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Angelo Mastrandrea
“Uè Mastrandrea, sono Della Mea. Ho scritto un articolo”. La telefonata sul cellulare poteva arrivare a qualsiasi ora del giorno o della notte. Voce inconfondibile, Ivan Della Mea non poneva limiti alla sua creatività. Scriveva quando ne aveva voglia, in un fluire di pensieri senza punteggiatura che avevano il merito di mantenerti inchiodato e divertito fino all’ultima righe. “Scrivo di getto come un do di petto uno e solo di un ex tenore asmatico romantico e negletto”, confessa in uno dei suoi tanti articoli per il manifesto (cui bisogna aggiungere anche un disco, “Ho male all’orologio”. Poi, a fatica esaurita, ti chiamava per metterti al corrente della sua ultima prestazione. Solitamente erano pezzi brevi, oggetto la sinistra e le sue debolezze da prendere in giro. Ma negli ultimi due anni aveva anche scritto dei racconti più lunghi. Il primo, “Vedo il luogo natio”, per la raccolta “I rifugi della sinistra”. “Ue’ Mastrandrea, sono Della Mea. Ho scritto un racconto un po’ particolare, di quelle cose strane che faccio io. Vedi un po’ se ti piace”, disse più o meno così nella telefonata di rito. L’anno dopo, cioè l’estate scorsa, per Italia underground (che è poi diventato anche un libro) si esibì nella Ballata del silenzio vegetale. Un inno alla natura di straordinaria bellezza infarcito di Nietsche, Marx e del ruolo dei contadini nella rivoluzione russa del ’17. Si concludeva così: “E per incanto ho trovato il silenzio, quello dentro di me: assomiglia tanto alla pace”. Non credo ci sia altro da aggiungere. Ancora una volta, caro Ivan, hai fatto tutto da solo.
pubblicato il 14 giugno 2009
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8 Commenti a “In ricordo di Ivan Della Mea”
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15 giugno 2009 alle 11:24
Ieri mattina, come mio solito, mentre prendevo il caffé mi sono messo a “sfogliare” televideo. A casa non ho né telefono né internet, la radio a quell’ora spara solo cazzate, e allora rimane il tremendo televideo. Arrivo alle pagine della “cultura” e leggo “E’ morto il cantautore Ivan Della Mea”.
In quel momento ho capito appieno cosa significasse il modo di dire “rimanere basiti”. Sono stato alcuni momenti, forse qualche minuto, fermo, immobile, a guardare quella scritta maledetta, col cervello addormentato che non riusciva a far entrare quell’informazione. Non passava, c’era un blocco che rifiutava di far accedere quella notizia alla coscienza.
E’ stata la prima lacrima a svegliarmi, o forse il movimento della testa che faceva di no.
La prima cosa che sono riuscito a mormorare è stato un moccolo, di petto, pure lui.
Conoscevo Ivan da ormai 10 anni, me l’aveva presentato Primo Moroni quando lavoravamo alla mia tesi: un lavoro di storia orale sul Centro Sociale Cox 18 di Milano. Poi Primo morì, la voglia svanì, e le registrazioni delle interviste finirono all’Istituto de Martino di Firenze. Frequentai l’Istituto per qualche anno, fino al 2003, andando alle loro feste bellissime del 1° maggio, fatte di cantate, di chiacchiere, di mangiate, di intelligenza e ironia.
L’ho incontrato nuovamente un paio di anni fa, per un progetto di un libro poi non andato in porto. Si mangiò assieme parlando di questa sinistra che non c’è più, e che forse è meglio così.
L’ho sentito un’ultima volta poche settimane fa, per un’inziativa sul canto popolare e sull’ottava rima che si teneva nel minuscolo paesello, sperso nella più profonda privincia toscana, dove mi sono andato a nascondere in questi ultimi anni. Lo volevo far partecipare a questa iniziativa, ma declinò, dandomi consigli, idee, numeri di telefono e affetto, come suo solito.
Era un uomo di una scuola che non c’è più, l’Ivan, quella scuola incredibile che ha forgiato uomini e donne che hanno fatto la sinistra, quella senza maiuscole, quella delle strade e dei cortili e dell’impegno e dell’amore e della capacità, soprattutto, di ascoltare. Una sinistra che voleva cambiare il mondo iniziando da se stessi e facendolo con gli altri, uomini e donne e bambini, non pedine di una scacchiera geopolitica.
Mi manca, come mi manca Primo, e so che non smettera mai di mancarmi, questo meraviglioso uomo.
15 giugno 2009 alle 12:31
Addio caro Ivan…
abbiamo imparato a canticchiare le tue canzoni, come quelle dell’album Ringhera tanto tempo fa; poi a seguire i tuoi pezzi le tue riflessioni su Linus, su Il Manifesto: la tua voglia di unità a sinistra quante volte ci ha trovato solidali, quante volte ci siamo trovati con te nella denuncia di un politicismo debole, inconcludente.
