Con il passo indietro del presidente del Senato Manlio Fabio Beltrones del Pri, che ha appena deposto le sue pretese di candidarsi, la corsa alla presidenza della repubblica, da disputarsi fra sette mesi in Messico, si restringe a due soli cavalli: Enrique Peña Nieto, eroe da telenovela martellato da Televisa, candidato dei poteri forti e del gran capitale (di tutti i tipi), degli Stati uniti, di Dio e del Vaticano, trionfalmente montato sul dinosauro del Pri – il Partido Revolucionario Institucional, ossimoro al potere dal 1929 al 2000, “orco filantropico”,“dittatura perfetta” in rentrée – contro uno sfidante di peso, Andrés Manuel López Obrador, Amlo, il trionfatore scippato del 2006, in sella al Morena – il Movimiento de Renovación Nacional, l’unico movimento popolare con milioni di iscritti e simpatizzanti – candidato del popolo in cerca di pane e giustizia, degli intellettuali e dei disoccupati, dei gay e degli operai, degli emigranti, delle donne e dei gatti. Chi vincerà? Il duello si promette interessante.
Chi ormai è completamente fuori gioco e senza possibilità di ripresa è il Pan, il Partido de Acción Nacional che nei suoi 12 anni al potere – prima con Vicente Fox, poi con Felipe Calderón – ha eroso fino all’osso la pazienza popolare con le sue politiche repressive e antinazionali. Oggetto di una denuncia presentata in questi giorni alla Corte penale internazionale dell’Aia per delitti contro l’umanità, detestato da un elettorato che lascia in un mare di sangue e con le tasche vuote, il governo del presidente Calderón deve già star negoziando per guadagnare l’uscita senza passare dal tribunale. Altrimenti dovrebbe rendere conto dei più di 50mila morti che ha già provocato la sua stolta “guerra al narcotraffico”, un’ecatombe delle dimensioni di un genocidio.
L’ultima sconfitta elettorale nello stato di Michoacán, dove Calderón voleva imporre come gobernadora sua sorella Cocoa ma non ci è riuscito malgrado la valanga di aiuti sottobanco, sancisce il definitivo declino del Pan, il partito dell’estrema destra clericale e faccendiera che è rimasto al potere per un secondo sessennio (2006-12) solo perché il Pri glielo ha permesso. E adesso, per il Pri, è venuta l’ora di riscuotere.
Se gli accordi per il passaggio di poteri fra il Pan e il Pri sono più ovvi che segreti, l’incognita vera è: ce la farà questa volta il popolarissimo – ma anche odiatissimo – Amlo, designato dai sondaggi come il candidato unico della sinistra, davanti al sindaco della capitale, il moderato Marcelo Ebrard, a rimontare le preferenze, ora molto a favore di Peña Nieto, delfino dell’oligarchia e delle tv? Da qui al 1º luglio può succedere di tutto.
pubblicato il 24 novembre 2011
|
È possibile seguire tutte le repliche a questo articolo tramite il feed RSS 2.0.
Puoi lasciare un commento, oppure fare il trackback dal tuo sito.
Lascia un Commento
- giugno 2013
- maggio 2013
- marzo 2013
- febbraio 2013
- gennaio 2013
- dicembre 2012
- novembre 2012
- agosto 2012
- giugno 2012
- maggio 2012
- marzo 2012
- dicembre 2011
- novembre 2011
- ottobre 2011
- settembre 2011
- giugno 2011
- marzo 2011
- febbraio 2011
- gennaio 2011
- dicembre 2010
- novembre 2010
- ottobre 2010
- settembre 2010
- luglio 2010
- giugno 2010
- maggio 2010
- aprile 2010
- marzo 2010
- febbraio 2010
- dicembre 2009
- Suzanne Kerbavcic su Matteo Dean, un angelo del movimento
- Arena su Morire di Messico
- luigi su Siamo uomini o caporali?
- Antonio su Siamo uomini o caporali?
- stefano su Siamo uomini o caporali?
- Antiviolenza
- Anziparla
- AutoCritica
- Chips&Salsa
- Compagni di squadra
- Dal Giappone con Furore
- EstEstEst
- FranciaEuropa
- Game Odissey
- Generazioni Occupy
- Horror Vacuo
- Islamismo
- La finanza spiegata ai gatti
- La Rete nel cappio
- Losangelista
- Lo scienziato borderline
- Napoli centrale
- Nuvoletta Rossa
- Popocatépetl
- Poltergeist
- Quinto Stato
- Rovesci d'Arte
- Street Politics









