Internazionalismo, compagni. Puro e semplice. Dalla Turchia in lotta scrivono al movimento NOTAV. Me la sono riletta, questa piccola lettera, e me la sono covata come un grandissimo tesoro. Rappresenta, ai miei occhi, uno dei momenti più belli e più alti della nostra lotta. E per certuni, una sconfitta peggiore di cento battaglie perdute.
Prima di riportare la stupenda lettera dei Resistenti turchi ai Resistenti Valsusini, due punti devo rimarcare, di opposto segno:
Dicono: “La vostra resistenza e’ la nostra resistenza e questo e’ soltanto l’inizio – la lotta continua!” e questo, credo, renderà meno simpatici i resistenti turchi ai vari giornalisti di regime che ora fanno tanto i solidali con la resistenza turca, che è bella lontana, ma che poi davanti alla resistenza locale in Valsusa e da altre parti nel loro paese sono costretti – dagli stipendi che prendono e dalle veline del potere (pardòn, “direttive editoriali”) ad assumere le posizioni che sappiamo. Non esiste una stampa libera in questo paese, salvo poche eccezioni, così come non esiste in Turchia. Schiavi degli USA, della NATO, dei poteri forti del finto centro-sinistra inciuciato col centro-destra. Quando va detto, va detto: SERVI, VERGOGNATEVI.
Dicono: “…la fiducia gli uni negli altri. In questi giorni a Gezi abbiamo imparato a lottare insieme nonostante le nostre molte differenze interne:…“. Che lezione, che SCHIAFFO MORALE, per tutti quelli che, arrivati da poco, senza aver capito nulla di una lotta ultraventennale che proprio sulla condivisione ha basato la propria forza, vogliono dividere il movimento e giocano a “io sono più puro e rivoluzionario di te”, per dirigere il movimento secondo i propri stereotipi improntati all’esclusione, preoccupati soltanto che gli amati riflettori della ribalta non vengano puntati altrove, e ben lieti se il movimento perderà, ma in maniera pura e dura e fedele alla linea. Sentendo queste parole – dette da chi ha iniziato ieri a lottare ma che ha già capito tutto e incredibilmente proprio al NOTAV, quello vero, si ispira – dovrebbero vergognarsi così tanto da sprofondare sottoterra.
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Cari compagni No TAV,
fratelli di lotta;la Resistenza in Val di Susa, come la Resistenza per Gezi park, e’ una resistenza contro un sistema di interessi e poteri; un sistema di valori che vorrebbe toglierci cio’ che e’ nostro – lo spazio, la valle, il parco, e la possibilita’ di viverci – in nome di un “progresso” che, nei fatti, vuol dire solo il profitto dei pochi che ci investono. Questo profitto e’ una forma di oppressione del quale la polizia, i lacrimogeni, la censura mediatica, i tribunali, le accuse di vandalismo sono soltanto l’espressione piu’ esterna.
La vostra solidarieta’ ci onora. Non soltanto per il prezzo che continuate a pagare con la vostra resistenza ma soprattutto per quello che voi, come ora noi, avete imparato dalla resistenza: la riappropriazione di cio’ che ci appartiene, il coraggio di restare, l’occupazione, l’autorganizzazione, la fiducia gli uni negli altri. In questi giorni a Gezi abbiamo imparato a lottare insieme nonostante le nostre molte differenze interne: contro i lacrimogeni, si’ ma anche contro la pioggia che ci allagava le tende. Insieme si vince una piazza, insieme si montano le barricate; e insieme si distribuiscono le coperte, si organizza il cibo, si smaltisce la spazzatura, si monta una radio, ci si reinventa una nuova quotidianita’. Come avete fatto voi in questi anni di occupazione in valle.
Mentre i nostri compagni ad Ankara, Antakia, Adana, Izmir vengono attaccati in queste ore ancora una volta da quei poteri forti che noi di Istanbul abbiamo lasciato al di la’ delle barricate appena una settimana fa, noi in questa piazza che ora e’ nostra stiamo imparando a restare uniti e ad avere fiducia nella lotta che ci ha fatti incontrare. Non sappiamo quanto riusciremo a restare qui, non sappiamo ancora che ne sara’ della nostra resistenza dopo questi pochi giorni. Ma abbiamo imparato a lottare insieme. E che da qui si puo’ soltanto imparare ancora di piu’. E siamo sicuri che in questo vi siamo fratelli, nonostante la nostra distanza geografica.La vostra resistenza e’ la nostra resistenza e questo e’ soltanto l’inizio – la lotta continua!
Müştereklerimiz
pubblicato il 11 giugno 2013
Tag: Internazionalismo, NOTAV, piazza taksim, tav, turchia, Val di Susa
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Anche io sto assistendo atterrito a con grande trepidazione alla lotta del popolo Turco contro la dittatura di Erdogan sostenuta dagli USA e dalla NATO. Anche io ho molta paura su come andrà a finire. Ma meglio di me può raccontarci cosa succede chi è stato là in questi giorni. Riprendo questo articolo di Valeria Piasentà contando sulla diffusione e l’ascolto dei compagni che mi leggono solitamente.
Trovate il riferimento qui: ad di là dei nostri schieramenti interni e delle nostre piccole lotte, è importante diffondere e sostenere. Grazie, potete scrivere all’autrice direttamente su: valeria.piasenta@fastwebnet.it
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Arrivo a Istanbul sabato 1 giugno per la Triennale Internazionale dei Giovani, organizzata dalla la Faculty of Fine Arts della Marmara University. L’hotel che mi ospita è in una traversa di piazza Taksim, al centro della rivolta popolare iniziata qualche ora prima.
Il bilancio, dopo una notte di guerriglia urbana, è di sessanta arresti e centinaia di feriti. Amnesty International però parla di almeno due morti e migliaia di feriti in questa notte di «violentissima repressione», alcuni sono diventati ciechi a causa del materiale usato nei fumogeni, si vocifera di una micidiale arma chimica già sperimentata dagli Usa in Vietnam. Dopo la manifestazione con cariche della polizia Istiklal Caddesi, la più nota via dello shopping, è un fiume di fango generato dagli idranti, e di immondizia. Le vetrine sono sfondate, qualche negozio saccheggiato e bruciato, forse da provocatori infiltrati o forse dai lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo. Il tanfo dei lacrimogeni è ancora molto persistente e irrita naso e occhi, i muri sono coperti di scritte contro il governo ‘fascista’ e la polizia, da bandiere e striscioni, il più imponente è quello verde chiaro di Greenpeace alto oltre tre piani e issato sulla facciata di un prestigioso palazzo a metà della Istiklal. Piove mentre qualche commerciante asciuga mobili e pavimenti, ma in tante vetrine è esposta la bandiera con ritratto di Atatϋrk sotto la mezzaluna bianca: i commercianti sono con chi si ribella.
Venerdì i manifestanti hanno riempito le strade e le piazze dal ponte di Galata a piazza Taksim, costruendo barricate intorno ai quartieri degli artisti e degli intellettuali: qui ha aperto il suo Museo dell’innocenza lo scrittore Orhan Pamuk, qui si alimenta l’immaginario di Özpethek, qui sono state girate molte ambientazioni dei films di Akin, il regista de La sposa turca. Qui, in piazza Taksim, si apre l’ingresso al Gezi Park. Quest’unico polmone verde nel quartiere di Beyoğlu e dei limitrofi, è molto amato dai cittadini che lo frequentano assiduamente nel tempo libero. Dopo la demolizione di una caserma ottomana, quest’area a destinazione paesaggistica è stata inserita nel piano di risanamento urbanistico voluto da Kemal Atatϋrk, il primo presidente della Turchia repubblicana. Ora il governo in carica intende distruggerlo per costruirci un grande centro commerciale con alberghi di lusso e una moschea. La distruzione del parco è funzionale al programma politico del primo ministro Erdogan: annientare i simboli dello Stato repubblicano per sostituirli con quelli di un Paese confessionale. Durante il suo mandato ha già fatto erigere 17.000 moschee e ora si appresta alla costruzione della moschea con i minareti più alti del mondo. I suoi piani di edificazione mirano alla conquista di un ricco turismo religioso in arrivo dai Paesi arabi, gli stessi che stanno investendo qui i proventi del petrolio. Poco importa al governo in carica il parere dei cittadini di Istanbul, tantomeno di chi ora protesta che per Erdogan si tratta di pochi individui manovrati dal terrorismo internazionale.
