Saturday 25 May 2013

IL MANIFESTO BLOG
   Dal precariato al lavoro autonomo. A cura di Roberto Ciccarelli
Articoli marcati con tag ‘precari’
  • futuroI professori ordinari potranno continuare a insegnare all’università anche oltre i 70 anni. Con la sentenza numero 83 depositata il 6 maggio scorso, la Corte Costituzionale ha bocciato una delle battaglie simboliche della riforma Gelmini approvata a fine 2010, quella del “ringiovanimento” della classe docente.

    Per la Consulta è incostituzionale obbligare coloro che hanno fatto carriera negli atenei (cioè gli ordinari) e coloro che sono rimasti indietro (i semplici ricercatori) ad andare in pensione al compimento del settantesimo anno di età, negando la proroga di due anni concessa a tutti i dipendenti pubblici. La norma abolita dalla Consulta venne adottata per favorire l’accesso all’insegnamento universitario dei docenti più giovani.

    In realtà, l’abbassamento dell’età pensionabile doveva essere più drastica. L’unica indicazione che Gelmini accettò dal Pd, e in particolare dagli ex responsabili università e ricerca del partito Marco Meloni e Maria Chiara Carrozza (oggi ministro dell’istruzione), fu quella di ridurla da 70 a 65 anni. Eravamo nel pieno della retorica meritocratica che contrappose i “vecchi” al potere ai “giovani” precari, ma ben presto queste velleità mostrarono tutta la loro demagogia. La riforma si limitò ad eliminare il “biennio Amato”, cioè il prolungamento della permanenza al lavoro che avviene nei casi in cui il soggetto non abbia raggiunto una pensione soddisfacente.

    L’intesa tra Gelmini e il Pd era surreale: per dare fiato alle trombe della campagna battente de Il Corriere della Sera avrebbero obbligato gli universitari ad andare in pensione prima di un operaio o di un piastrellista che si presuppone svolgano un’attività usurante. E infatti rinunciarono. Oggi la Consulta boccia persino l’intesa raggiunta tre anni fa dai partiti per salvare le apparenze e ripropone in una delle prerogative dei veri padroni dell’università italiana, i cosiddetti “baroni”. A differenza dei professori associati, gli ordinari potranno prolungare la loro permanenza al lavoro oltre i 70. Non solo.

    Nella sentenza i giudici costituzionali ribadiscono l’esigenza di mantenere in servizio i docenti in grado di fornire alla comunità accademica la propria «alta professionalità». Questa sentenza rallegrerà tutti coloro che sono rimasti ancora in servizio negli atenei italiani, ma non servirà a bloccare l’esodo pensionistico in atto da almeno un biennio che raggiungerà un picco nel 2015 quando la generazione che lavora dalla fine degli anni Settanta lascerà in blocco la cattedra.

    Soprattutto non incide sulla parte sostanziale della riforma Gelmini e sul combinato disposto del blocco del turn-over voluto dall’ex ministro dell’Economia Tremonti e peggiorato dalla spending review di Monti. Il vero non-detto di questa riforma è aver reso inaccessibile l’insegnamento universitario ai 60 mila precari ormai quasi tutti esodati dalle aule e privati dei finanziamenti minimi per ottenere un reddito dall’attività di ricerca. Le abilitazioni che dovrebbero permettere l’accesso ai concorsi per i ricercatori a tempo determinato, quelle gestite dal carrozzone dell’Anvur, sono ancora al palo. E comunque non ci sono fondi per assumere una quantità significativa di ricercatori tale da supplire al pensionamento di massa del personale universitario. Senza contare che i 25 mila ricercatori di ruolo, messi in esaurimento dalla riforma Gelmini, restano in un limbo da cui non sarà facile uscire senza riformare nuovamente la riforma.

    Da questo punto di vista, la sentenza della Consulta garantisce un supporto giuridico ad un’esigenza economica drammatica: lo Stato non può permettersi di mantenere le pensioni degli ordinari, li mantiene al lavoro e risparmierà ancora per qualche anno sulle ricche pensioni destinate a queste persone. È lo stesso criterio seguito dalla riforma Fornero che ha innalzato l’età pensionabile. Nel frattempo continuerà la drastica riduzione dei laureati, degli immatricolati e dei corsi di laurea. Il sindacato Anief, che ha dato notizia della sentenza, ha chiesto al ministro Carrozza di adoperarsi per restituire dignità alla figura del ricercatore.



  • manfo1Da giorni in rete circola il testo di questo appello, promosso anche sulla piattaforma change.org che ha raggiunto le 200 firme. Questo è il testo dell’appello, pubblicato dal Manifesto:

