Wednesday 19 June 2013

IL MANIFESTO BLOG
   Dal precariato al lavoro autonomo. A cura di Roberto Ciccarelli
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  • NOMADIE anche se il viaggio è immobile, da fermo, 

    impercettibile, imprevisto, sotterraneo, 

    dobbiamo chiederci quali sono oggi i nostri nomadi

    DELEUZE

     

    La famiglia di mio padre è costituita per oltre tre quarti da emigrati negli Stati Uniti. Oggi non conosce i nipoti e i pronipoti che portano il suo nome oltreoceano. Lui stesso è di origini albanesi. Mio padre è un arbresch, cioè parla l’albanese che il generale Scanderberg importò nell’Italia meridionale a metà del 400 quando Ferdinando I gli concesse i feudi di Monte Sant’Angelo, Trani e San Giovanni Rotondo. Con mia sorella, siamo cresciuti nella sospensione tra la lingua inglese e quella albanese, lontani idiomi incomprensibili che ascoltavamo quando i parenti si riunivano d’estate nel paesino di origine della migrazione della famiglia. Si chiama Greci, in provincia di Avellino, ricostruita 30 anni dopo il terremoto dell’Irpinia. Alle spalle della grande casa dell’infanzia, che si affaccia sulla vallata dove corre la linea ferroviaria Napoli-Bari, bombardata dai tedeschi e dagli americani nel 1944, c’è via Scanderberg. Nelle estati afose degli anni Settanta ho imparato dov’è l’Albania.

    Sono nato in questo universo plurilinguistico, dove si parla una lingua brutale, fatta di singulti e di apostrofi, parole oscure e avvitate, memoria arcaica del mediterraneo turco-albanese, dove le donne si vestono di nero, crescono la famiglia, sono state lavoratrici autonome (sarte per la precisione) e lavoravano anche la terra. Commercianti e agricoltrici, uscirono dalla povertà e seppero guadagnarsi anche alcuni terreni, erano le zie e le prozie. Una di loro, mia nonna, ha lavorato a lungo anche al comune dove gestiva la corrispondenza per suo marito insieme a mio padre Mario e suo fratello Aniello che era ancora un bambino. Il nonno era un funzionario comunale tornato cieco dalla prigionia in Kenya, dov’era finito perché non trovava lavoro nei campi né come commerciante a causa della grande depressione degli anni Trenta. I fascisti gli offrirono un posto di assassino nelle loro armate sconclusionate alla conquista dell’Etiopia e dell’Eritrea. Lui accettò, non aveva alternative alla miseria. Rimase quasi otto anni prigioniero degli inglesi. Credo abbia maledetto il fascismo e la crisi economica per tutta la vita. Ha perso la vista. I suoi cari lo hanno visto vivere con affetto, mentre perdeva la vista. Lo hanno amato molto. Perché nel mondo plurilinguistico dove sono nato doveva esserci una forma di affetto ancestrale, possessivo, totalizzante. Ma doveva essere gratuito.

     

    La povertà, il rito dell’uccisione del maiale, il grasso squagliato sul fuoco della notte d’inverno e spalmato sulla pulicca – il pane croccante con la pasta spessa frutto di una lavorazione che forse viene dall’Albania o dall’Egeo. Questa è l’immagine più forte della migrazione degli avi, che si è cristallizzata nei comportamenti quotidiani, negli affetti e nella cucina, nelle parole misteriose e nei saluti scambiati tra i vicini curvi, tutti emigrati di ritorno dalla Germania dove hanno lavorato 30 anni nelle fabbriche. Tornarono al paese, dove costruirono, con le proprie mani di muratori, le case dove sono morti.

     

    La migrazione ricomincia, non si è mai fermata, da quando Scanderberg è arrivato in Italia meridionale.

    C’è però una differenza tra la migrazione dei nostri genitori e quella attuale. Di mezzo c’è stato il crollo del Muro di Berlino, la fine della guerra fredda. Credo che abbia influito anche sulla migrazione verso gli Stati Uniti o il Latinoamerica, ne ha cambiato il senso, di certo è avvenuto per quella europea. Di solito questa differenza viene ridotta al mitologema della “fuga dei cervelli”, come se i cervelli siano di qualità se hanno una laurea o un dottorato e invece non ne hanno nessuna per il Pil se hanno “solo” un diploma e forse nemmeno quello. Una visione economicistica associata all’idea che il neoliberismo sia l’unico modo possibile, anche quando si viaggia, si cambia paese e si aspira ad una vita migliore.

     

    Ancora una volta c’è la Germania di mezzo. Non quella dove si recavano i proletari meridionali o veneti negli anni Cinquanta, bensì quella che ha imposto l’austerità in Europa e il nuovo sistema di educazione basato sullo schema duale di alternanza tra studio e inserimento professionale alle scuole dell’Europa meridionale, le “cicale” che spendono e spandono. Per chi tra gli anni Novanta e Duemila ha visitato le biblioteche in Francia, Svizzera o Germania, io l’ho fatto ma non come avrei desiderato, e potuto, sa bene che questa mobilità è già figlia di una generazione. E oggi continua visto che solo nel 2012 sono stati 42 mila italiani, molti neolaureati, a trasferirsi in Germania.

     

    Il 60% di questi italiani  riesce a resistere solo un anno poi riprende la strada di casa. Il quotidiano ‘Die Welt’ apre la prima pagina con il titolo “La Germania non riesce a trattenere i suoi migranti”, in cui riferisce i dati sull’emigrazione di uno studio Ocse, dal quale risulta che una minoranza dei nuovi arrivati riesce a rimanere durevolmente in Germania. Rispetto agli spagnoli, gli italiani che nel 2012 sono arrivati “in massa” (42 mila), riescono ad adattarsi meglio, e a restare nel paese qualche settimana in più.

     

    Il dato dell’Ocse è chiaro: la “fuga dei cervelli” è solo un piccolo episodio di un flusso migratorio interno all’Europa che non ha le caratteristiche di quelli analoghi degli anni Cinquanta.

     

    Il rapporto annuale sulle migrazioni dell’Ocse inizia a fare luce su un aspetto importante della migrazione interna europea: la sua permanenza nel paese di arrivo. Restando poco più, poco meno di un anno, in Germania i famosi “cervelli in fuga”, cioè neolaureati ma anche persone che raggiungono o superano i 30 anni, non rendono evidente solo la chiusura del mercato tedesco, oltre alla mancanza di politiche attive del lavoro, per la qualificazione e l’inserimento linguistico di queste persone nella società di arrivo. Definiscono finalmente la loro “fuga” come uno dei risultati della mobilità delle persone in Europa, e in particolare dei lavoratori indipendenti europei.

     

    Non trovi un lavoro, anche precario ma minimamente pagato (diciamo 800 o 900 euro) per più di tre mesi in Italia? Allora si, vai “all’estero”. Ad esempio in Germania. Il fatto che poi ritorni, anche perché non lo hai trovato – oppure hai trovato un lavoro che paga ancor meno e dura meno di quello che forse hai trovato talvolta in Italia – non è semplicemente un “fallimento”, bensì la normale realtà del lavoro impoverito oggi.

     

    E’ un discorso difficile, anche perché fallimento e povertà nel lavoro precario spesso coincidono, lasciandoci una sensazione di fatalismo e disperazione che non è facile da superare. Fermiamoci tuttavia un momento sulla mobilità, cioè sul fatto che il giovane diplomato (o laureato, una minoranza) si muove tra gli stati alla ricerca di un lavoro, e comunque di una società più rispettosa dei suoi diritti.

