Se ne escludi uno, ci escludi tutti. Così i genitori degli alunni della quinta elementare, sezione E, del VII Circolo Montessori di Roma hanno spiegato la decisione di non sottoporre i propri figli alle prove Invalsi il 7 e il 10 maggio scorsi. Un atto di solidarietà nei confronti della figlia di Manuela Caruso, la rappresentante di classe dei genitori, che non avrebbe potuto partecipare alla prova in quanto diversamente abile. «È una storia bellissima – racconta al telefono Manuela – la decisione è stata presa all’unanimità. Insieme agli altri genitori abbiamo scritto una lettera agli altri rappresentati di classe che però non sono riusciti ad organizzarsi. In quei giorni nella nostra scuola ci sono state assenze rilevanti nelle altre classi. Questi test hanno suscitato molte perplessità tra gli stessi insegnanti. A noi le hanno esposte durante una riunione di classe. Molti di loro hanno aderito allo sciopero dei Cobas e da qui è partita la nostra protesta».I genitori della quinta E hanno inviato la lettera al ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza (che abbiamo pubblicato su questo blog) che ieri, terzo giorno di sciopero indetto dai Cobas contro le prove Invalsi, ha detto di ritenere un «fatto grave la possibilità che gli studenti disabili siano esclusi dai test Invalsi a causa dell’impossibilità di svolgere le prove in modo autonomo». Negli ultimi giorni sono state numerose le proteste dei genitori di bambini diversamente abili che hanno lamentato l’assenza degli insegnanti di sostegno, l’allontamento dei bambini dal resto della classe perché non in grado di partecipare alle prove. In molti casi la valutazione di questi alunni non è stata inserita nella statistica dei risultati, distinguendoli da quelli degli altri compagni. Il ministro ha promesso di fare chiarezza: «Se è una questione normativa sarebbe più facile intervenire» Il ministro non ha escluso l’ipotesi di «far partire un’inchiesta interna per capire dove sono avvenuti e dove avvengono questi fatti».
Alla quinta V del Circolo Montessori di Roma questi fatti sono realmente avvenuti. Richiamiamo Manuela e le leggiamo la dichiarazione del ministro: «Sono contentissima – risponde – Siamo riusciti ad evidenziare un fatto che, come mamma e come rappresentante di classe, trovo veramente grave. Se escludi un bambino dalle prove, escludi tutti. Fai tutto il contrario di quello che dovrebbe essere la scuola pubblica in Italia. A me personalmente l’Invalsi non convince. Questi test non danno una fotografia reale della vita dei bambini. Un bambino è abituato a svolgere le sue attività in tempi diluiti. L’Invalsi invece valuta le sue capacità in tempi limitati. E questo non rispetta le abilità di ogni bambino».
Per i Cobas, il nuovo sciopero contro i test Invalsi nelle scuole superiori è stato «un successo». Per Piero Bernocchi, il portavoce del sindacato di base, i risultati sono stati migliori di quelli dei giorni precedenti, quando c’è stata una guerra di cifre con il ministero dell’Istruzione sull’adesione degli insegnanti al boicottaggio delle prove. Ieri i Cobas hanno tenuto un sit-in a Viale Trastevere e una delegazione è stata ricevuta dal sottosegretario Rossi Doria: Hanno chiesto di eliminare i quiz dall’esame di terza media, e che non siano introdotti all’esame di maturità. Per i Cobas i test devono essere facoltativi.
A boicottare le prove sarebbero stati anche molti studenti. Secondo un sondaggio condotto ieri mattina dal portale Skuola.net il 37% dei ragazzi iscritti al secondo anno della scuola superiore ha rifiutato di compilare il questionario. Al 20% degli studenti boicottatori non è andato giù che i professori abbiano deciso di assegnare un voto che farà media. Per il 38% dei ragazzi queste prove sono «inutili». L’Unione degli studenti (Uds) ha organizzato flash mob di protesta in 11 città, mentre a Milano la «Rete degli studenti» e il collettivo Lambretta hanno occupato l’ex provveditorato in via Ripamonti. Polemica anche sui costi delle prove: per l’Uds ammonterebbero a 14 milioni di euro. Per il Miur solo a 2,5 milioni all’anno. Su twitter, hashtag #invalsi, si è molto ironizzato sulla domanda di matematica: «quanto pesa un foglio A4?».
Intervista a Renato Foschi sui test scolastici
«Il metodo Montessori è l’alternativa»«L’Invalsi vuole creare un bambino cosmopolita, un cittadino desiderabile per i mercati globali, che sappia cioè muoversi tra le frontiere come un moderno imprenditore di se stesso – afferma Renato Foschi, docente in psicologia alla Sapienza di Roma, autore di un libro dedicato a Maria Montessori (Ediesse) e di un saggio pubblicato sulla rivista telematica Roars.it sui test Invalsi – Chi non rientrerà in questo modello fondato su conoscenze rigide valide in tutto il mondo verrà emarginato e scomparirà. Questa è una deriva dei valori illuministici che ci richiamano a una profonda riflessione».
In cosa consistono questi test?
Sono test di abilità per verificare le capacità nella lettura e il livello di apprendimento in matematica e in inglese degli studenti italiani dalla seconda elementare fino alla maturità. Possono essere usati per verificare i disturbi di apprendimento nel bambino, ma anche per misurare la capacità delle scuole nel veicolare un pacchetto di conoscenze standarizzate che vale per tutti, a prescindere dalle culture o dalle nazioni di appartenenza. L’Invalsi pensa così di potere misurare mediamente i ragazzi di una certa scuola o di una certa regione, stabilendo una comparazione con le scuole di altre regioni o di altre nazioni. Con ogni probabilità questi test produrranno tutt’altro.Cosa?
Pur di non essere categorizzate come inferiori, le scuole insegneranno ai bambini come superare i test Invalsi. Useranno il tempo della didattica per preapare i bambini ai quiz, un po’ come succede nella scuola guida.
Come verrano usati i risultati di questi test?
Non lo sappiamo. Questi test non verificano le carenze di una scuola, o come dovrebbe essere organizzata per migliorare l’insegnamento. Misurano solo le medie dei punteggi dei bambini e ne ricavano statistiche su base geografica.I test nella scuola sono oggetto di un dibattito internazionale importante. In cosa consiste?
C’è chi pensa che i test Pisa, come quelli Invalsi, servano alla gestione biopolitca della popolazione dalla nascita alla tomba. E c’è chi, come Robert Lynn, un’autorità nel campo della psicologia mondiale, li ha ritenuti utili per gerarchizzare le differenze del quoziente intellettivo tra paese e paese, una visione che sfiora l’eugenetica. Lynn tra l’altro si è occupato dell’Italia nel 2010 e ha sostenuto che gli italiani del Sud sono meno intelligenti di quelli del Nord e che questo produce un’arretratezza economica. Chi ha pensato i test Invalsi critica queste posizioni e vuole dimostrare che Lynn ha torto dal punto di vista metodologico. Mi chiedo se sia corretto, dal punto di vista etico, sottoporre tutti i bambini italiani a queste prove che possono essere usate strumentalmente, per fini diversi da quello del miglioramento pedagogico.
Cosa pensa del progetto di estendere le prove Invalsi a tutti gli studenti entro il 2015 per renderli vincolanti per l’accesso all’università?
Spero che fallisca. La scuola dev’essere a misura dell’individuo e deve cercare di sviluppare la creatività che è alla base di ogni aspetto della vita sociale.Quale metodo sceglierebbe per la valutazione degli studenti?