    Subito il reddito minimo
    Il triplice suicidio avvenuto venerdì 5 aprile a Civitanova Marche per la disperazione provocata dalla crisi è la goccia che fa traboccare il vaso, perché questa tragedia, l’ennesima, è avvenuta in una regione di lavoratori e lavoratrici che da sempre faticano senza chiedere; in una regione, inoltre, che fino a pochi anni fa era uno dei traini dell’Italia e che quest’anno riceverà soltanto 25 milioni di euro per la cassa integrazione in deroga a fronte di una domanda di 140 milioni, in un contesto nazionale ancor più preoccupante. L’episodio che ha coinvolto Romeo Dionisi, Anna Maria e Giuseppe Sopranzi impone provvedimenti urgenti. Per questo è necessario che il parlamento approvi subito la Legge sul reddito minimo garantito, soluzione condivisa da insigni economisti e su cui esiste una proposta di legge che ha superato le 50mila adesioni. A tutte le forze che hanno firmato la proposta (www.redditogarantito.it) e alle altre realtà che condividono questa richiesta chiediamo di organizzare una grande manifestazione nazionale con cui sollecitare il Parlamento ad approvare con urgenza la Legge.
    Primi firmatari: Valerio Cuccaroni, Natalia Paci, Angelo Ferracuti, Valentina Recchia, Vanni Santoni, Alessandro Chiappanuvoli, Emiliano Sbaraglia, Giuseppe Allegri, Gianluca Fiusco, Luisa Capelli, Lorenzo Armando, Roberto Ciccarelli, Giulio Milani, Michele Dantini, Valentina Rizzi, Ivano Cimatti, Lidia Massari, Lucia Vergano, Vincenzo Ostuni, Alessandro Viti, Michele Vaccari, Carola Susani, Chiara Giorgi, Raffaele Niro, Davide Franceschini, Paolo Buonaiuto, Andrea Marchetti, Stefania Zepponi, Carla M. Piccinini, Livia Accorroni, Christian Raimo, Mariagrazia Calandrone, Sciltian Gastaldi, Tommaso Giartosio, Mattia Carratello, Silvia Mariotti
     Leggi il dossier sul reddito minimo in Italia+++

     



  • Insorgono sindacati e studenti: «È il colpo di mano di un governo arrogante e autoritario»
    La straordinaria vitalità in limine mortis del governo Monti ha partorito un’altra riforma della scuola, calata dall’alto, senza fondi, mirata alla creazione di un sistema della valutazione ispirata all’ideologia dell’accountability, che in italiano si traduce con «rendicontabilità». Ieri il consiglio dei ministri ha approvato il regolamento del Sistema Nazionale di Valutazione (Snv) per le scuole del sistema pubblico nazionale e per le istituzioni formative accreditate dalle regioni.
    Il nuovo sistema si basa sull’attività dell’Invalsi (l’Istituto nazionale per la valutazione del sistema di istruzione e formazione), sulla collaborazione dell’Indire (l’Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa) e sulla creazione di un «contingente» di ispettori che avranno il ruolo di guidare i nuclei di valutazione esterna. Ad oggi sono oltre 1300 le scuole che lo stanno sperimentando. Una volta concluso, questo processo rivoluzionerà la vita di 9 mila istituti, un milione di dipendenti e 7 milioni di studenti. Il provvedimento, voluto fortemente dal ministro dell’istruzione Francesco Profumo, spingerà gli istituti a stilare un rapporto di autovalutazione seguendo i dati messi a disposizione dal sistema informativo del Miur, dall’Invalsi e dalle stesse scuole. Il suo principio ispiratore mira a sottoporre i docenti e gli studenti, oltre che gli stessi istituti, ad un crescente controllo di valutazione e sanzione della loro «produttività».
    L’obiettivo sarà perseguito estendendo i testi di valutazione dell’apprendimento agli alunni della seconda e quinta elementare, della prima e della seconda media, del secondo anno delle superiori e anche alle quinte, prima della maturità. Al cuore del sistema c’è l’Invalsi che elaborerà i calendari delle visite degli ispettori-valutatori. Il suo ruolo è ispirato alla governance neoliberale che regola la vita delle scuole nel Nord Europa e risponde agli impegni assunti con l’Unione europea in vista della programmazione dei fondi strutturali 2014/2020.
    L’Snv affida agli istituti il compito di definire gli indicatori di efficienza che dovranno essere rispettati dai presidi manager. L’Indire sosterrà i cosiddetti «processi di innovazione» delle scuole promuovendo l’uso delle nuove tecnologie – il feticcio della lavagna elettronica o del tablet nelle classi – e la creazione di «ambienti di e-learning» per aggiornare i docenti. Alla base c’è la valutazione dei risultati, cioè l’efficienza delle performance degli istituti a partire dalle quali sarà determinato il fondo ministeriale da destinargli. In altre parole, più studenti verranno promossi, più i docenti risulteranno «efficienti», più i singoli istituti saranno «virtuosi». A questi ultimi toccherà approntare i «piani di miglioramento» per innalzare il proprio rendimento. Tranne la Cisl, tutti i sindacati e gli studenti attaccano Profumo per l’approvazione di una misura «autoritaria e sbagliata».
    «È davvero incredibile la protervia e l’arroganza di questo Governo che dovrebbe limitarsi all’ordinaria amministrazione – afferma Domenico Pantaleo, segretario Flc-Cgil – Nello schema di regolamento sono appaltate all’esterno le finalità politico-istituzionali della valutazione, con una sorta di ipertrofia della funzione tecnica a danno del ruolo debole attribuito all’autonomia scolastica. Un sistema pasticciato in cui si mischia la valutazione di sistema con la valutazione dei dirigenti scolastici». Per Rino Di meglio, della Gilda degli insegnanti «l’Invalsi ha un potere eccessivo e gli sarà affidato il compito di proporre protocolli di valutazione, indicatori di efficacia ed efficienza per individuare le scuole in difficoltà, oltre a quelli per valutare i dirigenti».
    Gli studenti dell’Uds annunciano il boicottaggio delle prove Invalsi previste il prossimo 16 maggio. «È un modello di valutazione pedagogicamente ambiguo e finanziariamente insostenibile – sostengono – che si vede legittimato unicamente dai diktat avanzati dall’Unione Europea».


