Wednesday 16 May 2012

IL MANIFESTO BLOG
   blog sociale a cura di Angelo Mastrandrea
Archivio di giugno 2009
  • Centri sociali napoletani
    Nel tardo pomeriggio di ieri due attivisti dei centri sociali
    napoletani aono stati vittime di un vero e proprio agguato
    premeditato. Un gruppo di 9 persone, dopo aver pedinato i
    giovani presumibilmente fin da casa, li hanno aggrediti
    all’interno del treno metropolitano, subito dopo la stazione
    dei campi Flegrei (profittando del fatto che era semivuoto).
    In nove contro due, travisati in volto, armati di bastoni e coltelli
    con cui hanno minacciato
    di ferire i giovani. Un raid violento e durato fino a due fermate
    successive dove sono poi scesi,
    senza che incredibilmente sia accorso nessuno!
    Uno dei due giovani e’ stato medicato all’Ospedale San
    Paolo dove gli sono stati refertati 5 giorni di prognosi,
    per i colpi di bastone ricevuti alla testa!

    I 9 aggressori sono riconducibili, per il loro abbigliamento e per le
    espressioni usate nell’aggressione, a gruppi neo fascisti di estrema destra.
    *Un fatto gravissimo e ancora più inquietante per la sua modalità che richiama
    evidentemente quella di un agguato pre-organizzato* (a meno che nove individui
    non vadano in giro travisati e armati per niente…).

    Un clima assolutamente intollerabile si sta consumando in
    questa citta’! Poco meno di una settimana fa infatti
    l’aggressione contro una ragazza in
    Piazza Bellini colpevole di aver difeso un amico gay, ora un
    vero e proprio agguato con la spirale di
    violenza squadrista che si innalza sempre di piu’.
    Non e’ possibile consentire ai fascisti di girare armati
    in citta’ per seminare violenza gratuita e bestialita’.

    Ci chiediamo oggi cosa hanno da dire le istituzioni napoletane,
    a cominciare dal sindaco Iervolino e dal
    Presidente della Regione Bassolino, davanti a quello che
    avviene da settimane? Aggressioni, raid, agguati sotto casa:
    e’ possibile oggi immaginare una citta’ dove questi
    individui possono sentirsi autorizzati ad esprimere le loro
    lugubri litanie fasciste in questo modo?
    L’omofobia, il razzismo, il sessismo, la barbarie che
    questi individui seminano nelle citta’ è espressione di un clima mefitico
    di violenza verso la diversità e verso i movimenti che in Italia mette radici
    troppo spesso nell’indifferenza o addirittura nella legittimazione di
    partiti e istituzioni, nel loro securitarismo contro gli ultimi, nelle
    loro torsioni
    autoritarie.
    Siamo poi curiosi di registrare le parole del
    neo presidente della Provincia di Napoli Cesaro, la cui voce
    risulta cosi’ difficile da ascoltare, date le sue
    rarissime uscite pubbliche. Cosa ha da dire Cesaro rispetto
    a quello che accade a Napoli con la violenza dei neofascisti,
    visto che i loro protettori politici hanno sostenuto la sua candidatura (vedi
    l’appoggio de La Destra alla sua coalizione).

    In ogni caso non aspetteremo le voci di chi sembra essere
    distante dalla realta’ metropolitana che vede questa
    citta’ registrare la barbarie di questi piccoli gruppi,
    dai numeri esigui, non attenderemo ancora la sconcertante
    passivita’ di chi dovrebbe essere chiamato ad amministrare la
    convivenza civile in questa citta’.