Le testate estere battono da subito la notizia degli scontri scrivendo, con molta leggerezza e poca conoscenza della realtà turca, che si tratta di una manifestazione di ambientalisti. Ma ancora per alcuni giorni i media filo-governativi nazionali saranno silenziati, specie i canali televisivi che trasmettono soap e partite di calcio, o repliche in loop di una intervista a Beppe Grillo che sostiene «destra e sinistra non esistono» (vorrei lo spiegasse ai manifestanti del Gezi Park) mentre i giovani vengono picchiati e incarcerati a migliaia e non si hanno notizie del numero di morti e feriti. Intorno a piazza Taksim telefoni e internet vengono oscurati per ore, a intermittenza. Pare che i Servizi si inseriscano nelle piattaforme dei social, di Facebook in particolare, per inviare messaggi falsi e fuorvianti, come la possibilità di aver cure mediche nel tal ospedale dove poi i manifestanti feriti accorsi vengono arrestati. La guerra moderna si combatte anche per via informatica: gli Anonymous turchi violano siti istituzionali, il governo risponde arrestando gli autori di messaggi twittati in appoggio alla rivolta. Dalle 18 è coprifuoco sul ponte che collega la città costruita a cavallo del Bosforo, fra Asia ed Europa, e su altre vie di comunicazione per impedire alla protesta di sconfinare nei quartieri limitrofi.
Sabato sera i manifestanti si spostano nel quartiere elegante di Besiktas nell’intento di protestare davanti alla sede del partito conservatore di fede islamica del primo ministro, l’Akp, con loro si sposta la ferocia della polizia con atti di violenta repressione. Malgrado ciò la protesta ormai si è allargata in maniera esponenziale, e non si fermerà più. Gli scontri acuti da ora si rilevano intorno alle vie d’accesso al parco sbarrate dalle barricate dei resistenti, sul lungomare fra gli attracchi dei traghetti nel tratto di superstrada da Karaköy a Kabataş. Poi contagia tutte le città turche a partire dalla capitale Ankara, dove gli scontri producono feriti e almeno un morto ucciso da un proiettile d’arma da fuoco alla testa. La polizia spara ad altezza d’uomo. E se le istituzioni stimano qualche centinaia di feriti, le organizzazioni dei medici indicano in almeno 2.500 gli interventi attuati solo fra Istanbul e Ankara nei primi tre giorni di protesta. Giovedì salgono a 5.000 e 4 sono i morti accertati. Migliaia sono gli arrestati, non si sa se detenuti legalmente e in quali condizioni. Giovedì arriva la notizia di un gruppo di arresti fra gli universitari, si tratterebbe di stranieri in Turchia col progetto Erasmus ora indagati per reati di opinione. Attendiamo che si attivino le ambasciate.
Domenica mattina arrivano a Istanbul migliaia di giovani da ogni parte del Paese. Prima della manifestazione si forma un corteo di ragazzi, hanno una pettorina, guanti, grossi sacchi di plastica azzurra e si ordinano in file compatte in una strada di accesso dal mare a piazza Taksim, gli abitanti scendono in strada per applaudirli. Prima che inizi la contestazione i giovani universitari di Istanbul, animatori della protesta, puliscono le strade; poi li ritroviamo fra i cittadini per mantenere costantemente in ordine l’ambiente.
Dopo riunioni estemporanee arrivano in piazza i partiti della sinistra con stendardi e bandiere, come il laico Partito repubblicano del Popolo fondato da Atatϋrk, e tanti lavoratori col caschetto giallo. Si canta davanti al presidio e si danzano in cerchio i balli popolari al ritmo di enormi tamburi di latta. Dall’altoparlante issato all’ingresso del parco si diffondo le musiche e i cori. Una su quattro è la nostra Bella ciao, canto entrato nella tradizione dei comunisti greci come dei turchi del Tkp e dei giovani Partisan marxisti-lelinisti che cominciano a intonarla in italiano seguiti dal popolo, giovanissimi compresi. Questi ragazzi sono informati, uno mi dice: «Italiana, sì? via Erdogan e via Berlusconi!». E’ commovente notare come la nostra canzone partigiana delle valli piemontesi di Sesia e Ossola, mutuata da una canto popolare ottocentesco delle mondine del vercellese e del novarese, sia diventata un inno internazionale di libertà. Il giorno dopo nel corteo verso il parco, un drappello di sole donne senza alcun segno di partito e organizzazione, di età compresa fra i 20 e i 50 anni, si tengono a braccetto formando un festoso gruppo compatto. Cantano Bella ciao in italiano e vengono particolarmente applaudite al passaggio. La sera, le donne dalle loro finestre di casa come i giovani seduti nel bar all’aperto e nei locali più alla moda del quartiere, battono all’unisono pentole e ringhiere in un rumore assordante. Si cominciano ad esporre le bandiere alle finestre, in ogni quartiere della città. Le donne sono sempre di più, di ogni età ma soprattutto ragazze, arrivano anche giovani mamme velate con bambino nel passeggino. Un bambino di circa 8 anni con bandiera rossa e maschera bianca di Anonymous, si lascia fotografare in posa contro il muro dell’Istituto di cultura francese. E’ accompagnato da due giovani donne ridenti e fiere di lui (probabilmente mamma e zia), col velo islamico. I manifestanti non sono solo giovani ma persone di ogni età ed estrazione sociale, questa è veramente una sollevazione di tutta la società di Istanbul, una vera e grande rivoluzione popolare.
Malgrado la situazione sia oggettivamente molto pericolosa, i manifestanti non hanno paura a differenza di molti stranieri che lasciano la zona; delle ambasciate, del Viminale e di Italiani all’estero che consigliano di evitare le parti più pericolose della città (quindi proprio piazza Taksim) e gli assembramenti sospetti, oppure il rientro in patria dei connazionali. La determinazione tranquilla e forte dei giovani di Istanbul è sciolta dalle parole di un lavoratore: «E’ per la libertà». Non molleranno fino alla fine del governo Erdogan, o la loro.
Un altro simbolo rinverdito è dedicato all’eroe nazionale Atatϋrk. La bandiera rossa con il suo ritratto e la mezzaluna è il vessillo più sventolato, dai giovani e giovanissimi soprattutto, e il più esposto nelle vetrine dei negozi e nei bar. In risposta al governo di Erdogan che, da anni e progressivamente, silenzia la festa nazionale del 19 maggio per oscurare il fautore del passaggio alla Repubblica, dopo la lotta di liberazione e le riforme sociali che dal 1923 hanno fatto della Turchia un paese democratico. Nei dieci anni del suo governo, Erdogan ha venduto e privatizzato molte delle aziende di Stato fondate da Atatϋrk per provocarne l’oblio, ma proprio questa ferita nel simbolico collettivo ora gli si sta rivoltando contro. Col sistema dello spoil system ha progressivamente sostituito i quadri dirigenti dello Stato, dai rettori delle università ai militari al corpo burocratico, con uomini di sua fiducia e provata fede islamica, epurando repubblicani e laici. Contemporaneamente tanto giovani di sinistra quanto giornalisti e dissidenti in genere, ma soprattutto i militari – tradizionalmente repubblicani quindi invisi al suo partito confessionale – vengono incarcerati spesso con motivazioni pretestuose. Ma il popolo turco ha una tradizione culturale aperta e laica, non accetta certe imposizioni di matrice religiosa come il divieto di vendere alcolici la sera (un altro segno di dissenso: i giovani manifestano con in mano una bottiglia di birra). La risposta di Erdogan ricorda quella del nostro Berlusconi: lui, dice, è stato eletto dai cittadini che così ne legittimano ogni determinazione. Poco conta come sia stato eletto, in quale clima e con quali appoggi internazionali.
