio zapatista, Chiapas, Messico. Un processo che attira l’attenzione di persone oneste in tutto il mondo.
Tocca ai governi municipali decidere se continuano a bersi le storielle con cui le organizzazioni zapatiste o pseudozapatiste li estorsionano per aggredire le nostre comunità, o invece usano quei soldi per migliorare le condizioni di vita dei loro governati.
Tocca al popolo messicano, che si organizza in forme di lotta elettorale e resiste, decidere se continua a vederci come nemici o rivali su cui scaricare le proprie frustrazioni per le frodi e le aggressioni che finalmente tutti sopportiamo e se nella lotta per il potere continuano ad allearsi con i nostri persecutori, oppure riconoscono alla fine in noi un’altra forma di fare politica.
6) Nei prossimi giorni l’Ezln, attraverso le sue commissioni Sesta e Internazionale, renderà nota una serie di iniziative, di carattere civile e pacifico, per continuare a camminare insieme agli altri popoli originari del Messico e di tutto il continente e insieme a quanti, in Messico e nel mondo intero, resistono e lottano in basso e a sinistra.
Fratelli e sorelle,
compagni e compagne,
in un primo momento abbiamo avuto la buona ventura di un’attenzione onesta e nobile di vari mezzi di comunicazione e a suo tempo li abbiamo ringraziati, ma questo è stato completamente cancellato dal loro comportamento posteriore.
Quelli che scommettevano che noi esistevamo solo mediaticamente e che con l’accerchiamento di menzogne e silenzio saremmo spariti, si sono sbagliati.
Quando non c’erano telecamere, microfoni, penne, occhi e orecchie, esistevamo.
Quando ci hanno calunniato, esistevamo.
Quando ci hanno zittiti, esistevamo.
Ed eccoci qui, esistendo.
Il nostro andare, come è stato dimostrato, non dipende dall’impatto mediatico, ma dalla comprensione del mondo e delle sue parti, dalla saggezza indigena che guida i nostri passi, dalla decisione ferrea che dà la dignità di chi sta in basso e a sinistra.
A partire da oggi, la nostra parola diventerà selettiva in quanto al destinatario e, con l’eccezione di alcune occasioni, potrà essere compresa solo da chi ha camminato e cammina con noi, senza arrendersi alle mode mediatiche e congiunturali.
Qui, con non pochi errori e molte difficoltà, un’altra forma di fare politica è già una realtà.
Pochi, pochissimi, avranno il privilegio di conoscerla e di apprenderne direttamente.
19 anni fa vi abbiamo sorpresi prendendo con fuoco e sangue le vostre città. Ora l’abbiamo fatto di nuovo, senza armi, senza morte, senza distruzione.
Ci differenziamo così da quelli che, durante i loro governi, hanno distribuito e distribuiscono la morte fra i loro governati.
Siamo gli stessi di 500 anni fa, di 44 anni fa, di 30 anni fa, di 20 anni fa, di pochi giorni fa.
Siamo gli zapatisti, i più piccoli, quelli che vivono, lottano e muoiono nell’ultimo angolo della patria, quelli che non claudicano, quelli che non si vendono, quelli che non si arrendono.
Fratelli e sorelle,
compagne e compagni,
siamo gli zapatisti e le zapatiste,
ricevete il nostro abbraccio.
¡DEMOCRACIA!
¡LIBERTAD!
¡JUSTICIA!
Dalle montagne del Sudest Messicano.
Per il Comité Clandestino Revolucionario Indígena – Comandancia General del Ejército Zapatista de Liberación Nacional.
Subcomandante Insurgente Marcos.
Messico. Dicembre 2012 – Gennaio 2013.
pubblicato il 10 gennaio 2013
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Dopo la spettacolare riapparizione degli zapatisti in cinque città del Chiapas, dove hanno sfilato silenziosamente in 40mila il 21 dicembre scorso, il subcomandante Marcos si è fatto vivo con tre comunicati. Traduco integralmente il primo, dedicato specialmente al Partido Revolucionario Institucional, il partito al potere più longevo del mondo, che dopo un regno incontrastato di 71 anni (1929-2000) ha attualmente riconquistato la presidenza con Enrique Peña Nieto.
Comunicato 1
29 Dicembre 2012.
Alle autorità competenti lassù:
“Credono di stare dal lato del vincitore…così, oltre che traditori, sono idioti.” Tyrion Lannister in Cronache del ghiaccio e del fuoco. Volume II: Lo scontro dei re. George R.R. Martin.
“ Un lettore vive mille vite prima di morire —disse Jojen—. Chi non legge mai ne vive una sola.” Jojen Reed in Cronache del ghiaccio e del fuoco. Volume V: La danza dei draghi. George R.R. Martin. (Jojen Reed apparirà nella terza stagione della serie di HBO Games of Thrones. Il personaggio sarà interpretato da Thomas Brodie-Sangster. Nota fornita da Marquitos Spoil).
“Se uno si disegna un bersaglio sul petto —disse Tyrion dopo essersi seduto e aver bevuto un sorso di vino— deve essere cosciente che prima o poi gli tireranno delle frecce.”
“Tutti abbiamo bisogno che ci si burli di noi ogni tanto, Lord Mormont —rispose Tyrion alzando le spalle—. Altrimenti cominciamo a prenderci troppo sul serio.” Tyrion Lannister con i comandanti della Guardia della Notte. In Cronache del ghiaccio e del fuoco, Volume I: Games of Thrones.