  • In palio 11.542 mila posti. Gli scritti dell’11 e 12 febbraio sono stati rinviati a dopo le elezioni .I concorrenti sono 95mila. Per i docenti precari non sarà premiato il merito: «Profumo fa propaganda»
    Da tagliare nelle finanziarie, e rilanciare sotto elezioni, la scuola torna ad aprire le aule ai 95 mila candidati per 11.542 cattedre per il prossimo biennio. La maggior parte, 88.610, sono i sopravvissuti ai quiz informatici del dicembre scorso, a cui si sono aggiunti altri 7 mila candidati che hanno conseguito una votazione inferiore a 35/50, ma superiore a 30/50, e sono stati riammessi dal Tar Lazio grazie a un ricorso dell’Anief. Il sindacato presieduto da Marcello Pacifico sta preparando un altro ricorso contro l’obbligo della conoscenza dell’inglese per le scuole primarie, mentre il Codacons ha annunciato di averne vinto un altro a sostegno dei non abilitati all’insegnamento.
    Gli aspiranti docenti a tempo indeterminato riceveranno alle 8,30 un foglio con quattro facciate prestampate e avranno due ore e mezzo per rispondere a quattro quesiti in 22 righe. In questo spazio dovranno riassumere i programmi, lunghi migliaia di pagine, di italiano storia e geografia, oppure di matematica e fisica, sperando di totalizzare un punteggio il più vicino possibile alla soglia del paradiso, fissata a quota quaranta/quarantesimi. I 95 mila hanno sfidato i rigori dell’inverno, il rischio incombente delle elezioni e le relative speculazioni politiche, e non è arretrata nemmeno quando il Ministero dell’Istruzione ha rinviato le prime due giornate del concorso riservate alle scuole per l’infanzia e alla primaria a dopo le elezioni, il 28 e il 1 marzo. Qualcuno ha calcolato che il danno provocato a chi aveva prenotato treni e aerei per partecipare alla prova è stato di oltre 3 milioni di euro.
    La fretta del ministro Profumo di chiudere le procedure prima del prossimo anno scolastico non ha arrestato questo treno in corsa. La terza prova orale rischia di accavallarsi agli esami di maturità,e quindi bisogna fare in fretta. Anche perché il ministro sembra volere passare alla storia come colui che ha indetto un concorso nazionale dopo 13 anni.
    Nemmeno le rinunce dei commissari hanno provocato un ripensamento. Luigi Pansino, preside in pensione, è stato sorteggiato come presidente di una commissione. Ha meditato a lungo la rinuncia, e con lui molti colleghi, quando ha scoperto che il compenso lordo era di 251 euro lordi, 209,24 per i commissari. Nessun rimborso spese previsto per un lavoro che durerà mesi, ma in compenso sono stati annunciati 50 centesimi per ogni compito corretto. Un trattamento che ha provocato una defezione di massa, costringendo il Miur a procrastinare la scadenza del bando per i commissari. Per affrontare questa emergenza, Profumo ha incaricato gli uffici scolastici regionali di trovare «esperti della materia» per completare le commissioni rimaste scoperte.
    Un caso che racconta molto più di altri l’approssimazione, certo, ma soprattutto la sistematica svalorizzazione delle competenze, delle relazioni e dei saperi sulla quale è stato concepito il concorso «truffa» come lo definiscono da fine agosto tutte le organizzazioni dei docenti precari (Precari uniti contro i tagli e i coordinamenti di Milano, Roma e Napoli). «Nella prima prova ci sono stati propinati quizzetti alogici – afferma Micaela Fattorini, romana, 34 anni, docente precaria che il 18 febbraio farà la prova di italiano storia e geografia, il 19 di latino – Con questi sistemi sono stati selezionati i “più adatti” a sopravvivere in una scuola tecnocratica, mentre sono stati umiliati docenti di comprovata competenza».
    Micaela è una delle docenti che ha frequentato le scuole di insegnamento (Ssis) chiuse dall’ex ministro Gelmini nel 2009 per dare vita alla contestatissima, e cara, esperienza dei Tirocini Formativi Attivi (Tfa) che stanno partendo in questi giorni. «La Ssis non voleva selezionare solo persone, ma formarle a un mestiere molto complesso. Questo concorso, per come è stato concepito, impone una selezione legata al caso e all’arbitrio di chi corregge le prove». Senza contare, com’è accaduto ad alcuni conoscenti di Micaela, che ci sono stati casi in cui i candidati sono stati esaminati dai colleghi con i quali discutono nei consigli di classe. «Un paradosso che capita quando lo Stato non mantiene le sue promesse – continua – in Italia esistono centinaia di migliaia di persone che lavorano nella scuola e sono state pluriesaminate e hanno superato un esame di stato con valore concorsuale. Siamo stati costretti a ripetere una prova che abbiamo già fatto». Profumo, e il suo sottosegretario Rossi Doria, sostengono invece che il concorsone favorirà il merito e ringiovanirà la classe docente. «È solo propaganda – risponde Fattorini – Quale merito si può affermare in una risposta di 22 righe a un quesito generico? Questo concorso non lo voleva nessuno tranne i neo-laureati che invece sono stati esclusi dal bando. Questa è la truffa che non ci stancheremo mai di denunciare».
    Quello dell’accesso alla professione di insegnante è uno dei temi più manomessi dai governi di centrodestra, governo tecnico incluso. Il centrosinistra di Prodi aveva provato a risolverlo stabilendo un piano triennale di assunzione dei precari per esaurire le graduatorie. Un progetto che si è interrotto con la riforma Gelmini che ha chiuso le Ssis, tagliato le ore di disponibilità, arrestando lo scorrimento delle graduatorie e causando la contrazione delle cattedre e gli esuberi dei docenti. Per questa ragione oggi ci sono più docenti di ruolo che cattedre. «Quando ti accorgi che la vita, insieme a quella di milioni di persone, dipende dalla firma di un uomo che casualmente fa il ministro, mentre tu continuerai a insegnare per tutta la vita, ti manca il fiato – sostiene Micaela – Il vantaggio di questo lavoro è che varcata la soglia di una classe, mi dimentico di tutto questo e lavoro con entusiasmo Quest’anno andrò in gita con i miei ragazzi in Liguria, le cinque terre, Genova. Sarà un bel momento di ossigeno. Non vedo l’ora».