     

    Le statistiche dicono che non trovano né l’uno, né l’altro nell’Europa che si sta accartocciando nell’austerità. E’ probabile, anzi verosimile. Ma ciò non toglie che una volta tornati a Sud, in Spagna, Grecia, Portogallo o Italia, queste persone possano continuare a muoversi. Forse anche tornando in Germania o in Inghilterra, ad esempio. Questa a me sembra la realtà della mobilità europea sin dai primi anni Novanta, quando gli italiani hanno iniziato a muoversi, non solo come i loro genitori emigrati, ma come cittadini europei che non hanno solo un’origine europea.

     

    Sono gli europei di seconda generazione, e talvolta anche di terza, che vivono in Austria o in Francia, in Germania o in Inghilterra, in Danimarca o Svezia. E sono almeno mezzo milione in Italia.

     

    La migrazione non è solo un viaggio  legato a motivazioni economiche. Si incarna nelle persone, diventa la loro nascita, trasforma le origini che un tempo erano radicate nella terra, oggi sono invece il frutto dell’incontro tra mondi, di partenze e arrivi, di lingue europee e africane, cinesi e asiatiche che parlano sin dalla nascita nella stessa persona. Non importa dove sei, e da dove vienI. Dove sei nato e dove andrai a morire. Sei quello dove sei stato e dove sarai domani. Le lingue che conosci e quelle che imparerai. I mondi che incontrerai e le persone che amerai.

     

    Sono nato in un mondo plurilinguistico, davanti al fuoco, in cucina, c’era chi parlava dell’Africa, un altro sibilava frasi che ricordavano la lingua che si parla nelle vallate al confine tra Albania e Macedonia, un altro brillava nella conversazione nell’inglese che si parla tra Brooklin e Manhattan, e poi c’era chi rispondeva in tedesco.  Sono tutto questo, nient’altro che questo.

    pubblicato da La furia dei cervelli



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  • callCi vorranno 63 anni per recuperare i posti di lavoro bruciati negli ultimi 5 anni. Per la simulazione sui dati economici forniti dall’Istat resa nota ieri dalla Cgil dovremo aspettare fino al 2076 per recuperare il 1.494.451 di unità di lavoro perse nel lavoro dipendente, autonomo e precario. Sempre che nel frattempo non ci sia una guerra nucleare, l’avvento della civiltà di Gaia preannunciata in un video dalla Casaleggio&Associati, oppure l’esplosione di un’altra bolla finanziaria. Variabili che potrebbero presumibilmente peggiorare l’andamento del Pil che dal 2008 ha perso il 7% del suo valore, abbassando i salari lordi dello 0,1% (quelli netti dello 0,4%), bruciando gli investimenti nell’economia reale di 3,6 punti all’anno. Questo esercizio di scuola ha un sapore gotico, per non dire catastrofico, e accredita la tesi dell’Fmi, dell’Ocse o delle agenzie di rating come Fitch secondo le quali la ripresa inizierà nel 2014.

    Originariamente l’ora X era stata fissata all’inizio del 2013. Gli esiti depressivi delle politiche di austerità hanno costretto a spostare le lancette dell’orologio di un anno. A questo punto la Cgil conduce un ragionamento al futuro anteriore: se l’araba fenice della ripresa comparisse nel 2014, se il governo rompesse con il patto di stabilità e con l’impegno scritto con il sangue di tagliare il debito e il deficit, se facesse nuovi investimenti pubblici e privati verso l’innovazione e i beni comuni, allora il periodo di attesa della resurrezione si accorcerebbe di ben 60 anni.

    L’Italia tornerebbe a stare meglio già nel 2016. Sempre però che quest’anno la discesa del Pil si fermi all’attuale -1,8% e non arrivi al 2,4% del 2012. E che nel 2014 la recessione venga arrestata da politiche anti-cicliche di cui però non si vede l’ombra. Restando così le cose dovremo attende il 2026 per vedere tornare il Pil al livello del 2007.

    Per evitare questa attesa il sindacato di Corso Italia auspica che il Piano del Lavoro da 50 miliardi di euro, presentato il 26 gennaio al PalaLottomatica di Roma, venga adottato dal governo. Le speranze che Letta si riconverta al neo-keynesismo sono tuttavia pari alla possibilità di un conflitto atomico nel prossimo mezzo secolo. Senza contare che il presidente del Consiglio ascolterà il governatore di Bankitalia Ignazio Visco che ha escluso «margini di aumento del disavanzo» da oggi all’eternità.

    L’unica misura per la «crescita» prevista è il pagamento dei debiti commerciali in conto capitale delle amministrazioni pubbliche, un’ottantina di miliardi in un biennio. Ma questi non sono investimenti e Letta lo sa. Per questo spera di ottenere 7-12 miliardi dalla fine della procedura sul deficit e qualche spicciolo dai 6 miliardi sull’occupazione giovanile nel bilancio Ue. Briciole che non assomigliano al «cambio di paradigma» chiesto dalla Cgil. Resta da sperare che qualcosa accada entro il 2076. Cioè quando saremo tutti morti.



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  • studentiPrendete il XV rapporto Almalaurea sul profilo dei laureati e scoprirete quante menzogne sono state raccontate dai ministri della Repubblica a proposito degli studenti italiani. È facile, basta andare sul sito di questa seria istituzione bolognese per capire che nel 2012 tra i 227 mila studenti che hanno concluso un ciclo di studi universitario l’età media dei laureati è diminuita: 23,9 anni per i laureati di primo livello, 25,2 anni per le lauree magistrali e 26,1 per quelle magistrali a ciclo unico. Almalaurea delinea un’altra tendenza: anche il numero dei fuoricorso è diminuito tra il 2001 e il 2011: le studentesse e gli studenti che si laureano regolarmente sono aumentati in dieci anni del 41% da 172 mila a 299 mila.

    Non se n’erano accorti l’ex ministro dell’Istruzione Francesco Profumo o l’ex viceministro al Welfare Michel Martone, entrambi professori ordinari il primo al Politecnico di Torino e il secondo all’università di Teramo i quali, solo un anno fa, lanciarono l’allarme: le nostre università sarebbero popolate da persone che impongono alla comunità «costi sociali» insostenibili (Profumo) o da «sfigati» che non si laureano in tempo e cercano rifugio al calduccio nelle aule (Martone). La sconfessione non poteva essere più clamorosa. Non solo cresce la frequenza delle lezioni (68%), ma tra i laureati aumenta chi ha fatto una o più esperienze di stage e tirocini durante il corso degli studi (+56%), mentre il 18% di chi ha una laurea magistrale ha fatto un’esperienza di studio e lavoro all’estero. Diversamente, poi, da quanto credeva il ministro Cancellieri il 44% dei laureati è disposto a cambiare città e dunque a vivere lontano da mamma e papà.

    I dati del fact-checking di Almalaurea permettono di rifiutare gli inviti a «non perdere tempo per una laurea se si vuole avere successo nella vita». E di non dare credito ad un’altra leggenda alimentata a piene mani dalle istituzioni, e dai grandi media: quella per cui l’Italia avrebbe «troppi laureati per di più mal assortiti», e «lavoratori non richiesti dal mercato». Questi pregiudizi nascondono il fatto che in Italia solo il 21% della popolazione è laureata, contro il 42% negli Stati Uniti. In altre parole, i laureati sono troppo pochi tra i giovani e sono ancora di meno tra chi ha tra i 54 e i 65 anni: solo l’11%.