    Pochi mesi fa la stessa Questura di Napoli, addirittura in conferenza stampa,
    lanciava il solito teorema degli “opposti estremismi”,
    riferendosi ad iniziative antifasciste pubbliche e alla luce del sole, con cui
    gli studenti si opponevano alla presenza nell’Università di
    organizzazioni razziste
    note sui media nazionali per aver aggredito il movimento
    delll’Onda.
    A seguito di quel teorema diversi attivisti dei centri sociali e dell’Onda sono
    stati messi sotto processo con denunce a “senso unico”.
    Oggi invece che si manifesta lo squadrismo, dopo numerose aggressioni
    vigliacche agli immigrati in via Foria,
    dopo Piazza Bellini, dopo l’agguato fascista in metropolitana, dopo
    l’incendio dell’auto di un
    attivista dei centri sociali solo qualche mese fa, “tutto scorre”…

    In realtà noi non abbiamo aspettative dalle Istituzioni di questa città.
    Le nostre esperienze sono nate e vissute nelle strade, ben fuori dai Palazzi.
    Ci aspettiamo invece moltissimo dai movimenti, dalle forze sociali
    veramente democratiche
    e da quanti ritengono che l’emergere di pratiche squadriste, xenofobe
    e sessiste non sia certo solo un problema
    di qualcuno. A questa consapevolezza, a questo protagonismo facciamo appello!

    Da oggi riteniamo indispensabile un meccanismo di autodifesa militante
    contro fascisti,
    razzisti, sessisti, e contro la loro barbarie.
    Autodifesa significa capacita’ di denuncia dell’attivita’ dei
    neofascisti, significa costruire una mobilitazione e un’indignazione
    popolare che
    ricacci nelle fogne questi balordi, significa espellere dai
    consessi sociali questi personaggi.
    Nei nostri metodi non saremo mai infami fascisti. Non lo
    saremo perche’ mai e’ stato e mai sara’ che uno
    scontro possa andare sul livello di 9 contro 1. Loro sono le
    bestie, noi no.
    Nei nostri metodi non saremo mai infami fascisti. Non lo
    saremo perche’ non tendiamo agguati con le lame
    sotto casa di nessuno. Loro sono le bestie, noi no.

    La nostra rabbia e la nostra autodifesa sara’ di
    massa, politica e pubblica, perche’
    davanti alla barbarie rivendichiamo di essere altro, ed
    e’ questa diversita’ che dovra’ schiacciarli.

di angelo mastrandrea
pubblicato il 29 giugno 2009
| 3 Commenti »


  • Francesco Caruso

    Il prossimo G8 si terrà a L’Aquila e per chi è cresciuto sulle barricate di
    Genova non può resistere al “richiamo della foresta”.
    La profonda crisi del sistema neoliberista, il crollo delle sue fragili
    impalcature impiantate nei flussi della finanziarizzazione, mostrano la
    ragionevolezza delle denunce e delle istanze ormai decennali del movimento dei movimenti.
    La scelta di L’Aquila per il vertice G8 nasce proprio con l’ignobile
    intento di utilizzare il dramma dei terremotati come fonte di
    rilegittimazione di quel rito cerimoniale di ostentazione del potere
    globale, all’interno dello spazio “pieno” dello stato di eccezione in
    vigore nel contesto aquilano.
    L’obiettivo fin troppo evidente è occultare la crisi e l’insostenibilità
    dei paradigmi dominanti, riposizionando la sfida in uno degli spazi più
    impregnati in quello stato d’eccezione permanente nel quale la pienezza del potere appare nella sua forma elementare e fondativa, con gli abiti cioè dell’uso della forza (nella sua particolare declinazione caritatevole),
    mettendo però a nudo la relazione che lega violenza e diritto e così, al
    tempo stesso, la sua congenita fragilità.
    Ecco perchè la scelta di spostare il g8 può trasformarsi in un
    cortocircuito semiotico. Se la rivolta prende corpo nel punto di massima condensazione del potere, a partire dagli stessi presunti “beneficiari” di tale sforzo, se il “shock and awe” diventa non solo leva di accumulazione di capitale ma anche spazio costituente di conflitto, allora ci potremmo trovare dinanzi ad un processo reale di profanazione degli stessi dispositivi ideologici nei quali prende senso e corpo il vertice del g8.
    Le premesse ci sono.

