Wednesday 16 May 2012

IL MANIFESTO BLOG
   blog sociale a cura di Angelo Mastrandrea
Archivi per la categoria ‘diritti civili’
  • Associazione Habeshia

    Cari amici immigrati residenti in Italia, la politica italiana non trova di meglio che prenderci in giro e giocare con le nostre vite, ne è la prova questa nuova proposta di permesso di soggiorno a punti. In una nazione dove siamo costretti ad attendere un anno per il rinnovo di permesso se l’iter burocratico non si blocca, se per disgrazia ce qualche errore diventano tempi biblici, quindi con la nuova ipotesi di permesso a punti abbiamo solo che da perdere.

    Il ministro Maroni, copia male il sistema di altri paesi, “Un rospo che vuole essere elefante” non basta gonfiarsi, ma bisogna avere una struttura corporea che ti permette di esserlo, quindi l’Italia se vuole assomigliare a paesi come il Canada, in vece di copiare solo la piccola parte del sistema, per altro una parte finale di un sistema, perché prima bisogna mettere in atto una serie di politiche sociali, di assistenza con strutture di accoglienza e di accompagnamento del migrante che si vuole integrare, fondi necessari per attuare tale progetto. Cose che in Italia non ci sono. Si vuole avere come si dice “la botte piena con la moglie ubriaca” Italia cerca un immigrato già integrato prima di arrivare, senza un costo alla nazione, o con minor sforzo per lo stato pagando il più alto prezzo sulla propria pelle l’immigrato deve integrarsi, come premio finale avrà un permesso di soggiorno per due anni, non la cittadinanza. Tutto questo con un sistema di una paese in politica migratoria e tra i paesi più arretrati dell’Europa. In un paese che ce un clima di intolleranza verso il migrante spesso fomentato dalla politica, la stessa che pretende un rapido integrazione dello migrante che viene denigrato sotto ogni profilo. La politica italiana si diverte a vederci soffrire!

    I requisiti:

    1.l’iscrizione al servizio sanitario? Si, ma serve il permesso di soggiorno e il codice fiscale.

    2. La conoscenza della lingua italiana? Serve una scuola, con un programma adeguato, con mediatori culturali.

    3. La casa con contratto regolare? Servono soldi, permesso di soggiorno, e un proprietario di casa onesto.

    4. La conoscenza della Costituzione? Impariamola insieme a tanti italiani, e a certi parlamentari.

    5. Mandare figli a scuola? Si, le quote stabilite dalla legge Gelmini permettendo, tutti vogliamo che i nostri figli vadano a scuola.