Quello Montessori, uno dei pochi metodi pedagogici sperimentati empiricamente. Si basa su un’organizzazione della struttura scolastica a misura di bambino. Quando vennero inventati i test, le fu chiesto di applicarli ai bambini romani. Lei si rifiutò dicendo la pedagogia doveva essere a misura del bambino, ma non doveva misurare i bambini perché non avrebbe portato a riforme pedagogiche ma solo alla riforma degli esami. Quello che sta accadendo con i test Invalsi.
pubblicato il 17 maggio 2013
Tag: cobac, ediesse, invalsi, maria chiara carrozza, montessori, proteste, prove invalsi, Quinto Stato, renato foschi, Roberto Ciccarelli, scuola, studenti, test, twitter, VII Circolo Montessori di Roma
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I professori ordinari potranno continuare a insegnare all’università anche oltre i 70 anni. Con la sentenza numero 83 depositata il 6 maggio scorso, la Corte Costituzionale ha bocciato una delle battaglie simboliche della riforma Gelmini approvata a fine 2010, quella del “ringiovanimento” della classe docente.Per la Consulta è incostituzionale obbligare coloro che hanno fatto carriera negli atenei (cioè gli ordinari) e coloro che sono rimasti indietro (i semplici ricercatori) ad andare in pensione al compimento del settantesimo anno di età, negando la proroga di due anni concessa a tutti i dipendenti pubblici. La norma abolita dalla Consulta venne adottata per favorire l’accesso all’insegnamento universitario dei docenti più giovani.
In realtà, l’abbassamento dell’età pensionabile doveva essere più drastica. L’unica indicazione che Gelmini accettò dal Pd, e in particolare dagli ex responsabili università e ricerca del partito Marco Meloni e Maria Chiara Carrozza (oggi ministro dell’istruzione), fu quella di ridurla da 70 a 65 anni. Eravamo nel pieno della retorica meritocratica che contrappose i “vecchi” al potere ai “giovani” precari, ma ben presto queste velleità mostrarono tutta la loro demagogia. La riforma si limitò ad eliminare il “biennio Amato”, cioè il prolungamento della permanenza al lavoro che avviene nei casi in cui il soggetto non abbia raggiunto una pensione soddisfacente.
L’intesa tra Gelmini e il Pd era surreale: per dare fiato alle trombe della campagna battente de Il Corriere della Sera avrebbero obbligato gli universitari ad andare in pensione prima di un operaio o di un piastrellista che si presuppone svolgano un’attività usurante. E infatti rinunciarono. Oggi la Consulta boccia persino l’intesa raggiunta tre anni fa dai partiti per salvare le apparenze e ripropone in una delle prerogative dei veri padroni dell’università italiana, i cosiddetti “baroni”. A differenza dei professori associati, gli ordinari potranno prolungare la loro permanenza al lavoro oltre i 70. Non solo.
Nella sentenza i giudici costituzionali ribadiscono l’esigenza di mantenere in servizio i docenti in grado di fornire alla comunità accademica la propria «alta professionalità». Questa sentenza rallegrerà tutti coloro che sono rimasti ancora in servizio negli atenei italiani, ma non servirà a bloccare l’esodo pensionistico in atto da almeno un biennio che raggiungerà un picco nel 2015 quando la generazione che lavora dalla fine degli anni Settanta lascerà in blocco la cattedra.
Soprattutto non incide sulla parte sostanziale della riforma Gelmini e sul combinato disposto del blocco del turn-over voluto dall’ex ministro dell’Economia Tremonti e peggiorato dalla spending review di Monti. Il vero non-detto di questa riforma è aver reso inaccessibile l’insegnamento universitario ai 60 mila precari ormai quasi tutti esodati dalle aule e privati dei finanziamenti minimi per ottenere un reddito dall’attività di ricerca. Le abilitazioni che dovrebbero permettere l’accesso ai concorsi per i ricercatori a tempo determinato, quelle gestite dal carrozzone dell’Anvur, sono ancora al palo. E comunque non ci sono fondi per assumere una quantità significativa di ricercatori tale da supplire al pensionamento di massa del personale universitario. Senza contare che i 25 mila ricercatori di ruolo, messi in esaurimento dalla riforma Gelmini, restano in un limbo da cui non sarà facile uscire senza riformare nuovamente la riforma.
Da questo punto di vista, la sentenza della Consulta garantisce un supporto giuridico ad un’esigenza economica drammatica: lo Stato non può permettersi di mantenere le pensioni degli ordinari, li mantiene al lavoro e risparmierà ancora per qualche anno sulle ricche pensioni destinate a queste persone. È lo stesso criterio seguito dalla riforma Fornero che ha innalzato l’età pensionabile. Nel frattempo continuerà la drastica riduzione dei laureati, degli immatricolati e dei corsi di laurea. Il sindacato Anief, che ha dato notizia della sentenza, ha chiesto al ministro Carrozza di adoperarsi per restituire dignità alla figura del ricercatore.
pubblicato il 13 maggio 2013
Tag: 2013, 6 maggio, Anief, baroni, consulta, corte costituzionale, Cun, docenti, laurea, marcello pacifico, marco neloni, maria chiara carrozza, ordinari, Pd, pdl, pensione, precari, ricercatori, Riforma Gelmini, Roberto Ciccarelli, sentenza 83, università
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Al Ministro dell’Istruzione, dell’Università, della RicercaMaria Chiara Carrozza
Ai Sottosegretari
Gianluca Galletti
Marco Rossi Doria
Gabriele Toccafondi
Al Commissario Straordinario dell’INVALSI
Paolo Sestito
Al Presidente della Regione Lazio
Nicola Zingaretti
Al Sindaco di Roma
Gianni Alemanno
Al Dirigente Scolastico VII Circolo Montessori
Fortunata Francini
Gentili signori, egregie autorità,
siamo i genitori della Classe V E della Scuola Primaria “VII Circolo Montessori” di Roma. Vogliamo comunicarvi i motivi per i quali abbiamo deciso di NON far sostenere le prove INVALSI ai nostri figli. Non è per generica difesa dello status quo che, ve lo assicuriamo, non ci entusiasma affatto.Non è perché non vogliamo una scuola pubblica di qualità. Anzi, vi esortiamo a fare tutto il possibile per mantenere e accrescere le risorse da dedicare ad un sistema dell’istruzione che percepiamo in preoccupante disfacimento.
Non è perché non crediamo nei sistemi di valutazione del merito. Anzi, vorremmo veramente una scuola che si misura e tende al proprio miglioramento, come avviene nei più avanzati paesi del mondo, secondo metodi e criteri adeguati alla complessità di un simile obiettivo. Non è per tutto questo che i nostri figli non andranno a scuola martedì 7 e venerdì 10 maggio 2013. Non ci andranno perché, come avrebbe detto Gianni Rodari, la lezione che si terrà è speciale. Talmente speciale che non tutti potranno partecipare. Anzi, potranno partecipare tutti tranne uno. Ci abbiamo pensato tanto, abbiamo parlato dei pro e dei contro di questi test, e non abbiamo raggiunto un’opinione comune sul loro valore e la loro qualità; e forse, potremmo anche pensare che non è compito nostro valutarlo.
C’è una cosa però di cui siamo sicuri: vogliamo insegnare ai nostri figli che ad una lezione a cui anche solo uno di loro non può partecipare, allora è bene non partecipino neanche gli altri. Ci sembra il minimo della coerenza di genitori che per cinque stagioni hanno mandato i loro figli in una scuola pubblica, per di più basata sugli insegnamenti di Maria Montessori. Che si fondano sul “principio dell’integrità del bambino, che va rispettato nel suo sviluppo senza pressioni esterne” (Opera Nazionale Montessori).
Ecco. Abbiamo avuto la fortuna di trascorrere cinque anni straordinari, di crescita e coesione, come genitori di bambini che si apprestano a diventare ragazzi. Una fortuna che è merito del sistema dell’istruzione pubblica, che in Italia ancora mantiene punte alte di performance (come si direbbe oggi), di insegnanti autentiche, competenti e coraggiose (perché sì, oggi ci vuole coraggio a esercitare questa professione), di un metodo, quello di Maria Montessori, straordinariamente efficace ed estremamente attuale.