    Il terremoto e la democrazia: i comitati aquilani

    Il terremoto genera “naturalmente” un’autoriflessione sulla condizione
    umana, il fatalismo riemerge e sgretola le logiche razional-cumulative, del progresso inarrestabile, del controllo totale sulla natura: nella ritrovata consapevolezza della fragilità dell’uomo, alcune ricchezze sepolte nella frenesia della quotidiana modernità ritornano centrali.
    In primo luogo, nello stravolgimento dei legami sociali preesistenti, la
    riscoperta di un senso di comunità prende forma dentro una precaria quanto inedita riscoperta della dimensione pubblica: malgrado i tentativi
    istituzionali di irrigimentare e disciplinare la vita sociale degli
    sfollati, nelle tendopoli si è avviato un processo di soggettivazione
    incastonato nella dimensione affettiva delle relazioni primarie e
    comunitarie, per cercare di resistere e contrastare il modello
    post-coloniale di dominio fondato sull’aiuto umanitario, ormai ben noto nei cosiddetti paesi in via di sviluppo, in cui il ruolo passivo dei subalterni è un perno fondamentale.
    La nascita di una molteplicità di comitati di sfollati sono il frutto di un
    processo di costruzione sociale fondato sul rovesciamento del ruolo e
    dell’identità del “terremotato” da vittima passiva a protagonista attivo di
    una ricostruzione dal basso in grado di disvelare i dispositivi del
    “capitalismo della catastrofe”, nel quale gli interessi particolari si
    occultano nell’impellenza come beni comuni e gli spazi di confronto, e
    ancor più di dissenso, azzittiti per far fronte alle straordinarie necessità.
    E’ un processo embrionale di riappropriazione del territorio e della
    democrazia espropriata che, malgrado la sua gracilità, può ribaltare
    l’immenso investimento simbolico del governo Berlusconi sul terremoto
    aquilano, finalizzato a rafforzare il suo modello di governance verticale
    ed autoritaria. La scelta di spostare il g8 a L’Aquila entra a pieno titolo
    in questa contesa sulle dimensioni e le forme stesse della democrazia.
    Ma se Golia sale sulle rovine aquilane per urlare ancora più forte se c’è
    qualcuno disposto a sfidarlo, le pietre per la fioda di Davide non possono che trovarsi tra le stesse macerie del terremoto.

    Aiutare o Aiutarsi? I movimenti noglobal.

    Gli unici che possono venir incontro e agevolare il governo italiano e il
    g8 in questo momento sono paradossalmente gli attivisti dei movimenti
    noglobal.
    Ricondurre e depotenziare quest’imprevidibile dimensione conflittuale dei
    terremotati all’interno di uno schema interpretativo già cristallizato -
    G8/CONTROG8 – nel quale ruoli e spazi di agibilità sono approssimativamente già definiti, permetterebbe facilmente la sua sterilizzazione dentro alcune flak già ben collaudate e in grado di rendere inoffensibilmente prevedibili anche le forme più radicali di espressione del conflitto. L’autonomia dell’agenda dei movimenti, la sua capacità di andar oltre il rincorrere rituale dei vertici internazionali, non va solo enunciata nelle punte alte dei cicli di lotta ma anche praticata nelle fasi di stanca come strategia di scompaginamento dei ruoli, soprattutto in simili contesti dove il principio del mutuo soccorso tra differenti vertenze sociali e territoriali, difficilmente riesce ad esprimersi nella profonda asimmetria tra lo stato nascente delle lotte dei terremotati ed il ciclo lungo del movimento noglobal, ormai proteso non solo sul terreno dell’efficacia strumentale ma anche nella più complessa dimensione espressiva, della definizione del “noi” e “loro”.
    Perchè non lasciar sedimentare dal basso ai comitati aquilani una
    strategia di profanazione del g8? Per l’immobilismo e i tentennamenti dei
    comitati?
    O forse bisognerebbe chiedersi, come suggerisce un caro amico, Antonello Ciccozzi, oggi sfollato nel campo di Collemaggio, se chi arriverà a L’Aquila viene per aiutare o per aiutarsi, riferendosi in primo luogo ai promotori del vertice del g8 ma anche ai suoi contestatori?
    In questo senso, sarebbe necessario un punto di equilibrio, nel quale gli
    attivisti “noglobal”, o meglio le organizzazioni noglobal, facciano un
    passo indietro e i comitati dei terremotati facciano un passo in avanti,
    cioè che mobilitazioni durante il vertice internazionale prendano forma e
    vengano gestite in modo determinante dai terremotati attraverso una
    socializzazione sul territorio che può essere portata avanti solo dalla
    molteplicità e dell’unitarietà dei comitati aquilani.
    Una loro sottrazione anche parziale ne determinerebbe, come stà avvenendo in questi giorni, non solo il riempimento di questo spazio vuoto da parte di un ritualismo tradizionale della protesta noglobal, ma soprattutto il depotenziamento della dimensione conflittuale dentro una logica della testimonianza nobile e importante ma del tutto inefficace sul terreno comunicativo e inoffensiva sul piano politico-sociale.
    Al tempo stesso, restare inebetiti e indifferenti dinanzi allo svolgimento
    del vertice a L’Aquila, non può che essere di per sè una forma indiretta di legittimazione nei confronti del G8 e dell’uso strumentale dei terremotati da parte del governo italiano.
    Tra buoni e cattivi non vincono gli uni contro gli altri, ma chi nel
    dividerli impera.