“Que se acaben los guapos / más vale feo pero sabroso / que ser guapo y baboso” (Al diavolo i belli/ meglio essere brutto ma saporito / che bello e bavoso). Botellita de Jerez.
¿Signore e signori?
Quando abbiamo letto la notizia abbiamo pensato che era un pesce d’aprile, poi abbiamo visto che era datata 24 dicembre (si riferisce al nuovo ministro degli interni – ma vecchio político del Pri – Osorio Chong che aveva dichiarato, dopo la marcia zapatista, “Loro (gli zapatisti) non ci conoscono (a noi del Pri)”, ndt).
¿Cosicché non vi conosciamo? Mmh… mmh… vediamo:
Enrique Peña Nieto. ¿Non è nato a Atlacomulco, nello stato del Messico? ¿Non è parente di Alfredo Del Mazo e di Arturo “mani lunghe” Montiel? (ex-governatori dello stato del Messico, il secondo zio e immediato predecessore di Peña Nieto, ndt).
¿Non è quello che ha ordinato, in collusione con il governo municipale di Texcoco (del Prd) lo sgombero dei fioristi e la carcerazione del dirigente del Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra, Ignacio del Valle, nel maggio del 2006?
¿Non è quello che ha lanciato il suo cane da riporto e delinquente, Wilfrido Robledo Madrid, per attaccare la comunità di San Salvador Atenco e ha ordinato ai suoi poliziotti l’aggressione sessuale contro le donne? ¿Non è il mandante dell’assassinio di Javier Cortés e Alexis Benhumea? ¿Non è stata la Suprema Corte de Justicia de la Nación quella che ha sentenziato che i tre livelli di governo (attenzione: governo federale: PAN; governo statale: PRI; governo municipale: PRD) sono incorsi in gravi violazioni alle garanzie individuali della popolazione?
¿Non è quello che ha fatto un tragico ridicolo con il caso della bambina Paulette, più noto come il caso del materasso assassino?
¿Non è quello che si è vantato della violenza poliziesca a San Salvador Atenco e con il suo atteggiamento superbo, dimenticando che stava di fronte a dei giovani critici e non su un set di televisione, dal suo posto di comando nel bagno della Universidad Iberoamericana ha ordinato di calunniare i protestatari, scatenando cosí il movimento giovanile-studentesco poi conosciuto come #yosoy132?
¿Non è quello che, come primo atto di governo – e ora con la complicità del governo della capitale (PRD) – ha ordinato di reprimere le manifestazioni del 1 dicembre del 2012, finite con la detenzione, tortura e carcerazione di innocenti?
¿Non è quello che non ha letto bene il teleprompter che l’accompagna già da prima del colpo di stato mediatico del 1 luglio 2012?
¿Non è quello che ora vuole nascondersi dietro le gonne della presunta parentela con il reiterato defunto, come se si trattasse di una volgare telenovela?
Sentite, visto che già parliamo di telenovelas, quale sarà la moda di questo sessennio? Cioè, con Echeverría furono le camicie tropicali; con López Portillo, le acque fresche; con De la Madrid, il grigio topo; con Salinas de Gortari, il Prozac; con Zedillo, le battute penose; con Fox, le cazzate; con Calderón, il sangue … ¿e con Peña Nieto? ¿”Amores verdaderos”? Vaiiiiii….così.
Bueno, scusate, continuiamo con la nostra non conoscenza:
Emilio Chuayffet Chemor. ¿Non è stato il capo di Enrique Peña Nieto e il suo maestro? ¿Non è stato ministro degli interni con Ernesto Zedillo? ¿Non è l’ubriacone che, nel 1966, disse alla Cocopa che il governo federale accettava la sua iniziativa di legge e nel dopo-sbornia si ritrattò? ¿Non fu uno dei mandanti della strage di Acteal nel dicembre del 1997? ¿Non è stato quello che ha voluto imporre la moda del ciuffo imbrillantinato e civettuolo fra la gente del Pri e l’unico che lo assecondò fu il suo pupillo di allora, Enrique Peña Nieto?
Pedro Joaquín Coldwell. ¿Non era l’inviato governativo per la pace quando avvenne la mattanza di Acteal e rimase muto e continuò a prendere lo stipendio per non fare nulla?
Rosario Robles Berlanga. ¿Non è stata sindaco della capitale per il Prd? ¿Non si è vantata della repressione che la sua polizia ha inferto più volte ai giovani studenti della Unam nello sciopero del 1999-2000? ¿Non è stata quella che, quando dirigeva il Prd, ha venduto in tutti sensi il suo partito? ¿Non è l’attuale incaricata di disputare ai Bejarano il corporativismo nella capitale e in tutto il paese?
Alfonso Navarrete Prida. ¿Non è quello che prima ha coperto il regolamento di conti della delinquenza organizzata che produsse l’omicidio di Enrique Salinas de Gortari (psss, siete un po’ pesanti fra di voi, no?) e poi ha esonerato Arturo “mani lunghe” Montiel?
Miguel Ángel Osorio Chong. ¿Non è stato accusato di sviare fondi governativi al Pri? ¿Non è inquisito dalla PGR, la Procura Generale della Repubblica (fascicolo PGR/SIEDO/UEIDORPIFAM -185/2010) per rapporti con l’organizzazione criminale degli Zetas? (Ah, cambio di strategia nella lotta al narcotraffico?)
