Robert Ionut Scarlat è nato a Bucarest ventuno anni fa. Vive con la madre Laura a Oggiona con Santo Stefano in provincia di Varese da quando ne ha 9. Dal 4 novembre è agli arresti domiciliari perchè è accusato di avere partecipato agli scontri di Piazza San Giovanni il 15 ottobre scorso.
L’altro ieri la decima sezione del tribunale di Roma lo ha condannato a due anni per lancio di sanpietrini e lesioni gravi a tre agenti. Una condanna non paragonabile a quelle esorbitanti (5 e 4 anni) comminate a Giuseppe Ciurleo (21 anni) e a Lorenzo Giuliani (20 anni), ma ugualmente grave. Il tribunale ha invece accolto la richiesta di sospensione dell’espulsione di Robert dall’Italia.
Robert ha smesso di frequentare nel 2007 la scuola al secondo anno dell’alberghiero e solo di rado ha lavorato stabilmente. Il suo percorso è costellato da una pluralità di «mcjobs». Ad esempio, il volantinaggio. Poi si è iscritto al centro per l’impiego di Gallarate e ha fatto un corso base per la presentazione dei prodotti e servizi ai soci Euroclub – quelli che vendono libri e cd a prezzi scontati. Quando è riuscito a lavorare ha guadagnato 627 euro al mese. Per il resto, si è arrangiato nelle maglie del lavoro informale o al nero. Una situazione che riguarda molti dei giovani che abbiamo incontrato nel corso della manifestazione del 15 ottobre. Alcuni di loro possono essere considerati italiani di origine europea. Janek, per esempio, è nato in Polonia 22 anni fa, lo abbiamo intervistato in via Labicana tra una sigaretta e un’altra, mentre andava in fiamme una caserma dei carabinieri, qualcuno frantumava la statua di una Madonna e un’agenzia di Manpower bruciava.
Janek è arrivato in Italia sei anni fa con i genitori (proprio come Robert), e dice di non avere un lavoro «ufficiale». Nel suo italiano limpido ci disse: «Sono uno senza bandiera, è inutile che la gente protesti. Tanto l’Europa fallirà tra un anno e seguirà il destino della Grecia. Anche in questo paese non resterà niente e noi non avremo niente». Parole che valgono per i ragazzi nati in Polonia, o in Romania, come per i loro coetanei, e non rivelano solo una solitudine incomunicabile, ma l’idea del futuro percepito dai loro stessi genitori, italiani ed europei. La condizione è la stessa.
Laura, la madre di Robert, ha 41 anni. È arrivata in Italia nel 1999, dove da tempo lavorava il suo compagno. Dopo la separazione, è andata ad abitare con suo figlio a Oggiona. Ha lavorato in un bar, poi in un club milanese con la qualifica di «ballerina di primo livello». Oggi pare che collabori in un’officina meccanica nel suo paese o nei dintorni.
Robert era andato in treno da Varese alla manifestazione degli «indignati» vestendo una felpa con i colori giamaicani, il suo stile è quello «peace e reggae». Mingherlino, poco più alto di un metro e sessanta, secondo l’accusa avrebbe realizzato la ciclopica impresa di fratturare i polsi e una gamba a tre poliziotti con calci e pugni, ai quali sono state riconosciute prognosi fino a quaranta giorni.
Poco dopo la notizia del suo arresto, la stampa lombarda si è avventata contro Robert, ricordando la denuncia che ha ricevuto nel 2009 per avere occupato un terreno per un rave insieme ad altre centinaia di ragazzi. Sempre quell’anno è stato arrestato a Gallarate per possesso di sostanze stupefacenti. Nel dicembre 2010 gli è stata sospesa la patente per sei mesi per guida in stato di ubriachezza.
A prima vista Robert sembra essere il capro espiatorio perfetto per istigare la xenofobia, oppure l’inquietudine provocata dai «giovani devianti». In realtà, buona parte del suo vissuto, dal precariato ai rave alla sospensione della patente, non è sconosciuta ad una parte dei suoi coetanei «italiani». Così come la partecipazione al 15 ottobre, al di fuori dei partiti e dei movimenti, è stata una delle novità che da tempo si osservano nelle manifestazioni in Italia. Sta vivendo quella che il grande sociologo algerino Abdemalek Sayad definì la doppia pena: precario e straniero, apolide in patria (l’Italia, quella acquisita) e extra-territoriale in uno Stato (per la legge italiana resta sempre uno “straniero”).E di avere vent’anni.
In attesa dell’appello, la durezza delle condanne inflitte a Robert, e agli altri ragazzi, rischia di seppellire le loro ragioni sotto la coltre della solitudine e dell’invisibilità.
pubblicato il 24 febbraio 2012
Tag: 15 ottobre, Abdemalek Sayad, Giuseppe Ciurleo, indignati, Lorenzo Giuliani, mcjobs, piazza san giovanni, precariato, Quinto Stato, Robert Ionut Scarlat
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Il blitz del coordinamento dei giornalisti freelance «Errori di Stampa» è riuscito. Colpita in pieno volto dalla notizia sulla clausola maternità inserita nei contratti di consulenza per i collaboratori esterni, la Rai ne aveva negato l’esistenza ma poi, con un intervento del direttore generale Lorenza Lei, ieri ha ammesso di «non avere nessuna difficoltà ad eliminarla».