Non vogliamo tradire tutto questo.
Auspichiamo vivamente che vogliate tenere in considerazione la nostra opinione perché nel prossimo futuro non accada mai più che un singolo bambino o i suoi genitori debbano sentirsi esclusi da un sistema che è alla base del nostro vivere civile.
Oggi i nostri figli non faranno i test InvalsiGrazie dell’attenzione. Cordiali saluti.
I genitori degli alunni della Quinta E, quintaesmgoretti@googlegroups.com VII Circolo Montessori – sede centrale S. M. Goretti via di S. Maria Goretti, 41, 00199 Roma
pubblicato il 10 maggio 2013
Tag: alunni, carrozza, genitori, gianni rodari, invalsi, istruzione, maria montessori, montessori, prove, Quinto Stato, quiz, Roberto Ciccarelli, roma, scuola, studenti, test
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Docenti e genitori contro i test negli istituti primari. Il Miur progetta di estenderli a tutti nel 2015Sui test Invalsi nella scuola primaria è guerra tra i Cobas, Unicobas e altre sigle sindacali e il ministero dell’Istruzione. La prima giornata delle prove a quiz dedicate all’italiano ha coinvolto 560 mila studenti della seconda classe e 558 mila studenti della quinta. È solo l’antipasto della batteria dei quiz che verrà somministrata venerdì prossimo quando nelle stesse classi si svolgerà la prova di matematica. Seguiranno le secondarie di primo grado (14 maggio) e quelle di secondo grado (16 maggio). Piero Bernocchi, portavoce nazionale dei Cobas che ieri hanno organizzato un presidio sulle scalinate del ministero dell’Istruzione in Viale Trastevere, sostiene che i test siano saltati in «migliaia di classi» per uno sciopero organizzato dai docenti e dal personale Ata che ha raccolto consenso anche tra i genitori. «Questa pratica quizzarola – sostiene Bernocchi – è umiliante e distruttiva, rimanda ad un progetto pedagogico basato sul nozionismo e peraltro non prevede nemmeno un euro extra per i docenti». Per il Miur invece è tutto falso. lo sciopero sarebbe riuscito solo in una decina di classe su circa 1500 classi-campione: «una percentuale inferiore a quella dell’anno scorso».Per il Miur ieri a Trastevere c’era «soltanto uno sparuto gruppetto di manifestanti. Gli unici problemi si sono avuti ad Aversa dove alcune aule sono stata allagate dalla pioggia e in alcuni istituti nel Cilento chiusi per la tappa del Giro d’Italia». L’Unicobas non accetta questo trattamento dal ministero e contrattacca: contro le prove ieri hanno scioperato il 20% dei docenti. «La battaglia è sentita e combattuta – aggiunge il sindacato – anche dagli studenti e dalle famiglie, col netto rifiuto della vergognosa scheda sugli alunni che, se spinge a giudizi sommari e discriminatori su attitudini e personalità attua persino una rilevazione di censo, istituendo così una sorta di inaccettabile schedatura». Quello di ieri è stato il primo dei tre giorni di sciopero contro i test Invalsi. Bernocchi ha invitato il neo-ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carozza a un dibattito il 16 maggio quando i Cobas torneranno a presidiare il ministero.
La primavera della scuola italiana è dedicata alla valutazione degli alunni sin dalla più tenera età, secondo i dettami della pedagogia neoliberale elevata a sistema dalla riforma Gelmini e perfezionata da una serie di decreti dell’ex ministro Profumo. Ad aprile lo stato maggiore dell’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e formazione (Invalsi) ha perfezionato un progetto contro il quale l’Unione degli Studenti ha lanciato un boicottaggio previsto per il 16 maggio.Si tratta di una «quarta prova» che verrà sottoposta ai maturandi a partire dal 2015. L’obiettivo è di associare il risultato di questi quiz al voto finale della maturità. I campi che i riformatori dell’Invalsi intendono valutare sono quelli indicati dai test Pisa a livello internazionale: la capacità di lettura e scrittura degli studenti, le capacità matematiche e quelle in inglese, insomma le voci che nel sistema di ranking internazionale adottato dall’Ocse rappresenta il grado di «produttività» delle scuole e degli studenti. Il test avrà una parte di domande comuni a tutti gli indirizzi dei licei, mentre un’altra sarà orientata agli indirizzi specifici.È ancora incerto l’uso che gli atenei dovrebbero fare di questi risultati, ma l’orientamento è quello di usarli per selezionare le matricole. Un progetto che viene da lontano ma che ha trovato rapida attuazione dopo l’allarme lanciato nei mesi scorsi dal Consiglio Universitario Nazionale (Cun) sull’alto tasso di abbandono dell’università degli immatricolati: -17% dal 2003 al 2012, 58 mila persone, praticamente un intero ateneo. «In confronto ai paesi Ocse – ha scritto il Cun – l’Italia si pone al 25° posto su 35, in termini di percentuale di giovani che si immatricolano». Secondo questi dati, l’accesso all’università da parte dei neo-diplomati nella scuola superiore è perlomeno stabile.Una campagna stampa, calvalcata dall’ex ministro Profumo, ha confuso questi dati sugli immatricolati (il totale degli iscritti al primo anno, degli studenti trasferiti da un’altra università, quelli che hanno abbandonato e poi ripreso gli studi) con i neo-diplomati iscritti al primo anno di università. L’onda emotiva che ha travolto un paese scosso dalla crisi, e ossessionato dal fallimento delle riforme dell’istruzione degli ultimi vent’anni, ha spinto a velocizzare la riforma dell’Invalsi e a credere nell’idea che una valutazione «oggettiva» basata sull’occasionalità dei quiz permetterà ai giovani di fare una scelta «responsabile» e a non sbagliare indirizzo di studi o a non abbandonarli. Il problema è che non sono i diciannovenni a lasciare l’università, ma i loro fratelli maggiori, colpiti dalla precarietà. Inutile dire che per questi ultimi i quiz Invalsi non hanno alcuna utilità. E molti dubitano sulla loro efficacia per gli adolescenti. Ieri dal quartiere Forcella di Napoli il ministro Carrozza ha ribadito invece la centralità dell’Invalsi: «Nelle valutazioni è importante tenere conto della base di partenza e degli strumenti» ha detto.
pubblicato il 8 maggio 2013
Tag: 16 maggio, alunni, boicottaggio Invalsi, Cobas, consiglio universitario nazionale, Cun, il manifesto, invalsi, maria chiara chiarrozza, miur, piero Bernocchi, Roberto Ciccarelli, scuola, studenti, Unicobas, unione degli studenti
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Hanno caricato tre volte per disperdere il presidio di un centinaio di studenti promosso dalle tre realtà del movimento studentesco di Pisa: il collettivo universitario autonomo, Tijuana Project e «Sinistra per». Due i ragazzi contusi, portati in ospedale da un’ambulanza.
Gli agenti della celere in tenuta antisommossa erano schierati davanti all’ingresso principale della scuola superiore Sant’anna in piazza Santa Caterina, mentre all’interno proseguiva l’incontro dedicato all’«uguaglianza dei meritevoli». Un titolo programmatico perché auspica l’uguaglianza solo tra i meritevoli e non tra gli studenti che hanno il diritto ad accedere al sapere.
Speaker ufficiali: Giuliano Amato, presidente del Sant’Anna, dell’accademia dei Licei e di molto altro, oggi anche tra i candidati alla presidenza del Consiglio per nomina presidenziale, e il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo. È a quest’ultimo che gli studenti, prima di essere manganellati, volevano rivolgere alcune domande a proposito del decreto sul diritto allo studio, più volte rimandato dalla conferenza Stato-Regioni.