(Ops, vedo ora che uno dei fratelli della sottosegretaria del ministro dell’interno Osorio Chong incaricata di Immigrazione, Popolazione e Questioni Religiose è inquisito non una ma più volte (il sub Marcos si riferisce ironicamente a se stesso: sua sorella Paloma Guillén fa parte del nuovo governo di Peña, ndt). Varie di queste inchieste hanno il timbro di archiviate per decesso dell’inquisito, poi un altro timbro che non è morto, poi un altro ancora in cui risulta che è bien defunto, e via così…mmh…18 volte. L’ultimo timbro che dice che il maledetto va da quelle parti è del 21 dicembre 2012, e una nota scritta a mano che dice “riattivazione in sospeso, aspettare indicazioni di CSG (Carlos Salinas de Gortari, ndt).… mmh… ¿che vorranno dire queste iniziali? ¿hanno cambiato nome anche alla PGR? Infine, almeno avvisate il soggetto, no?).
Chiaro, voi mi direte che non sono queste le persone che comandano, che in realtà è Carlos Salinas de Gortari che detta a Enrique Peña Nieto quello che deve fare ¡Ah!, ¿che sarebbe di questo paese se non avessero inventato il teleprompter? (in gergo, il gobbo, ndt).
Ok, ok, ok. Carlos Salinas de Gortari. ¿Non è quello che ha saccheggiato come nessun altro le ricchezze nazionali durante la sua presidenza? (sì, già so che sono tutti dei ladroni, ma diciamo che ci sono dilettanti e professionisti). ¿Non è chi ha devastato l’agro messicano con le sue riforme all’ articolo 27 della Costituzione? ¿Non è quello a cui guastammo il brindisi di Capodanno all’inizio del 1994? ¿Non è quello che vide infrangere i suoi sogni dittatoriali da finti fucili di legno? ¿Non è quello che fece assassinare Luis Donaldo Colosio Murrieta? ¿Non è quello che fece il ridicolo con il suo sciopero della fame nel 1995? ¿Non è quello che, lo scorso 21 dicembre (in occasione della marcia silenziosa di 40mila zapatisti in cinque città del Chiapas, ndt), domandava frenetico al telefono rosso: “Che dicono? Che dicono?” e che sentì un brivido lungo la schiena quando gli hanno risposto: “Niente, stanno in assoluto silenzio.”?
Tutti voi, non siete quelli che hanno sempre optato per la violenza invece del dialogo?
¿Non siete quelli che ricorrono sempre alla forza quando non hanno ragione?
¿Non siete quelli che hanno fatto scuola di corruzione e malvagità in tutti i partiti politici?
¿Non siete quelli che si sono rifiutati di rispettare gli Accordi di San Andrés che significherebbero il riconoscimento costituzionale dei diritti e della cultura indígena, non siete quelli che completerebbero il saccheggio sotto le spoglie di miniere, acquedotti, dighe, balneari, strade, lottizzazioni?
¿Non siete voi, insieme ai vostri compagni della classe política, che ricordate quei responsabili della sicurezza dei grandi edifici che cercano di convincere gli inquilini dei piani medi, alti e dell’attico che non corrono alcun pericolo mentre si dinamitano i piani bassi, il pianterreno e la cantina? Ma davvero c’è chi ci crede?
Voi, che tante volte mi avete ucciso, dichiarato morto, estinto, defunto, trapassato, cadavere, sparito, sconfitto, vinto, arreso, comprato, annichilato, pensate che qualcuno vi crederà quando sarà vero che, come nell’amore, in corpo e anima mi consegnerò alla morte e sarò solo un po’ più di terra nella terra?
Se avete risposto no a qualsiasi domanda, allora avete ragione: non vi conosciamo.
Dalle montagne del Sudest Messicano
Subcomandante Insurgente Marcos. Messico, Dicembre 2012.
P.S. CHE REITERA.- So che lo sapete già, ma conviene che lo ricordiate: non vi temiamo. Ah, e non siamo gli unici.
P.S. CHE, GENEROSAMENTE, OFFRE AI CATTIVI GOVERNI UN MANUALE IN 10 PASSI (attenzione: di facile lettura, non spaventarsi), PER IDENTIFICARE UNO ZAPATISTA E SAPERE SE PUO’ DIRE O NO CHE HA CONTATTI CON L’EZLN:
1.- Se chiede denaro o progetti a qualunque dei tre livelli di governo, NON E’ ZAPATISTA. 2.- Se stabilisce un canale di comunicazione diretto senza annunciarlo prima pubblicamente, NON E’ ZAPATISTA. 3.- Se chiede di parlare o parla direttamente con qualunque dei tre livelli di governo senza annunciarlo prima pubblicamente, NON E’ ZAPATISTA. 4.- Se vuole una carica, una nomina, omaggi, premi, ecc., NON E’ ZAPATISTA. 5.- Se ha paura, NON E’ ZAPATISTA. 6.- Se si vende, arrende o claudica, NON E’ ZAPATISTA. 7.- Se si prende troppo sul serio, NON E’ ZAPATISTA. 8.- Se non provoca brividi al guardarlo, NON E’ ZAPATISTA, 9.- Se non dà la sensazione che dice di più con il suo silenzio, NON E’ ZAPATISTA. 10.- Se è un fantasma di quelli che scompaiono, NON E’ ZAPATISTA.
P.S. CHE SI SCUSA.- Oh, lo so che speravate qualcosa di più serio e formale. Però, ¿non è lo stile e il tono di questa missiva una prova di vita migliore di una foto o di un video, o anche di una firma?