Lunedì mattina alle sette gli operai stanno cambiando le vetrine sfondate e verniciando i muri, noi più tardi inauguriamo la prima sede espositiva in Facoltà. Dopo le presentazioni e un concerto d’archi e pianoforte prende la parola il rettore della Marmara, un uomo di fede governativa, a questo punto si scatena la contestazione: le ultime file composte da studenti turchi si alzano compatte inneggiando alla fine del governo, perché Her yer Taksim.Her yer direniş!. Hanno biglietti appuntati alle maglie con gli slogan dei resistenti che inneggiano applaudendo a mani alte, poi escono in dignitoso silenzio dall’auditorium.
Nel pomeriggio si apre la seconda esposizione a Sultanamet, proprio dietro la Moschea blu, mancano molti studenti turchi che si sono spostati a Taksim per un corteo dove si prevedono scontri perché Erdogan ha promesso ai manifestanti di schierare i suoi in contromanifestazioni ancor più attrezzate e partecipate. Invece non lo farà e la protesta, con le ormai solite pesanti cariche della polizia, si sposterà nella sera in un altro quartiere dove le barricate sono erette per impedire l’accesso alla zona presidiata. I ragazzi arrivano numerosissimi al tramonto, sbarcano al molo di Karaköy con caschi da cantiere e mascherina, risalgono la Istiklal e, quando incontrano i gruppi che scendono la strada dal presidio di piazza e giardino cui danno il cambio per tutto il giorno e la notte, lanciano slogan applaudendosi con le mani sopra la testa, come i residenti dai margini del corteo e dalle finestre.
Martedì iniziano i primi scioperi, insieme ai partiti e a tanto popolo sempre più eterogeneo e vario arrivano in corteo i sindacati con i loro servizi d’ordine. Le manifestazioni sono composte e creative, i problemi si creano con gli interventi della polizia. Le telecamere dei cronisti giunti da tutto il mondo funzionano da deterrente alla violenza gratuita dei poliziotti, e ora in piazza la situazione è più tranquilla rispetto a quello che avviene in luoghi meno sorvegliati dai media.
Le attività illiberali del primo ministro Erdogan hanno sortito lo scopo di compattare tutta la società turca coi suoi partiti, movimenti, etnie, ecc. e solo i religiosi oltranzisti si sottraggono quando non girano armati di coltelli per intimidire i residenti, come nel multietnico e popolare quartiere di Çukurcuma. Qui hanno sede studi di giovani emergenti e gallerie d’arte come quella dove dovrebbe inaugurarsi il 4 la nostra terza esposizione, che aprirà invece solo il 5 e in tono sommesso, mentre quel giorno saltano le proiezioni dei filmati all’Istanbul Modern, chiuso provvisoriamente per motivi di sicurezza. Non ci sono problemi invece per i seminari ospitati alla Salt Gallery, della Banca Ottomana: qui, come altrove, il sistema bancario internazionale è intoccabile.
Giovedì arriva la notizia di uno sciopero generale, il regista Özpethek ha annunciato la sua partecipazione. Già dalla prima mattinata i traghetti sbarcano in continuazione centinaia di manifestanti che coi loro striscioni e bandiere salgono la Istiklal verso il parco. Anticipati da gruppi di studenti medi con vassoi di cibo e di acqua, per chi ha passato la notte al presidio. Intanto, e in forma anonima, arrivano aiuti economici da ogni parte del mondo. Questa sera è previsto un concerto in piazza.
pubblicato il 11 giugno 2013
Tag: piazza taksim, rivolta, turchia
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La figura veramente ridicola che personalmente feci davanti a Franca Rame me la ricordo come fosse oggi.
La senatrice Franca Rame faceva parte della Commissione Senatoriale per indagare sull’uranio impoverito, ed io ero Consulente di quella Commissione. Eravamo nel 2007. Era uno dei tanti aspetti nei quali Franca esplicitava la sua lotta, il suo impegno, la sua militanza. Molti altri già ne scriveranno, io voglio invece raccontare il mio ricordo personale.
Ci eravamo visti a Torino nel 2005, quando si fece la prima grande manifestazione torinese per il NOTAV, dopo i fatti di Venaus. Invece per “l’uranio” ci sentimmo varie volte al telefono e ci incontrammo in Senato durante le audizioni in cui la Commissione ascoltò le mie relazioni.
Franca era molto impegnata ed attenta sull’argomento dell’Uranio impoverito, mi rivolgeva domande, chiedeva supporto per dirimere i tecnicismi, voleva essere efficace. Dietro sua proposta, ci demmo subito del tu, e lavorammo in maniera ottima.
Nell’ultima riunione cui presenziai, nel dicembre del 2007, successe il fattaccio. Avevo consegnato a tutti una copia cartacea della relazione di quel giorno, e ne conservavo una per me. Alla fine della riunione, mi avvicinai a Franca Rame per salutarla, e qui dissi, tenendo in mano la mia copia della Relazione: “SIGNORA Rame, mi scusi se la disturbo, ma insomma, vede, io, non so, se posso chiederle un autografo, perché sa, io, ehm, sono sempre stato un suo grandissimo ammiratore, e quindi, insomma, non so se posso permettermi…” e veramente mi rivolsi così a Franca, dandole del lei e diventando rosso in viso e fino alla punta delle orecchie.
Franca era una grande donna, in ogni senso, e probabilmente aveva una certa consuetudine nel trattare con ammiratori totalmente nel pallone ed assolutamente conquistati, come ero io. Magari – forse – non si aspettava di trovarne uno anche in Commissione Uranio al Senato, nei panni di un serio professore e consulente. Si mise a ridere, ma lievemente, come poteva ridere una madre di un figlio che le confessava una innocente marachella, e mi disse: “Ma professore (anche lei dandomi “del lei”), mi pare un po’ improprio, sono io che dovrei chiedere a lei un autografo, lei è un grande esperto in materia… beh beh, dia qui, suvvia…”.
Prese la mia copia e scrisse “…con un po’ di imbarazzo, ma con affetto. Franca Rame“.
A quel punto mi ripigliai dal coccolone e ci facemmo una gran risata. Però quella Relazione me la tenni stretta e la conservo. Evitai di fare l’ulteriore magrissima figura di chiederle una foto insieme, anche se poi ogni tanto me ne sono pentito.
Ci sentimmo altre volte, poi, sia con Franca che con Dario, ancora in occasione delle lotte universitarie di mobilitazione contro la Gelmini alla fine del 2010, quando ad un certo punto dovevo andarli a prendere sotto casa per portarli a parlare al mio Politecnico, a Torino. Ma quel giorno Dario non stava molto bene e non riuscimmo a farcela.
Oggi, per tutta stanotte e fino a domattina, al Piccolo Teatro di Milano, c’è la camera ardente per Franca.
Dario Fo questa mattina era lì davanti. Accoglieva le persone all’ingresso, faceva per lei da cerimoniere. Come se Franca fosse dentro il teatro per un’iniziativa delle sue; lui stringeva le mani a tutti, con tutti parlava, tutti ringraziava.
Dario Fo – vedendolo, oggi – era un uomo addolorato, ma non piegato. Fiero di lei, oltre la morte, per quello che lei è stata per lui e per tutti, per quello che insieme hanno costruito, dato e ricevuto, nel tempo.
Con un po’ di imbarazzo, ma con affetto, Franca, io te lo dico adesso: non si poteva non essere innamorati di te.
Massimo Zucchetti, tuo ammiratore.
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P.S. – Ringrazio Anna Migotto. Sue sono le foto e sue sono le impressioni di oggi, al Piccolo Teatro di Milano. Grazie.
pubblicato il 30 maggio 2013
Tag: dario fo, franca rame, uranio
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Ho conosciuto Don Andrea Gallo. L’ultima volta l’ho visto vicino a Torino, a Collegno, quando venne in Piazza Che Guevara per ricordare il 44esimo anniversario della scomparsa fisica del Che, il 9 ottobre del 2011.