di angelo mastrandrea
pubblicato il 29 giugno 2009
| 1 Commento »


  • Angelo Mastrandrea

    “Uè Mastrandrea, sono Della Mea. Ho scritto un articolo”. La telefonata sul cellulare poteva arrivare a qualsiasi ora del giorno o della notte. Voce inconfondibile, Ivan Della Mea non poneva limiti alla sua creatività. Scriveva quando ne aveva voglia, in un fluire di pensieri senza punteggiatura che avevano il merito di mantenerti inchiodato e divertito fino all’ultima righe. “Scrivo di getto come un do di petto uno e solo di un ex tenore asmatico romantico e negletto”, confessa in uno dei suoi tanti articoli per il manifesto (cui bisogna aggiungere anche un disco, “Ho male all’orologio”. Poi, a fatica esaurita, ti chiamava per metterti al corrente della sua ultima prestazione. Solitamente erano pezzi brevi, oggetto la sinistra e le sue debolezze da prendere in giro. Ma negli ultimi due anni aveva anche scritto dei racconti più lunghi. Il primo, “Vedo il luogo natio”, per la raccolta “I rifugi della sinistra”. “Ue’ Mastrandrea, sono Della Mea. Ho scritto un racconto un po’ particolare, di quelle cose strane che faccio io. Vedi un po’ se ti piace”, disse più o meno così nella telefonata di rito. L’anno dopo, cioè l’estate scorsa, per Italia underground (che è poi diventato anche un libro) si esibì nella Ballata del silenzio vegetale. Un inno alla natura di straordinaria bellezza infarcito di Nietsche, Marx e del ruolo dei contadini nella rivoluzione russa del ’17. Si concludeva così: “E per incanto ho trovato il silenzio, quello dentro di me: assomiglia tanto alla pace”. Non credo ci sia altro da aggiungere. Ancora una volta, caro Ivan, hai fatto tutto da solo.

di angelo mastrandrea
pubblicato il 14 giugno 2009
| 8 Commenti »