in scuola
  • basic income, un’utopia concreta

    Salario o reddito? La differenza ignota ai ceti dirigenti italiani

     

    La differenza tra il salario minimo, invocato da Jean-Claude Juncker, e il reddito minimo, richiesto dai movimenti sociali e oggetto dalla legge popolare promossa tra gli altri dal Basic Income Network Italia (Bin) da Sel o Rifondazione, è che il primo si rivolge ai lavoratori dipendenti contrattualizzati, il secondo è una misura universale rivolta ai cittadini. Il salario minimo è la paga oraria più bassa, giornaliera o mensile, che i datori di lavoro corrispondono agli impiegati o agli operai. Dopo l’abolizione della scala mobile, di solito questa misura viene prevista nelle contrattazioni aziendali.
    La differenza tra «salario minimo» e «reddito minimo» passa quasi sempre inosservata nel dibattito che rapsodicamente nasce in Italia. Una distrazione? Può darsi. Ma nulla accade per caso: la cultura del diritto del lavoro, come degli stessi sindacati (anche se Fiom e Flc-Cgil hanno fatto passi in avanti significativi), considera il lavoro salariato, e quello dipendente a tempo indeterminato, come le uniche forme della cittadinanza da tutelare. Il «minimum income» è una forma parziale, ma prevalente, di «basic income», cioè di reddito di base universale e incondizionato che, nella versione elaborata dal filosofo ed economista Philippe Van Parjis, prevede un’estensione illimitata, è rivolto a tutti i soggetti operosi, occupati e non occupati, indipendentemente dal contratto di lavoro posseduto, e non è sottoposta al means test, la procedura con la quale quasi tutti gli stati europei (ventiquattro, tranne Italia, Grecia e Ungheria) che erogano il reddito minimo controllano la vita dei benificiari, obbligandoli a verifiche periodiche.
    Il recente volume del Bin, Reddito minimo garantito.Un progetto necessario e possibile (Edizioni Gruppo Abele, sarà presentato martedì 15 a Roma tra gli altri da Stefano Rodotà, Luigi Ferrajoli, Maria Rosaria Marella Massimiliano Smeriglio e Nicola Zingaretti) passa in rassegna i tre modelli di reddito minimo in Europa. Il più diffuso è il sostegno illimitato garantito nella maggioranza dei paesi, Austria e Germania, Danimarca e Regno Unito, Svezia e Olanda, persino Malta. In Francia, in Portogallo o in Polonia il reddito minino viene erogato come sostegno limitato estendibile. L’importo varia molto: dai 1325 euro erogati in Danimarca nel 2010, 617 dell’Olanda, 460 in Francia, 359 in Germania, anche se in questi ultimi casi viene sempre garantito un sostegno all’affitto o al mutuo della prima casa.
    In Italia, il reddito minimo viene considerato come una misura alternativa al sussidio di disoccupazione, oppure come un sinonimo di contributo per alleviare l’indigenza. A questo proposito, sono due i casi di scuola, entrambi forniti da esponenti del governo tecnico. Il primo è quello della riforma Fornero con l’Aspi e la mini-Aspi, cioè due forme di sussidi di disoccupazione percepibili solo a condizione che il lavoratore disoccupato dimostri di avere percepito un giorno di contributi nei due anni precedenti al contratto scaduto. Seppure modificate rispetto al passato, queste norme escludono la maggior parte dei precari, per non dire dei lavoratori autonomi, che insieme rappresentano un terzo della forza-lavoro attiva in Italia. L’altro esempio è il modello proposto da Monti nella sua «agenda»: il «reddito di sopravvivenza» che scambia il reddito minimo con un reddito di povertà, tipico della visione elitaria e paternalistica del liberalismo del presidente del Consiglio.

    Il reddito minimo non è in nessun caso alternativo al sussidio di disoccupazione. In Europa, interviene dopo la cessazione dell’indennità anche nel caso dei lavoratori dipendenti. Viene erogato ai giovani (19-25 anni) e ai lavoratori maturi (24-45 anni), i più colpiti dalla crisi. A cosa è dovuta la distanza siderale tra i convincimenti più radicati dei «ceti dirigenti» italiani e il resto d’Europa? All’idea che il welfare abbia una natura previdenziale, deve essere cioè pagato con i contributi dei lavoratori, e non una assistenziale e premiale, finanziato attraverso la fiscalità generale con al centro il singolo. È un fatto: il reddito resta fuori dalle agende politiche del paese più precario d’Europa.