«Continueremo il nostro percorso – commenta con soddisfazione la giornalista Marta Rossi di «Errori di Stampa» – la scoperta della clausola è stata il frutto di un lavoro collettivo di ricerca iniziato un anno fa. Non è un casus belli contro la Rai, come invece è stato detto ieri da qualcuno. Stiamo costruendo un osservatorio sul precariato giornalistico a Roma e facciamo appello ai colleghi di unirsi a noi. Quando si è soli non è semplice fare inchiesta. D’ora in poi nessuno deve essere lasciato solo».
Nel lungo ed articolato comunicato, l’azienda di Viale Mazzini si è impegnata a formulare diversamente la clausola per «non urtare la suscettibilità». Per il Coordinamento degli Atipici Rai questo non basta perché «esistono lavoratrici sotto contratto, che scadeva mesi dopo il parto, che hanno dovuto accettare una variante alla loro consulenza per anticiparne la scadenza. Così come ce ne sono altre che si sono viste rifiutare il contratto perché nel frattempo sono rimaste incinte».
Nel comunicato della Rai c’è un altra precisazione da considerare. «I lavoratori autonomi [che in Rai sono oltre 1700, ndr] non godono delle tutele previste dallo Statuto dei Lavoratori, evidentemente per la scelta del legislatore». Una spiegazione illuminante rispetto ad un mondo, quello delle «collaborazione esterne» regolate, quasi sempre, con la partita Iva che a Roma – come in tutto il paese – hanno conosciuto un aumento vertiginoso dal 2007 ad oggi (allora erano 63 mila).
Secondo gli «Atipici Rai» questa trasformazione è intervenuta negli anni Novanta. Quello della consulenza è il modo attraverso il quale la Rai governa il suo precariato strutturale da 15 anni. Non diversamente da quanto accade nella pubblica amministrazione, invece di assumere con i concorsi, l’azienda ha usato le collaborazioni e la partita Iva. Funziona così: i contratti durano 3,6 o 9 mesi. Il lavoratore viene licenziato e, quindi, riassunto. Questa trafila può durare anche vent’anni.
Programmisti, registi, operatori lavorano a prestazione in tutte le redazioni. Sono come gli idraulici, anche loro a partita Iva. Con una differenza: lavorano ogni giorno dietro una scrivania, hanno il loro computer, un orario di lavoro, ma senza buoni pasto. Si creano anche dei paradossi: per entrare in azienda queste persone hanno bisogno di un badge giornaliero, quello previsto per gli ospiti. Certe mattine, può capitare di trovare la fila ai tornelli d’ingresso. I capostruttura, i curatori o i capiredattori, con i quali
di solito contrattano personalmente durata e modalità dei contratti, possono avere dimenticato di rinnovargli il badge. E gli «ospiti», che non sono il pubblico delle trasmissioni, ma lavoratori a tutto tondo, devono attendere il via libera della sicurezza.«Questo dimostra che il problema non è la pletora delle tipologie contrattuali, ma la volontà delle aziende di sfuggire alla regolazione del lavoro perché preferiscono il finto lavoro autonomo – spiegano gli «Atipici Rai» – Anche se la riforma del mercato del lavoro introdurrà il contratto unico, tutti questi lavoratori continueranno a lavorare nello stesso modo. Oggi non c’è più alcun argine alla moltiplicazione di queste collaborazioni. Le aziende non rischiano nulla».
pubblicato il 22 febbraio 2012
Tag: Coordinamento atipici rai, Errori di Stampa, Gestione separata, Governo Monti, Inpgi 2, Inps, lavoro autonomo, lavoro indipendente, Lorenza Lei, maternità, Partita Iva, precariato, Quinto Stato, Rai
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Donna, giornalista, precaria. Alla Rai la sua vita è un trattato di funambolismo. Per lavorare all’ombra del cavallo di Viale Mazzini ha dovuto aprire una partita Iva e versare 600 euro all’anno al commercialista. 1200 è, in media, il reddito mensile per una collaborazione che dura per un ciclo di trasmissioni. Salvo poi scoprire una «clausola gravidanza» al punto 10 del contratto di consulenza che l’azienda offre a tutti i collaboratori esterni. Se questa lavoratrice dovesse restare incinta, o affrontare un infortunio o una malattia, la Rai si riserva il diritto di dedurre «i compensi relativi alle prestazioni non effettuate», oltre a quello di rescindere il contratto «senza alcun compenso o indennizzo».
In una lettera alla Dg Rai Lorenza Lei del coordinamento romano dei giornalisti freelance «Errori di stampa»,viene spiegato il doppio pregiudizio biopolitico diffuso in molte aziende italiane. Da un lato, l’azienda considera la gravidanza alla stregua di una malattia o di un infortunio. Dall’altro lato, realizza una discriminazione ai danni delle «consulenti esperte tecnico-scientifiche», così vengono definite le lavoratrici a contratto, rispetto ai loro colleghi uomini, anche loro a partita Iva. L’aberrazione di questa clausola ha suscitato le reazioni di Andrea Sarubbi (Pd) e di Silvana Mura (Idv) che su twitter hanno annunciato che porteranno il caso in Parlamento, mentre Vincenzo Vita ne chiederà conto in commissione vigilanza Rai.
«Fatti come questi – ha sostenuto il segretario generale Cgil Susanna Camusso – dimostrano che non bisogna mai cancellare le norme che tutelano i lavoratori contro le discriminazioni. Questo contratto è illegittimo». Nichi Vendola (Sel) ha chiesto la cancellazione delle «norme capestro per le giovani collaboratrici». Il coordinamento delle giornaliste freelance GIULIA lancia nel frattempo l’idea di un Libro Bianco.