IL P.S. VI CONSEGNA UN HAIKU DI MARIO BENDETTI AL SUPMARCOS: no quiero verte / por el resto del año / o sea hasta el martes.(non voglio vederti / per il resto dell’anno / ossia fino a martedì.)
pubblicato il 5 gennaio 2013
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L’insediamento di Enrique Peña Nieto alla presidenza del Messico riporta al potere il Partido Revolucionario Institucional con la sua coda di corruzione, impunità, autoritarismo e repressione.
Il dinosauro della politica messicana – “dittatura perfetta” secondo Mario Vargas Llosa, “orco filantropico” per Octavio Paz – in realtà non era mai andato in pensione: governa 20 dei 32 stati e, a livello centrale, ha cogovernato con il Pan, il partito dell’estrema destra cattolica che ha occupato la presidenza negli ultimi 12 anni con Fox e Calderón. L’uscita di scena di quest’ultimo, che grazie alla sua arrogante incompetenza e alle sue politiche fallimentari lascia un paese distrutto e sanguinante, ha provocato un sospiro di sollievo generale. Ma l’entrata in scena di Peña Nieto, a cavallo di un’elezione comprata dai grandi capitali, non è certo la luce in fondo al tunnel: sabato 1 dicembre, giorno di inizio del nuovo sessennio, le manifestazioni di protesta contro la sua imposizione sono state represse con una violenza intimidatoria ma anche simbolica. E’ il ritorno della presidenza imperiale?
Intanto, dei 70 arrestati di quel giorno – quasi tutti estranei agli scontri, iniziati da provocatori pagati – 55 sono già stati liberati grazie alla pressione della società civile e alle testimonianze visive (foto, video, riprese di cellulari). Questa è la grande differenza dagli anni ’60-’70: la diffusione della tecnologia audiovisiva serve a sbugiardare le false versioni delle autorità e le mette di fronte allo specchio, rendendo più difficili – e in certi casi impossibili – le manipolazioni.
Nell’esordio del nuovo governo, i responsabili dell’ordine pubblico non hanno fatto una gran bella figura. Tutte le loro dichiarazioni sono state puntualmente smentite da immagini e da evidenze: che la polizia non aveva in dotazione proiettili di gomma (un giovane manifestante ha perso un occhio a causa di una di queste munizioni); che i lacrimogeni non sono stati sparati ad altezza d’uomo (il regista teatrale José Francisco Kuykendall è in coma, con il cranio sfondato da un candelotto che ha provocato la fuoriuscita di materia cerebrale); che non sono state usate squadre di agenti in borghese (abbondantemente fotografati); che non sono stati ingaggiati vandali a pagamento (si è saputo perfino il prezzo: 300 pesos, pari a 18 euro).
Traduco due articoli, apparsi sul quotidiano La Jornada (www.jornada.unam.mx) sul giorno iniziale della nuova presidenza. Il primo è una cronaca di Paco Ignacio Taibo II sul vissuto di quel sabato a livello strada. L’altro è un pezzo di riflessione di Adolfo Gilly sul perchè di tanta violenza (e da dove viene e a chi giova).
I segnali dell’inverno che viene
di Paco Ignacio Taibo II
Erano molti anni che non vedevo uno schieramento di polizia come questo. Migliaia di uomini in divisa e centinaia in borghese denunciati dal taglio di capelli. La città pullula di uniformi blu. Il Viadotto chiuso in alcuni tratti, aperto in altri. Non c’è molta logica nell’accerchiamento, solo dimostrare potere, dispiegarlo come un manto temibile, dissuasivo, simbolo dei nuovi tempi, e creare la protezione di un doppio guscio per impedire che Peña Nieto ascolti che in questa città l’immensa maggioranza lo detesta e pensa che ha comprato le elezioni.
– Ma non aveva vinto Peña Nieto? E dove stanno quelli che hanno votato per lui? – dice il mio vicino del laboratorio di tappeti.
Con Paloma ci avviciniamo camminando a San Lazaro (sede del Congresso, ndt), osservando decine di blocchi, transenne, barriere metalliche, file di poliziotti. Per telefono, radio e twitter arrivano notizie di scontri e si dice che un giovane è morto (poi si preciserà che è rimasto gravemente ferito). Alcuni compagni sciolti si uniscono a noi. Un ragazzo piuttosto pallido riceve pacche sulle spalle dai suoi compagni. L’hanno fermato, messo in una macchina della polizia e picchiato. L’intervento di un gruppo di studenti ha ottenuto il suo rilascio. Non ha in mano né pietre, né bastoni, né molotov, e neanche una fionda con biglie, solo una bandiera di cui non posso leggere il messaggio perché è piegata.
Arriviamo all’angolo di Fray Servando, dove c’è un gruppo di maestri democratici della sezione 9 di fronte a uno schieramento di polizia. Qualcuno parla con un megafono ai poliziotti della prima fila (che sono della città), dietro di loro c’è una seconda fila e poi una fila di polizia federale. “Policía, escucha, tu hijo está en la lucha”, (poliziotto ascolta, tuo figlio sta nella lotta) scandisce il gruppo. Quello del megafono domanda ai poliziotti se li hanno fatti venire per proteggere i federali, gli suggerisce di chiedere un aumento di stipendio e, naturalmente, di organizzarsi in un sindacato democratico.
Non è chiaro dove si è concentrata la gente. Come in tante altre manifestazioni degli ultimi mesi, l’appello è caotico. Le notizie che arrivano, anche. Sembra che ci siano molti feriti. Una parte del gruppo si separa e cerca di arrivare allo Zocalo. Noi andiamo verso l’Angelo dell’Indipendenza, dove è già cominciato il meeting del Morena (il Movimiento de Regeneración Nacional di López Obrador, ndt).