     

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    Leggi il dossier sul reddito:

    Leggi sulla Furia dei cervelli: Perché la politica italiana non capisce il reddito minimo garantito? di Giuseppe Allegri

    Leggi: Reddito o democrazia? di Giuseppe Allegri

    Leggi: Reddito: giustizia sociale per uscire dalla crisi (e dal coma) di Roberto Ciccarelli e Giuseppe Allegri



  • Torneranno una volta al mese sotto le sedi dell’Inps. Sono gli attivisti della campagna #iononpossosaldare, lavorano con la partita Iva, con contratti di collaborazione, a ritenuta d’acconto, sono lavoratori e lavoratrici autonome che ieri hanno dovuto versare un acconto alla gestione separata dell’Inps, uno scandalo dei nostri tempi (di austerità). Durante un flash mob, dove hanno esposto cartelli e diffuso video su tutta la rete, questi lavoratori del Quinto Stato hanno raccontato come la riforma Fornero aumenterà, entro il 2018, la loro aliquota previdenziale al 33%. Persone che guadagnano, se va bene, mille euro al mese lasceranno quindi un terzo del loro reddito per una pensione che con ogni probabilità non riceveranno mai al termine della loro “carriera” lavorativa. ” In Italia sono almeno 4 milioni gli oustider del welfare e con la crisi i numeri sono destinati a crescere. E mentre la nave affonda super-compensi e super-pensioni dei super-manager rimangono intatti, anzi, aumentano”. L’allusione è al presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua, il quale ricopre cariche importante in una serie di società controllate dall’Inps, come Equitalia. “guadagna 1,2 milioni di euro l’anno e “occupa” 25 poltrone, tra cui la vice-presidenza di Equitalia stessa. Voluto da Berlusconi e amicone di Gianni Letta, con una mano toglie, con l’altra punisce e toglie ancora di più”.

    La gestione separata Inps e riforma Fornero

    Bisogna ricordare che la riforma Fornero prevede un vergognoso, ulteriore aumento delle aliquote della Gestione Separata INPS per oltre un milione e mezzo di lavoratori autonomi di seconda e terza generazione, portando il montante contributivo dal 27,72% al 33%, in cambio di nessuna prestazione sociale: infatti si andrà a ingrossare le casse del sistema previdenziale, per la Gestione Separata, che dal 1996 raggiunge miliardi di euro (e prima migliaia di miliardi di lire) di attivo, con i quali ripiana i buchi delle altre casse in deficit del super-INPS, non emettendo, fino al 2038, neanche una pensione.

    In questa situazione vive il Quinto Stato che ha manifestato oggi sotto la sede dell’Inps a Roma. Pensiamo, in particolare, ma non esclusivamente, ai professioni, meglio sarebbe dire il lavoro intellettuale svolto in forma indipendente – con Partita Iva, con una microimpresa dove il titolare è tutto, con studi associati – sono un universo distinto tra coloro che hanno un Ordine e coloro che ne sono privi, tra coloro che sono obbligati a versare i contributi alla Gestione Separata INPS e coloro che usufruiscono di una cassa previdenziale privata (si dovrebbe fare una riflessione su come vengono gestite queste casse e di come certe volte hanno buttato al vento i soldi di chi le ha rimpinguate per anni). Ci sono una ventina di Ordini professionali ma più di duecentocinquanta, censite dal CNEL, Associazioni professionali non ordinistiche. Chiedete a un giovane medico, a un giovane avvocato, a un giovane architetto a cosa serve il suo Ordine, come lo protegge sul mercato, ti guarderà come per dire: “mi stai pigliando in giro?”.



  • All’estero, lontano dalle piazze che torneranno a riempirsi già da oggi a Roma, con gli studenti che occupano sette scuole a Ostia e altri che sfileranno nel IV municipio, il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo ha confermato che il governo sosterrà un emendamento abrogativo sull’aumento di sei ore dell’orario di lavoro dei docenti. La notizia era stata anticipata nel dibattito sulla legge di stabilità dal sotto-segretario Marco Rossi Doria. «Ora si tratta di trovare 182,9 milioni di euro – ha detto – per onorare la spending review che è legge dello Stato».

    Questa la ragione per cui i sindacati della scuola hanno confermato due giorni di sciopero. Inizieranno i Cobas, Unicobas e il Sisa, ai quali si è aggiunta nelle ultime ore anche la Flc-Cgil, che sfileranno insieme agli studenti mercoledì 14 novembre, il giorno dello sciopero generale in Portogallo, Spagna e Grecia. La Cgil ha dichiarata 4 ore di sciopero generale.

    Gli studenti hanno annunciato cortei a Torino, Palermo, Roma, Pisa e Cagliari e in città come Bologna. In rete gira un appello dove due studenti anonimi, un ragazzo e una ragazza, dichiarano: «Sono uno, nessuno e centomila. Ho mille facce, ma rappresento una sola condizione». Quella di una precarietà amplificata dal taglio all’istruzione e al welfare, la ricetta adottata in ossequio delle politiche dell’austerità contro la crisi del debito sovrano.

    Per i sindacati è invece inderogabile una discussione sul rinnovo del contratto e il blocco degli scatti di anzianità dei docenti che il governo non intende affrontare per il momento. Per una strana coincidenza temporale, la data del 14 coincide con il termine della discussione parlamentare sulle 24 ore settimanali.

    “Per la scuola - sottolinea l’Usb - il contratto nazionale violato e bloccato, addirittura scatti di anzianità e vacanza contrattuale, posti di lavoro del personale Ata e docenti, scuole finite negli accorpamenti;  con il precariato si è fatto assistenzialismo; la scuola è pronta a nuove assunzioni attraverso il concorso”. 

    E a tutto questo scempio si aggiunge la legge Aprea-Ghizzoni – aggiunge il leader dei Cobas Piero Bernocchi – passo decisivo per l’aziendalizzazione della scuola, l’eliminazione degli organi collegiali, la vittoria della scuola-quiz e della gestione della didattica da parte di aziende e imprese a fini di profitto“. 