«Questo decreto – spiegano gli studenti – colpirà una fascia sempre più ampia di studenti e in particolare chi ha una borsa di studio. Dopo la sua approvazione i beneficiari diminuiranno del 45% a causa dell’aumento dei criteri di merito di quasi il doppio del numero attuale (20 crediti formativi) e di una ridefinizione al ribasso del reddito Isee».
Ragioni sufficienti per criticare il «decreto Profumo» ispirato all’idea di «un’uguaglianza d’elite: chi può permettersi di pagarsi gli studi può permettersi di essere considerato meritevole». Parole scritte su un volantino, perché gli studenti non sono riusciti a superare il muro della polizia, anche se non si sono rassegnati. Una volta respinti, si sono ricompattati in un corteo che si è diretto verso un ingresso laterale del Sant’Anna in via Carducci.
Dietro il portone era stata creata una barricata di banchi e sedie – racconta Simone – Gli studenti hanno aperto il portone, mostrando la barricata ad una troupe di Rai2 e ai video-maker che li seguivano. Appena in tempo, prima di essere respinti nuovamente dalla polizia.
Tra spinte e controspinte è stato il portone a riportare danni. Il corteo è continuato. Ha attraversato diverse facoltà del centro storico, lingue lettere giurisprudenza e sono diventati 500. Insieme hanno occupato dell’azienda per il diritto allo studio, dietro piazza dei cavalieri. La loro marcia è terminata allo Spot, lo spazio occupato da poco dal collettivo universitario autonomo pisano.
“Io sono uno studente borsista e come me molti altri. L’unica risposta che sanno dare è la polizia. Noi volevamo entrare, loro hanno iniziato a spingerci, ci hanno preso a botte e a manganellate. Questa è la risposta che sanno dare. Noi abbiamo un certo tipo di rabbia che loro non possono comprendere perché stanno chiusi là dentro nei palazzi scortati dalla polizia – afferma Martino mentre regge una borsa di ghiaccio per fermare l’emorragia causata da una manganellata in testa.
«Quello che è accaduto al Sant’Anna è una nuova dimostrazione dell’incapacità di dare risposte politiche a una generazione che si vede scippato il diritto allo studio e all’istruzione – afferma Alessandra di «Sinistra per», membro nel cda dell’università di Pisa – Da un anno in città la repressione si sta rafforzando. Dopo una contestazione a Borghezio della Lega gli autonomi sono stati caricati. Anche il 13 ottobre 2012 al corteo pacifico che lanciava l’occupazione dell’ex colorificio, dove oggi c’è il Municipio dei beni comuni [oggi sotto sgombero ndr], c’erano migliaia di poliziotti. Una presenza inedita. Quando il corteo arrivò in via andrea pisano, dentro c’erano la finanza e gli agenti in antisommossa. Le trattative per attaccare uno striscione all’interno sono durate mezz’ora. Il corteo non riuscì ad arrivare in via montelungo perchè la Celere bloccava l’ingresso alla strada».
Interpellato sulle cariche al Sant’Anna, il ministro Profumo si è detto «dispiaciuto per quanto accaduto fuori e spero che i danni riportati dai ragazzi siano lievi». Per questo si è dichiarato disponibile ad un incontro «ma senza urlare». Sembra infatti che agli studenti sia stato proposto di andare in delegazione al convegno, ma l’incontro non c’è stato. Nel frattempo è stata occupata l’azienda per il diritto allo studio.
Da studiare è la risposta che Giuliano Amato ha dato «a quelli di fuori», come li ha definiti.
«Probabilmente non sono informati – ha detto il prossimo presidente del Consiglio – O eliminiamo l’alta formazione, così nessuno sarà discriminato e viviamo da fuoricorso, tanto si può diventare comunque anche vicepresidenti della Camera, o facciamo come dice la Costituzione, e cioè che tutti possano accedere agli altri gradi dell’istruzione».
Questa proposizione, così com’è stata riportata dalle agernzie di stampa, è piuttosto ellittica, e sembra dare ragione ai contestatori che chiedono l’applicazione della Costituzione.
In realtà non è così, basta infatti osservare l’uso delle parole «fuoricorso», usata per stigmatizzare gli studenti «di fuori». Chi contesta, e pone un problema reale, sarebbe indubbiamente un «lazzarone», mangia pane a tradimento che quando si blocca l’«ascensore sociale» preferisce restare all’università piuttosto che cercarsi un lavoro. Con la conferenza al Sant’Anna, Amato ha voluto confermare che tutto continuerà come prima, retorica sulla meritocrazia compresa. Solo che da domani, considerata la sua cultura «socialista», la parola «meritocrazia» sarà usata come sinonimo di «uguaglianza».
Promemoria per il futuro.
Ps. per i cultori dell’anticasta Amato ha precisato: “E’ falso che io percepisco una pensione di 31 mila euro al mese. E’ una notizia che serve solo per farmi del male. I 31 mila euro di cui si parla cumulano la pensione con un vitalizio che ogni mese io destino alle attività di beneficienza. La mia pensione è di 22 mila euro lorde che al netto diventano 11.500 euro. Una pensione per niente bassa, ma il problema dell’Italia non è che esistono pensioni da 11 mila euro, ma che ci sono persone che a prescindere dal loro merito sono schiacciate ai livelli più bassi”.
+++ Dossier su diritto allo studio
“Sul diritto allo studio Profumo mente”: dove si spiega nel dettaglio il decreto contestato dagli studenti
Gli studenti esodati contro la distruzione dell’università: dove si racconta la mobilitazione degli studenti contro il decreto
Diritto allo studio: Profumo ko, prossimo round il 21 febbraio: dove si racconta il complicato rapporto tra Profumo e la Conferenza Stato-Regioni
pubblicato il 23 aprile 2013
Tag: Alessandra Maggi, Collettivo autonomo universitario, decreto sul diritto allo studio, diritto allo studio, Francesco Profumo, Giuliano Amato contestato, meritocrazia, Pisa, Quinto Stato, reddito Isee, Roberto Ciccarelli, Sant'Anna, Sinistra per, Spot Pisa, studenti, Tijuana Project, uguaglianza, università
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Tra il 2008 e il 2013 in Italia sono scomparsi 81.614 insegnanti a fronte di un aumento di più di 90 mila alunni in tutte le scuole. Lo sostiene la Flc-Cgil in uno studio dove viene segnalato anche il taglio di 43 mila Ata avvenuto nel corso degli ultimi cinque anni. Tranne che nell’infanzie, sono state cancellate 28 mila cattedre nella scuola primaria, 22 mila nelle medie e 31 mila nelle superiori. Con la riforma del «dimensionamento» voluta dall’ex ministro dell’Istruzione Gelmini sono scomparse quasi 2 mila scuole, in gran parte accorpate nei nuovi «istituti comprensivi». Con oltre 90 mila alunni in più, una tendenza che si consoliderà nel corso dei prossimi anni, ci sarebbero voluti invece almeno 4500 classi in più, calcolando una media di 20 ragazzi per classe. Stando ai calcoli del sindacato, sono state tagliate oltre 9 mila classi.Il risultato di questa equazione è l’aumento delle «classi pollaio» quelle cioè che superano la media imposta dalla legge di 26 alunni per classe. Solo la scuola dell’infanzia ha registrato un piccolo aumento di sezione: +518 dal 2008. Sono dati allarmanti che giungono alla fine del primo anno della riforma del «dimensionamento». Se incrociati con quelli forniti dall’Eurostat l’11 aprile scorso assumono una valenza ancora più complessiva. Secondo l’Eurostat il tasso dell’abbandono scolastico è in un aumento in Italia. In Europa la media è del 12,8%, nel nostro paese invece si va in direzione opposta: il 17,6%. I numeri non sono quantificati, ma ci sono centinaia di migliaia di ragazzi che ogni anno lasciano la scuola per ingrossare le file del lavoro precario e di quello in nero, oppure vengono immancabilmente classificati nella categoria dei «Neet». La situazione non migliora se si considerano i diplomati. Secondo l’Eurostat, nell’Ue a 27 i diplomati sono il 35,8%, mentre in Italia sono il 22%.