Con le informazioni che si hanno in questo momento, Andrés Manuel López Obrador (Amlo) prende duramente posizione: “No a la represión”. Le richieste della società non si risolvono con proiettili di gomma e manganelli. Gli scontri sono il risultato diretto della frode elettorale. Amlo chiede le dimissioni, la destituzione del ministro degli interni Osorio Chong, appena nominato, e, se si dimostra la sua responsabilità, dello stesso Mondragón, che ha lasciato l’amministrazione della capitale (in cui era il capo della polizia, ndt) per diventare sottosegretario agli interni nel nuovo governo del Pri.
Il meeting di Amlo si scioglie molto lentamente, arrivano di continuo voci e notizie. Si parla di scontri nelle vicinanze dello Zocalo, di fronte all’Alameda, in Belle Arti, vicino al monumento alla Rivoluzione, dove anche il Prd della capitale (Partido de la Revolución Democrática, di centro-sinistra, ndt) ha indetto una manifestazione di ripudio al nuovo presidente. Un dimostrante che viene dal centro rilascia la sua testimonianza: ha ascoltato un ufficiale di polizia che ordinava di caricare un gruppo pacífico di manifestanti al grido di “massacrateli!”, mostra le foto dei feriti. Si parla di giornalisti picchiati. Qualcuno domanda: perché sparano i candelotti a altezza d’uomo? Non si tirano a parabola?
Qualche ora più tardi, un primo bilancio stima 165 feriti, decine di detenuti, quasi 100 denunciati. Vedo in internet foto di vetrine rotte di banche, hotel e supermercati vicino a Belle Arti. Che è successo?
Per prima cosa, che il nuovo governo mostra i denti e il futuro stile di governare e lo fa con la complicità del governo della capitale. Per mesi si sono susseguite manifestazioni senza alcuna violenza, in cui milioni di persone hanno espresso il loro diritto a dissentire. Circondare il Congresso, dispiegare la polizia implica limitare questo diritto. Questa è la prima provocazione e viene dal governo federale. In che articolo costituzionale si nega il nostro diritto a dire che Peña non ha vinto le elezioni? Che queste sono state una frode basate su migliaia di voti comprati? Dove si dice che non possiamo dirlo di fronte al palazzo del Congresso o in mezzo ai canali di Xochimilco?
Sembra innegabile anche che impedire che una parte dei cittadini protesti vicino a San Lazaro o nel Zocalo ha arroventato un ambiente già surriscaldato di per sé e che una parte del movimento è caduto nella trappola di confrontarsi violentemente con la polizia. Non sono d’accordo con loro, continuo a pensare che il vero radicalismo sta nella ricerca delle maggioranze, nell’organizzazione della società, nel recupero dei sindacati e delle condizioni umane di lavoro, ma non posso demonizzarli. Però mi pronuncio apertamente contro il vandalismo: deturpare con spray il monumento a Benito Juárez, spaccare le vetrine di un supermercato o di una banca, distruggere un cassonetto di rifiuti non favorisce certo l’ampio movimento, danneggia innocenti cittadini e regala una foto agli sciacalli dei media, che confermano così il loro eterno discorso che la civiltà sta nel potere, nell’arrivismo, nel culto all’immobilità del sistema.
In serata continuano ad arrivare le informazioni più strane. Ne confermo tre che mi sembrano particolarmente importanti: un maestro, la sera del giorno prima, assiste all’arrivo di vari camion nelle vicinanze del cinema Metropolitan. Curiosando si avvicina a quelli che ne scendono. “Venite in pellegrinaggio?”, domanda scherzando. “Veniamo a rompere le ossa agli studenti del movimento 132”, risponde un tipo incazzato. Il maestro li segue da lontano. Vede vari di loro marcare le vetrine di alcuni edifici di fronte all’Alameda. Un’altra testimonianza della stessa sera del venerdì riporta che nelle stazioni della metropolitana vicine a San Lazaro (perlomeno in due), che il giorno dopo sarebbero state chiuse e poi aperte, qualcuno aveva depositato vari fasci di bastoni. Una terza testimonianza parla di un gruppo di giovani alieno al movimento che portavano un segno comune di distinzione e che hanno partecipato a vari scontri. Al confronto fra alcuni gruppi della sinistra radicale e i poliziotti si sarebbe aggiunta dunque una provocazione? Chi aveva interesse a farla?
La sera la televisione realizzerà il suo gioco tradizionale. Farà del commentario banale una festa. Non ci sarà un solo riferimento al modo dubbio con cui Peña Nieto ha vinto le elezioni, né un solo accenno alla violenza poliziesca, sebbene ogni tanto si infiltrino delle immagini di poliziotti che prendono a calci un giovane a terra. Le dichiarazioni di Marcelo Ebrard (il sindaco di Città del Messico, del Prd, ndt) lavano la faccia sporca alla polizia federale.
Comincia a circolare la lista dei detenuti. Mostra che, a differenza di quanto ha dichiarato Ebrard – che di ogni detenuto c’erano le prove che aveva commesso un reato aggredendo un poliziottto o facendo atti di vandalismo – molti sono stati arrestati per dire ad alta voce quello che pensavano, perché stavano passando, perché hanno cercato di difendere un giovane caduto a terra contro cui i poliziotti si stavano accanendo.