  • Roma, quartiere Garbatella, le due e mezza di notte. Ancora lame, ancora fascisti. Due ragazzi sui 25 anni hanno appena assistito a un concerto rock di gruppi romani emergenti nel centro sociale La Strada. Hanno deciso di tornare a casa a piedi: vivono nel quartiere. Hanno già percorso cinquecento metri, sono ormai distanti dal centro sociale, vicini al Roma Club e all’altezza del “bar dei Cesaroni”, il locale conosciuto per essere una delle location della popolare fiction tv. Non hanno segni di riconoscimento addosso, neppure una felpa o una maglietta particolare, eppure qualcuno, che evidentemente li ha seguiti, senza neppure dare loro il tempo di capire, li aggredisce urlandogli: «Comunisti di merda, voi e i vostri centri sociali». Sono in due, vestiti di nero e, dopo una breve colluttazione, uno dei due tira fuori un coltello e – in perfetto stile da stadio – colpisce uno dei due ragazzi ad un gluteo. Un colpo secco e via, poi si dileguano. Il giovane ferito, trasportato al Cto della Garbatella, avrà 8 punti di sutura. Sull’aggressione stanno indagando la polizia e la Digos. Il fattaccio non è che l’ultimo di una serie, a Roma. Basti ricordare il più grave di tutti: l’omicidio di Renato Biagetti, nel 2006 a Fiumicino. Ma più recentemente è successo ad Ostia, ad aprile 2009, con due ragazzi e una ragazza feriti a colpi di bottiglia per non aver voluto consegnare uno zaino con una toppa antifascista ad una squadraccia. E poi, a maggio, l’attentato incendiario contro il centro sociale Acrobax. «Dopo poco più di un mese dall’uccisione di Aldo Murgia in via Costantino (l’uomo ucciso in una lite per un parcheggio, ndr), dopo l’assassinio a fine marzo davanti ai locali notturni di Via del Gazometro, dopo una serie di aggressioni tutte corredate da armi da taglio che tanto sono in voga anche fra le giovani generazioni – scrivono i militanti de La Strada – questa volta l’atto criminoso colpisce due giovani del quartiere stesso, colpevoli di aver partecipato a una serata di festa che come tutte le iniziative del nostro centro sociale rivendica una cultura altra e libera che si possa contrapporre alla cultura aggressiva e arrogante che si respira intorno ai locali notturni della nostra zona. Alla vigilia delle elezioni, in una città governata da razzisti e fascisti, gli episodi d’intolleranza (l’ultimo a Tormarancia) si moltiplicano nei nostri quartieri».

di angelo mastrandrea
pubblicato il 8 giugno 2009
| 2 Commenti »


  • Bufalotta, nel nostro quartiere, l’ennesimo stupro commesso da un uomo, incappucciato, armato e italiano. Ancora una volta è su un corpo di donna che si accanisce un maschio deciso a far valere la sua forza fisica e la sua volontà di fare male, di umiliare, di colpire nel profondo.

    Ma lo stupratore incappucciato non è solo in questo odioso gesto di violenza; è il prodotto di una società che ha paura dell’indipendenza delle donne, che le vuole soggette al volere maschile, relegate a ruoli stabiliti di mogli/madri o prostitute/veline. Un società che vuole le donne pronte a tornare a casa al primo accesso di crisi economica, o disposte ad una precarità totale. Una società che mercifica le donne, succubi di una cultura dell’immagine in cui il loro corpo — ridotto a succulenti pezzi di carne — è esposto per il solo piacere maschile, o utilizzato per vendere merci che tutte e tutti dovremmo consumare. In una società in cui il rapporto tra i sessi non è paritario, dove prevale il dominio di un genere sull’altro, lo stupro è il prodotto e la conferma di una strategia del terrore che ci vuole chiuse in casa.

    Ed è ovvio che non c’è politica di sicurezza, non ci sono strade illuminate, ronde o quartieri “vivibili” che ci garantiscano dallo stupro nel garage o nella metropolitana affollata, o ancora in una festa di fine anno. Quindi l’ideale è uscire il meno possibile, che sia per divertirsi o lavorare, e rimanere ben chiuse in casa dove il maggior numero di violenze viene consumato nel silenzio. Non è con una politica contro gli immigrati che si risolve il problema della violenza sulle donne: lo stupratore è maschio.

    Ma non dobbiamo rimanere in silenzio! La donna che ha subito l’odiosa aggressione ha avuto la forza di denunciare il suo assalitore. E’ a lei e a tutte le donne che hanno vissuto sulla propria
    pelle l’orrore dello stupro, e a tutte le donne che vivono da anni in situazioni di intollerabile violenza domestica che va tutta la nostra solidarietà e tutto il nostro affetto.

    www.centrodonnalisa.it

di angelo mastrandrea
pubblicato il 6 giugno 2009
| 2 Commenti »