Perché Andrea Gallo era così: prete e cattolico senza se e senza ma, comunista, antifascista, cittadino, partigiano, notav (molte le “nostre” bandiere oggi), nonviolento e mille altre etichette: etichette che comunque a lui non piacevano.
Oggi ero ai suoi funerali, come altre decine di migliaia di persone a Genova: il popolo di Don Gallo. E mi sono mescolato volentieri a quella folla, uno qualunque, uno che c’era e lo ha salutato a modo suo.
Ci sono stati dei bei momenti, e delle belle parole dette da belle persone. Ma la sensazione che in me, come credo in molti altri, è aumentata man mano, è stata quella di una perdita grave, e per il momento forse insanabile.
Nessun uomo o donna è insostituibile, certo, e Andrea Gallo ha avuto una vita lunga (era classe 1928, come il Che Guevara, come Pinelli, e come mio padre), proficua nel dare e nell’essere efficace, e il Don non si è mai risparmiato: c’è stato il suo tempo ed è stato un tempo invidiabile.
Ma proprio sentendo parlare – per ricordarlo – chi ha parlato oggi al suo funerale, questa sensazione si è fatta più forte. Raramente ho sentito ad un funerale (con una eccezione che ricorderò dopo) sentimenti e discorsi migliori e molto alti: Don Luigi Ciotti, Marco Doria, Adelmo Cervi, Maria Rita Rossa, Vladimir Luxuria, i ragazzi della comunità San Benedetto al Porto, Moni Ovadia.
Ma ognuno di loro, pur – ripeto – esprimendo concetti e parole bellissime e che mi hanno trovato spesso ad applaudirli, e che mi hanno toccato a volte il cuore, ha espresso soltanto un lato, un aspetto, o alcuni degli aspetti di Don Gallo.
Ci si guardava fra di noi, almeno fra alcuni di noi lì in piedi per tre ore fuori dalla chiesa, e ci siamo detti: non c’è più nessuno qui come Don Gallo, che sapesse essere tutte le cose insieme che lui era, senza ambiguità: e senza doverne tacere nemmeno una.
Loro – che hanno parlato – e noi che ascoltavamo, necessariamente “interpretavamo” Don Gallo secondo la nostra sensibilità, secondo la nostra visione parziale delle cose, coincidendo con lui per qualcosa o per molto. E se devo citare chi ho sentito più vicino, più forte, più “Don Gallo”, ovviamente secondo me, devo stringere in un abbraccio il mio amico Moni Ovadia.
Ma forse, per poter pensare di essere efficaci e nuovi, come lui è stato, occorre essere tutto quanto era lui, a trecentosessanta gradi, e non solo dei pezzetti, anche se dei pezzetti belli e giusti.
Ci siamo guardati e ci siam detti: va bene, dai, cercheremo di andare avanti noialtri, e con quelli che ci sono. Ma stavolta l’hai fatta grossa prete, come ha commentato qualcuno che l’ha conosciuto meglio di me, rivolgendoglisi in quel modo affettuoso, confidente e dolcemente ruvido che solo chi l’ha conosciuto davvero capisce.
Ah, dimenticavo la nota stonata: ha parlato anche il cardinal Bagnasco, che ha avuto la bella idea di citare quasi subito il cardinal Siri. Beh, che Dio li perdoni, tutti e due.
pubblicato il 25 maggio 2013
Tag: Andrea Gallo, Don Ciotti, Genova, Moni Ovadia
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Leggo oggi:
Lo studioso John Oetting intervistato da Panorama fornisce ampie rassicurazioni sul Muos. Il fisico: «Un forno a microonde più pericoloso del radar Usa»Lo studioso John Oetting intervistato da Panorama fornisce ampie rassicurazioni sul Muos. Un forno a microonde sarebbe più pericoloso del radar in costruzione a Niscemi. Parola di John Oetting. Lo studioso di fisica applicata alla Johns Hopkins University, intervistato da Panorama, da domani in edicola, fornisce ampie rassicurazioni sul Muos, il programma di comunicazione satellitare che consentirà ai militari Nato di inviare dati ovunque essi siano, con una capacità dieci volte superiore a oggi.
Non riporto il link panoramesco, ma questa, fra le tante riprese innocenti di questa notizia: http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/palermo/notizie/cronaca/2013/8-maggio-2013/fisico-un-forno-microonde-piu-pericoloso-radar-usa-2121045438370.shtml
Molto bene. Peccato che il “fisico indipendente” intervistato faccia parte del APL, l’Applied Physics Laboratory della Johns Hopkins University:
http://www.jhuapl.edu/
e che ivi faccia questo lavoro:
John D. Oetting, Project Manager + Lead Systems Engineer, MUOS Project, che non penso sia il caso di tradurre, ma per il quale mi complimento: certamente essere Manager di Progetto per il MUOS e ingegnere-capo dello sviluppo del Sistema MUOS è una grande responsabilità.Il fisico indipendente lavora per il sistema MUOS, per il quale è l’autore principale dei rapporti del APL sul MUOS stesso. Leggo cosa dice il nostro scienziato indipendente sul sito militare del MILSAT Magazine, credo un giornale di scienziati pacifisti e contro la guerra:
“APL’S ROLE IN THE MUOS PROGRAM: APL has been involved in the MUOS program for more than 10 years”. APL è stata coinvolta nel programma MUOS da oltre 10 anni.
http://www.milsatmagazine.com/cgi-bin/display_article.cgi?number=850348051e non approfondisco. Non voglio arrivare a conoscere i flussi di finanziamento che questo progetto produce, da chi arrivano i denari, come vengono spesi, nelle tasche di chi finiscono. Ne ho pudore, e come gli stoici non voglio appesantire il carico delle nefandezze che conosco.
Credo però che una piccola ricerchina su internet, prima di intervistare una persona, sia perlomeno necessaria. Io ci ho messo poco, un quarto d’ora.
Nel merito scientifico, se mai fosse il caso, al nostro collega che lavora per i militari e che è appassionato di forni a microonde suggerisco di leggersi il Rapporto che proprio l’altroieri un gruppo di lavoro di scienziati indipendenti cui appartengo ha presentato all’Istituto Superiore della Sanità, nel quadro degli studi, molto lunghi e approfonditi, che stiamo compiendo sulla pericolosità del NRTF e del MUOS. Oppure quello del 2011 per il Comune di Niscemi, che è stato recepito anche dalla Regione Sicilia per revocare le autorizzazioni:
http://staff.polito.it/massimo.zucchetti/RelazionRischiAssociatiRealizzazioneMUOS1.pdf
Questi studi sarebbero quindi, per il nostro scienziato indipendente, del tutto inutili. Non credo sia il caso di entrare nel merito tecnico e scientifico, io sono un professore universitario ed ho una certa credibilità, e non mi paga nessuno se non la mia Università.Un piccolo sospiro di sollievo l’ho tratto, quando ho fatto un’altra ricerca internet, sul sito della Johns Hopkins University
nel rilevare come del nostro scienziato indipendente non vi sia traccia, perlomeno fra i professori, fra quelli che – in qualche modo – dovrebbero essendo a contatto con i giovani e insegnare loro non solo i principi della fisica, ma anche i principi dell’etica scientifica e il concetto di indipendenza della scienza.
Non aggiungo alcun commento, vado al bar a prendere un’acqua brillante e un antiemetico perché in questi casi ho sempre dei leggeri conati di vomito. E dato che di questi episodi me ne capitano purtroppo spesso, l’ho sempre con me in borsa.
pubblicato il 9 maggio 2013
Tag: MUOS NOMUOS Niscemi
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Oggi ho partecipato, come quasi tutti gli anni, ad una cerimonia organizzata dalla mia sezione dell’ANPI, la “Dante di Nanni” di Torino, che proprio voleva ricordare l’eroismo di Dante di Nanni, partigiano dei GAP, ucciso dopo strenua resistenza da fascisti e nazisti il 18 maggio 1944. Reduce da un’azione insieme ad altri partigiani dei GAP, ferito gravemente, si rifugiò insieme a Giovanni Pesce in una casa di Via San Bernardino, nell’allora popolare quartiere di San Paolo a Torino.