In serata Viale Mazzini ha smentito l’esistenza di questa clausola per il lavoro subordinato. Quanto al lavoro autonomo «non si applica lo statuto dei lavoratori», anche se la Rai ribadisce di rispettare le lavoratrici. Ma alla fine Lorenza Lei si arrende: «Ho dato agli uffici competenti l’incarico di valutare interventi sulla clausola, anche se tengo a sottolineare che in Rai non c’e’ mai stata alcuna discriminazione o rivendicazione in merito, ne’ certamente sono mai emersi, fin qui, dubbi di legittimita».
«Non abbiamo notizia di licenziamenti, ma la clausola esiste ed è un modo per consigliarti di non restare in cinta – precisa Valeria Calicchio di “Errori di Stampa” – Questo uso della partita Iva è una foglia di fico che giustifica la mancata assunzione con un contratto regolare. Spero che questa battaglia civile spinga i media e la politica a non occuparsi di precariato solo in questi casi gravi. Oltre al riconoscimento del diritto alla maternità chiediamo quello alle ferie, alla malattia, alla previdenza e al pagamento equo».
Nella lettera di Errori di Stampa emergono altri particolari sulla filiera produttiva Rai. A spiegarla è la giornalista Paola Natalicchio: «La consulenza è un contratto ultra-leggero applicato ai giornalisti arruolati in produzioni come Agorà, Presa Diretta o Report – afferma – Sei una partita Iva, anche se di fatto svolgi il lavoro di un redattore con orari di lavoro fissi anche per 100 puntate». Se, per caso, il giornalista deve andare in video, allora è necessario cambiare la sua forma contrattuale con una scrittura aggiuntiva, quella di «presentatore-regista».
È il complicatissimo sistema dei contratti matrioska che regola il lavoro in Rai. «Questi contratti-truffa – aggiunge Paola – sono presenti in tutte le redazioni dell’azienda» e svolgono tutti i ruoli, dal caporedattore all’operatore di ripresa. Casi come questi sono diffusissimi nel lavoro autonomo, che in Italia si confonde sempre di più con la zona grigia del «lavoro parasubordinato». Così facendo, la Rai non solo nega le tutele fondamentali, ma impone a tutti i lavoratori il versamento dei contributi previdenziali alla gestione separata dell’Inps (dove oggi è confluito anche l’Enpals), e non all’Inpgi 2, cioè l’ente previdenziale dei giornalisti. Un altro modo per separare l’esercizio della professione, sempre più precaria, dai suoi diritti.
L’uso, e l’abuso, della partita Iva, e di tutta la vasta gamma di contratti atipici, riguarda almeno 1794 persone in Rai. Per Claudio Aroldi, Sergio Cusani e Paolo Pellegrini, autori di un rapporto sulla situazione economica dell’azienda presentato dalla Slc-Cgil il 1 dicembre scorso, questa cifra sarebbe anche più grande. Tra gli 11.501 persone inserite nel «personale in organico» ci sarebbero altri contratti di inserimento, di apprendistato o giornalistici biennali (il dato però non è scorporato). In base ad un accordo firmato da Lorenza Lei nel luglio 2011, queste persone dovrebbero essere stabilizzate entro il 2017 in tutte le sedi Rai.
La tendenza a ricorrere a queste forme contrattuali si spiega con la volontà delle aziende di scaricare sui lavoratori indipendenti l’intero costo previdenziale e assicurativo della loro attività. Se provassimo però a sollevare lo sguardo dalla Rai, allargandolo all’intero settore di riferimento, quello della comunicazione e dei servizi a Roma, scopriremmo che già tra il 2007 e il 2008 i cosiddetti «consulenti e liberi professionisti» rappresentavano il gruppo numericamente più forte tra coloro che, a Roma e in Provincia, operano con la partita Iva. Su un totale di 249.235 «autonomi» i «consulenti» in cui rientrano gli oltre 1700 «precari» della Rai erano 63.111.
Oggi, si sospetta, sono senz’altro di più. Se poi alle attività di consulenti e liberi professionisti aggiungiamo quelle affini dei “servizi avanzati alle imprese” e delle “attività editoriali” arriviamo al 32,66% della forza-lavoro attiva a Roma. In mancanza di un’inchiesta simile a quella condotta da Errori di Stampa, si può presumere che anche queste persone non godano affatto dei diritti sociali fondamentali.
A questo punto bisogna chiedersi se questa situazione sia esclusivamente il risultato della volontà delle aziende – elemento certamente incontrovertibile – oppure anche di un sistema che si regge sull’appalto e il subappalto, il lavoro a cottimo, informale e al nero, olrtre che sulla costante e implacabile cancellazione dei diritti fondamentali. Nell’accordo di luglio la Rai ha annunciato che le nuove assunzioni verranno effettuate attraverso il contratto di apprendistato, proprio come intende fare il governo Monti con la riforma del lavoro annunciata per marzo. In una situazione di arbitrio e confusione, questa soluzione non scalfisce di un millimetro la condizione degli indipendenti romani che, in media, hanno un’età superiore ai 29 anni, limite entro il quale un simile contratto può essere stipulato.