di angelo mastrandrea
pubblicato il 6 febbraio 2010
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  • La Sezione Italiana di Amnesty International ha espresso soddisfazione per
    il fatto che il processo relativo ad azioni realizzate dalla polizia a
    Napoli nel marzo 2001 in occasione del Global Forum sia giunto alla
    sentenza di primo grado, emanata il 22 gennaio dal Tribunale del capoluogo
    campano. La conduzione di indagini imparziali e l’accertamento della verita’
    giudiziaria costituiscono infatti importanti strumenti di protezione delle
    vittime di violazioni dei diritti umani e, al contempo, salvaguardano la
    reputazione di agenti di polizia erroneamente accusati.
    Il Tribunale di Napoli ha riconosciuto in primo grado le responsabilità
    di alcuni agenti e funzionari delle forze di polizia per gli abusi
    commessi nei confronti dei manifestanti, così confermando la gravità di
    quanto accaduto in quei giorni, rispetto a cui Amnesty International
    espresse sin da subito preoccupazione scrivendo all’allora ministro
    dell’Interno Enzo Bianco e ricordando il diritto di ognuno di manifestare
    pacificamente, senza timori per la propria incolumità.
    In questi anni, sottolinea l’organizzazione per i diritti umani, la
    ricerca della verità non è stata agevolata dall’istituzione di strumenti
    di monitoraggio, quali una commissione indipendente, o di una commissione
    parlamentare d'inchiesta, e non sono state espresse da parte delle
    istituzioni competenti condanne esplicite per quanto accaduto.
    Un esame attento della sentenza emessa dal Tribunale di Napoli potrà
    consentire di valutare se un verdetto diverso sarebbe stato possibile in
    caso di esistenza del reato di tortura e maltrattamenti, mai introdotto
    nel codice penale italiano nonostante le richieste avanzate da Amnesty
    International e da vari organismi internazionali. A causa di questa
    lacuna, a oltre 20 anni dalla ratifica della Convenzione delle Nazioni
    Unite contro la tortura da parte dell’Italia, i maltrattamenti commessi
    dai pubblici ufficiali nell'esercizio delle proprie funzioni vengono
    perseguiti attraverso figure di reato ordinarie (lesioni, abuso d'ufficio,
    falso etc.), sono puniti con pene non adeguatamente severe e risultano
    soggetti a prescrizione.
    Amnesty International ha espresso più volte preoccupazione per i rischi
    di impunità delle forze di polizia derivanti dal contesto complessivo,
    caratterizzato anche dal fatto che l’Italia non si è sinora dotata di
    meccanismi di prevenzione dei maltrattamenti quali l’introduzione di
    regole per l’identificazione degli agenti di polizia durante le operazioni
    di ordine pubblico e l’istituzione di un organismo indipendente di
    monitoraggio sui luoghi di detenzione.
di angelo mastrandrea
pubblicato il 25 gennaio 2010
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  • Associazione Peppino Impastato – Casa memoria
    A volte basta un disegno, uno schizzo, non solo per comunicare un’idea, ma anche per suscitare una degna reazione, risvegliare qualche senso di repulsione, qualche moto di ribellione interiore, rompere uno schema mentale imposto. Proprio per questo motivo abbiamo deciso di lanciare questa campagna con una nuova provocazione contro il razzismo governativo, contro le nuove leggi razziali, contro i respingimenti orditi dalla Lega, ma voluti dall’intero sistema politico-mafioso, sotto la cui mannaia finiscono migliaia di uomini, donne e bambini, costretti con la violenza a tornare verso le carceri e le torture libiche o abbandonati a loro stessi nelle acque del mediterraneo, per andare incontro ad una sicura morte. Dietro simili vergognosi e disumani provvedimenti si nascondono i soliti interessi, le solite facce, le solite speculazioni mafiose, le mani in pasta di chi si organizza per sfruttare nuovi schiavi, senza diritti e sotto ricatto, dopo l’approvazione del reato di clandestinità. Ma non basta. Ad essere respinta è anche la memoria storica, il ricordo, il nome di chi ha lottato, di chi ha perso la vita perché si è ribellato, di chi aveva scoperto, come Peppino, che troppo spesso la bramosia di potere e di denaro dei potenti e della criminalità organizzata coincidono. Tutti respinti, quindi, con il plauso di chi già pensa a riempirsi le tasche, con l’indifferenza o l’accettazione di quanti, ormai plagiati, diventano così, senza esserne coscienti, complici di un sistema criminale e la determinazione di chi non abbassa la testa e continua a resistere, resistere nella volontà di accogliere e non di respingere.

di angelo mastrandrea
pubblicato il 9 novembre 2009
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  • Aurelio Mancuso

    Sizzla Kalonji è un cantante gamaicano assai noto tra gli appassionati di musica reggae che terrà nei prossimi giorni una tournée in Italia, di cui la prima data bolognese è stata cancellata grazie alla reazione della comunità lgbt e delle istituzioni locali.
    Sizzla incita nelle sue canzoni all’uccisione delle persone omosessuali, con versi del genere: “Mi chiedo di scusarmi con i froci, scusarmi per cosa? Loro devono chiedere scusa a Dio!!! Si meritano colpi di pistola”, oppure “Venite fuori! Il sangue dei froci scorrerà! Verrete bruciati!” infine, “He he, Noi non ci uniano a loro, He he Noi non facciamo sesso con loro, Uccidiamo i froci e lasciamo che ritrovino i loro corpi”.
    Negli Stati Uniti e in Europa i suoi concerti sono stati boicottati e cancellati, allo stesso modo chiediamo che anche nel nostro Paese sia impedito a questo campione dell’omofobia violenta di diffondere le sue idee di odio!
    Facciamo appello a tutte le organizzazioni che hanno predisposto le date dei concerti di seguire l’esempio di Bologna e di non permettere che nel nostro Paese possano esprimersi impunemente non libere opinioni, ma concetti offensivi e pericolosi per una società democratica e civile.