    Tra i paesi Ocse l’Italia ha la popolazione meno preparata nell’istruzione terziaria, cioè quella necessaria a vivere in una società complessa, precaria e in crisi com’è quella occidentale oggi. Il problema è che questi pochi trovano sempre meno lavoro. È dal 2004 che diminuiscono gli occupati con un’alta qualificazione (laurea, dottorato o specializzazioni), mentre negli altri paesi europei accade l’opposto. Anche se i laureati continuano a godere di un tasso di occupazione più elevato di oltre 12 punti rispetto ai diplomati, questa realtà è dilagata negli anni della crisi danneggiando il senso, sociale e simbolico, di un corso universitario.

    Almalaurea spiega anche così il motivo per cui tra il 2003 e il 2011 le immatricolazioni sono calate del 17% da 338 mila a 279 mila. Ma su questo dato ha anche influito il taglio dei fondi all’istruzione che confermano l’Italia agli ultimi posti per finanziamento alla scuola e all’università.

    Riletti attentamente questi dati preparano anche l’università del futuro. Quando cioè la riforma Gelmini sarà entrata in vigore completamente, l’agenzia di valutazione delle università e della ricerca scientifica (Anvur) avrà concluso la prima tornata di misurazione della “produttività” e dell’”efficienza” degli atenei. E infine quando il decreto AVA (Autovalutazione, Valutazione periodica e Accreditamento) avrà collaborato a ridurre l’attuale “offerta didattica” ridimensionandola al numero dei docenti superstiti ai tagli delle cattedre e dei corsi di laurea.

    La bolla formativa

    I dati di Almalaurea possono essere letti anche in questa direzione. La disponibilità soggettiva degli studenti a studiare di più, e più velocemente, il loro impegno ad assicurarsi – come si legge nel rapporto – un lavoro stabile, una sicurezza economica e maggiore autonomia vengono usati nel dispositivo che governa gli atenei italiani per produrre più laureati, rispondere ai criteri di “efficienza” stabiliti da Anvur e Ava. Insomma risponde alla strategia adottata da tutte le riforme universitarie (e scolstiche) che si sono succedute in Italia almeno dal 1989.

    E’ interesse degli atenei “produrre” più laureati, così come è interesse degli studenti a laurearsi in tempo, e con buoni voti. Ma questo meccanismo, come più volte ha osservato lo stesso presidente del consorzio Almalaurea Andrea Cammelli, si scontra con la dura realtà del “mercato del lavoro” che non a caso penalizza la forza lavoro qualificata. Come si spiega l’inceppamento dell’economia della conoscenza che continua ad alimentare una bolla, proprio come accade in altre settori dell’economia, e in particolare della finanza?

    I “successi” degli atenei italiani, a dispetto degli stereotipi paternalistici adottati dalla “classe dirigente”, e in particolare da alcuni esponenti dell’accademia che hanno fatto i ministri, sono alimentati proprio da una bolla: si producono (con tutti i limiti strutturali italiani) sempre più laureati, ma la disoccupazione o la precarietà colpisce crudelmente tutte queste figure. Da tempo riteniamo che questo meccanismo sia il prodotto dell’esplosione di una “bolla formativa” che ha conosciuto, dalla metà degli anni Settanta a oggi, diversi episodi e micro-esplosione che corrispondono ai picchi della disoccupazione giovanile che è una regola del mercato del lavoro italiano.

    Disoccupazione giovanile: un continente sconosciuto

    Nel 2008, con Tremonti e Gelmini, lo Stato italiano ha scelto di risolvere alla radice, in maniera brutale, questo problema. Ha semplicemente tagliato le spese fisse nella produzione del “capitale umano” e “sociale” degli studenti universitarie. Agli atenei, e alle scuole, sono stati tagliati 10 miliardi di euro, in clamorosa controtendenza rispetto a tutti i paesi Ocse. L’Italia pagherà a lungo, forse per tutta la prossima generazione questa scelta scellerata, ma non si può oggi nascondere le ragioni strutturali che hanno portato ad essa. Il dato, assolutamente parziale, della disoccupazione giovanile al 38,7% – quello per cui tutte le autorità oggi si dolgono – è solo una piccola spia di questo mondo. L’Istat lo rileva solo tra chi ha tra i 15 e i 24 anni. Parliamo di poco più di 600 mila persone. Ad oggi non sappiamo nulla, o quasi, della disoccupazione che esiste tra chi ha tra i 24 e i 35 anni, cioè il campione più interessante anche per chi riflette sulla condizione occupazionale dei laureati. Le analisi di Almalaurea inizia a scavare in questo continente, per questo sono importanti.

    La scelta di recidere alla radice le condizioni per la produzione di un “capitale cognitivo” in Italia è stata adottata per riposizionare l’italia sulla scala medio bassa della produttività globale: da paese produttore di servizi, manifattura avanzata, distretti industriali deve diventare un paese che consuma e importa i servizi altrui, le competenze e i saperi riservati a sempre meno persone.

    Il ventennale assalto all’istruzione pubblica

    In questo quadro macroeconomico emerge la consapevolezza che lo Stato italiano sia incapace di amministrare, e prospettare una crescita dell’università pubblica di massa. La decisione di ristrutturarla, favorendo mediante i tagli l’accorpamento di interi atenei e privilegiando quelli del nord più vicini alla piccola e media impresa in crisi, risponde ad una tragica assenza di un disegno complessivo di politica industriale, oltre che di politica sociale diretta alle giovani generazioni.

    Ma ciò che conta di più adesso, nel momento in cui l’università è stata ridotta ad un deserto postatomico dalla riforma Gelmini, è il fallimento della strategia di avvicinamento del mondo universitario (e scolastico) al mondo del lavoro. Questo è un problema storico dell’università moderna, e in particolare di quella di massa, che tutte le riforme hanno cercato di affrontare cercando di “professionalizzare” i corsi di studio e producendo forza lavoro cognitiva che rispondesse alla domanda delle imprese just-in-time. Questo tentativo è fallito.

    I dati di Almalaurea rappresentano l’ultima conferma del fallimento di una strategia ventennale di assalto all’istruzione pubblica.



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  • invalsi1Se ne escludi uno, ci escludi tutti. Così i genitori degli alunni della quinta elementare, sezione E, del VII Circolo Montessori di Roma hanno spiegato la decisione di non sottoporre i propri figli alle prove Invalsi il 7 e il 10 maggio scorsi. Un atto di solidarietà nei confronti della figlia di Manuela Caruso, la rappresentante di classe dei genitori, che non avrebbe potuto partecipare alla prova in quanto diversamente abile. «È una storia bellissima – racconta al telefono Manuela – la decisione è stata presa all’unanimità. Insieme agli altri genitori abbiamo scritto una lettera agli altri rappresentati di classe che però non sono riusciti ad organizzarsi. In quei giorni nella nostra scuola ci sono state assenze rilevanti nelle altre classi. Questi test hanno suscitato molte perplessità tra gli stessi insegnanti. A noi le hanno esposte durante una riunione di classe. Molti di loro hanno aderito allo sciopero dei Cobas e da qui è partita la nostra protesta».