Mentre Giovanni Pesce lo lasciava per andare a cercare un trasporto in un ospedale, date le sue gravi condizioni, Di Nanni veniva circondato dai nazifascisti e – dopo averne uccisi e feriti molti – terminò la sua resistenza di molte ore affacciandosi al balcone, salutando a pugno chiuso e precipitando di sotto. A pugno chiuso, perché Dante di Nanni era comunista.
Ascoltando oggi i discorsi delle mini-autorità presenti alla cerimonia, immediatamente mi è sovvenuta una riflessione di Norberto Bobbio e di Giorgio Bocca.
Nell’articolo “Resistenza incompiuta”, del 1966, Norberto Bobbio scriveva che, se proprio si voleva trovare una “caratterizzazione sintetica, comprensiva, del significato storico della Resistenza e del rapporto tra Resistenza e il tempo presente, non parliamo di Resistenza esaurita (e neppure tradita o fallita), ma di Resistenza incompiuta. Purché s’intenda l’incompiutezza propria di un ideale che non si realizza mai interamente, ma ciononostante continua ad alimentare speranze e a suscitare ansie ed energie di rinnovamento”. Giorgio Bocca riprese questo titolo per l’ultimo capitolo del suo libro ”Storia dell’Italia partigiana”.
In un suo scritto più recente, la Prefazione alla riedizione nel 2004 del suo “Partigiani della Montagna”, Giorgio Bocca era più amaro e tagliente: “…la Resistenza e l’antifascismo democratico appaiono sempre più sgraditi, sempre più fastidiosi al nuovo potere. Padroni arroganti e impazienti non accettano più una legge uguale per tutti, la legge se la fabbricano ad personam con i loro parlamenti di yes-men”. Evidente il riferimento al berlusconismo, a Silvio Berlusconi in persona, ed alle leggi – ad personam – fra le quali brilla il famigerato “Lodo Alfano”. Lo stesso Alfano che è oggi vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Interni del governo presieduto dal PD Enrico Letta.
Ho assistito oggi ad un’ulteriore metamorfosi e ad un peggioramento che non credevo possibile neppure nei miei incubi peggiori. Ho sentito oggi, da un giovane esponente del Partido Democratico chiamato a celebrare Dante di Nanni, partigiano dei GAP, un alato discorso che invitava alla concordia e a non “demolire tutti i valori fin qui conquistati anche se qualche cosa nella politica attuale non ci piace”.
Traduco: noi del PD abbiamo fatto il governissimo con Berlusconi, mettendo Alfano vicepremier e ministro dell’interno, ed ottenendo per la fiducia al governo i voti della nipote del Duce, ma questo deve andarvi bene o perlomeno lo dovete ingoiare in nome del Supremo Bene Nazionale. Nel discorso, così come pure negli altri che hanno parlato, non un cenno approfondito alla figura di Dante di Nanni, di Giovanni Pesce, dei GAP, del sacrificio di Dante e di quello che ha significato per la Resistenza e per quelli che sono venuti dopo. Solo – o quasi – politica attuale: una buona occasione per strumentalizzare un avvenimento e per fare un bel comizio. Gli stessi che accusano da sempre le forze “di sinistra” di strumentalizzare la Resistenza e di monopolizzare l’antifascismo, si macchiano di una colpa altrettale se non peggiore: violentare il vero significato della Resistenza e strumentalizzarlo ai propri fini politici di piccolissimo cabotaggio.
Effettivamente, scriveva sempre Norberto Bobbio “l’Italia non è diventata quel paese moralmente migliore che avevamo sognato: la nuova classe politica, salvo qualche rara eccezione, non assomiglia in nulla in quella che ci era parsa raffiguratain alcuni protagonisti della guerra di liberazione, austeri, severi con se stessi, devoti al pubblico bene, fedeli ai propri ideali, intransigenti, umili e forti insieme; anzi ci appare spesso faziosa, meschina, amante più dell’intrigo che della buona causa, egoista, tendenzialmente sopraffatrrice, corrotta politicamente se non moralmente e corruttrice, desiderosa del potere per il potere e peggio del grande potere per il piccolo potere”. Parole che sono state scritte oltre quarant’anni fa pensando alla classe politica democristiana di allora, ma che si applicano perfettamente all’oggi. E – purtroppo – non solo e non più ai Berlusconiani e assimilati.
All’uscita, molto perplesso, ne ho parlato con un amico: il partigiano Gino, partigiano della Brigate Garibaldi e grande figura della nostra sezione “Dante di Nanni”. Uno che ha combattuto, che ha fatto “azioni” ed è stato, nel suo piccolo, un eroe, ma che oggi non vuole mai salire sui palchi ed apparire in prima fila. Gli ho esternato tutta la mia amarezza per questo ulteriore approfondirsi dell’incompiutezza della Resistenza, che si avvicina, purtroppo, sempre più ad un tradimento. I “Resistenti per un giorno” o al massimo per la settimana che va dal 25 aprile al Primo Maggio, sono ormai una schiera folta e sempre più ripugnante. E quasi più fastidiosa di quelli che la Resistenza la rinnegano, la odiano, la criminalizzano: i neofascisti di ieri e di oggi. Chiediamo ai signori al governo oggi, governo fatto insieme ad un partito che a suo dire della Resistenza rivendicherebbe gli ideali, cosa pensano dell’antifascismo. Le loro risposte, obbrobriose, sono ben note.
Gino mi ha detto: “Massimo, t’las rasun, ma lasie perde, a val nen la pen-a“. Tradotto dalla nostra lingua madre piemontese “Massimo, hai ragione, ma lasciali perdere, non vale la pena”. Giustissimo Gino, lasciamoli perdere: saltiamo questa generazione, davvero fatta di politici molto piccoli e di cortissimo cabotaggio, e speriamo nella prossima. Aspettiamo di nuovo un Ferruccio Parri, n Sandro Pertini: da qualche parte prima o poi dovranno pur saltare fuori, mica sarà sempre PD, PdL, Monti, Lega ed assimilati.
Proprio per questo è un grandissimo onore ed un segno di speranza, per me, la bella foto del partigiano Gino con mio figlio Stefano ed il fazzoletto dei partigiani.
Guardiamo avanti, comportiamoci come se costoro fossero trasparenti. E’ l’unico modo per sopportarli.
pubblicato il 29 aprile 2013
Tag: 25 aprile, antifascismo, Bobbio, Dante di Nanni, Giorgio Bocca, Liberazione, resistenza
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Le notizie sul MUOS (Mobile User Object System), l’enorme complesso di telecomunicazioni militari in costruzione vicino a Niscemi, in Sicilia, stanno arrivando ad un parossismo che sfiora il grottesco: ci sarebbe da divertirsi, se non fosse purtroppo in gioco la vita futura dei Niscemesi e di tanta popolazione circonvicina.
Il 29 marzo scorso – il giorno prima della grande manifestazione che ha visto 10.000 persone sfilare pacificamente contro il MUOS – è divenuta finalmente ed effettivamente operativa la revoca delle autorizzazioni alla costruzione del MUOS, rilasciata dalla precedente giunta Lombardo. Il presidente Rosario Crocetta ha tenuto fede agli impegni, insieme all’assessore all’ambiente Maria Lo Bello, e dietro la spinta di tutta l’Assemblea Regionale Siciliana, ed uno per tutti citiamo l’onorevole Giampiero Trizzino. Si veda nella figura qui sotto il testo finale della Revoca.
A questo punto, il cantiere del MUOS è abusivo: non vi è alcuna autorizzazione alla prosecuzione dei lavori, e – fatta salva la possibilità di ricorrere al T.A.R. entro 30 giorni – i lavori devono essere sospesi.