La notte del sabato ho sognato di avere perso le mie scarpe nere. Qualcuno me le ha tolte e mi tocca camminare scalzo per le strade. E’ un sogno assurdo, ossessivo. Suppongo che abbia a che vedere con le foto delle scarpe abbandonate dopo la strage di Tlatelolco o con quella manifestazione del 26 luglio del 1968, quando i granaderos ci accerchiarono nella calle de Palma e per un quarto d’ora manganellarono il nostro gruppo di studenti. Si allontanavano, tornavano, si avvicinavano alle prime file, bastonavano e si ritiravano. Non avevamo scampo e il migliaio di ragazzi che eravamo ci facevamo piccoli calpestandoci. Fu allora che persi una scarpa.
Il sogno è un avvertimento? Ritornano i tempi cupi? Bisognerà fermarli.
LE MANI SULLA CITTÀ
di Adolfo Gilly
La prima promessa di campagna mantenuta dal cittadino Enrique Peña Nieto, presidente del Messico, è stata quella che fece l’11 maggio scorso nell’Universidad Iberoamericana: “Assumo la piena responsabilità dei fatti di Atenco (dove, nel maggio 2006, lo stesso Peña Nieto, allora governatore dello stato del Messico, ordinò di reprimere i comuneros che difendevano le loro terre dalla costruzione di un aeroporto. Il bilancio di quella azione repressiva fu di due morti, 40 feriti, 211 detenuti e 26 donne violentate, ndt). I responsabili sono stati portati davanti ai giudici, ma ripeto: fu un’azione decisa nel legittimo diritto che ha lo Stato messicano di usare la forza pubblica per ristabilire l’ordine e la pace:”
Il primo dicembre, giorno dell’insediamento alla presidenza di fronte al plenum del Congresso, la forza poliziesca e parapoliziesca – secondo quanto è rimasto registrato in riprese, fotografie e testimonianze – è stata lanciata contro manifestazioni di giovani o pacifiche o comunque controllabili in anticipo se si fosse voluto. Invece no: era ora di farci sapere di che si tratta e che i giovani del movimento #YoSoy132, e con loro l’intera Città del Messico, pagheranno per la colpa di essersi ribellati.
Era ora di mettere ordine – e paura – in questa città che non si lascia dominare, dove l’opposizione democratica ha raccolto il 63 per cento dei voti e gli studenti hanno accerchiato Televisa senza che ci sia stato – ricordiamolo bene – un solo esempio di violenza durante la difficile campagna elettorale. Era ora di farci sapere che, anche da parte loro, Atenco no se olvida, non si dimentica.
La volontà di dare una lezione è la ragione visibile della struttura difensiva e minacciosa eretta intorno al Congresso da una settimana prima, chiudendo strade e stazioni della metropolitana e innalzando imponenti barriere metalliche nelle vie adiacenti a San Lazaro (sede del Congresso, ndt). Dietro a queste barriere, ripiegate alcuni giorni dopo in seguito alle proteste cittadine ma non smantellate, le immagini filmate il primo dicembre mostrano non solo le forze della Policía Federal, ma anche squadre di civili con berretti, giacconi e alcuni con il viso semicoperto che camminano disinvoltamente tra i federali in divisa. Di che si trattava?
Così si è vista, la mattina di quel sabato, la violenza scatenata dai federales a San Lazaro, lanciando candelotti lacrimogeni e proiettili di gomma ad altezza d’uomo; e il pomeriggio, prima la passività della polizia della città di fronte ai negozi devastati in Avenida Juárez – chi la comandava il giorno del cambio della guardia? – poi gli arresti indiscriminati di altri giovani in altri luoghi, compresi molti che volevano dialogare con la polizia e sono stati accerchiati, trascinati e arrestati da quegli stessi agenti. In una lista di 58 detenuti pubblicata su La Jornada del 3 dicembre da Imágenes en Rebeldía, 40 hanno meno di 26 anni.
Così abbiamo visto anche le inesplicabili devastazioni sull’Alameda, come una specie di messaggio diretto a Marcelo Ebrard, il sindaco della capitale, distruggendo con accanimento la sua ultima opera urbana. E per ultimo abbiamo potuto vedere, lunedì 3, l’efficacia e la calma di quella stessa polizia cittadina nello scortare la manifestazione di protesta di quel pomeriggio su Avenida Reforma. Oggi, martedì 4, mentre scrivo queste righe, nessuna autorità ha spiegato tanti comportamenti in apparenza contradditori. Neanch’io ho una spiegazione, solo alcune riflessioni di fronte a una violenza che non vedevamo da molto tempo nella capitale.
Il Pri, il Partido Revolucionario Institucional, ha riconquistato la presidenza. Nei suoi lunghi anni al potere (dal 1929 al 2000, ndt) ha sempre governato tenendo il comando effettivo della capitale, salvo negli ultimi tre anni della presidenza di Ernesto Zedillo, dal 1997 al 2000, quando perse il governo della città per opera di Cuauhtémoc Cárdenas e del Prd, e da allora non lo ha riconquistato. Più ancora: dopo i governi di Cárdenas (e il breve interregno di Rosario Robles), di Andrés Manuel López Obrador e di Marcelo Ebrard, nelle ultime elezioni il candidato del Prd, Miguel Mancera, è stato eletto con il 63 per cento dei voti. In cambio, nell’elezione nazionale, Enrique Peña Nieto ha raggiunto (ufficialmente) solo il 38 per cento.