    I genitori della quinta E hanno inviato la lettera al ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza (che abbiamo pubblicato su questo blog) che ieri, terzo giorno di sciopero indetto dai Cobas contro le prove Invalsi, ha detto di ritenere un «fatto grave la possibilità che gli studenti disabili siano esclusi dai test Invalsi a causa dell’impossibilità di svolgere le prove in modo autonomo». Negli ultimi giorni sono state numerose le proteste dei genitori di bambini diversamente abili che hanno lamentato l’assenza degli insegnanti di sostegno, l’allontamento dei bambini dal resto della classe perché non in grado di partecipare alle prove. In molti casi la valutazione di questi alunni non è stata inserita nella statistica dei risultati, distinguendoli da quelli degli altri compagni. Il ministro ha promesso di fare chiarezza: «Se è una questione normativa sarebbe più facile intervenire» Il ministro non ha escluso l’ipotesi di «far partire un’inchiesta interna per capire dove sono avvenuti e dove avvengono questi fatti».

    Alla quinta V del Circolo Montessori di Roma questi fatti sono realmente avvenuti. Richiamiamo Manuela e le leggiamo la dichiarazione del ministro: «Sono contentissima – risponde – Siamo riusciti ad evidenziare un fatto che, come mamma e come rappresentante di classe, trovo veramente grave. Se escludi un bambino dalle prove, escludi tutti. Fai tutto il contrario di quello che dovrebbe essere la scuola pubblica in Italia. A me personalmente l’Invalsi non convince. Questi test non danno una fotografia reale della vita dei bambini. Un bambino è abituato a svolgere le sue attività in tempi diluiti. L’Invalsi invece valuta le sue capacità in tempi limitati. E questo non rispetta le abilità di ogni bambino».

    Per i Cobas, il nuovo sciopero contro i test Invalsi nelle scuole superiori è stato «un successo». Per Piero Bernocchi, il portavoce del sindacato di base, i risultati sono stati migliori di quelli dei giorni precedenti, quando c’è stata una guerra di cifre con il ministero dell’Istruzione sull’adesione degli insegnanti al boicottaggio delle prove. Ieri i Cobas hanno tenuto un sit-in a Viale Trastevere e una delegazione è stata ricevuta dal sottosegretario Rossi Doria: Hanno chiesto di eliminare i quiz dall’esame di terza media, e che non siano introdotti all’esame di maturità. Per i Cobas i test devono essere facoltativi.

    A boicottare le prove sarebbero stati anche molti studenti. Secondo un sondaggio condotto ieri mattina dal portale Skuola.net il 37% dei ragazzi iscritti al secondo anno della scuola superiore ha rifiutato di compilare il questionario. Al 20% degli studenti boicottatori non è andato giù che i professori abbiano deciso di assegnare un voto che farà media. Per il 38% dei ragazzi queste prove sono «inutili». L’Unione degli studenti (Uds) ha organizzato flash mob di protesta in 11 città, mentre a Milano la «Rete degli studenti» e il collettivo Lambretta hanno occupato l’ex provveditorato in via Ripamonti. Polemica anche sui costi delle prove: per l’Uds ammonterebbero a 14 milioni di euro. Per il Miur solo a 2,5 milioni all’anno. Su twitter, hashtag #invalsi, si è molto ironizzato sulla domanda di matematica: «quanto pesa un foglio A4?».

    Intervista a Renato Foschi sui test scolastici
    «Il metodo Montessori è l’alternativa»

    «L’Invalsi vuole creare un bambino cosmopolita, un cittadino desiderabile per i mercati globali, che sappia cioè muoversi tra le frontiere come un moderno imprenditore di se stesso – afferma Renato Foschi, docente in psicologia alla Sapienza di Roma, autore di un libro dedicato a Maria Montessori (Ediesse) e di un saggio pubblicato sulla rivista telematica Roars.it sui test Invalsi – Chi non rientrerà in questo modello fondato su conoscenze rigide valide in tutto il mondo verrà emarginato e scomparirà. Questa è una deriva dei valori illuministici che ci richiamano a una profonda riflessione».

    In cosa consistono questi test?
    Sono test di abilità per verificare le capacità nella lettura e il livello di apprendimento in matematica e in inglese degli studenti italiani dalla seconda elementare fino alla maturità. Possono essere usati per verificare i disturbi di apprendimento nel bambino, ma anche per misurare la capacità delle scuole nel veicolare un pacchetto di conoscenze standarizzate che vale per tutti, a prescindere dalle culture o dalle nazioni di appartenenza. L’Invalsi pensa così di potere misurare mediamente i ragazzi di una certa scuola o di una certa regione, stabilendo una comparazione con le scuole di altre regioni o di altre nazioni. Con ogni probabilità questi test produrranno tutt’altro.

    Cosa?
    Pur di non essere categorizzate come inferiori, le scuole insegneranno ai bambini come superare i test Invalsi. Useranno il tempo della didattica per preapare i bambini ai quiz, un po’ come succede nella scuola guida.

    Come verrano usati i risultati di questi test?

    Non lo sappiamo. Questi test non verificano le carenze di una scuola, o come dovrebbe essere organizzata per migliorare l’insegnamento. Misurano solo le medie dei punteggi dei bambini e ne ricavano statistiche su base geografica.

    I test nella scuola sono oggetto di un dibattito internazionale importante. In cosa consiste?
    C’è chi pensa che i test Pisa, come quelli Invalsi, servano alla gestione biopolitca della popolazione dalla nascita alla tomba. E c’è chi, come Robert Lynn, un’autorità nel campo della psicologia mondiale, li ha ritenuti utili per gerarchizzare le differenze del quoziente intellettivo tra paese e paese, una visione che sfiora l’eugenetica. Lynn tra l’altro si è occupato dell’Italia nel 2010 e ha sostenuto che gli italiani del Sud sono meno intelligenti di quelli del Nord e che questo produce un’arretratezza economica. Chi ha pensato i test Invalsi critica queste posizioni e vuole dimostrare che Lynn ha torto dal punto di vista metodologico. Mi chiedo se sia corretto, dal punto di vista etico, sottoporre tutti i bambini italiani a queste prove che possono essere usate strumentalmente, per fini diversi da quello del miglioramento pedagogico.

    Cosa pensa del progetto di estendere le prove Invalsi a tutti gli studenti entro il 2015 per renderli vincolanti per l’accesso all’università?

    Spero che fallisca. La scuola dev’essere a misura dell’individuo e deve cercare di sviluppare la creatività che è alla base di ogni aspetto della vita sociale.

    Quale metodo sceglierebbe per la valutazione degli studenti?
    Quello Montessori, uno dei pochi metodi pedagogici sperimentati empiricamente. Si basa su un’organizzazione della struttura scolastica a misura di bambino. Quando vennero inventati i test, le fu chiesto di applicarli ai bambini romani. Lei si rifiutò dicendo la pedagogia doveva essere a misura del bambino, ma non doveva misurare i bambini perché non avrebbe portato a riforme pedagogiche ma solo alla riforma degli esami. Quello che sta accadendo con i test Invalsi.



in scuola
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  • futuroI professori ordinari potranno continuare a insegnare all’università anche oltre i 70 anni. Con la sentenza numero 83 depositata il 6 maggio scorso, la Corte Costituzionale ha bocciato una delle battaglie simboliche della riforma Gelmini approvata a fine 2010, quella del “ringiovanimento” della classe docente.