La revoca delle autorizzazioni è stata emessa in data 29/03/2013 ed è stata notificata ai soggetti interessati (tra cui U.S. Navy/Comando 41 stormo di Sigonella e Department of the Navy Napoli-Capodichino): come si spiega allora la prosecuzione dei lavori nel cantiere MUOS che sta avvenendo in questi giorni?
Ci sono prove certe che i lavori di costruzione del MUOS continuano nonostante sia operativa la revoca delle autorizzazioni. Questo è un reato, signori della US Navy. Cosa aspetta la procura a sequestrare quel cantiere abusivo?
Le prime prove sono arrivate con un video ripreso il 7 aprile:Dopodiché sono arrivate altre prove inequivocabili, come le fotografie che pubblichiamo in questo articolo, tutte datate fra il 7 e il 9 aprile.
Ecco il servizio del TGRegionale Sicilia di ieri, 9 aprile:
Quindi, imperterriti, gli americani continuano a cercare di ultimare il MUOS, noncuranti delle prescrizioni delle autorità. Un comportamento inqualificabile: peccato che a Palazzo Chigi sieda ora, sebbene con poteri limitati, il professor Mario Monti che si è sempre schierato con i potenti alleati statunitensi in ogni occasione, per non parlare del Ministro dell’Interno.
Ricordando i fatti di Sigonella negli anni ’80 ed il ben diverso comportamento in quel caso di Bettino Craxi, vien da dire scherzosamente la famosa frase in romanesco: “aridatece er puzzone!”.
Nel frattempo, nessuna traccia della famosa “Commissione” che avrebbe dovuto valutare i rischi ambientali e per la salute del MUOS e delle 41 antenne già esistenti nel NRTF di Niscemi: è molto meglio continuare facendo finta di nulla e dimenticandosi tutte le parole date.
Anche a fronte dei nuovi dati sulle misurazioni dell’ARPA Sicilia effettuate nel mese di dicembre e gennaio:
http://www.nomuos.org/documents/monitoraggio_ARPA_2012-2013_in_continua.pdf
Dice l’ARPA: “in tale periodo i valori del campo elettromagnetico si sono mantenuti quasi costantemente al di sopra del valore limite previsto dalla normativa vigente”.
Appare quindi chiaro perché il signor Monti, i ministeri della Salute e dell’Ambiente, e gli americani – tutti uniti nella lotta – non parlino più di Commissione e di impatto ambientale: i risultati potrebbero non essere quelli da loro dati per certi. E’ meglio costruire e non dar retta a nulla e nessuno.
Ma c’è un ma. La popolazione di Niscemi ha deciso di rendere operativa la revoca dal basso. Questa mattina gli operai del cantiere abusivo sono stati bloccati dai presidianti NOMUOS e non sono potuti entrare. Momenti di tensione fra alcune attiviste delle “mamme NOMUOS” e gli operai.
La polizia annuncia che da domani gli operai non saranno più scortati, forse sperando nell’innesco di una “guerra fra poveri”. Ma domattina è prevista una presenza molto numerosa di presidianti provenienti anche dai Comitati circonvicini.
Uniti si vince, massima solidarietà e condivisione. Dove non arriva uno Stato servo e mentitore della parola data, arriva la gente: la gente di Niscemi e di tutta la Sicilia. Siamo con voi.
pubblicato il 10 aprile 2013
Tag: elettrosmog, Impatto ambientale, incidente, manifestazione, monti, MUOS, Niscemi, NOMUOS
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Parrebbe molto consolidata la corsa di Emma Bonino alla Presidenza della Repubblica, per sostituire Napolitano.
Vediamo alcune ragioni per le quali, secondo il sottoscritto, questa elezione sarebbe una delle più gravi jatture della storia politica italiana, seconda probabilmente soltanto alla comparsa di Berlusconi sulla scena politica.
Da pacifista, mi ricordo molto bene la Bonino del 1999. “Guerra giusta” ebbe il coraggio di proferire, non capendo che si trattava di un ossimoro, parlando dell’aggressione alla Jugoslavia del 1999, cui il signor baffino D’Alema partecipò con grande entusiasmo, posto sul soglio della Presidenza del Consiglio, pugnalando Prodi, proprio con lo scopo di fare la guerra con la copertura della pseudo sinistra. La Bonino diede fondo alla peggiore risma di stereotipi, da “Milosevic dittatore sanguinario”, alla “popolazione albanese del Kosovo cacciata dalla pulizia etnica”, ai “campi di sterminio”. Tutte colossali balle, come poi è venuto fuori, senza che mai nessuno – tra Bonino e PD e l’alacre coro dei fautori della guerra della NATO, inclusi alcuni fini e stimatissimi intellettuali - abbiano mai ammesso la colossale bufala costruita ad arte per smembrare quel che restava della Jugoslavia e consegnare il Kosovo all’UCK, che non erano “i partigiani” buoni, come Bonino e i suoi accoliti cercarono di farci credere, bensì un’organizzazione criminale di trafficanti di droga ed assassini, cui la NATO concesse di buon grado la mano libera in Kosovo, così da fare – quella volta sì – “pulizia etnica” di ogni serbo che capitava loro a tiro. Nel frattempo, il Montenegro diventava, sempre con l’appoggio della NATO e suppongo il plauso della Bonino, il più grande casinò per il riciclo di denaro sporco della mafia internazionale e grande centro di smistamento del traffico di stupefacenti, degno contraltare europeo dell’Afghanistan “pacificato” nel quale l’impulso alla produzione di oppio portò, grazie all’intervento salvifico delle truppe democratiche, ad una sestuplicazione dell’oppio pprodotto e smerciato sul mercato internazionale della droga, dal quale gli Stati Uniti ed i loro alleati, non tutti in verità muniti di vademecum con il premio Nobel per la Pace, traggono grandi vantaggi.
Torniamo alla signora Bonino. Nel 1994 si candidò – proprio agli inizi – con “Forza Italia” fondata da Berlusconi, Dell’Utri e Previti. Restò alleata con il centrodestra fino a quano le convenì, cioè per dodici anni, fino al 2006.
Memorabile, nel 1994, un comizio a Palermo in combutta con Berlusconi e Tiziana Parenti, durante il quale espresse forti opinioni contrarie alle indagini su mafia e politica.
Emma Bonino deve la sua nomina nel 1994 a Commissario Europeo a Berlusconi, pattuito guiderdone per il suo appoggio alla disastrosa ascesa del nostro miliardario preferito alla Presidenza del Consiglio.
Berlusconi la candidò al Quirinale già nel 1999, poi fortunatamente venne eletto Azeglio Ciampi. In compenso, ancora nel 2005, la “super partes” Bonino dichiarava di “apprezzare ciò che Berlusconi sta facendo come premier” (ogni commento è superfluo)
Nel 2010 la Bonino fece da sponda all’editto di Berlusconi contro Annozero e Santoro: il voto radicale in Vigilanza fu decisivo per chiudere i talk e abolire l’informazione tv prima delle elezioni.