Per il Pri si tratta di un’anomalia intollerabile: i poteri della Federazione risiedono in una capitale ribelle al suo comando e ai suoi modi. Ora che il partito ritorna al potere nazionale, dopo il fallito interludio del Pan con Fox e Calderón, ha bisogno di recuperare il comando di fatto – anche se non lo ha di diritto – su Città del Messico. Miguel Mancera, il nuovo sindaco entrante della capitale, è avvisato. A Ebrard, nei suoi ultimi giorni di governo, bande sconosciute hanno ridotto in frantumi la sua vetrina di commiato, l’accurata opera di ristrutturazione dell’Alameda, appena conclusa. Chi sono? Gli #YoSoy132? Gli anarchici? I saccheggiatori dei negozi che andavano dritti all’obiettivo? Andiamo, per favore, siamo seri! Se qualcosa si capisce nella penombra di questi ultimi giorni è che anche Marcelo Ebrard è stato avvisato.
Sono avvisati anche, su come sarà la partita, gli studenti e i professori di Unam (Universidad Nacional Autónoma de México), Uam (Universidad Autónoma Metropolitana), Universidad Iberoamericana, Ipn (Instituto Politécnico Nacional) e quanti come loro, in altre scuole o università, si azzardino ad emulare la prodezza della Ibero a maggio (quando, l’11 maggio, gli studenti contestarono Peña Nieto in campagna, mettendolo in fuga, e nacque il movimento “Yo Soy 132”, ndt) e a sognare un Messico di giustizia, libertà e pace. Siamo tutti avvisati. Perché il Pri, a sua volta, sia avvisato, bisogna ottenere la libertà di tutti i detenuti nel nefasto giorno iniziale del sessennio. L’ultimo presidente di questo partito, Ernesto Zedillo Ponce de León, ottenne il 48 per cento dei voti nel 1994. Nel 1997 perse Città del Messico, questa capitale ribelle, democratica e impertinente degli Stati Uniti Messicani. Fino ad oggi.
Ora vogliono riprenderla. Difendiamola.
pubblicato il 10 dicembre 2012
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Divisa fra nove paesi, l’Amazzonia con i suoi sette milioni di chilometri quadrati, le sue innumerevoli risorse e la sua ricchissima biodiversità è l’ultima frontiera verde che fa gola all’economia neoliberista nell’attuale crisi. Oggi più che mai le popolazioni indigene che hanno curato per millenni questo immenso territorio sono minacciate dalla penetrazione devastante delle multinazionali e dal surriscaldamento planetario, che rischia di provocare la “savanizzazione” dell’intero bacino fluviale.
La lotta del movimento indoamazzonico non è solo in difesa del proprio habitat ma anche per la sopravvivenza e il benessere del pianeta. E i popoli originari, oltre ad offrire resistenza ai piani di saccheggio del grande capitale, presentano una proposta di “vida plena” – una relazione armoniosa fra natura e società che gli andini chiamano buen vivir – a tutta l’umanità.
Alberto Pizango Chota è un apu del popolo Shawi (ora Kampu Piyawi, che vuol dire “noi la gente”) dell’Amazzonia peruviana. Proviene da una comunità “vicino a Chayahuita” nella regione di Loreto. Più che un leader politico o spirituale, un apu è un portavoce e un consigliere del suo popolo. Pizango è presidente dell’Aidesep (Asociación Interétnica de Desarrollo de la Selva Peruana), che rappresenta piú di 300mila indigeni dell’Amazzonia. Anche se sono meno del due per cento della popolazione peruviana, gli abitanti originari della selva svolgono un ruolo cruciale nella preservazione di quell’ecosistema, minacciato dall’avanzata delle compagnie petrolifere e dell’industria estrattiva. La difesa del loro habitat, che è allo stesso tempo una lotta a favore della natura e delle generazioni future, gli sta costando aggressioni e stragi come quella di Bagua (5/6/09); esili come quello dello stesso Pizango e di altri dirigenti (“Undici mesi e venti giorni è durato il mio esilio in Nicaragua”, dice); inganni come la ley de consulta previa approvata dal governo di Ollanta Humala, che obbliga presuntamente lo Stato a consultare le comunità per qualunque progetto che riguardi i loro territori, una legge che è stata presentata come la soluzione storica alle rivendicazioni dei popoli originari ma rappresenta solo l’ultima versione degli inganni governativi di sempre.
Nello studio alternativo che le organizzazioni indigene amazzoniche e andine del Perù hanno appena presentato, per il quinto anno consecutivo, sull’(in)osservanza del Trattato 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, richiama l’attenzione il fatto che più di un quarto del territorio nazionale è stato dato in concessione all’industria mineraria e che il governo di Humala non ha diminuito né il volume né il ritmo delle concessioni petrolifere e gasifere né i progetti di megacentrali idroelettriche.
Intervista al dirigente amazzonico Alberto Pizango
“Il problema viene quando i nostri popoli continuano a credere nella buona fede dei governi. La mattanza del 5 giugno 2009, ordinada dal presidente Alan García per sloggiare gli indigeni dalla Curva del Diablo, vicino Bagua, ci dette ragione e si installarono quattro tavoli di dialogo. Si lavorò ad una legge quadro di consulta, che però non fu accettata dal governo di García. Ollanta Humala si era impegnato a far approvare la legge, ma alla fine risultò una versione totalmente potata al gusto delle multinazionali. Humala disse in tono vittorioso:”Io promulgo la ley de consulta perché i popoli indigeni non siano mai più sopraffatti dalle multinazionali”.