    Per la Consulta è incostituzionale obbligare coloro che hanno fatto carriera negli atenei (cioè gli ordinari) e coloro che sono rimasti indietro (i semplici ricercatori) ad andare in pensione al compimento del settantesimo anno di età, negando la proroga di due anni concessa a tutti i dipendenti pubblici. La norma abolita dalla Consulta venne adottata per favorire l’accesso all’insegnamento universitario dei docenti più giovani.

    In realtà, l’abbassamento dell’età pensionabile doveva essere più drastica. L’unica indicazione che Gelmini accettò dal Pd, e in particolare dagli ex responsabili università e ricerca del partito Marco Meloni e Maria Chiara Carrozza (oggi ministro dell’istruzione), fu quella di ridurla da 70 a 65 anni. Eravamo nel pieno della retorica meritocratica che contrappose i “vecchi” al potere ai “giovani” precari, ma ben presto queste velleità mostrarono tutta la loro demagogia. La riforma si limitò ad eliminare il “biennio Amato”, cioè il prolungamento della permanenza al lavoro che avviene nei casi in cui il soggetto non abbia raggiunto una pensione soddisfacente.

    L’intesa tra Gelmini e il Pd era surreale: per dare fiato alle trombe della campagna battente de Il Corriere della Sera avrebbero obbligato gli universitari ad andare in pensione prima di un operaio o di un piastrellista che si presuppone svolgano un’attività usurante. E infatti rinunciarono. Oggi la Consulta boccia persino l’intesa raggiunta tre anni fa dai partiti per salvare le apparenze e ripropone in una delle prerogative dei veri padroni dell’università italiana, i cosiddetti “baroni”. A differenza dei professori associati, gli ordinari potranno prolungare la loro permanenza al lavoro oltre i 70. Non solo.

    Nella sentenza i giudici costituzionali ribadiscono l’esigenza di mantenere in servizio i docenti in grado di fornire alla comunità accademica la propria «alta professionalità». Questa sentenza rallegrerà tutti coloro che sono rimasti ancora in servizio negli atenei italiani, ma non servirà a bloccare l’esodo pensionistico in atto da almeno un biennio che raggiungerà un picco nel 2015 quando la generazione che lavora dalla fine degli anni Settanta lascerà in blocco la cattedra.

    Soprattutto non incide sulla parte sostanziale della riforma Gelmini e sul combinato disposto del blocco del turn-over voluto dall’ex ministro dell’Economia Tremonti e peggiorato dalla spending review di Monti. Il vero non-detto di questa riforma è aver reso inaccessibile l’insegnamento universitario ai 60 mila precari ormai quasi tutti esodati dalle aule e privati dei finanziamenti minimi per ottenere un reddito dall’attività di ricerca. Le abilitazioni che dovrebbero permettere l’accesso ai concorsi per i ricercatori a tempo determinato, quelle gestite dal carrozzone dell’Anvur, sono ancora al palo. E comunque non ci sono fondi per assumere una quantità significativa di ricercatori tale da supplire al pensionamento di massa del personale universitario. Senza contare che i 25 mila ricercatori di ruolo, messi in esaurimento dalla riforma Gelmini, restano in un limbo da cui non sarà facile uscire senza riformare nuovamente la riforma.

    Da questo punto di vista, la sentenza della Consulta garantisce un supporto giuridico ad un’esigenza economica drammatica: lo Stato non può permettersi di mantenere le pensioni degli ordinari, li mantiene al lavoro e risparmierà ancora per qualche anno sulle ricche pensioni destinate a queste persone. È lo stesso criterio seguito dalla riforma Fornero che ha innalzato l’età pensionabile. Nel frattempo continuerà la drastica riduzione dei laureati, degli immatricolati e dei corsi di laurea. Il sindacato Anief, che ha dato notizia della sentenza, ha chiesto al ministro Carrozza di adoperarsi per restituire dignità alla figura del ricercatore.



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  • 12maggioRiprendo lo straordinario storify di @diserzione su twitter. Racconta il cerchiobottismo e le incertezze etico-politiche del candidato a sindaco di Roma del Pd Ignazio Marino, la “marcia per la vita” degli integralisti cattolici narrata in diretta da un altro blogger e narratore della contemporaneità @capblicero, la manifestazione non autorizzata dalla questura in difesa della libertà delle donne e in ricordo di Giorgiana Masi – uccisa il 12 maggio 1977 da un poliziotto in borghese

    “La #marciaperlavita era «un’iniziativa giusta» per Ignazio Marino, ma solo fino a mezzogiorno circa, secondo Repubblica. Ignazio Marino poi corregge il tiro e Repubblica.it fa i pastrocchi”.


    Per capire quali sono le reali intenzioni, e il contesto politico e culturale, in cui si è mossa la manifestazione anti-abortista che si è svolta a Roma rimando all’intervista di Blicero agli esponenti di Azione Katechon. La si può leggere su La privata Repubblica

    Giorgiana_Masi_photo-2Questo è un ricordo del 12 maggio 1977, giorno dell’omicidio di Giorgiana Masi. In questa intervista il fotografo Tano D’Amico che ha immortalato quel tragico anno, e gli istanti della manifestazione dove Giorgiana perse la vita, racconta i fatti e il contesto.

     

    Nella serata di domenica mi scrive Adriana, una delle tre studentesse che ha composto la poesia sulla lastra di bronzo che ricorda Giorgiana Masi a Ponte Garibaldi a Roma. Questo è il testo, che potete trovare anche nei commenti a questo post. E’ una testimonianza importante sui fatti di quel 12 maggio 1977:

     

    Gentilissimi,
    oggi è stata postata più volte le foto di Giorgiana con un commento che non rispetta esattamente la verità storica. Ho sentito anche l’intervista a Tano D’Amico, in cui il giornalista che l’intervistava (e non Tano) ha più volte ribadito che la manifestazione era stata organizzata dal movimento Radicale, non è esatto. Forse questo giornalista non era neanche nato il 12.05.1977 e racconta solo quello che gli hanno raccontato, ovviamente. Io sono una delle tre studentesse che hanno scritto la poesia, dedicata a Giorgiana, e che è incisa sulla lastra di bronzo a Ponte Garibaldi. Eravamo un gruppo di universitarie in corteo, stavamo attraversando il ponte. Ricordo perfettamente tutto. La manifastazione pacifica, partita da piazza Esedra era stata organizzata per protestare contro l’uccisione di Francesco Lo Russo, ucciso 2 giorni prima a Bologna. Eravamo 100000 e la polizia in assetto di guerra era ovunque. Giorgiana, uccisa da un colpo (l’autopsia ha evidenziato che il proiettile veniva dall’alto perchè la traiettoria era inclinata) di un cecchino appostato sui tetti, e non dal poliziotto in borghese.
    Comunque quello che mi premeva sottolineare è che è stato il movimento studentesco, attraverso le radio libere (tanto in uso all’epoca)Radio Alice ed altre, ad organizzare la manifestazione. Non eravamo in piazza per festeggiare vincite del referendum indetto dai Radicali(come è stato erroneamente detto). In quel momento eravamo in guerra. Francesco Lo Russo era morto, e noi manifestavamo la nostra forza arrivando da tutta Italia. Cossiga era il Ministro degli Interni e noi l’abbiamo ritenuto responsabile di tutte queste morti. Il giorno dopo eravamo al Verano ad onorare Giorgiana. Le radio avevano passato parola di arrivare, ognuno con un garofano. Il cancello del Verano si è riempito di fiori, ed anche il cartellone nel quale era scritta la poesia, era infilsato di garofani.
    Non so perchè si vuole attribuire ai Radicali l’organizzazione della manifestazione studentesca, cambiando oltretutto la vera motivazione del corteo.
    Vi ringrazio dell’attenzione, ma la memoria storica degli avvenimenti deve essere salvaguardata.
    Adriana