Riportiamo, presa direttamente dal suo sito, una memorabile dichiarazione della Bonino sul TAV, piena di grande rispetto e voglia di dialogo. “CHI SI SPACCIA PER ALFIERE DELLA DEMOCRAZIA TIENE IN REALTA’ IN OSTAGGIO UN’INTERA VALLE E UN INTERO PAESE. NON CE LO POSSIAMO PERMETTERE. Roma, 4 aprile 2008″ – Dichiarazione di Emma Bonino (Ministro per il commercio internazionale e per le politiche europee, capolista al Senato in Piemonte per il Partito Democratico): “Esprimo, innanzitutto, piena e forte solidarietà a Mercedes Bresso, Sergio Chiamparino e Antonio Saitta. Tira nel Paese una brutta aria: si impedisce con la violenza a Giuliano Ferrara di tenere i suoi comizi; si impedisce ai rappresentanti delle istituzioni locali di incontrare la popolazione della Val di Susa. Una rumorosa minoranza che si spaccia per alfiere della democrazia diretta tiene in realtà in ostaggio la grande maggioranza della popolazione della Valle ma tiene anche in ostaggio un intero Paese, che rischia di essere sempre di più emarginato dalle grandi vie di comunicazione europee. Non ce lo possiamo permettere. Lo dico con la franchezza che mi riconoscono anche gli avversari più acerrimi: se sarò eletta, continuerò a battermi con tutte le energie per assicurare al Piemonte, all’Italia il collegamento con il sistema di alta velocità europeo”
Alcuni segnali di gradimento per la Bonino arrivano da rassicuranti personaggi della politica. Ad esempio Mara Carfagna, portavoce del Pdl alla Camera : “Mi piacerebbe molto Emma Bonino. Mi sentirei garantita da una donna come lei. Emma Bonino è una figura di garanzia e sarebbe un segnale di grande cambiamento”.
Segnale d’apertura anche da parte del senatore della Lega Massimo Garavaglia: “Bonino al Quirinale? Potrebbe anche essere”,
Concludiamo con una sua encomiabile dichiarazione su un fronte che dovrebbe essere per lei uno dei fiori all’occhiello, visto il suo passato da radicale: “E le nozze gay che per esempio hanno visto un bel confronto tra i democrats americani? Io per esempio sono: per coppie sì, matrimonio no”.
Come tutti coloro che non hanno la memoria corta e che ritengono che al Quirinale debba ascendere una figura realmente rappresentativa e super partes per gli italiani, auspico con tutto me stesso che la Bonino venga cassata nelle sue ambizioni. Se si deve eleggere una donna, sorteggiamo una qualunque fra le milioni di italiane eleggibili: abbiamo il 99% di probabilità di eleggere qualcuno migliore di Emma Bonino. Se non dobbiamo sorteggiare, andiamo “a sentimento”: io eleggerei Franca Rame, che ha almeno avuto il dono in tuttta la vita della coerenza: questa credo sia la prima dote da tenere in conto, proprio quanto manca alla signora Emma Bonino.
pubblicato il 6 aprile 2013
Tag: elezioni, emma bonino, napolitano, presidenza repubblica, quirinale
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Ricevo in copia e volentieri pubblico la lettera che il mio collega del Politecnico di Torino, prof. Angelo Tartaglia, da anni membro della Commissione Tecnica della Comunità Montana Val Susa e Val Sangone, ha scritto ieri al Ministro alle Infrastrutture e Trasporti, Corrado Passera.
Argomento: affermazioni false del Ministro sul TAV Torino-Lione.
**********************
Torino, 24/03/2013
Ill.mo Sig. Ministro alle Infrastrutture e Trasporti
Dr. Corrado Passera
Egregio sig. Ministro,
Lei ha affermato nel corso del TG1 delle ore 20 di sabato 23 marzo u.s. (oltre che in interviste giornalistiche) che la realizzazione della nuova linea ferroviaria Torino Lione porterà a togliere dalle strade 600.000 camion all’anno. La sua affermazione è falsa. Ripeto l’aggettivo che non è scelto a caso: falsa.
Potrebbe obiettarmi che, trattandosi di una affermazione riguardante il futuro, nessuno può oggi dire se sia effettivamente vera o falsa, ma in questo caso margini di incertezza non sussistono: la sua affermazione è irrimediabilmente falsa, in base a previsioni avallate dallo stesso governo di cui Lei fa parte. Alle pagg. da 177 in poi dell’analisi costi benefici presentata nel Quaderno n. 8 dell’”Osservatorio” sulla nuova linea si afferma che nel 2035, sulla ferrovia attraverso le valli Susa e Maurienne, passeranno 39,9 milioni di tonnellate (Mton) di merce all’anno, cioè circa 10 volte il traffico del 2010. Questa previsione è, a mio avviso, scientificamente incredibile, ma immagino che Lei debba considerarla credibile. Nello stesso luogo (pag. 178) si afferma anche che il traffico “previsto” per la nuova linea sarà il 55% del totale sul corridoio, dal che si deduce che il restante 45% passerà su strada per un totale di 32,4 milioni di tonnellate (Mton). Ora 32,4 Mton equivalgono a circa 1,6 volte il flusso su strada attraverso Valle di Susa e Monte Bianco nel 2010, cioè in pratica più di 2 milioni di camion contro i circa 1,2 milioni attuali. Non occorre la matematica finanziaria, basta l’aritmetica, per osservare che all’orizzonte del 2035 secondo Lei, dovrebbero attraversare la Valle di Susa e il traforo del Monte Bianco 800.000 camion in più di oggi. Per la verità, stando alle intenzioni affermate dal suo governo (immagino anche da Lei), nel 2035 non sarebbe in funzione la nuova linea ma solo il tunnel di base. La portata totale della linea resterebbe dunque quella attuale, cioè, secondo Rete Ferroviaria Italiana, non più di 20 Mton all’anno. Ne consegue che, in base al suo scenario, sulla strada dovrebbero riversarsi 19,9 Mton di merci aggiuntive per un totale di 52,3 Mton. Questa cifra equivale più o meno a 3.300.000 camion all’anno; 2,75 volte quelli del 2010, cioè approssimativamente 2.100.000 camion più di oggi (mi perdoni approssimazioni ed arrotondamenti). Incidenti attesi e altri effetti collaterali crescono in proporzione.
Insomma la sua dichiarazione riportata in apertura è palesemente falsa e qualunque cittadino italiano che disponga delle informazioni può verificare da sé la correttezza di quanto scrivo.
Naturalmente non sono in grado di dire se quanto Lei ha detto discenda da una non conoscenza dei dati, indotta dal linguaggio contorto in cui è scritto il suo documento di riferimento, ma la lingua dei numeri è chiarissima ed inequivoca. Se così fosse il fatto mi parrebbe decisamente grave, essendo Lei il ministro competente su decisioni che influenzerebbero la vita di generazioni di italiani e per di più facendo parte di un Governo che ha posto alla base delle proprie decisioni documenti che La contraddicono. Ancor meno posso dire se, essendo a conoscenza dei dati, Lei preferisca giocare sull’ambiguità per convogliare un messaggio scorretto; il che sarebbe ancora più grave, visto il Suo ruolo pubblico.
Qualunque decisione, pubblica o privata, deve a mio parere fondarsi innanzi tutto sulla verità.
Distinti saluti
(Prof. Angelo Tartaglia)
pubblicato il 25 marzo 2013
Tag: Ministro, NOTAV, Passera, Tartaglia, tav, Torino-Lione
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Il giorno 11 marzo si è svolta a Roma una riunione sul MUOS, il radar militare in costruzione a Niscemi che tante polemiche ha suscitato negli ultimi mesi.
Alla riunione, oltre al premier Monti, tre ministri ( Cancellieri, Di Paola e Balduzzi), il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei Ministri Antonio Catricalà, e per i ministeri dell’Ambiente e degli Esteri i sottosegretari Tullio Fanelli e Staffan de Mistura. Con loro il presidente della Regione Sicilia, Rosario Crocetta, gli assessori regionali all’Ambiente e alla Salute Lo Bello e Borsellino.
Nella riunione si è deciso, tra le altre cose, di affidare ad un organismo tecnico indipendente la valutazione dell’impatto ambientale, ed il monitoraggio continuo verificabile delle emissioni elettromagnetiche delle installazioni esistenti (le 46 antenne del NRTF) e del MUOS.