pubblicato il 20 febbraio 2012
Tag: Andrea Sarubbi, Errori di Stampa, Gestione separata, Giulia giornaliste, Governo Monti, Inpgi 2, Inps, lavoro autonomo, lavoro indipendente, Lorenza Lei, maternità, Nichi Vendola, Paola Natalicchio, Partita Iva, precariato, Quinto Stato, Rai, roma, Susanna Camusso, Valeria Calicchio, Vincenzo Vita
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Siamo giornalisti precari, collaboratori di giornali, radio, televisioni, siti web. Oltre che “precari” possiamo definirci anche “freelance” o “atipici”: i contratti con cui lavoriamo (quando abbiamo la fortuna di averne uno) sono i più vari, scriviamo la maggior parte delle pagine dei giornali ma siamo pagati pochi euro, a cottimo e senza tutele (#4euroalpezzo è l’hashtag Twitter dove raccontiamo le nostre storie). Sotto la sigla “sottoPRESSione” ci siamo da poco strutturati come un coordinamento nazionale, formato dai tanti coordinamenti locali nati negli ultimi due anni, dal Veneto alla Campania, dall’Emilia Romagna a Roma alla Toscana.
Vi scriviamo per diversi motivi. Il primo è un dovere di solidarietà che sentiamo verso un giornale che, come purtroppo molti altri, rischia l’estinzione a causa dei tagli al fondo governativo per l’editoria e della crisi che colpisce a fondo tutto il comparto. Una solidarietà che esprimiamo con forza ai tanti colleghi e poligrafici, assunti e non, che lavorano al manifesto, e che rischiano di ingrossare le file dei cassintegrati di E-Polis e delle molte altre crisi che si sono succedute nell’editoria negli ultimi mesi.
Il secondo motivo riguarda nello specifico la questione dei finanziamenti pubblici all’editoria, un tema molto caro al manifesto. Riteniamo che il contributo pubblico sia una garanzia per la democrazia di questo paese, e che pertanto sia sbagliato pensare di eliminarlo tout court lasciando solo il mercato a regolare il settore. Sentiamo nostra la battaglia portata avanti dal manifesto e da Mediacoop per riformare la legge che regola i finanziamenti pubblici. Questi soldi dovrebbero andare solo agli editori che dimostrino di avere un trattamento dignitoso verso i propri lavoratori, collaboratori e precari in primo luogo: a chi sfrutta non va dato un centesimo. Può essere una leva (una delle tante, fra cui la legge sull’equo compenso giornalistico di cui sollecitiamo l’approvazione in parlamento, e la Carta di Firenze, documento deontologico contro il precariato per la quale ci siamo battuti) per migliorare una condizione di precarietà dilagante ormai insostenibile.
In ultimo, vogliamo segnalarvi la nostra partecipazione con una “lista precaria” alle elezioni imminenti per il rinnovo delle cariche dell’Inpgi, l’istituto previdenziale dei giornalisti. Abbiamo deciso di metterci la faccia, non in contrapposizione con Ordine e Sindacato ma in un’ottica di unità della categoria, per portare la voce dei precari al vertice della cassa previdenziale. Il nostro programma prevede equità generazionale, lotta all’evasione contributiva, trasparenza e più servizi per i non garantiti, e si può leggere sul blog www.giornalistisottopressione.wordpress.com.
Un grande in bocca al lupo,
sottoPRESSione, rete nazionale dei coordinamenti dei giornalisti precari, atipici, freelance
pubblicato il 18 febbraio 2012
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Roma è la giungla del lavoro immateriale sottopagato, senza diritti, non tutelato. Lontanissima dall’immagine della capitale dormiente e assistita, ministeriale e mollacciona, dei film di Alberto Sordi, nel racconto che ne fanno i giornalisti precari del coordinamento romano “Errori di stampa“, la Capitale vive sospesa nella zona grigia tra lavoro dipendente e indipendente.
Le ormai famigerate “false partite Iva” rappresentano solo la superficie di un continente popolato da apolidi che lavorano al nero, gratuitamente o, quando c’è un refolo di legalità, come consulenti, collaboratori a tempo determinato nei servizi alle imprese, nelle agenzie pubblicitarie o negli studi di architettura, nell’informatica, nella comunicazione o nel reticolo degli enti di ricerca o delle università. La vita dei 936 giornalisti freelance, età media 33 anni, romani e non romani, descritta da Errori di stampa, è la rappresentazione della crisi del “terziario avanzato”.
Al centro di questo racconto c’è il freelance: il risultato della trasformazione del «lavoro post-fordista» che ha reso difficile distinguere una prestazione lavorativa da un’attività d’impresa, l’attività autonoma da una subordinata. Una realtà già da tempo emersa, grazie a ricerche come quella svolta da Sergio Bologna e Andrea Fumagalli per l’Osservatorio sul mercato del lavoro della Provincia di Roma (2010). Solo quando la statistica aggiornerà i suoi parametri di analisi sarà possibile conoscere i numeri di una realtà mobile che ancora oggi viene definita attraverso una macro-categoria che comprende lavoratori dipendenti a tempo determinato, interinali e «ditte individuali». Per l’ufficio Statistiche del Comune, nel 2008 gli autonomi oscillavano tra le 230 e le 240 mila unità. Per la banca dati Asia dell’Istat nel 2009 erano oltre 320 mila. Se si aggiungono i «precari» (collaboratori e lavoratori a progetto) la quota complessiva arriva al 23,02% dell’occupazione totale. Questi dati trovano riscontri anche in un precedente rapporto (2009-2010).