     

    Intervista a Tano D’Amico sulle dichiarazioni di Francesco Cossiga sui fatti del 12 maggio ’77 (omicidio di Giorgiana Masi)



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  • Join Our TeamAl Ministro dell’Istruzione, dell’Università, della Ricerca

    Maria Chiara Carrozza 

    Ai Sottosegretari

    Gianluca Galletti

    Marco Rossi Doria

    Gabriele Toccafondi

    Al Commissario Straordinario dell’INVALSI

    Paolo Sestito

    Al Presidente della Regione Lazio

    Nicola Zingaretti

    Al Sindaco di Roma

    Gianni Alemanno

     Al Dirigente Scolastico VII Circolo Montessori

    Fortunata Francini

    Gentili signori, egregie autorità,

    siamo i genitori della Classe V E della Scuola Primaria “VII Circolo Montessori” di Roma. Vogliamo comunicarvi i motivi per i quali abbiamo deciso di NON far sostenere le prove INVALSI ai nostri figli. Non è per generica difesa dello status quo che, ve lo assicuriamo, non ci entusiasma affatto.Non è perché non vogliamo una scuola pubblica di qualità. Anzi, vi esortiamo a fare tutto il possibile per mantenere e accrescere le risorse da dedicare ad un sistema dell’istruzione che percepiamo in preoccupante disfacimento.

    Non è perché non crediamo nei sistemi di valutazione del merito. Anzi, vorremmo veramente una scuola che si misura e tende al proprio miglioramento, come avviene nei più avanzati paesi del mondo, secondo metodi e criteri adeguati alla complessità di un simile obiettivo. Non è per tutto questo che i nostri figli non andranno a scuola martedì 7 e venerdì 10 maggio 2013. Non ci andranno perché, come avrebbe detto Gianni Rodari, la lezione che si terrà è speciale. Talmente speciale che non tutti potranno partecipare. Anzi, potranno partecipare tutti tranne uno. Ci abbiamo pensato tanto, abbiamo parlato dei pro e dei contro di questi test, e non abbiamo raggiunto un’opinione comune sul loro valore e la loro qualità; e forse, potremmo anche pensare che non è compito nostro valutarlo.

    C’è una cosa però di cui siamo sicuri: vogliamo insegnare ai nostri figli che ad una lezione a cui anche solo uno di loro non può partecipare, allora è bene non partecipino neanche gli altri. Ci sembra il minimo della coerenza di genitori che per cinque stagioni hanno mandato i loro figli in una scuola pubblica, per di più basata sugli insegnamenti di Maria Montessori. Che si fondano sul “principio dell’integrità del bambino, che va rispettato nel suo sviluppo senza pressioni esterne” (Opera Nazionale Montessori).

    Ecco. Abbiamo avuto la fortuna di trascorrere cinque anni straordinari, di crescita e coesione, come genitori di bambini che si apprestano a diventare ragazzi. Una fortuna che è merito del sistema dell’istruzione pubblica, che in Italia ancora mantiene punte alte di performance (come si direbbe oggi), di insegnanti autentiche, competenti e coraggiose (perché sì, oggi ci vuole coraggio a esercitare questa professione), di un metodo, quello di Maria Montessori, straordinariamente efficace ed estremamente attuale.

    Non vogliamo tradire tutto questo.

    Auspichiamo vivamente che vogliate tenere in considerazione la nostra opinione perché nel prossimo futuro non accada mai più che un singolo bambino o i suoi genitori debbano sentirsi esclusi da un sistema che è alla base del nostro vivere civile.

    Oggi i nostri figli non faranno i test InvalsiGrazie dell’attenzione. Cordiali saluti.

     

    I genitori degli alunni della Quinta E, quintaesmgoretti@googlegroups.com VII Circolo Montessori – sede centrale S. M. Goretti via di S. Maria Goretti, 41, 00199 Roma



in scuola
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  • invalsiDocenti e genitori contro i test negli istituti primari. Il Miur progetta di estenderli a tutti nel 2015
    Sui test Invalsi nella scuola primaria è guerra tra i Cobas, Unicobas e altre sigle sindacali e il ministero dell’Istruzione. La prima giornata delle prove a quiz dedicate all’italiano ha coinvolto 560 mila studenti della seconda classe e 558 mila studenti della quinta. È solo l’antipasto della batteria dei quiz che verrà somministrata venerdì prossimo quando nelle stesse classi si svolgerà la prova di matematica. Seguiranno le secondarie di primo grado (14 maggio) e quelle di secondo grado (16 maggio). Piero Bernocchi, portavoce nazionale dei Cobas che ieri hanno organizzato un presidio sulle scalinate del ministero dell’Istruzione in Viale Trastevere, sostiene che i test siano saltati in «migliaia di classi» per uno sciopero organizzato dai docenti e dal personale Ata che ha raccolto consenso anche tra i genitori. «Questa pratica quizzarola – sostiene Bernocchi – è umiliante e distruttiva, rimanda ad un progetto pedagogico basato sul nozionismo e peraltro non prevede nemmeno un euro extra per i docenti». Per il Miur invece è tutto falso. lo sciopero sarebbe riuscito solo in una decina di classe su circa 1500 classi-campione: «una percentuale inferiore a quella dell’anno scorso».
    Per il Miur ieri a Trastevere c’era «soltanto uno sparuto gruppetto di manifestanti. Gli unici problemi si sono avuti ad Aversa dove alcune aule sono stata allagate dalla pioggia e in alcuni istituti nel Cilento chiusi per la tappa del Giro d’Italia». L’Unicobas non accetta questo trattamento dal ministero e contrattacca: contro le prove ieri hanno scioperato il 20% dei docenti. «La battaglia è sentita e combattuta – aggiunge il sindacato – anche dagli studenti e dalle famiglie, col netto rifiuto della vergognosa scheda sugli alunni che, se spinge a giudizi sommari e discriminatori su attitudini e personalità attua persino una rilevazione di censo, istituendo così una sorta di inaccettabile schedatura». Quello di ieri è stato il primo dei tre giorni di sciopero contro i test Invalsi. Bernocchi ha invitato il neo-ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carozza a un dibattito il 16 maggio quando i Cobas torneranno a presidiare il ministero.
    La primavera della scuola italiana è dedicata alla valutazione degli alunni sin dalla più tenera età, secondo i dettami della pedagogia neoliberale elevata a sistema dalla riforma Gelmini e perfezionata da una serie di decreti dell’ex ministro Profumo. Ad aprile lo stato maggiore dell’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e formazione (Invalsi) ha perfezionato un progetto contro il quale l’Unione degli Studenti ha lanciato un boicottaggio previsto per il 16 maggio.
    Si tratta di una «quarta prova» che verrà sottoposta ai maturandi a partire dal 2015. L’obiettivo è di associare il risultato di questi quiz al voto finale della maturità. I campi che i riformatori dell’Invalsi intendono valutare sono quelli indicati dai test Pisa a livello internazionale: la capacità di lettura e scrittura degli studenti, le capacità matematiche e quelle in inglese, insomma le voci che nel sistema di ranking internazionale adottato dall’Ocse rappresenta il grado di «produttività» delle scuole e degli studenti. Il test avrà una parte di domande comuni a tutti gli indirizzi dei licei, mentre un’altra sarà orientata agli indirizzi specifici.
    È ancora incerto l’uso che gli atenei dovrebbero fare di questi risultati, ma l’orientamento è quello di usarli per selezionare le matricole. Un progetto che viene da lontano ma che ha trovato rapida attuazione dopo l’allarme lanciato nei mesi scorsi dal Consiglio Universitario Nazionale (Cun) sull’alto tasso di abbandono dell’università degli immatricolati: -17% dal 2003 al 2012, 58 mila persone, praticamente un intero ateneo. «In confronto ai paesi Ocse – ha scritto il Cun – l’Italia si pone al 25° posto su 35, in termini di percentuale di giovani che si immatricolano». Secondo questi dati, l’accesso all’università da parte dei neo-diplomati nella scuola superiore è perlomeno stabile.
    Una campagna stampa, calvalcata dall’ex ministro Profumo, ha confuso questi dati sugli immatricolati (il totale degli iscritti al primo anno, degli studenti trasferiti da un’altra università, quelli che hanno abbandonato e poi ripreso gli studi) con i neo-diplomati iscritti al primo anno di università. L’onda emotiva che ha travolto un paese scosso dalla crisi, e ossessionato dal fallimento delle riforme dell’istruzione degli ultimi vent’anni, ha spinto a velocizzare la riforma dell’Invalsi e a credere nell’idea che una valutazione «oggettiva» basata sull’occasionalità dei quiz permetterà ai giovani di fare una scelta «responsabile» e a non sbagliare indirizzo di studi o a non abbandonarli. Il problema è che non sono i diciannovenni a lasciare l’università, ma i loro fratelli maggiori, colpiti dalla precarietà. Inutile dire che per questi ultimi i quiz Invalsi non hanno alcuna utilità. E molti dubitano sulla loro efficacia per gli adolescenti. Ieri dal quartiere Forcella di Napoli il ministro Carrozza ha ribadito invece la centralità dell’Invalsi: «Nelle valutazioni è importante tenere conto della base di partenza e degli strumenti» ha detto.
     