A livello universitario, nei paesi dell’Unione Europea il 36 per cento della popolazione tra i 30-34enni è laureata, mentre in Italia nella stessa fascia di età si fermano al 21,7 per cento. Domenico Pantaleo, segretario della Flc-Cgil, rivolge un appello alla politica: «Che si faccia carico delle emergenze della scuola – afferma – bisogna pensare ad avviare un piano di investimenti che permetta di invertire questo drammatico andamento». Le proposte sono: garantire l’estensione del tempo pieno e della scuola dell’infanzia, stabilire un piano di rifinanziamento dell’edilizia scolastica e un’azione più decisa per contrastare l’«evasione scolastica». Nel frattempo, sul fronte del «concorsone» per 11.542 posti, giunto all’ultima prova, si vocifera che le assunzioni dei vincitori – inizialmente previste in un biennio – potrebbero slittare. Al Miur stanno pensando a spalmare la modesta cifra dei vincitori in un triennio. Secondo il Capo Dipartimento del Miur, ci si potrebbe spingere fino a settembre 2015 per l’assegnazione, dato che la normativa prevede la triennalità delle graduatorie. Del «concorso di primavera» annunciato da Francesco Profumo non sembra esserci più traccia.
pubblicato il 16 aprile 2013
Tag: concorso scuola, concorsone, docenti precari, Domenico Pantaleo, eurostat, Flc-Cgil, Francesco Profumo, il manifesto, istruzione, maria stella gelmini, miur, Neet, precariato, Quinto Stato, Roberto Ciccarelli, scuola, scuola primaria, spending review 2013, unione europea
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Pubblico impiego? Solo Kasta, produce sprechi. Tagliare, risparmiare, premiare solo i meritevoli. Il resto sono cervelli all’ammasso. Licenziare, raus.Il primo ad avere creduto nella battaglia populistica per eccellenza, quella contro la casta del pubblico impiego, i garantiti, non è stato Grillo, o Brunetta quando approvò una riforma del pubblico impiego inutile. E’ lo Stato italiano che, secondo i dati dell’Aran, l’agenzia che rappresenta la pubblica amministrazione nella contrattazione collettiva nazionale, ha tagliato 232 mila dipendenti pubblici tra il 2006 e il 2011, passati da 3.627.139 a 3.396.810.
Stella&Rizzo hanno fallito
Questa è la tesi dell’ex vice direttore del Corriere della Sera Massimo Mucchetti esposta in un’intervista a italia oggi. I due giornalisti del Corriere, autori di un fortunato libro-denuncia contro la “Casta” dei politici e dei dipendenti, mostrarono gli sprechi intollerabili della pubblica amministrazione, prodotti da privilegi oggettivi di una élite. Quella denuncia diede la stura all’immenso risentimento popolare contro una determinata categoria della classe dirigente, scatenando un duplice processo. Il primo è politico:Fu, quella,un’intuizione giornalistica penetrante dell’allora direttore, Paolo Mieli. Ma lo stesso Corriere e il sistema dei media nel suo complesso non sono riusciti a sfidare realmente la classe politica sul piano delle soluzioni.Quelle inchieste si accompagnavano a una campagna politica che, mettendo in luce le debolezze reali del governo Prodi, puntava sui tecnici che avrebbero dovuto avere alla loro testa Montezemolo. Una grande idea giornalistica, una piccola idea politica. E alla fine, complice una politica cieca, la guerra alla Casta senza la capacità di proporre alternative reali ha generato il Movimento 5 Stelle. Che ora attacca politici e giornalisti.
Il secondo è sociale e ha investito un aspetto particolare, e ancora misconosciuto, del grillismo e in generale dell’organizzazione del lavoro in Italia. L’odio per la “Casta” ha generato il disprezzo contro chi lavora nel pubblico impiego. Se fa il medico, lavora all’università o nella scuola, in un ufficio avrà senz’altro truccato un concorso, vanterà una raccomandazione, ha truccato le carte penalizzando i “meritevoli”. Fa schifo, insomma.
Quando lo Stato è il più grande sfruttatore di precari
Come dimostrano i dati dell’Aran, la crescita del precariato nella pubblica amministrazione, e in particolare nei settori sensibili del Welfare, scuola e sanità, è avvenuta proprio negli anni in cui iniziava la campagna anti-casta. Insieme a questa crescita è avvenuta la contemporanea espulsione (dovuta principalmente ai pensionamenti) di oltre 200 mila persone. Il blocco del turnover non permetterà l’assunzione di nuovo personale, compresi i precari che attendono nel limbo una stabilizzazione impossibile.Non solo dunque la virulenta campagna antiKasta si è ritorta contro i suoi autori, ma ha nascosto il processo di ridimensionamento del lavoro pubblico, in particolare nei settori che assicurano la riproduzione intellettuale, e la cura della persona. Insomma, direttamente o indirettamente, la guerra alla “Kasta” (cioè contro la discriminazione dei peggiori contro i migliori) ha alimentato il problema che voleva denunciare: il diritto e la libertà responsabile all’accesso ad un lavoro, nel pubblico o nel privato, in un mercato che è stato spogliato di ogni regola. A partire dallo Stato, il più grande sfruttatore di precari.
Sorpresa: l’Italia ha pochi dipendenti pubblici
Contrariamente a una delle leggende diffuse dai sostenitori dello «stato minimo», questi numeri dimostrano che l’Italia è sotto la media Ocse per numero di occupati nella pubblica amministrazione. Sono meno di quelli francesi, e lo si può capire, considerata le tradizioni dei nostri vicini d’Oltralpe. Ma, sorpresa, l’Italia si classifica sotto i paesi presi ad esempio dai sostenitori del neo-liberismo scatenato: gli Stati Uniti e la patria dell’Iron Lady Margaret Thatcher. Sotto di noi ci sono solo i «Pigs» Spagna e Portogallo e il nuovo «faro» della Germania.Nessun problema, l’Italia la raggiungerà presto, anche grazie al rinvio dei pensionamenti voluti dalla riforma Fornero, il blocco delle nuove assunzioni e al mancato rinnovo degli interinali, tempi determinati e flessibili, già in atto da tempo. Secondo la Ragioneria generale dello Stato sono diminuiti di oltre il 26% negli ultimi 5 anni. Per l’Aran nel 2012 il calo sarà del 2,3% e continuerà nel 2013. Il risparmio sugli stipendi sarà notevole: nel 2011 la spesa è stata di 170 miliardi (-1,6% sul 2010). Nel 2012 è calata a 165,36 miliardi (-2,3%).
Siamo tornati al 1979
Anche nelle retribuzioni lo stato italiano viaggia a ritroso nel tempo. Oggi è tornato al 1979. E, purtroppo, non si fermerà.I settori dove i tagli si sono fatti sentire di più sono quelli che garantiscono il Welfare, scuola e sanità, e poi gli enti locali e i ministeri. Il processo è iniziato con l’ultimo governo Prodi, ma l’onda si è ingrossata rovesciando qualsiasi cosa davanti a sé quando Giulio Tremonti è tornato ad occupare la scrivania di Quinto Sella al ministero dell’Economia, spalleggiato da Renato Brunetta alla funzione pubblica e da Maria Stella Gelmini all’istruzione. Un concerto che ha posto le basi per i tagli del futuro che colpiranno in Lombardia (dove lavora il 25% dei dipendenti pubblici), il Trentino e il Lazio con il 19% e il 18% di dipendenti in eccesso. In Calabria gli uffici sono invece sotto organico del 23%.Una controprova che l’austerità di Stato continuerà la offre il «rapporto Giarda» sulla spending review. Ci attendono nuovi tagli da 135,6 miliardi di euro sui beni e i servizi, 122,1 miliardi di retribuzioni nel pubblico, e un altro 5,2% a scuola e università che dal 2009 hanno già perso quasi 10 miliardi di euro. Sono previsti tagli del 33,1% alla spesa sanitaria, oltre a un’altra sforbiciata del 24,1% agli enti locali, già taglieggiati dal patto di stabilità interno.