Il mio licenziamento è avvenuto all’improvviso: solo tre giorni prima avevo passato 11 ore al consiglio regionale del Lazio raccontando le vicende del piano casa. Da quel giorno mi sono ritrovato con poche certezze, senza un lavoro, un sussidio, uno stipendio e senza avere la possibilità di farmi valere, attraverso vie legali, con il mio ex datore di lavoro. Al mio posto, e al posto di altri tre colleghi cui è stato riservato lo stesso trattamento da parte dell’agenzia stampa, oggi lavorano tre stagisti pagati a lancio.
Dal racconto di un giornalista, 41 anni, otto passati in un’agenzia stampa, con uno stipendio partito da 200 euro e arrivato a 1000, emerge il primo dato: l’aspetto contrattuale, come quello retributivo, è vincolato alla necessità degli editori di mantenere un’ampia rotazione nelle redazioni Il professionista viene licenziato e, al suo posto, ci sono gli stagisti. Questo significa: abbattimento del valore del lavoro, sfruttamento intensivo di quello gratuito (o quasi). Il giornalista è una manovalanza, non importa se qualificata o meno.
L’altro aspetto che questa inchiesta solleva è l’impossibilità di regolamentare i rapporti con gli editori, elemento che mette in profonda difficoltà sia il sindacato che l’ordine dei giornalisti, che dovrebbero controllare questi aspetti determinanti. Racconta un ex giornalista di E-Polis:
Il problema è che, spesso, a un contratto non corrisponde la serietà di un’azienda che subito dopo l’espansione verso nord, inizia a rallentare i pagamenti degli stipendi. Siamo nel 2007. A luglio il giornale non esce. E’ la vigilia della prima crisi di EPolis: l’azienda ha 50 milioni di euro di debiti verso tutti. I dipendenti, gli enti previdenziali, la cassa sanitaria, le edicole dove ogni mattina prendevamo i giornali (che, nell’ultimo periodo, pagavamo di tasca nostra) e addirittura i fornitori dei mobili delle redazioni. Passano i mesi, gli stipendi scarseggiano. I contributi – scopriremo poi – anche. Buste paga falsificate (detrazioni mai versate all’Inpgi, alla Casagit e ai fondi complementari per il trf), appelli del cdr caduti nel vuoto. L’azienda boccheggia, i giornalisti nonostante tutto, trascinano la baracca fino a luglio del 2010.
Parliamo pur sempre di giornalisti regolarmente assunti che, davanti al fallimento dell’azienda, possono ricorrere ad un tribunale, sperando di recuperare i loro crediti, oltre che i versamenti previdenziali all’Inpgi. Ma nella giungla del lavoro giornalistico questa è un’eccezione, ormai. Nella storia di Anna, responsabile milanese delle pagine del quotidiano “Terra”, viene confermata un’altra realtà: giornalisti, anche giovani, vengono collocati nella “macchina”, ma vengono pagati come collaboratori, e cioè una o due volte all’anno, per un totale – in questo caso – di 2 mila euro:
Anche se hai un contratto che fa schifo ti senti miracolato, prendi e porti a casa. E rimandi a un futuro più o meno definito l’ottenimento di qualcosa di più legittimo, trasformandoti tu stesso in quella benzina che fa camminare il circolo vizioso del precariato” (…) Quella contrattuale non era l’unica anomalia. I pagamenti erano sempre in ritardo, il direttore prometteva in continuazione il saldo degli arretrati”.
Il compenso è al centro della denuncia di Errori di Stampa. Parliamo di redditi, che in media, oscillano sui 5 mila euro, ottenuti molto spesso da più collaborazioni. Nel prospetto pubblicato da Errori di Stampa l’articolo, lunghezza media 2 mila battute, viene pagato da un minimo di 5 euro ad un massimo di 120. Ma la realtà sta nel mezzo:
Attualmente vengo pagato ad articolo – direi meglio: a cottimo – da tutti i miei datori di lavoro tra i quali mi divido. E ogni giorno torna la domanda: a cosa è servita la famosa “gavetta” di cui sopra, costata alle tasche dei miei genitori, il più diffuso ammortizzatore sociale d’Italia, ben 10mila euro in due anni? A nulla.
Lavoro a cottimo. La condizione del giornalista freelance rientra pienamente in quella postfordista che ha generalizzato la prestazione occasionale, e l’attività di subfornitura, degli “independent contractors” (cioè i “freelance”) a regola universale della società. La filiera giornalistica è organizzata come la società italiana: al centro c’è un nucleo di iper-garantiti, vicino al comando dell’azienda (da qui le consuete polemiche contro i “raccomandati”), o comunque assunti secondo le regole del contratto di categoria, oppure di quello nazionale.
Poi c’è la galassia incontrollabile dei cottimisti a disposizione del comando d’impresa, o di Stato, cioè il maggiore produttore di precariato in Italia. Un confronto con i dati della Cgia di Mestre dimostra che questa realtà è addirittura trattata peggio degli oltre 3.900 milioni di precari, a bassa qualificazione, che ricevono un salario medio di 1.068 euro mensili. Questa moltitudine lavora “in subfornitura accomandataria”. Con questa formula Weber descrisse la tipologia del lavoro nell’agricoltura. Oggi questa formula può essere usata nell’edilizia, come nella comunicazione, nel terzo settore come nel precariato dei servizi. I giornalisti non fanno alcuna eccezione.