Ma quando ha aggiunto: “Non lasciatevi fuorviare da falsi leader”, era chiara la sua manovra: togliere di mezzo le organizzazioni, far sparire chi rappresenta meglio i nostri popoli.
Allora abbiamo preso la parola e abbiamo detto: “Salutiamo la ley de consulta, ma chiediamo che si modifichino gli articoli 1, 2, 4, 7, 11, 15, 19 e la seconda disposizione complementare, perché deformano la proposta dei nostri popoli”. Non c’è una sana volontà dello Stato e nei parlamentari non si vede alcuna volontà politica. Hanno proposto incontri macro-regionali sulla legge per verificare la sua accettazione a livello nazionale e noi abbiamo detto di sì. Bisogna tenere conto che la democrazia dei nostri popoli non è di tipo rappresentativo come quella occidentale, ma diretta, emana dai popoli. Sono loro a decidere, questa è la grande differenza.
L’Aidesep convocò le sue basi regionali. La Confederación Nacional de Comunidades del Perú Afectadas por la Minería (Concami) fece altrettanto con le comunità della costa e della sierra. Dei sei incontri macro-regionali, cinque hanno ribadito le modificazioni richieste. C’è stato anche un incontro nazionale a febbraio, in cui le organizzazioni hanno espresso il loro rifiuto all’attuale regolamentazione della legge. Ora siamo in condizioni, grazie alle firme raccolte, di presentare un ricorso di incostituzionalità.
I danni forti nell’Amazzonia cominciano negli anni ‘70. Siamo arrivati a un punto in cui ci sono intere popolazioni soggette all’inquinamento da piombo, idrocarburi, sostanze tossiche. Ci hanno offerto lo sviluppo, ci hanno promesso che con le compagnie petrolifere e minerarie le nostre condizioni di vita sarebbero migliorate. Ma quello che abbiamo è solo distruzione, bambini malati, fiumi inquinati, terre degradate. I fratelli Achwar sono stati i primi a soffrirne, ma dal 2000, con lo sfruttamento dei giacimenti di gas di Camisea, nella regione del fiume Urubamba, molti altri popoli sono stati colpiti: Yine, Asháninka, Machiguenga. Le popolazioni non contattate, quelle che vivono in isolamento volontario, vedono che il loro modo di vita è minacciato.
Invece dello sviluppo convenzionale imposto dalla cultura occidentale, sosteniamo un concetto di sviluppo armonioso. Non vogliamo essere trattati come bambini e tutelati dallo Stato, quando in realtà abbiamo un piano per una vita piena, abbiamo proposte concrete per mitigare gli effetti del surriscaldamento planetario e minimizzare i danni ambientali. Le proposte indigene si articolano in otto campi tematici: salute, istruzione, sovranità alimentare, partecipazione della donna, istituzionalità, territorio, criminalizzazione della protesta sociale e identificazione dei popoli indigeni.
Commercializare la terra è alieno alla nostra tradizione, ma anche nei popoli indigeni c’è sempre qualcuno che si lascia corrompere. Fortunatamente, si tratta solo di alcuni che hanno perso la bussola. 6.279 comunità hanno già ottenuto titoli di proprietà, abbiamo ottenuto il riconoscimento di cinque riserve naturali, in cui vivono popoli in isolamento volontario, oltre ad undici riserve comunali. Abbiamo dimostrato che i nostri popoli sanno prendersi cura dell’ambiente e delle risorse naturali. Finora ci sono stati riconosciuti tredici milioni di ettari, più grazie alla cooperazione internazionale che allo Stato. Abbiamo presentato una richiesta per altri 20 milioni di ettari, perché altre 805 comunità ottengano titoli di proprietà e si riconoscano altre cinque riserve naturali e otto riserve comunali.
L’Aidesep si è formata nel 1979 per assicurare la proprietà dei nostri territori ancestrali e abbiamo lavorato per il riconoscimento dei diritti dei 65 popoli amazzonici. Questa è stata la strada di Aidesep (www.aidesep.org.pe): dai tre popoli iniziali, oggi sono tutti presenti, affiliati a 67 federazioni, con nove organizzazioni regionali in 11 dei 24 dipartimenti del Perù. Crediamo nell’unione dell’umanità per risolvere i maggiori problemi che affliggono il pianeta, come il cambio climatico e la sopravvivenza della specie. I nostri popoli si sono aperti al dialogo, a partire dal fatto che siamo tutti figli della Madre Natura, che gli andini chiamano la Pachamama, la Madre Terra. Cerchiamo semplicemente una vita armoniosa, una vera pace duratura. Ci guidiamo con tre principi, che erano già praticati dai nostri antenati: la solidarietà, la reciprocità e l’interdipendenza all’interno di un ecosistema o regione geografica. La vera giustizia si farà strada solo quando lo Stato mononazionale darà luogo a uno stato plurinazionale.
In quanto ai fatti di Bagua, tutti sanno che i decreti del presidente Alan García che cedevano i nostri territorio alle compagnie multinazionali sono stati il detonatore delle agitazioni in difesa dell’Amazzonia. I popoli Awajun e Wampi non sono scesi in guerra, ma solo a manifestare.
Bagua segna uno spartiacque nella storia del Perù: un prima, in cui i popoli non sono minimamente ascoltati, e un dopo, quando grazie al sangue versato vengono finalmente presi in considerazione. A una settimana dalla strage furono derogati due decreti legislativi e si installarono i tavoli di dialogo. C’è un proceso in corso, ma non si è ancora fatto giustizia.”
pubblicato il 22 novembre 2012
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