    Il 14 novembre sarà anche la giornata di mobilitazione indetta dalla CES, Confederazione europea dei sindacati, dal titolo: “Per il lavoro e la solidarietà contro l’austerità”.

    Fino a venerdì 24 novembre, giorno dello sciopero generale indetto da tutti i sindacati della scuola, si moltiplicheranno sit-in e occupazioni in tutte le scuole. Restando alla fitta agenda dei prossimi giorni, domani a Roma è prevista una manifestazione contro la legge ex Aprea. Un corteo partirà da piazza Cinecittà fino a largo Appio Claudio. Venerdì un corteo arriverà nei pressi del ministero dell’Istruzione a Trastevere. Sabato è stata indetta una manifestazione dal Coordinamento Scuole di Roma, si prevede la partecipazione di 3 mila insegnanti. Sul fronte universitario prosegue la mobilitazione contro la drastica riduzione dei posti alloggio nelle residenze universitarie.

    Un movimento che continua sotto traccia e si è manifestato ieri a Roma dove un centinaio di studenti, tra i quali alcuni disabili, hanno occupato la storica casa dello studente in via De Lollis. La situazione degli alloggi per i fuorisede a Roma è drammatica. Nello studentato di Ponte di Nona una stanza viene affittata a 380 euro, quanto una stanza in un appartamento nella zona Nord della Capitale. Per i tagli al diritto allo studio sono numerosi gli studenti che, pur idonei, quest’anno non hanno trovato una stanza, mentre il 20% delle stanze viene affittato a studenti che non hanno diritto.

    “Vorremmo sapere a che titolo e per quale motivo la residenza di Ponte di Nona è stata dismessa, visto che al suo interno vengono affittati a prezzi di mercato i posti alloggio; ed inoltre, vorremmo sapere come mai lo studentato Nora Federici, in zona Mandrione, dichiarato inagibile, ospita attualmente e fino a data da destinarsi, 25 studenti laureandi. Ci chiediamo quindi quale sia la reale condizione strutturale dello stabile” – dichiara Martina, studentessa borsista di De Lollis -

    Il 7 novembre alle 14 è scaduto il termine per la consegna delle domande al maxi-concorso per la scuola. Dati ancora ufficiosi sostengono che, contro le previsioni del Miur, il numero delle domande abbia superato le 300 mila. Per le 11.542 cattedre bandite dal primo concorso dopo 13 anni, ci saranno 25 candidati. Un record nella storia repubblicana.



in scuola
  • Il monitoraggio sismico e vulcanico è a rischio in Italia. Dal 1 gennaio l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) non sarà più in grado di lanciare l’allarme nel caso di un terremoto come quello nel Pollino. La Protezione Civile non disporrà delle informazioni che i 250 ricercatori precari dell’Ingv producono 24 su 24, tutti i giorni dell’anno. Uno scenario da incubo, ma la decisione è ormai presa: il direttore generale Massimo Ghilardi e il presidente dell’ente di ricerca Stefano Gresta hanno disconosciuto l’accordo sindacale che prorogava di 4 anni i contratti per 190 stabilizzandi e alcune decine di ricercatori a tempo determinato. Dopo il 31 dicembre queste persone perderanno un lavoro che, in media, svolgono da 15 anni.

     

    Per riconquistarlo, dovranno partecipare ad un concorso che la dirigenza ha promesso di bandire tra pochi mesi, forse a primavera. E questo a dispetto della finanziaria 2007 del governo Prodi che ha stabilito la loro assunzione. Cosa mai avvenuta perché l’Ingv, come altri enti di ricerca, non possiede ancora una pianta organica. Pur avendo acquisito il diritto alla stabilizzazione, dopo avere attirato finanziamenti da 20 milioni di euro all’anno – soldi che permettono di pagare ampiamente gli stipendi – ai ricercatori è stato imposto di tornare alla casella di partenza. Da diritto acquisito, la loro ricerca è tornata ad essere un’incognita: il concorso bisogna vincerlo per continuare a svolgere un lavoro che si fa da tempo.
    Un altro particolare arricchisce una vicenda assurda. Pensate che il concorso sarà per un posto a tempo indeterminato? No di certo. Sarà a tempo determinato. Alla scadenza i ricercatori dovranno affrontare un altro concorso, o aspettare l’ennesimo contratto. In attesa che questa, o un’altra dirigenza, decida di rispettare gli impegni presi dallo Stato. L’umiliazione è tale da spingere alcuni ricercatori a gettare la spugna. La tentazione è forte. Cercare lavoro altrove, forse all’estero. Anche perché nelle prossime settimane avranno tempo. In attesa del licenziamento sono infatti obbligati a usufruire delle ferie avanzate. In questo caos, il personale di ruolo sarà obbligato a svolgere il doppio o il triplo del lavoro. I precari del Centro Nazionale Terremoti, dell’Osservatorio Etneo di Catania, dell’Osservatorio Vesuviano a Napoli e in tutte le altre sedi dell’Ingv sono 250 su poco più di mille ricercatori. L’80% lavora nelle reti sismiche mobili sul territorio.
    Il fisico Giovanni Muscari, 41 anni, da circa 15 si occupa del monitoraggio del buco dell’ozono. Ha fatto un dottorato negli Stati Uniti. Nel 2001 ha portato in Italia una strumentazione da mezzo milione di euro. Quest’anno non potrà andare in Groenlandia per continuare la sua ricerca. Sarebbe stata la quinta volta, ma la scadenza del 31 dicembre è un muro invalicabile. «Abbiamo fatto un calcolo – afferma – lo Stato ha speso per ciascuno di noi almeno 500 mila euro, tra laurea e specializzazione. Un investimento ripagato dagli investimenti ottenuti dai maggiori enti internazionali della ricerca».