Nel mezzo ci sono i vecchi istituti dell’intermediazione sindacale, o professionale, che dopo vent’anni dicono di volersi riscuotere dal letargo, anche se scontano il peso di una verità tremenda: rispetto a questa organizzazione sociale dello sfruttamento, il sindacato non può nulla, se non garantire chi possiede un contratto a tempo indeterminato. L’unica tutela sulla quale i “freelance” possono contare è la magistratura. Il ricorso al tribunale, in mancanza di un diritto del lavoro e istituzioni di garanzia per i singoli (e non le corporazioni), è ormai la regola in Italia, ma non sempre va a buon fine:
Ho fatto causa. Non prima di aver sentito l’avocato di Stampa romana, che mi diede l’idea e il consiglio di non procedere perché difficile che, con le carte che avevo, potesse essere sentenziato il reintegro. Ma io non mi sono arreso e ho sentito un avvocato. Che quando ha letto le mie carte e mi ha ascoltato, ha detto che la mia era chiaramente una causa fondata e che si sarebbe risolta per il meglio. Beh, la causa l’ho persa, almeno in primo grado. Perché oltre ad un sistema lavorativo poco chiaro riguardo al merito, a volte ci si mette anche la Giustizia (?) a metterci lo zampino, per far sì che la propria storia lavorativa, oltre che in maniera informale, sia certificata anche da un Tribunale come “sfruttamento senza soluzione”.
Da questa fenomenologia della condizione dei freelance del giornalismo romano ricaviamo alcuni elementi utili per la descrizione di una città travolta dalla crisi del terziario avanzato. Esiste, ormai, una mescolanza tra la sua «prima generazione» (l’artigianato e il commercio) e la «terza», cioè le attività legate alla gestione del tempo libero, all’informatica, alla produzione culturale-artistica e comunicativa che non rientrano nel rango delle professioni ordinistiche. La deregolamentazione della professione giornalistica è dovuta anche a questa violentissima trasformazione, e non solo dalle istituzioni di auto-regolazione che non l’hanno mai compresa e, talvolta, semmai agevolata.
La riforma del mercato del lavoro prospettata dal governo Monti, incentrata sull’apprendistato come “contratto prevalente” nei rapporti di lavoro dei “giovani” con età inferiore ai 29 anni, non modificherà in nulla questo assetto a Roma, come in tutte le città dov’è diffuso il lavoro immateriale nei servizi. Il significativo appoggio dei sindacati su questo punto della riforma conferma l’ignoranza del lavoro contemporaneo. Pensare che gli editori descritti in questa inchiesta accettino di pagare di più, o assumere i “precari” in cambio di sgravi fiscali, ha lo stesso valore di un vespro mattutino prima del massacro quotidiano.
pubblicato il 17 febbraio 2012
Tag: Andrea Fumagalli, apprendistato, Articolo 18, deregulation, Errori di Stampa, freelance, giornalismo, giornalisti, Governo Monti, lavoro indipendente, precariato, Quinto Stato, roma, Sergio Bologna
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Una brutta storia. Difficile definire diversamente il ricorso al Tar che il ministro dell’università e della ricerca Francesco Profumo ha fatto contro il Politecnico di Torino, da lui diretto come rettore fino a metà novembre. L’oggetto della contesa è il nuovo statuto di uno dei più rinomati atenei, primo nelle classifiche per qualità della ricerca, fiore all’occhiello della città. La riforma Gelmini ne ha imposto la riscrittura, cosa che è regolarmente avvenuta nei mesi scorsi, tanto che il nuovo statuto firmato dall’allora rettore Profumo, è stato anche pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.
Il 3 febbraio la sorpresa: il ministro Profumo ricorre contro la legittimità della decisione del rettore Profumo, chiedendo l’annullamento dell’articolo che prevede l’elezione dei membri del Consiglio di amministrazione. La notizia ufficiale è stata data da Marco Gilli, attuale prorettore e probabile sostituto di Profumo alla più alta carica di corso Duca degli Abruzzi. Le elezioni sono previste il 21 febbraio.
«Credo di condividere con voi – ha scritto Gilli in una lettera il 6 febbraio – la convinzione che il Politecnico abbia compiuto una scelta corretta, conforme alla normativa, capace di assicurare al nostro Ateneo un governo, che sia espressione dei valori della nostra comunità universitaria». Lo statuto prevede l’elezione dei membri del Cda a suffragio universale da parte dei docenti e del personale amministrativo. Al ministero, invece, vogliono che il Cda sia nominato dal rettore.
Al tempo della Gelmini, Roma aveva provato ad imporre questa linea ma il Politecnico, supportato da uno studio legale, aveva respinto le osservazioni. Profumo non era d’accordo, ma accettò comunque l’opinione prevalente tra i suoi colleghi. Gilli oggi assicura che difenderà «con fermezza» l’autonomia del suo ateneo contro la scelta dell’ex rettore, e attuale ministro, mentre il coordinamento dei ricercatori del Politecnico sostiene: «Forse Profumo ha semplicemente cambiato idea. Qualche mese fa credeva nell’autonomia responsabile delle università e nella libertà degli atenei. Ora invece pensa che gestire in modo democratico un’istituzione universitaria sia un errore, da perseguire per vie legali».
La confusione prodotta dal rapido passaggio di Profumo da rettore a ministro, con una schizofrenica parentesi alla presidenza del Cnr, conosce dunque un nuovo capitolo. Il segnale è rivolto alla maggioranza degli atenei, impegnata nella faticosa ricerca di un equilibrio tra l’accentramento dei poteri conferito al rettore dalla riforma e la necessità di garantire la rappresentanza alle componenti della vita universitaria.