    •  Alessandro Robecchi
    • Suona un po’ ridicolo e démodé, l’articolo 654 del codice penale, un articolo vintage che sa di ventennio (quello là) e che dunque ben si adatta al ventennio (questo qua): «grida e manifestazioni sediziose», nientemeno. La denuncia parte dal vicequestore di Lecco Guglielmino e colpisce un giovane della stessa città, Duccio Facchini. Inopinatamente sedizioso il contesto: mentre il ministro La Russa era in visita a Lecco per sostenere il suo candidato alla provincia e rilasciava copiose interviste, il ragazzo urlava, dall’altro lato della piazza, frasi come «La Russa chiedi scusa all’Onu», o anche «E ve la prendete coi i migranti». 
      Tutto qui. Non una sberla (a parte quelle incassate dal Facchini, zittito dalla polizia), non un contatto fisico, solo qualche urlo, ma abbastanza per far saltare i nervi al ministro e al suo codazzo. E poi tutto rigorosamente documentato in video e finito su Youtube, compreso lo sprezzante ordine gracchiato da La Russa: «Se lo possiamo identificare e portare via…». Un piccolo caso di provincia, dunque, una quotidiana e normale dimostrazione di arroganza del potere, cose che non finiscono nei giornali, nei tg tantomeno, figurarsi (sacrilegio!). Non come quando gruppetti di giovinotti contestavano ogni uscita di Prodi, e non solo nessuno li «identificava», ma diventavano l’apertura dei Tg del comitato elettorale Mediaset (ringraziamo Mentana per la definizione, ai tempi ne faceva ancora parte). 
      Eppure, qualcosa emerge. Piano piano, a poco a poco, come relitti in mare, mille episodi affiorano. Non passa giorno che sulle colonne dei giornali della sinistra, o in rete, qualcuno non lamenti di essere stato «identificato». Spuntano minuscole notizie. La Gelmini contestata in Brianza chiama «pirla» i contestatori e poi dice di averlo fatto per stemperare gli animi. Non un cenno nei tg, per esempio sulla contestazione per Berlusconi a Firenze (sui cartelli, i titoli dei giornali stranieri). Non una riga per la carica della polizia a Prato, dove poche centinaia di persone assolutamente pacifiche vengono malmenate. Anche in questi casi tutto sta su Youtube. 
      Alla fine si arriva ai grandi numeri. I due ragazzi che a Napoli urlano a Berlusconi: «Non venire più in Abruzzo, ci rovini!». Identificati. Tra i cittadini che a Firenze hanno fischiato il premier: 15 identificati. Qualcuno fischia fuori dalle tendopoli abruzzesi. Identificato. Senza contare le situazioni in cui le contestazioni non arrivano nemmeno al trafiletto, e tocca addirittura al contestato darne conto. Le agenzie battono: «A Bari i contestatori erano uno sparuto gruppetto» e le virgolette sono di esponenti Pdl, cioè si dà il commento (sprezzante) ma non la notizia. E sul corteo de L’Aquila, nemmeno una riga, silenzio obbligatorio. Ad ogni apparizione pubblica della junta al governo, insomma, media plaudenti, silenzio di tomba sui fischi e le contestazioni, gran lavoro delle autorità di polizia per identificare i «sediziosi», setacciare il pubblico per gli incontri del premier, dove non si entra se non si è provati sostenitori, e decidere, nel caso, a quale articolo del codice penale ricorrere. I video finiscono su Youtube, girano in rete, la contestazione negata dall’informazione e nascosta dai dipendenti del contestato diventa semiclandestina, una specie di samizdad negato al grande pubblico che di quelle grida sediziose non sa e non deve sapere. Andrea Camilleri l’ha chiamata la «sindrome del Raphael», ricordando le monetine lanciate a Craxi qualche millennio fa: nascondere ogni dissenso è imperativo categorico. 
      Contestatori, fischi, «urla sediziose», tutto va negato e cancellato dai media, come nelle antiche e divertenti veline del regime, che si tratti della vita privata del premier («Ricordarsi che le fotografie del Duce non vanno pubblicate se non sono state autorizzate» – 1936) o della crisi economica («Non toccare l’argomento delle cosiddette code davanti ai negozi» – 1940). E questo si sa. La cosa più preoccupante, invece è il passaggio successivo: appurato che si può cancellare la realtà dai media; allo stesso modo si pensa di poterla cancellare dalle piazze, usare un questore, un vicequestore, un pubblico ufficiale come fosse un qualunque caporedattore dei tg di famiglia, insomma, un dipendente. «Identificatelo e portatelo via». Detto e fatto. Signorsì, signore.
di angelo mastrandrea
pubblicato il 6 giugno 2009
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