E ancora i tuoi concerti, la tua voglia di fare, di raccontare. Non ti dimenticheremo, perchè sei stato esempio e la tua genuina voglia di lottare sarà esempio per tanti ancora anche di chi più giovane si avvicinerà alle tue canzoni, che emergono potenti, attualissime nel panorama di una musica tutta intimista e commerciale, troppo tardi per conoscerti dal vivo
15 giugno 2009 alle 13:29
Le canzoni di Ivan Della Mea sono legate alla mia adolescenza, alle estati al mare, alla ragazza che me le insegnava. L’ho sentito poi una volta ad una Festa dell’Unità, sarà stato il 1975. In anni più recenti ho ascoltato altre sue canzoni, che non conoscevo (o che avevo dimenticato). Mi piaceva -anzi, mi piace- la sua voce chiara, l’ intonazione decisa, il modo elegante di essere appassionato. Come sempre in questi casi, c’è il rimpianto di non averlo cercato, finché c’era tempo. Ora, vorrei tanto trovare le sue canzoni.
15 giugno 2009 alle 16:36
Che tristezza…
Le notizie dicono tutte che aveva problemi di salute da tempo, ma a me era sempre sembrato in forma e ancora battagliero, per quanto un po’ sfiduciato: a Sesto per il concerto di commemorazione del 68, alla Feltrinelli per presentare il libro sulla ricerca in salento di Gianni Bosio e Clara Longhini, allo Spazio Oberdan per la proiezione del film sulla sua vita…
Accidenti, non me lo aspettavo proprio.
Speriamo davvero che venga ricordato. Intanto Mastrandrea si e’ gia’ dimenticato che per il Manifesto Ivan di cd ne ha pubblicati due e non uno: cominciamo bene…
Il disco, l’ultimo, si intitola “Cantagranda” e la ballata da cui prende il titolo dice fra l’altro:
Ho visto un uomo vestito di bianco,
quasi ogni giorno lui viene da me:
mi dice: “Sai, ti vedo un po’ stanco,
ho un posto bianco apposta per te.”
“Non posso”, dico, “io debbo andare,
non ho alpeggi e mi vivo pastore,
canto coi matti, coi gatti, col mare,
ho un tempo mio per gioia e dolore.
….
Invece alla fine se ne e’ andato davvero…
15 giugno 2009 alle 16:48
Ciao compagno Ivan, ci manchi tanto. Ci mancheranno i tuoi concerti, le tue parole, il tuo impegno per la canzone popolare con l’Istituto De Martino. Anche noi “pensiamo anarchici e viviamo sinistri” quindi insieme ai tuoi sogni hai cantato anche i nostri. Grazie Ivan. Ti vogliamo bene, Marghi Franca e Franco, Verona
17 giugno 2009 alle 06:44
In morte di Ivan Della Mea
Il Grandevetro saluta Ivan
Muoiono i grandi leoni della nostra sinistra critica e intellettuale. E con loro purtroppo muore la memoria.
Tutto deve cambiare, vero, tutto muore. Ma quello che vedo in questo paesaggio politico italiano è desolante se non orribile.
Ivan era mio amico. Amico mio personale e dei compagni del Grandevetro.
Era fratello di Luciano, morto nel 2003, altro grande intellettuale straordinario e nostro compagno di viaggio. Insieme, Luciano e Ivan, erano una potenza, un archivio orale della storia della nostra sinistra, sempre dalla parte delle spine, di quella sponda “genia” e contraria, appunto, una memoria da brivido.
Ivan e Luciano sono stati direttori del Grandevetro. Ivan, fino a ieri, direttore responsabile (Il Grandevetro, è la nostra rivista bimestrale di politica bimestrale di cultura e immagini che, nata a Santa Croce sull’Arno 33 anni anni fa, ancora epicamente vive reggendosi sul volontariato).
Tutti noi della redazione lo piangiamo come ieri abbiamo pianto per Luciano, per Sergio Pannocchia, per Edo Cecconi, per Ugo Garzelli.
E li rammento uno per uno come lui era solito fare in tante occasioni nei nostri riguardi, come nel suo ultimo libro pure: Se la vita di dà uno schiaffo, Jaca Book/Il Grandevetro, uscito in questi giorni.
Stanno questi nostri nomi come le rose fra gli indimenticabili e potenti intellettuali della grande sinistra critica del nostro paese. Ultimi esemplari della nostra storia controvento.
20 giugno 2009 alle 02:01
pronto sono ivan della mea, un altro po’ e svenivo, avrei voluto dire dai non fare il cazzone chi sei veramente, ma poi mi resi conto che al telefono era lui davvero, la voce, la sua. c’eravamo visti al massimo due o tre volte al de martino ma lui si ricordava perfettamente di me, e ricordava anche le persone che mi accompagnavano la prima volta che ero stato a sesto fiorentino. poi ci vedemmo a bologna, al lumiere, presentava il video sul canzoniere italiano, e mi abbracciò. poi quella telefonata piena d’umanità. mi disse, ho trovato il tuo diario sui sinti nel computer di luciana, è bello volevo farlo pubblicare, mandami il testo un tot di battute ecc ecc. non so che fine ha fatto quel progetto se jaca book ha mai pubblicato quelle parole sugli zingari modenesi, sulla rivista diretta da ivan, “InOltre” un semestrale credo, ma importa che io questa grande figura l’ho conosciuta, per poco, ma posso dire che aveva un grande cuore. poi lo leggevo a distanza su il manifesto e l’ho pianto, si l’ho pianto con il suo “Ho male all’orologio”, che bel pezzo. un’abbraccio a Clara che vide con noi il video sulle tarantate.
pietro annicchiarico, bologna
10 dicembre 2010 alle 03:39
grazie al figlio di Ivan, ora ho anche la rivista in/oltre con il mio articolo lunghissimo. Un abbraccio. pietro