Dice il Comunicato: “Al termine di un’approfondita analisi, i partecipanti alla riunione – spiega un comunicato – hanno convenuto di rispondere alle preoccupazioni delle popolazioni locali riguardo all’impatto sull’ambiente e sulla salute in seguito ai lavori in corso di ammodernamento e potenziamento delle installazioni, con le seguenti linee d’azione che, attraverso i canali del ministero degli Esteri, verranno rappresentate all’amministrazione statunitense”. Prima di tutto “affidare ad un organismo tecnico indipendente (Istituto Superiore della Sanità o altro istituto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità – eventualmente in raccordo con l’Ispra) uno studio approfondito e in tempi brevi di valutazione dell’impatto sull’ambiente e sulla salute delle popolazioni interessate delle emissioni elettromagnetiche anche in caso di utilizzo alla massima potenzialità degli impianti, senza oneri per la Regione Siciliana. La installazione delle parabole non avverrà prima che siano disponibili i risultati di tale studio”.
Il 18 marzo, si ha i via libera dalla Regione siciliana alla proposta del presidente della commissione Ambiente dell’Ars, Gianpiero Trizzino (M5S) alla nomina del sottoscritto, che “verrà inserito nell’Organismo nazionale che analizzera’ i dati acquisiti dai nuovi rilevamenti per il Muos”. ”Ho proposto – dice Trizzino – il nome di Zucchetti all’assessore regionale al Territorio, Mariella Lo Bello, e lei mi ha dato l’ok. Per noi e per tutta la Sicilia e’ la garanzia che gli studi saranno fatti con la massima serieta’ e trasparenza”.
Io mi dichiarai fiducioso: “La decisione di affidare ad un organismo indipendente gli studi e’ un segnale molto importante. Prima il governo nazionale aveva dichiarato che il sito di Niscemi era di interesse strategico nazionale e che lo avrebbe realizzato ad ogni costo. L’avvio di nuovi studi, ora, dimostra implicitamente che le informazioni che avevano sulla pericolosita’ del Muos erano insufficienti. So che l’Arpa si sta attrezzando con nuove apparecchiature per le rilevazioni. Se tutto sara’ fatto con cura, serieta’ e trasparenza, non potranno che essere confermate le enormi perplessita’ sulla pericolosita’ dell’impianto. Il tempo, poi, gioca a nostro favore. Finche’ gli studi non saranno portati a termine l’impianto non potra’ essere attivato e intanto crescera’ la consapevolezza della gente e la possibilita’ che la battaglia di Niscemi diventi nazionale”.
Oggi siamo al 25 marzo. Leggo sabato 23 marzo sul quotidiano “La Sicilia” le dichiarazioni del Console Americano Moore che la Commissione è una “cabina di regia”composta da esperi dell’Isituto Superiore della Sanità, dell’Arpa Sicilia, dell’Istituto Supeiore della Ricerca e Protezione Ambientale e “dal professor Massimo Zucchetti”. Nel corso della riunione “è stato ribadito quanto emerso ieri a Palermo: i risultati dello studio si conosceranno al massimo entro un mese, anche se è possibile che si abbia un report entro due settimane.”
Questo mi fa davvero piacere, caro Console Moore, purtuttavia:
- Nonostante i continui solleciti dell’onorevole Giampiero Trizzino, presidente della commissione Ambiente dell’Ars, che è in totale buona fede e sta lavorando nella mia stessa direzione di serietà e rigore, il sottoscritto non ha ancora ricevuto nessun decreto o comunicazione ufficiale di nomina nella Commissione o “Cabina di Regia” che dir si voglia.
- A parte quanto leggo sui giornali, non so chi farà parte di questa Commissione, non ho ricevuto alcuna convocazione nemmeno per la riunione preliminare, non conosco il programma dei lavori, e ovviamente non conosco i dati di partenza sui quali ci si baserà per lo studio.
Sempre il Console Moore da già per scontato l’esito degli studi della Commissione, in quanto si dice sicuro che “non vi è alcun pericolo” e parla di “un test post-installazione per verificare che tutto vada bene prima di mettere il MUOS in funzione“.
Allora, credo, non ci siamo capiti, o fingiamo di non capirci.
Io, nella mia semplicità di scienziato e tecnico, avevo capito che:
- La Commissione dovesse verificare la pericolosità delle 46 antenne esistenti nel NRTF, dal 1991, con nuove misurazioni effettuate da ARPA con supporto e sorveglianza degli esperti, e successivi calcoli e verifiche, anche esaminando i dati epidemiologici che parlano di maggiori insorgenze di patologie nella zona.
- La Commissione dovesse valutare A LAVORI FERMI E MUOS NON FUNZIONANTE l’impatto ambientale del MUOS, acquisendo nuovi dati che gli USA si sono sempre rifiutati di fornire, sia sulle specifiche tecniche degli apparati, che eventualmente misure e dati sugli altri MUOS esistenti e approntando un modello che permettesse di valutare il campo elettromagnetico con sufficiente precisione spaziale, soprattutto nelle vicinanze dell’impianto.
Ovviamente, si tratta di un lavoro importante e complesso, ed è fuori da ogni serietà scientifica e tecnica asserire che uno studio del genere possa essere fatto in QUINDICI GIORNI o UN MESE.
Alcuni punti che il dottor Massimo Coraddu ed io abbiamo posto in precedenza andrebbero tenuti fermi e ribaditi, nella definizione dei compiti e delle prerogative di questa Commissione:
- I dati utilizzati e i risultati prodotti devono essere resi pubblici in modo che il confronto sia trasparente e comprensibile per tutti
- La tutela della salute della popolazione e dell’ambiente deve essere garantita nel rispetto rigoroso legislazione in vigore e senza deroghe (sia quella che riguarda la protezione dalle radiazioni sia quella che riguarda i vincoli ambientali della riserva e i regolamenti urbanistici).
- La commissione non può diventare la scusa per aggirare e non rispettare nemmeno i vincoli esistenti; se necessario, come recenti sentenze dello Stato Italiano dimostrano, per la tutela della salute e dell’ambiente possono essere adottate anche misure più cautelative rispetto a quelle esplicitamente previste dalla legislazione, ma in nessun caso si possono indebolire le tutele esistenti.
- Eventuali verifiche vanno condotte nel rigoroso rispetto formale e sostanziale delle procedure stabilite dalla legislazione.
- Nell’accettare l’istituzione di questa Commissione, il proponente ammette che il percorso autorizzativo sino ad ora seguito era viziatoda gravissime incongruenze e forzature, tali da annullarne la validità e accetta perciò di sottoporre il suo progetto a una nuova completa valutazione, ammettendo che, in caso di esito negativo, il progetto deve essere ritirato.
- Sarebbe opportuno che in questa Commissione fosse presente almeno anche il prof. Angelo Levis di Padova, massima autorità italiana nel campo degli effetti sanitari delle radioazioni elettromagnetiche.
Nelle decisioni finali si dovrà tener conto della volontà popolare, senza ricorrere all’uso sistematico della forza e dell’intimidazione per vincere dubbi e resistenze del tutto legittime.
Questi sono i requisiti minimi per un formale rispetto della legalità e della forma della democrazia.
Una commissione costituita su basi diverse risulterebbe solo una evidente e patetica copertura della volontà di concludere l’opera con la forza e ad ogni costo.
Il sottoscritto è solo un povero ingegnere, ed un oscuro professore ordinario di “Protezione dalle Radiazioni” al Politecnico di Torino, però si ritiene un tecnico ed uno scienziato, se non brillante, almeno serio e con una certa rispettabilità e credibilità guadagnata in 30 anni di onesto artigianato scientifico: non è disposto a farsi prendere in giro, né a fungere da foglia di fico per avallare decisioni già prese. “Io non ci sto” diceva un vecchio Presidente della Repubblica Italiana. Ed è quanto ribadisco io ora: CHIAREZZA, RIGORE SCIENTIFICO, CARTE SCOPERTE. Altrimenti, è inutile.
pubblicato il 25 marzo 2013
Tag: elettrosmog, MUOS, NOMUOS, radiazioni elettromagnetche
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- valeria su Partigiani di Istambul: Un reportage da piazza Taksim (di Valeria Piasentà)
- Edi Sanna su Con un po’ di imbarazzo, ma con affetto, Franca
- Antonietta su Con un po’ di imbarazzo, ma con affetto, Franca
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