    Considerazioni che valgono poco sull’altare della spending review. Il costo del lavoro dev’essere tagliato, anche nel caso dei custodi della sicurezza della terra, e del cielo. Un calcolo non solo miope, ma insensato, perché nel migliore dei casi l’Ingv rischia la paralisi per alcuni mesi. Nel peggiore, perderà l’esperienza accumulata da anni. I precari che partirono nella notte del terremoto all’Aquila, o pochi minuti dopo il sisma in Emilia Romagna, e oggi lavorano nel Pollino, potrebbero essere gli eroi del ministro Profumo che lamenta l’incapacità italiana di attirare fondi di ricerca dall’estero. Invece oggi si interrogano su come continuare a pagare il mutuo.



  • Alla fine ha ceduto. O almeno così sembra dai retroscena già noti dalla metà della settimana scorsa. La protesta contro l’aumento dell’orario di lavoro dei docenti senza retribuzione ha spinto il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo ad un nuovo dietro-front. Decisiva è stata l’offensiva del segretario Pd Pier Luigi Bersani che domenica ha ribadito: “voglio dirlo con chiarezza, noi non saremo in grado di votare cosi’ come sono le norme sulla scuola”, afferma Bersani. Sono norme – aggiunge il segretario del Pd – al di fuori di ogni contesto di riflessione sull’organizzazione scolastica e che finirebbero semplicemente per dare un colpo ulteriore alla qualita’ dell’offerta formativa. Voglio credere che cio’ sara’ ben compreso dal governo. Diversamente, saremmo di fronte a un problema davvero serio”.

    Messaggio ricevuto. Nelle ultime ore Profumo ha detto ai suoi di mollare la presa: “Siamo troppo vicini alla campagna elettorale sembra abbia detto – I 183 milioni da tagliare cerchiamoli nelle singole voi di spesa, non c’è tempo per fare grandi riforme”. “Grandi riforme” per una “scuola un po’ futuribile” (le parole sono sempre del ministro) che verranno comunque affrontate negli “stati generali della scuola del terzo millennio” a gennaio dove, come in una ideale lavagna dei desideri dove appuntare la road map delle velleità riformiste, il ministro conferma di volere invitare tutti gli attori della scuola per immaginarne gli scenari. Il sottosegretario Rossi Doria conferma: “Il mio impegno è per cambiare la norma durante la discussione parlamentare”. Rossi Doria non respinge in linea di principio l’idea che l’orario di servizio degli insegnanti possa essere cambiato e anche aumentato: ma “una norma sul tempo di lavoro di chi è già occupato e di chi è precario deve passare attraverso una concertazione seria con tutti i protagonisti”. L’intera partita del nuovo contratto per il personale della scuola, come dell’aumento dell’orario di lavoro, “viene rimandata al 2015″. Una retromarcia su tutta la linea. Ancora una volta, il ministero dell’Istruzione, scottato da una politica degli annunci a dir poco avventata, è costretto a ritirarsi con la coda tra le gambe.

    Ma la trattativa per fermare i tagli è ancora all’inizio. E non sono esclusi ulteriori colpi di scena. La legge di stabilità, nell’attuale versione, prevede un risparmio di 721 milioni a regime, dal 2014 in poi. L’anno prossimo il taglio sarà di 240 milioni. Cifre molto più pesanti di quelle previste dalla spending review dell’agosto scorso dove, a regime, il risparmio sulla scuola era quantificato in 237 milioni. Nella relazione tecnica che accompagna il provvedimento si apprende che il risparmio generato dall’aumento delle ore, senza retribuzione, sarebbe di 265 milioni con il taglio dei supplenti che varia dai 6400 denunciati dal Pd ai 30 mila denunciati dalla Cgil.

    Nel frattempo si moltiplicano i flash mob dei docenti, e l’astensioni dalle attività extra-istituzionali. Domenica un flash mob auto-convocato su facebook dei docenti ha dato il segnale. Venerdì prossimo ci sarà un’assemblea in cui il coordinamento dei docenti romani, e coloro che si sono mobilitati nell’ultima settimana nei licei della capitale discuteranno le modalità di un nuovo presidio sotto il Miur per domenica prossima: “ci piacerebbe portare in piazza la scuola migliore, con i suoi protagonisti e le sue parole, leggendo ad esempio il discorso sulla Costituzione di Piero Calamandrei”, dicono.

    Si ritorna al punto di partenza. Tutto fermo fino al 2015. Ma allora sarà un’altra storia. Forse non migliore di quella che abbiamo raccontato in queste settimane.

di Roberto Ciccarelli
pubblicato il 22 ottobre 2012
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in scuola
  • La notizia risale alla settimana scorsa, e non dovrebbe destare troppa indignazione, visto che lo stanziamento di 233 milioni alle scuole private, in maggioranza cattoliche, rientra nella partita ordinaria di rifinanziamento del fondo previsto nel 2012. Ma la coincidenza di un simile provvedimento con l’aumento dell’orario di lavoro a 24 ore per i docenti di ruolo nella scuola pubblica, e il corrispondente taglio degli “spezzoni orari” che provocheranno il licenziamento di migliaia di docenti precari dal settembre 2013, è uno degli incidenti – non il più grave, ma forse il più simbolico – che il governo Monti poteva evitare. Bastava il buon senso.