Che fine fanno queste risorse finanziarie? Dovrebbero ripianare il debito, che però è aumentato nell’ultimo anno di 19 miliardi. È probabile che anche i prossimi tagli sulla pubblica amministrazione avranno lo stesso effetto. Questa è la regola dell’austerità: più tagli il debito (Monti l’ha fatto per 21 miliardi in 400 giorni), più il debito cresce a causa degli interessi pagati dallo Stato, mentre l’«efficienza» della spesa pubblica tagliata non migliora, deprimendo gli stipendi dei dipendenti (fermi al 2000 e in diminuzione dello 0,8% rispetto al 2011 e di un altro 0,5 e l’1% nel 2012). Nel privato, invece, sono aumentate del 2,1% negli ultimi 11 anni dove però l’Aran registra un calo dell’occupazione.
L’austerità è un circolo vizioso, anche se c’è chi ancora pensa di reinvestire i «risparmi» fatti sui ministeri e gli enti locali per finanziare il debito che la P.A. ha con le imprese.
Due anni di Gelmini, -160mila insegnanti
Secondo i dati della Ragioneria generale dello Stato i docenti e il personale amministrativo precari nella scuola italiana erano nel 2011 301.075. Un esercito che rappresenta il 46% dei precari nel pubblico impiego. I dipendenti nella scuola sono 882.033 e i precari rappresentano il 15% del totale di 1.183.108. Dall’inizio della cura da cavallo imposta dalla coppia Tremonti-Gelmini nel 2008, i dati dell’agenzia Aran dimostrano che il personale nella scuola è diminuito tra il 2009 e il 2011 a 1.025.326 persone, quindi di 157.782 persone. Nel 2012 diminuiranno ancora. Dove sono finite? Considerato che dalla pubblica amministrazione nessuno può essere licenziato, e che per smettere di «prestare servizio» per lo stato bisogna dimostrare fondate ragioni, buona parte di queste persone sono andate in pensione.Ci sono i precari, usati come un esercito di riserva per colmare i «buchi» provocati dalle malattie dei titolari di cattedra, oppure da chi ha un posto regolare tra il personale di servizio (i «bidelli»). Ma la proporzione tra un posto a tempo indeterminato che si libera e un precario che si vuole occupare non è automatica. Gelmini ha diminuito le cattedre e ha aumentato gli «spezzoni» di cattedra, cioè le singole ore di insegnamento che i 133.932 precari censiti nel 2011 si contendono per tutto l’anno. Passano la vita ad aspettare la chiamata del preside di turno.
La spesa sanitaria tiene… fino alla prossima spending review
Nella sanità l’austerity di stato ha tagliato 14.697 posti tra il 2008 e il 2011. Lo sostiene l’Aran secondo la quale i tagli imposti ad un altro settore, quello della scuola storicamente più numeroso per numeri di dipendenti impiegati, porteranno tra poco tempo a rovesciare un primato consolidato nel tempo. Nel 2011 la spesa per il personale della scuola superava quello della sanità per solo mezzo punto percentuale, il minimo mai raggiunto in precedenza. In attesa di una nuova rilevazione, nel 2012 la spesa della sanità avrebbe superato quella per la scuola.I «tagli lineari» praticati da Tremonti, e quelli che a leggere il progetto di spending review consegnata al parlamento dal governo Monti (si parla di un altro -5% sul budget attuale) permetterà alla spesa per il personale del servizio sanitario nazionale di superare quella prevista per la scuola. Ma sarà un primato di breve durata. Nel caso della sanità la spending review prevede un «risparmio» del 32,7%. La condizione dei 35.193 precari censiti nel 2011 dalla Ragioneria generale (su 682.477 dipendenti) è destinata a peggiorare.
La terza fase della spending review: tagli al pubblico impiego e privatizzazione
Nel Documento di economia e finanza (Def) approvato dal governo Monti mercoledì esiste un capitolo dedicato al «Piano nazionale delle riforme» (Pnr). Più che alle cifre sulla «crescita» di un’economia in recessione tecnica da almeno due anni, numeri scritti sull’acqua come ad esempio l’aumento dell’1,3% del Pil nel 2014, è più interessante annotare le «riforme» che le cadreghe tecniche lasciano in eredità al prossimo governo (quando ci sarà). E che dovranno essere rispettate se l’Italia vuole mantenere il suo buon nome nel salotto europeo dell’austerità, e non essere considerata uno «stato fallito», cioé quello che è oggi.In quello che Monti ha considerato solo un «work in progress» esistono in realtà tutte le decisioni prese nel «rapporto Giarda» sulla spending review: entro il 2016 bisogna recuperare fino a 15 miliardi di spesa pubblica. Questo significa tagliare il pubblico impiego tra i 2 e i 5 miliardi di euro e dismettere almeno 30 miliardi di immobili pubblici, pari all’1% del Pil. Sono i «famosi» 45 miliardi di euro da destinare all’ammortamento del debito sovrano che, secondo il Def, raggiungerà quest’anno il record del 130,4% e diminuirà entro il 2017 al 117%. Una quota gradita alla Troika che sorveglia l’Italia.
Le prime due fasi della spending review, si legge nel Def, garantiranno 13 miliardi di «risparmi» entro il 2015. Ma bisogna continuare, altrimenti si ritorna nel «baratro». Il Pnr stabilisce la regola d’oro che i prossimi interventi dovranno rispettare: prime vengono le città metropolitane, poi il taglio delle provincie che il governo non è riuscito ad imporre – nonostante la retorica del «fate presto!» alla «strana» ex maggioranza Pd-Pdl-Udc che ha sorretto le stanche membra dei tecnici. In realtà è una goccia nell’oceano dell’austerità: la loro riduzione da 86 a 51 comporterà tra i 370 e i 535 milioni di euro di risparmio. Poi viene il piatto forte. anzi fortissimo. Bisogna tagliare su tutte le amministrazioni locali, già taglieggiate dal patto di stabilità interno. Tagliare i «rami secchi» degli enti pubblici (si preparino gli enti di ricerca, ad esempio), dei ministeri.
Si annuncia già una stretta sulla spesa per beni e servizi, ma soprattutto un taglio al pubblico impiego che, secondo l’Aran, è già diminuito di 232 mila unità dal 2007 al 2011. Tra pensionamenti ordinari e in deroga, part-time, mobilità volontaria e obbligatoria di due anni (dopo c’è il licenziamento) Monti prevede di risparmiare l’1% della spesa nel 2014 per poi tornare a salire dell’1% dal 2015. Può darsi, ma senza assumere nessuno. Poi un memoir sull’Imu, già oggetto di contesa elettorale tra Monti e Berlusconi. L’avvertimento al prossimo governo è chiaro: se non sarà riconfermata la tassa sulla prima casa fino al 2017, saranno necessarie due finanziarie straordinarie da 3,3 miliardi nel 2015, 6,9 nel 2016, 10,7 nel 2017. Per rispettare l’austerità saranno necessarie nuove privatizzazioni.
E’ iniziata la terza fase dell’austerità.