«Che al Miur regni la confusione più assoluta lo avevamo capito – commenta Domenico Pantaleo, segretario Flc-Cgil – La scelta di mantenere in piedi l’impianto gelminiamo della legge ha prodotto un cortocircuito. È insostenibile procedere in questa direzione». Esprime rammarico Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione cultura alla Camera: «Avevo valutato favorevolmente la scelta operata dal Politecnico che, pur muovendosi nel rispetto della legge, declinava democraticamente la composizione del Cda. Con una legge che depotenzia il ruolo del Senato accademico, la scelta dei membri del cda è dirimente, visto che è l’organo che decide la politica dell’ateneo. Mi stupisce questa decisione di Profumo contro uno statuto da lui emanato».Circola anche un’altra ipotesi: che Profumo sia prigioniero della burocrazia ministeriale che lo ha spinto a prendere una posizione contro il suo stesso ateneo. Poteva scegliere una posizione politica. Ha scelto di garantire la continuità con il governo precedente.
pubblicato il 8 febbraio 2012
Tag: Cnr, coordinamento ricercatori Politecnico Torino, Domenico Pantaleo, Francesco Profumo, Gelmini, Manuela Ghizzoni, Marco Gilli, Mariastella Gelmini, Politecnico Torino, Riforma Gelmini
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Qualcuno, su twitter, ha proposto di «fare il test antidoping» al governo Monti dopo le affermazioni dell’insospettabile ministro degli Interni Anna Maria Cancellieri:
«Gli italiani sono fermi, come struttura mentale, al posto fisso, nella stessa città e magari accanto a mamma e papà, ma occorre fare un salto culturale».
Ma questa non è, forse, una questione di alterazione delle coscienze, nè solo di «cinismo» che da più parti – a sinistra, da Diliberto a Bonelli – viene rinfacciato al governo. La campagna contro il «posto fisso», iniziata dal presidente del Consiglio Monti (ha cercato di calmare le acque, inutilmente), è totalmente sfuggita di mano agli spin-doctors che alimentano l’immagine di un governo austero, l’avatar dei riformatori lombardi di fine Settecento alla Melzi D’Eril che trattavano sprezzantemente il «popolo» come il legno storto dell’umanità.
Nel memorabile ritratto che ne fece Giulio Bollati ne “L’Italiano“, si capisce che non ebbero alcun riscontro, quei riformatori senza popolo, isolati moralisti bistrattati da austriaci e francesi (ogni analogia con l’oggi è casuale). In compenso diventarono il simbolo di una certa «classe dirigente», inflessibile sui principi, insofferente dei limiti altrui e amante del progetto di un paese ideale senza riscontro nella realtà: erano i teorici dell’«Italia senza gli italiani».
Come quella casta di patrizi illuminati, anche gli esponenti del governo Monti – molti dei quali sono professori ordinari all’università – pensano di usare lo stesso approccio: stigmatizzare i «costumi» degli italiani, veri o presunti, per imporre una scossa antropologica al loro destino di lazzaroni, sfigati, falliti o, per essere generosi (qualità che sembra mancare a questo governo) “sfortunati”.
Oggi questo approccio sta producendo contraccolpi imprevedibili e rivelatori. Prendiamo la dichiarazione del ministro del Welfare Elsa Fornero che, sempre ieri dalla natìa Torino, ha messo un altro carico da novanta sull’ossessione sul posto fisso:
«Uno degli scopi di questo governo è spalmare le tutele su tutti. Chi oggi promette un posto fisso a vita promette facili illusioni».
Questa frase è composta da due concetti: il primo sarebbe positivo, visto che è difficile immaginare di assumere a tempo indeterminato un esercito di 3,315.580 precari (con busta paga media di 836 euro), dati della Cgia di Mestre. Ma, affiancato alla condanna delle illusioni delle garanzie a vita, assume un altro significato: sono i figli degli altri a dovere abbandonare queste illusioni, non quelli dei ministri in carica.
Dopo il caso di Michel Martone è infatti spuntato quello della figlia di Elsa Fornero e Mario Deaglio, entrambi ordinari. Si chiama Silvia Deaglio, e incarna quello che il ministro Cancellieri scongiura: il posto fisso accanto a mamma e papà. Professore associato in genetica medica all’università di Torino, la stessa dove lavorano madre e padre, Silvia Deaglio ha un Cv di 21 pagine e 93 pubblicazioni. La sua biografia è stata ricostruita dal blog «demata» che ha raccolto notizie apparse sullo «Spiffero», su «Dagospia» e sul «popolo viola».
L’indagine non si è soffermata sul Cv, quanto sulla carriera sprint della figlia d’arte. Nel suo «biographical sketch», risaltano diverse anomalie: quella di una dottoranda (2002-2006) che, nel gennaio 2005 diventa «assistant professor», cioè ricercatrice (poi confermata il 1 gennaio 2008). Nello stesso periodo, la figlia di Elsa Fornero lavorava come «Instructor» e «Visiting Professor» a Harvard.