in scuola
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  • ivapartyRai, i lavoratori atipici al governo: “Non dimenticate noi, popolo delle partite Iva”

    L’azienda rischia la paralisi a causa della legge Fornero, con lo stop che incombe sui contratti di collaborazione. I lavoratori invocano la sospensione delle rigidità in entrata: “Lasciateci lavorare, siamo una risorsa imprescindibile”

     

    Dopo il danno anche la beffa: una legge che era nata per dare stabilità e reprimere gli abusi si trasforma di fatto in uno strumento di ulteriore esclusione, peraltro ai danni di una categoria che non dispone di alcun ammortizzatore sociale. Le partite Iva della Rai, nella gran parte dei casi lavoratori para-subordinati interni alle redazioni, chiedono al governo di porre mano con la massima urgenza alle misure della Legge Fornero (legge 92/2012) che si stanno ritorcendo contro la parte più debole dei lavoratori: quelli ingaggiati, appunto, con contratti da “autonomi”. Sulle partite Iva, infatti, l’azienda sta facendo cadere l’accetta degli 8 mesi come periodo massimo di ingaggio annuale.

     

    Quel parametro temporale, previsto dalla legge 92/2012 come una delle condizioni per stanare la false partite Iva, spaventa il datore di lavoro, specie quando ha la coscienza sporca. Va sottolineato come l’azienda pubblica ospiti al proprio interno una grande quantità di lavoratori a partita Iva, molti dei quali hanno maturato un’anzianità almeno decennale. Questi lavoratori sono tanto essenziali quanto “abusivi”: ingaggiati cioè con tipologie contrattuali da “esterni”, che nella maggioranza dei casi non rispondono alle effettive modalità di impiego, quasi sempre tipiche del lavoro subordinato. La Rai teme il proliferare del contenzioso e sta adottando un atteggiamento difensivo e massimalista, che genera ulteriore caos e non fa che innalzare il rischio di azioni legali da parte dei lavoratori lasciati a casa (o che temono di esserlo).

     

    I lavoratori atipici della Rai ritengono inaccettabile essere schiacciati tra il giovanilismo dell’apprendistato sbandierato da più parti come la panacea del mercato del lavoro e l’imperativo dei prepensionamenti. Piuttosto, occorre con urgenza una duplice azione calibrata esplicitamente sulla generazione di mezzo e sul dramma delle false partite Iva. A livello legislativo, è auspicabile una revisione delle rigidità in entrata poste dalla legge Fornero, in primis il menzionato criterio degli 8 mesi annuali di durata massima dei contratti. Ma al contempo è altrettanto essenziale, all’interno della Rai e con apposito tavolo sindacati-azienda, procedere con prontezza e responsabilità alla stabilizzazione del personale da anni impiegato illegalmente con contratti iper-precari. Contratti che ledono in modo esiziale la dignità del lavoro, danneggiando oltretutto l’immagine e la funzionalità dello stesso Servizio Pubblico.

     

    Iva Party, lavoratori atipici della Rai

di Roberto Ciccarelli
pubblicato il 7 maggio 2013
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  • Il 5 maggio 2013, ad un anno dalla clamorosa occupazione della Torre Galfa, abbandonata da decenni e di proprietà di Ligresti, Macao torna a occupare uno degli spazi della cultura dismessi, abbandonati alla speculazione: il cinema Manzoni, al n°40 dell’omonima strada. 


    Il Cinema Manzoni fu costruito nel 1947 al n. 40 dell’omonima via milanese. Fa parte di un complesso che comprende un atrio da 800 mq che lo collega al teatro sotterraneo, una galleria di negozi, un ristorante e un edificio per uffici. È stata la sala più prestigiosa ed elegante di Milano, progettata da Mario Cavallè (1895-1982, studiò a New York, costruì in tutta Europa 136 sale). Affrescata da Baragatti, Funi, Rossi, con sculture di Francesco Messina, Oliva, Fazzini e Gasperetti, Leone Lodi (raffigurante Apollo). Il grande schermo panoramico fu valorizzato da una programmazione che privilegiò i film spettacolari, gli eventi e le première. La sala, con pianta a forma di violino, 1.200 posti di velluto rosso, fu la prima in Italia e terza nel mondo a proiettare in Cinerama.