+++Leggi anche: Spending review: 295 miliardi di tagli aspettano il prossimo governo
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pubblicato il 12 aprile 2013
Tag: Aran, austeria, austerità, Brunetta, Casta, Corriere della Sera, Dagospia, Fiscal Compact, Gianatonio Stella, grillo, Italia Oggi, Kasta, La furia dei cervelli, Massimo Mucchetti, Movimento 5 stelle, Paolo Mieli, pubblico impiego, Quinto Stato, rapporto Giarda, Roberto Ciccarelli, Sergio Rizzo, spending review, spending review 2013, troika
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Ad un paese sommerso dall’austerità, praticata dai governi di ogni colore e dai sapienti che continuano a mostrare inutilmente le loro presente eccellenze tecniche e amministrative, ieri l’Eurostat ha spiattellato una realtà urlata da anni dagli studenti, dagli artisti che occupano i teatri e i cinema, dagli sfrattati che si riappropriano delle case sfitte: l’Italia è ultima nell’Europa a 27 per percentuale di spesa pubblica destinata alla cultura (1,1% a fronte della media del 2,2%). È al penultimo posto, seguita solo dalla Grecia, per la spesa in istruzione (l’8,5% a fronte del 10,9% dell’Ue a 27). La spesa pubblica destinata alla protezione sociale è sopra la media europea, anche se è sbilanciata sulle pensioni e diminuisce sulla casa, sulla disabilità, trascurando gli investimenti sulle politiche attive per il lavoro.Nel 2011 la spesa pubblica Ue è stata pari al 49,1% del Pil ed è diminuita ovunque, tranne che per i servizi generali che includono gli interessi sul debito sovrano. Quest’ultima voce rivela l’esito delle politiche dell’austerità adottate ancora nel 2013. La voce sugli interessi sul debito segna un +17,3% sulla spesa complessiva e supera di quattro punti la media europea del 13,5%- Dietro di noi c’è solo la Grecia con il 24,6%, Cipro con le sue banche fallite con il 24,6% e l’Ungheria con il 17,5%. Tranne Cipro, questi paesi hanno il poco invidiabile di negare ai propri cittadini uno dei pochi strumenti per affrontare dignitosamente la crisi: il reddito minimo.
Due anni fa, la crisi aveva inoltre già aumentato la spesa per la protezione sociale e per la sanità. Il 55% della spesa pubblica era assorbita da queste voci. La percentuale della spesa per sanità e Welfare è passata dal 23,9% del 2002 al 29,9% del 2011, in controtendenza con l’Europa dove nel 2011 era al 26,9% in calo rispetto al 27,4% del 2010. Per il Welfare l’Italia spende il 20,5% del Pil, 5.322 euro per abitante, contro il 19,6% pari a 6.215 euro della Germania. Mentre la spesa sociale aumenta sono sempre più coloro che non hanno alcuna tutela e, anzi, scelgono la sanità privata, lamentando l’inefficienza di quella pubblica.
Una contraddizione che dal 2008 è stata affrontata con i tagli lineari e il salasso della spending review che ha messo in programma tagli monstre da 295 miliardi di euro per i prossimi anni. Tagli garantiti dalla riforma costituzionale votata da Pd, Pdl e Udc nella scorsa legislatura. Un suicidio approvato a maggioranza.
Con la durezza di cui sono capaci solo le cifre e le percentuali, l’istituto europeo di statistica ha tracciato il profilo della catastrofe del Welfare, della scuola e dell’università, oltre che dei beni culturali e ambientali, senza dimentare il taglio al Fondo Unico dello Spettacolo (Fus). Senza ritegno il Ministero dell’Istruzione ieri ha invitato a «evitare una lettura fuorviante dei dati». Meglio calcolare le risorse «investite nella scuola e nell’università al netto della spesa per gli interessi sul debito che per l’Italia è di gran lunga superiore alla media».
E vengono citati i dati Ocse 2012 secondo i quali la spesa per studente è linea con la media, se non superiore. Per la primaria l’Italia spende 8.669 dollari rispetto a una media di 7.719. Per la secondaria 9.112 dollari rispetto alla media Ocse di 9.312.
Tanto per cambiare, una lettura apologetica delle fallimentari politiche economiche di Monti. Siccome abbiamo un debito record occorre rinunciare a investire su innovazione, istruzione e ricerca in attesa dei prossimi tagli. Accontentiamoci delle politiche di austerità che però hanno aumentato il debito di 19 miliardi.
L’unico modo per uscire dal debito sono gli investimenti in istruzione e ricerca, come dimostra il fact checking condotto da tempo dal sito roars.it. I dati Ocse del 2012 confermano che la gran parte dei paesi hanno aumentato la spesa per l’istruzione, mentre l’Italia è quello che ha tagliato di più dopo l’Estonia.+++ La furia dei cervelli
Leggi l’intervista a Salvatore Settis: “Cultura e istruzione sono beni comuni su cui investire e da occupare
pubblicato il 8 aprile 2013
Tag: cultura, eurostat, fondo unico spettacolo, i stat, il manifesto, istruzione, miur, Ocse, quintostato, reddito minimo, Roars, Roberto Ciccarelli, scuola, università, welfare
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- La sentenza della Corte di Strasburgo non farà piacere a chi si batte contro il numero chiuso nel 54% delle facoltà universitarie italiane. Per i giudici della Corte europea dei diritti umani il numero chiuso non viola il diritto allo studio. Nella sentenza emessa ieri sostengono che la soluzione individuata dal legislatore italiano per regolare l’accesso all’università è ragionevole. A presentare il ricorso a Strasburgo sono stati otto studenti italiani. La prima è una studentessa palermitana che ha fallito tre volte la prova d’accesso alla facoltà di medicina dell’ateneo locale. Gli altri sei aspiravano a frequentare il corso di odontoiatria, pur lavorando da anni come tecnici odontoiatri o igienisti dentali. L’ottavo ricorrente è stato escoluso dalla facoltà di odontoiatria dopo otto anni che non dava esame.Il Codacons che ha sostenuto il ricorso non ha preso bene la sentenza della Corte. «Hanno preso una cantonata – sostiene l’associazione che tutela i diritti dei consumatori – il fatto che secondo i giudici il numero chiuso non sia incompatibile con la Convenzione europea dei diritti umani non significa che i test d’ingresso rispettino la normativa italiana, a cominciare dalla Costituzione». È lo stesso argomento sostenuto da tutti gli avversari, studenti e sindacati compresi, del numero chiuso. Esso violerebbe tre articoli della Costituzione che sanciscono il diritto allo studio, il 3,33 e 34, ma anche il libero accesso alle professioni. Su questo si è pronunciata l’Antitrust guidata da Antonio Catricalà, oggi sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Il caso riguardava il numero chiuso dei dentisti e lo si può considerare esemplare per tutte le professioni mediche e tecniche regolate da questa norma.