Avrebbe dunque assunto tre cariche: dottoranda, ricercatrice e professore, disattendendo al divieto di cumulo del dottorato con altri assegni. Gli incarichi possono esserle stati conferiti nell’ambito del dottorato, ma ci si chiede con quali titoli una dottoranda, sia pur meritevole, possa avere vinto un concorso da ricercatrice. Nel 2010 la figlia di Elsa Fornero è diventata responsabile della Immunogenetics Research Unit torinese finanziata dalla HuGef, una fondazione della Compagnia di San Paolo, di cui sua madre Elsa è stata vicepresidente dal 2008 al 2010. Ultima curiosità: il numero di insegnamenti ricoperti dalla professoressa Deaglio: sarebbero 7.
Sorge il sospetto che, oggi, sono le mamme al governo a volere, solo per i propri figli, il posto fisso accanto a loro.
pubblicato il 6 febbraio 2012
Tag: Anna Maria Cancellieri, bamboccioni, Compagnia di San Paolo, demata.wordpress.com, Elsa Fornero, Giulio Bollati, HuGef, Mario Monti, Melzi D'Eril, posto fisso, sfigati, Silvia Deaglio, twitter
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I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. E poi, diciamolo, che monotonia. E’ bello cambiare e accettare delle sfide».
La pedagogia sociale applicata, per via di sermoni televisivi, dal professor Monti agli sfigati, ai bamboccioni, ai monotoni e a quelli che l’indimenticato Brunetta definì gli «italiani peggiori», cioè i precari, è un costume adottato dai presidenti del Consiglio sin dall’approvazione del «pacchetto Treu» il 4 giugno 1997.
«Il tasso di crescita e lo sviluppo – disse l’11 settembre 1999 il premier di centro-sinistra Massimo D’Alema agli imprenditori baresi riuniti alla Fiera del Levante – devono garantire che da un’esperienza (di lavoro) temporanea si possa passare a un’altra non dare l’illusione che si possa trovare il posto fisso».
La dalemiana chiarezza progettuale trovò in Silvio Berlusconi una ben più tormentata oscillazione tra il polo «statalista» (posto fisso per tutti) e quello «liberista» (opportunità di carriera). Nell’ultima legislatura, l’umore del tycoon brianzolo è in gran parte dipeso dalle esternazioni di Giulio Tremonti, e dalle contestazioni mosse dai marines del fronte liberista nel Pdl.:
«Per struttura sociale – disse Tremonti il 19 ottobre 2009 – come le nostre è il posto fisso la base su cui organizzi il tuo progetto di vita e una famiglia. La variabilità del posto lavoro, la precarietà, a mio avviso non è un valore in sé».
Berlusconi lo appoggiò, convinto:
«Confermo la mia completa sintonia con Tremonti. È del tutto evidente che il posto fisso è un valore e non un disvalore».
Non era però di questo avviso l’8 aprile 2008 quando sostenne:
«il paradigma del posto fisso mi piacerebbe [avesse] meno importanza».
Alla posizione statalistica, che rispecchiava le virtù colbertiste di un ministro che sedeva accanto all’iper-liberista Sacconi, rispose coerentemente D’Alema: «È una demagogia intollerabile». Stesse parole, dal senatore Pd Pietro Ichino: «Pura demagogia». Il solido Cesare Damiano: «assicuri un lavoro stabile ai precari della scuola e della formazione». Un appello mai accolto.
Due anni dopo, non sembra essere cambiato nulla nel Pd. «La nettezza di Monti – assicura il mite Follini, mentre l’ala veltroniana attacca a testa bassa – pone anche il Pd di fronte ad un bivio». Bersani ieri ha assicurato: «Non inchiodiamo Monti ad una battuta. Il suo pensiero, che conosco, è un po’ più articolato»: maggiori garanzie per chi non ha un «posto fisso».L’intento sarebbe lodevole, salvo il fatto che Monti considera «pernicioso» assicurare l’articolo 18 ai nuovi assunti (che per almeno il 70% sono a tempo determinato). Non che l’articolo 18 possa tutelare alcunché, visto che lo sogna solo il 21% dei «precari», come si legge tra i dati forniti ieri dalla Cgil, ma è evidente lo scambio proposto: un lavoro qualsiasi, in cambio della licenziabilità a tutte le ore.
Twitter è diventato il tribunale del popolo dove si processa il paternalismo ministeriale. «Prima gli #sfigati ora #monotonia #postofisso – scrive F.B. – “clamore” suscitato e’ involontario o ricercato?». In dieci anni di sermoni sulla «fine del posto fisso» è valida la seconda ipotesi. Quella che si ascolta è stata definita da Stefano Bartezzaghi su twitter «monoritmia», anagrammando «Mario Monti» e «monotonia». Questo neologismo allude in realtà alla «omoritmia», cioè ad un coro che canta al ritmo sempre uguale, ma con variazioni di toni.
Sulla scena mediatica, come su quella del micro-blogging, spirano correnti paurose. Lo humor nero di Monti continua a suonare il tasto di una vita senza tutele né garanzie. L’opposizione reagisce pensando che, forse, la soluzione stia nel ritorno al posto fisso ( «viva la monotonia»), anche se qualcuno crede in una prospettiva universale, il rifiuto di una società costruita sul ricatto del lavoro:
«Professor Monti – scrive su facebook Cayce Pollard (un nick dal romanzo di W. Gibson “L’accademia dei sogni” – c’è stato un terribile malinteso: non avrà mica capito che vogliamo lavorare?».
pubblicato il 2 febbraio 2012
Tag: Cayce Pollard, Giulio Tremonti, Massimo D'Alema, monotonia, Monti, postofisso, precariato, Silvio Berlusconi, twitter, William Gibson
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