    Ma il buon senso – che è categoria di dubbia tenuta, sarebbe meglio evitarla – non può sussistere da quando le leggi finanziarie – perché tale è la “legge di stabilità” che verrà discussa in parlamento fino a Natale – è diventato un provvedimento “omnibus” dove si trova di tutto, dalla regolazione della lunghezza degli spilli e alle grandi partite finanziarie sull’Iva, queste coincidenze possono accadere a decine. Ma non è sfuggita al redivivo deputato finiamo Fabio Granata che l’ha denunciata. Granata non è nuovo a queste incursioni strumentali sull’istruzione, lo ricordiamo intrepido sul tetto dei ricercatori a Fontanella Borghese durante il movimento anti-Gelmini.

    Insieme a uno spaurito drappello di colleghi finiani aveva scalato le grondaie per assicurare i ricercatori che il parlamento avrebbe comunque votato – e lui con esso – il contestatissimo provvedimento perché lo voleva il Presidente della Repubblica Napolitano, lo voleva l’Europa, lo imponeva il destino della modernità di un paese. Tutto falso ovviamente, come si è visto nei due anni successivi che hanno reso giustizia di un provvedimento fondamentalmente inutile, il cui unico effetto è stato quello di bloccare l’università per il prossimo decennio. Ma Granata è una certezza. Nel testimoniare l’ineluttabile..

    La notizia non è dunque il finanziamento alle private – che è stato tagliato anch’esso, ma certo nulla a confronto degli 8,5 miliardi di euro della scuola pubblica a cui la legge di stabilità aggiunge altri 723 milioni, più 182 del blocco dell’indennità contrattuale. La notizia è il tentativo – che fallirà, o almeno così sembra – del governo Monti di introdurre il lavoro gratuito nella scuola.

    Una cosa alla greca». Ha colto un punto la perifrasi infelice usata ieri dal segretario della Uil Luigi Angeletti per descrivere l’incremento delle ore di lavoro per i docenti della scuola che il governo ha introdotto nella legge di stabilità. Con questa norma spericolata e contraddittoria si vuole introdurre il lavoro gratuito nella scuola, realtà ben conosciuta negli ambienti del lavoro privato in Italia, come da poco anche nel pubblico impiego in Grecia.

    Una prospettiva che alimenta la protesta dei sindacati. I Cobas hanno annunciato la partecipazione allo sciopero generale e alla manifestazione del 24 novembre lanciata da Cisl, Gilda, Snals e Uil e propongono anche alla Cgil di incontrarsi per organizzare un corteo unitario. La Gilda ha deciso di boicottare le gite degli studenti.

    Nel frattempo il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo potrebbe avere individuato la via d’uscita dal tunnel dove si è infilato con troppa leggerezza. Grazie alla mediazione del suo sottosegretario Marco Rossi Doria, sta concordando con la maggioranza un emendamento al contestatissimo comma 42, quello delle 24 ore gratis. Profumo intenderebbe stralciare la norma e discuterla separatamente in un negoziato sul rinnovo del contratto nazionale per il personale della scuola nel 2014.
    Le incognite sono però ancora sul tavolo. Nella legge di stabilità il governo ha fissato un taglio alla scuola che ritiene «inderogabile».
    Alla fine del consueto «assalto alla diligenza» che avverrà nelle prossime settimane, il taglio di 723 milioni alla scuola resterà
    immutato. E gli insegnanti precari, i veri bersagli di questa manovra, continueranno a sudare freddo. Nella relazione tecnica che accompagna la legge di stabilità, l’unico strumento per svelare il mistero dell’aumento dell’orario di lavoro, sono ancora loro nel mirino.

    Resta infatti la decisione di obbligare i docenti di ruolo a lavorare fino a 6 ore in più «senza ricevere più una remunerazione aggiuntiva». Sarà il dirigente scolastico a stabilire a quali docenti assegnarle. Questo è il «contributo di solidarietà» chiesto da Profumo al mondo
    della scuola per garantire la stabilità dei conti del suo governo. Un colpo di mano che non ha solo cancellato le relazioni sindacali e il
    contratto nazionale, ma nasconde un’insidia per i precari perché cancella gli «spezzoni di cattedra», anche di due o tre ore,
    fondamentali per accumulare punteggio in graduatoria, e strappare il reddito per un anno.

    Secondo il governo, la norma «non comporta modifiche e in particolare riduzioni di organico[...] mantiene immutato l’orario di cattedra». Dunque non ci sarebbero licenziamenti tra i precari. Vediamo però i dati nel dettaglio. Oggi gli spezzoni orari sono 20.752 nella scuola di primo e di secondo grado, e vengono assegnati ai docenti precari. Il governo intende fare coprire la metà di questi spezzoni (9.269) dai docenti di ruolo, mentre i restanti 11.483 dovrebbero continuare ad essere attibuiti ai «supplenti». Alla luce di questi dati si può concludere che, in ogni caso, ci sarà una riduzione di nomine per i precari che insegnano 9.269 ore che per il governo valgono un «risparmio» di 265.705 milioni di euro per il 2012. Questo saldo, lo ha confermato il ministro per i rapporti con il Parlamento Giarda, è «inderogabile» e non potrà essere sfiorato nel corso dell’iter della legge di stabilità.

    Se verranno confermate queste cifre, il taglio dei precari non sarà di 100 mila, nè 80 mila, ma di certo sarà una cifra preoccupante (30 mila?). Se, invece, come sembra, nessuno vuole aumentare le ore ai docenti di ruolo, e quindi tagliare i precari, bisognerà reperire queste risorse. Dove? Il mistero continua.



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