«L’artificiosa predeterminazione del numero dei potenziali professionisti – scriveva Catricalà nel 2009 – determina, dal punto di vista economico, un ingiustificato irrigidimento dell’offerta di prestazioni odontoiatriche, con l’effetto di restringere artificiosamente il numerio dei potenziali professionisti ed innalzare il prezzo delle relative prestazioni». In altre parole, il numero chiuso all’università droga il mercato poiché restringendo l’accesso alla professione concentra il potere nelle mani dei professionisti riconosciuti del settore ed relega un numero crescente di specializzati al precariato o all’esercizio abusivo della professione. Insomma, tutto il contrario di una liberalizzazione del mercato delle professioni. Da qui lo scandalo ribadito ieri dal Codacons che se l’è presa con Monti il quale, pur avendo inserito nelle file del suo governo Catricalà, non ha pensato di liberalizzare l’accesso alle professioni.I singoli atenei hanno il potere di determinare autonomamente il numero chiuso nelle facoltà dove lo ritengono opportuno. C’è anche il caso delle facoltà di ingegneria che hanno dato vita ad un consorzio che fissa la prova nella stessa data a livello nazionale sulla base di un test unico. Lo stesso modello viene seguito dalle facoltà di medicina e odontoiatria. Il risultato è stato quello di generalizzare il ricorso a questa misura di sbarramento all’accesso a più della metà dei corsi di laurea.Il paradosso del governo «liberale» a parole, ma protezionista nei fatti, è stato approfondito dal decreto del ministro dell’Istruzione Profumo che ha anticipato le prove di cultura generale sulla base dei programmi della scuola secondaria superiore prima dello svolgimento degli esami di maturità. Questo avverrà nell’anno accademico 2014-5, quando le prove di accesso all’università verranno anticipate ad aprile. Nel prossimo anno accademico si terranno il prossimo 23 luglio (medicina e odontoiatria), il 15 aprile per i corsi che si tengono in inglese. Questa decisione aveva provocato una selva di polemiche degli studenti contro Profumo.Il numero chiuso è stato introdotto nel 1999 dall’allora ministro di centrosinistra Zecchino e oggi regola l’accesso anche a veterinaria, le lauree triennali di area saniaria, architettura e scienze della formazione primaria. Ricorrono al numero chiuso, tra le altre, le università non statali come la Bocconi, la Cattolica, il Campus Biomedico di Tor Vergata e la Luiss.+++Leggi il dossier :
pubblicato il 3 aprile 2013
Tag: Catricalà, codacons, Corte di Strasburgo, Monti, numero chiuso, odontoiatria, Roberto Ciccarelli, studenti, test ingresso medicina, università, valore legale laurea
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Dieci miliardi di tagli al bilancio di scuola e università tra il 2008 e il 2012. Otto miliardi e cinquecento milioni di tagli alla scuola (il 10,4 per cento del budget complessivo) e 1,3 miliardi di euro all’università (su un totale di 7,4 miliardi nel 2007, 9,2%), per la precisione. Nella spending review presentata dal governo Monti si sono programmati altri tagli per 5,2% all’intero sistema dell’istruzione. A tanto ammonta il salasso delle politiche dell’austerità volute dall’ex ministro dell’Economia Tremonti per rispondere all’imperativo del pareggio di bilancio. Questo tesoro espropriato all’istruzione è servito a finanziare i «capitani coraggiosi» che, secondo Berlusconi, avrebbero salvato l’Alitalia dall’acquisizione di Air France. Cosa avvenuta anni dopo. I francesi hanno già in mano il 25% della compagnia di bandiera che barcollerà ancora pochi mesi sull’orlo del fallimento.
Per i tre anni e mezzo di governo Berlusconi il taglieggiamento operato da Tremonti è stato nascosto sull’altare dell’onor di patria, oppure nascosto dietro i fumogeni della meritocrazia o della riduzione degli sprechi sbandierati lanciati dall’ex ministro Gelmini. L’idea di finanziare il default delle aziende di stato decotte, insieme a quella di sostenere l’«austerità espansiva» (i tagli alla spesa pubblica per investimenti sono «risparmi» che finanziano la crescita) è stata sostenuta anche dal governo Monti che non è riuscito a salvare l’ultima tranche di 300 milioni di euro di tagli dall’ultima legge di stabilità. Decisione che oggi mette a rischio la sopravvivenza di 20 atenei, vissuta però come il naturale decorso di una malattia incurabile.
Lo denuncia la terza indagine annuale dell’associazione dei dottorati italiani (Adi). I dati parlano chiaro: da almeno tre anni è in atto un’espulsione di massa dei ricercatori precari dalle università. Solo 7 «cervelli» su 100 possono aspirare ad un posticino nell’università. Il restante 93% viene espulso per sempre. Nell’arco di cinque anni le borse di studio di dottorato di ricerca sono diminuite del 24,33% passando dalle 5.045 del 2008-2009 a 3.804 del 2012-2013, con una media di borse per ateneo che passa da 245,4 nel 2008 a 185,7 del 2013. per quanto riguarda le singole universita’ la variazione percentuale va da un +3.6% della ‘Sapienza’ di Roma (da 585 borse a 606), al -68.1% dell’Universita’ di Catania (da 251 borse a 80). (leggi qui)
Da oggi questa finzione non sarà più possibile. La Commissione Europea ha pubblicato uno studio che quantifica, almeno in percentuali ma non con i dati assoluti, l’entità dei tagli all’istruzione del governo di centrodestra e di quello «tecnico». Tagli che hanno prodotto il sacrificio di quasi 100 mila cattedre in tutti i gradi delle scuole, dalla materna alle superiori. L’Italia è tra i paesi europei che hanno tagliato di più nel corso della crisi e per dare una risposta alla crisi insieme a Grecia, Ungheria, Lituania e Portogallo (paesi che “risparmiano oltre il 5% sui fondi destinati fino al 2007). I paesi che hanno tagliato dall’1 al 5% sono Estonia, Polonia, Spagna e Regno Unito (Scozia).

I tagli hanno inciso principalmente sul numero e la retribuzione degli insegnanti. In Italia, il loro numero è calato dell’11,1%, mentre in Germania è aumentato del 13%, in Finlandia del 12,9%, in Svezia del 21,9%). Le loro retribuzioni sono state congelate o ridotte in 11 paesi, e il nostro paese mantiene un solido primato negativo. Peggio hanno fatto solo la Grecia (dove il taglio all’istruzione è stato del 20%) e la Slovacchia (15%). La riduzione degli insegnanti, e quello ai bilanci, ha prodotto la chiusura o l’accorpamento di scuole, come dei corsi di laurea per ragioni meramente di bilancio, non per l’efficienza propagandata.
L’atto di accusa della Commissione è inequivocabile: «La riduzione del numero degli insegnanti in Italia è una conseguenza e un risultato programmato di una riforma, la legge 133/2008, approvata nell’estate del 2008, prima del consolidarsi della crisi».La stessa tempistica è stata rispettata dalla Gran Bretagna dove l’istruzione ha subito lo stesso, programmatico, ridimensionamento. Giuseppe De Nicolao sostiene che il livello dei tagli ha riportato l’Italia al finanziamento per istruzione (primaria, secondaria e terziaria) di 13 anni fa. A questa osservazione si può aggiungere una notazione sul contesto in cui è avvenuta questa riduzione, oltre che la rinuncia ad investire i “risparmi” per ristrutturare gli edifici scolastici oppure nella formazione degli insegnanti, o nell’assunzione dei precari, ad esempio.
Il contesto è quello delle politiche di austerità che, in proporzioni diverse in Grecia Spagna Portogallo e Italia, hanno inciso sugli investimenti pubblici, e in particolare su quelli dell’istruzione. L’esito di queste politiche è stato quello di abbattere il Pil di sette punti, e bruciare 600 mila posti di lavoro sostiene Bankitalia. Androulla Vassilou, greca, commissario europeo all’Istruzione, sollecita a nuovi investimenti nella formazione terziaria per rimediare alla disoccupazione giovanile e rispondere alla «concorrenza globale». La truffa è stata scoperta. Nessun dubbio ha ancora sfiorato la Commissione che sia stata ideata usando la dottrina dell’austerità che oggi condanna l’Europa alla recessione.
+++Leggi il dossier sull’esplosione della bolla formativa (La furia dei cervelli)+++
Figli della bolla formativa: Laureati, precari e al nero
pubblicato il 26 marzo 2013
Tag: austerità, bolla formativa, Cna, commissione europea, confartigianato, diplomati, Gelmini, giovani, il manifesto, istruzione, La furia dei cervelli, laureati, lavoro nero, licealizzazione della società, precarietà, Profumo, Quinto Stato, Roberto Ciccarelli, studenti
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