    Il cinema riaprirà nel 2015 per ospitare un centro commerciale, unico luogo di socializzazione lasciato ai milanesi dalla speculazione che continua ad aggredire la città da trent’anni. Senza poltrone, senza il suo schermo curvo, senza proiezioni, senza suoni, senza cultura. La chiusura avvenne nel giugno 2006. In quei mesi chiudevano anche Teatro Smeraldo, Teatro Derby, Teatro Ciak, Cinema Maestoso, Cinema Splendor, Teatro Lirico e molti altri ancora che qui rappresentati:



    Come in molte altre città italiane, aggredite dalla dismissione degli spazi pubblici, e di quelli culturali, anche a Milano si forma un comitato civico: “Cinema Manzoni bene comune”. Questa è la sua storia video:



    Ripercorrere la storia del Manzoni, dopo la sua chiusura, è utile. Molte persone, interessate alla tutela e a uno sviluppo diverso dei beni comuni in Italia, potranno senz’altro ritrovarsi in questo racconto:


    Il Cinema e le aree adiacenti vengono acquistate nel 2007 dalla multinazionale Prelios (di proprietà di Pirelli & C. Real Estate), con un vincolo per la destinazione d’uso della hall e del cinema a fini culturali. Attraverso un ricorso alla Presidenza della Repubblica, la Sovrintendenza dei Beni Culturali è costretta ad annullare il vincolo, lasciando la possibilità a Prelios di configurare il progetto per la ricapitalizzazione dello spazio. Queste le motivazioni addotte dagli avvocati di Prelios, per sostenere la posizione della compagnia: “. l’imposizione della destinazione culturale ad una sala cinematografica, in disuso da innumerevoli anni [.] oltre che illegittima si configura illogica e contraddittoria. Illogica, in quanto non si comprende la relazione tra una sala cinematografica ed il suo utilizzo perpetuo ad uso culturale, posto che, al di là di ogni dubbio, nella sala cinematografica si svolge un’attività commerciale ed imprenditoriale che può anche avere (ma non sempre, ed anzi raramente) risvolti culturali, ma in via semplicemente derivata.”.

    Seguono molti incontri tra la Prelios, il comune di Milano, i cittadini. Che continuano a documentare:

    ENPAM per poter vendere a Prelios chiese un’autorizzazione, che fu concessa il 13-12-2007 con dei limiti. Ebbene in data 2-10-2008, con un ricorso al capo dello Stato, Prelios è riuscita ad annullare i paletti che la sovrintendenza aveva posto all’utilizzo degli spazi (obbligo a mantenere in alcune aree -tra cui cinema e teatro ed atrio- solo attività culturali). Le destinazioni d’uso, emanata dalla Direzione regionale per i beni culturali della Lombardia sono state annullate, dalla medesima Direzione Regionale, che ha ritenuto valide le obiezioni dell’avvocato di Prelios che nel ricorso ha fra l’altro, dichiarato:“…l’imposizione della destinazione culturale ad una sala cinematografica, in disuso da innumerevoli anni (…) oltre che illegittima, si configura illogica e contraddittoria. Illogica, in quanto non si comprende la relazione tra una sala cinematografica ed il suo utilizzo perpetuo ad uso culturale, posto che, al di là di ogni dubbio, nella sala cinematografica si svolge un’attività commerciale ed imprenditoriale che può anche avere (ma non sempre ed anzi raramente) risvolti culturali, ma in via semplicemente derivata…” Il Cinema non è arte, ma attività commerciale. E la Direzione Beni Culturali di corso Magenta prontamente ha avvalorato la tesi degli avvocati della proprietà. l Comitato Cinema Manzoni difende il cinema, l’arte e tutte quelle forme di spettacolo oggi possibili con l’uso interdisciplinare del corpo e delle tecnologie, musica, danza, teatro, cinema, video arte. Per evitare che il luogo diventi un ennesimo centro commerciale bisogna che si risvegli anche a livello milanese una nuova attenzione all’uso degli spazi, anche alla luce di nuovi orientamenti giurisprudenziali “in progress” e dei movimenti che stanno rivendicando con occupazioni e dibattiti un modo diverso di trattare il concetto di proprietà e di bene comune. E il Comitato Cinema Manzoni intende proseguire in questo progetto con l’obiettivo di riaprire il Cinema e renderlo luogo aperto alle fusioni artistiche e culturali, senza tralasciare il possibile coinvolgimento imprenditoriale di alcuni comparti strategici a Milano,quali la moda, il design, ed altri. 

    Questo è il cuore di quella che un anno fa abbiamo definito l’utopia concreta di Macao. Nella città del terziario avanzato, del lavoro immateriale, all’incrocio tra arte e design, moda e editoria, pubblicità e tv, spazi espositivi e fiere, nell’immaginazione di questi cittadini Milano può riprendersi i luoghi dismessi e avviare la sperimentazione di nuove fusioni.

    Il punto è: come gestire tali nuovi fusioni? Che rapporto avere con il mercato nazionale e internazionale? E poi che ruolo dovrebbero avere gli enti locali, in particolare il comune, nell’affidamento degli spazi, nella loro sottrazione alla speculazione, oppure nel riconoscimento delle occupazioni?

    Per gli attivisti di Macao il tentativo di dare una risposta al problema del governo dei beni comuni da parte della giunta Pisapia, qualche mese dopo l’esplosione della torre Galfa, è stato deludente:

    A settembre 2012 una delibera sancisce il protocollo d’intesa sottoscritto nel marzo 2012 tra il Comune di Milano, il Diap Politecnico e l’associazione Temporiuso i cui obiettivi sono il recupero di edifici, di aree abbandonate o di prossima trasformazione attraverso progetti legati al mondo della cultura e dell’associazionismo. Il 26 ottobre, il protocollo viene presentato pubblicamente nel corso di un’assemblea cittadina presso l’Acquario civico di Milano alla quale partecipano molte realtà cittadine – comitati, enti, associazioni e spazi occupati – che sollevano le criticità della proposta del Comune, proponendo la legittimazione di nuove pratiche di utilizzo degli spazi abbandonati. L’incontro si rivela complessivamente deludente perché i termini e le modalità di assegnazione degli spazi previsti dalla delibera risultano carenti ed assolutamente incapaci di rispondere alle istanze che i movimenti praticano attivamente e positivamente sul territorio.
    L’oggetto della partita non verte solo sulla questione degli spazi inutilizzati da parte della pubblica amministrazione. Il tema è quello dei luoghi in disuso o abbandonati, indipendentemente dalla natura della loro proprietà. Proprio in tal senso, infatti, l’azione sulla Torre Galfa da un lato ha messo in luce le dinamiche speculative che caratterizzano la città, dall’altro ha evidenziato l’incapacità delle istituzioni di recepire in maniera critica questi fenomeni, come dimostra il tentativo scomposto della delibera sugli spazi. Ancora oggi è tollerato che soggetti privati possano lasciare inutilizzati enormi spazi sottratti alla città, come accade per il gruppo Ligresti che abbandona all’incuria un palazzo di 33 piani nel centro di Milano pur continuando a costruire a poche centinaia di metri un altro grattacielo senza nessun tipo di limitazione o restrizione.

    E poi, un’ultima domanda: la gestione di questi luoghi, la loro ricoversione economica, sociale,o culturale, può essere ancora decisa dall’alto? Oppure un’esperienza come quella di “cinema manzoni bene comune”, tra le altre, indica un’altra – più complessa, ma lungimirante – soluzione?

    Con una parola: auto-governo delle cittadinanza, affidamento diretto o riconoscimento delle nuove forme cooperative, giuridiche , politiche che i lavoratori, i precari, gli artisti, possono darsi. E se non se la danno, sollecitarli in tal senso?

    Anche oggi, in un paese che i media raccontano tramortito dalla crisi, consumato dalla depressione, un’intelligenza, una vitalità sono tornati a farsi sentire.

    Ivan Carrozzi, autore di un istant ebook su Macao, ha definito questo barlume così:

    La costruzione della polis. la democrazia è faticosa ma poche altre cose riescono a metterti in collegamento con gli altri.

    Accade a Milano.

    +++ PUBBLICATO SU LA FURIA DEI CERVELLI