    * presidente nazionale Arcigay

di angelo mastrandrea
pubblicato il 7 novembre 2009
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  • Don Vitaliano della Sala
    Scriveva don Lorenzo Milani ad un suo confratello in difficoltà, don Ezio Palombi: “Vengono onorati e elevati i preti che si distinguono nelle più corrotte attività e vengono destituiti i santi. Mi pare che l’indicazione divina sia trasparente come l’acqua. Non bisogna dire: ‘satana ha vinto’. Ma: ‘Dio ha scelto i suoi eletti’, e perché tutto il popolo (quello sano) sapesse riconoscerli senza possibilità di errori li ha segnati come si segnano gli alberi da tagliare o gli usci ebrei per Pasqua. Naturalmente il suo segno di riconoscimento è il segno della croce”.
    Su questa triste scia, l’arcivescovo di Firenze monsignor Giuseppe Betori ha «sollevato don Santoro dalla cura pastorale della comunità delle Piagge» e gli ha chiesto di «vivere un periodo di riflessione e di preghiera». Il sacerdote, domenica ha celebrato le nozze tra Sandra Alvino 64 anni, nata uomo e ora donna, e Fortunato Talotta, 58 anni. «Domenica, presso la comunità delle Piagge – spiega la nota della diocesi – si è compiuta la simulazione di un sacramento, con un atto privo di ogni valore ed efficacia. L’atto assume particolare gravità in quanto genera inganno nei riguardi delle due persone coinvolte, che hanno potuto ritenere di aver celebrato un sacramento laddove ciò era impossibile».
    Quello che colpisce è la freddezza con la quale la curia fiorentina tratta la vicenda, il fatto che sembra non tener conto che i protagonisti della vicenda, don Alessandro, Sandra e Fortunato, sono persone in carne ed ossa, con le loro storie di vita, i dubbi, i sogni, le sofferenze, l’amore. E poi c’è un’intera comunità cristiana, quella delle Piagge appunto, che si è interrogata a lungo sulla richiesta di questi due “promessi sposi” atipici, si è confrontata, e ha deciso che il “matrimonio” era possibile. Chi spiegherà ora a quei fedeli laici – che pure sono un frammento di Chiesa – che le loro decisioni non contano niente, che alla fine a decidere non è la Chiesa ma la Gerarchia?
    E come spiegherà il vescovo di Firenze a quegli “sposi”, che il loro matrimonio non si è mai celebrato e che il loro, infondo, non può essere considerato vero amore? E come spiegherà a Sandra che per i trans non c’è posto nella Chiesa, se non tra i peccatori impenitenti? Un trans, troppo spesso, è emarginato dalla società e, purtroppo sempre dalla Chiesa!
    È facile parlare e sputare sentenze dalle stanze ovattate e asettiche dei sacri palazzi; il difficile è confrontarsi con le persone in carne, ossa e fiato e con le loro contraddizioni; è dare risposte concrete ai tanti, gay, trans, divorziati, che chiedono finalmente accoglienza e un posto dignitoso nella Chiesa, che chiedono di non essere emarginati anche dalla Santa Madre Chiesa, che in queste vicende mostra di essere poco chiesa, per niente madre, pochissimo santa.
    Don Alessandro e la sua comunità delle Piagge, hanno cercato di dare risposte, hanno accolto e riempito di calore umano e cristiano Sandra e Fortunato, li hanno fatti sentire “normali”, forse l’unica volta nella loro vita. Se hanno sbagliato per il Diritto Canonico, certamente si sono lasciati guidare dal Vangelo e perciò sono dalla parte giusta.
    Resta la sofferenza, l’amarezza e il dolore per tanta disumanità da parte della Gerarchia. Paul Valadier (gesuita francese direttore della rivista teologica Etudes, rimosso dall’incarico nel 1989 su pressione del Vaticano per le sue idee liberali) ha scritto: “In questi ultimi anni, si sono rafforzati i tratti di una Chiesa intollerante, arrogante, inumana, che parla di diritti dell’uomo all’esterno, ma non li rispetta al suo interno”.
    Con don Alessandro, i preti come lui e le loro comunità cristiane di base, ridotti al silenzio, la Chiesa è più povera di profeti. Di questo passo ci sarà spazio solo per le “voci” ufficiali e burocratiche, per i lefebvriani e per i più reazionari tra gli anglicani, tornati nella comunione cattolica a rimpinguare le fila degli ultra conservatori che purtroppo sono tornati di moda.
    Don Luigi Sartori, mio professore quando studiavo Liturgia a Padova, ci insegnava che il dissenso, anche all’interno della Chiesa, in certe occasioni è un dovere. Tutti, ma soprattutto noi cristiani, abbiamo il dovere di dissentire quando ci accorgiamo che certe scelte producono ingiustizie e sofferenze nel mondo; se poi queste ingiustizie avvengono all’interno della Chiesa, allora noi cristiani dobbiamo dissentire con più forza, proprio perché amiamo la Chiesa e crediamo nella Chiesa, un’altra Chiesa possibile, necessaria, indispensabile, continuamente in costruzione!

di angelo mastrandrea
pubblicato il 27 ottobre 2009
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