Pio Russo Krauss
Parlando con gli studenti di un liceo, mi sono sentito dire:
“Il Termovalorizzatore di Acerra inquina come tre auto di media cilindrata: l´ha
detto Berlusconi. Quindi non c`è nessun pericolo”. Effettivamente Berlusconi questo ha detto inaugurando l´inceneritore di Acerra, ma è vero? Sono andato sul sito dell`Ispra, l`Istituto del ministero dell`Ambiente (guidato da Stefania Prestigiacomo, ndr) dove si può consultare il catalogo delle emissioni delle varie tipologie di auto (www.sinanet.apat.it/it/) e ho trascritto i dati relativi alle emissioni di un’auto euro 3*,* di cilindrata 1400-2000, in ambiente urbano (quando si usano le marce basse che inquinano di più). Poi sono andato sul sito <http://www.emergenzarifiuticampania.it/> del
Commissariato Rifiuti della Campania (affidato a Guido Bertolaso, con il vicario Franco Giannini, ndr) dove si trovano i valori massimi di emissione (mg/mc di fumi) che la Fibe-Impregilo garantisce per l´inceneritore di Acerra. Mancava il dato sulla CO2 emessa, che ho ricavato da Wikipedia. Ho moltiplicato i dati forniti dalla Fibe per i metri cubi di fumo emessi in un anno e ho cosí potuto paragonare le emissioni di un’auto di media cilindrata (euro 3) con quelle dell´inceneritore di Acerra. Ebbene quest´ultimo non inquina come tre auto ma come 115.702 auto per quanto riguarda la CO2, come 61.000 auto per quanto riguarda gli ossidi di azoto, come 27.000 auto per quanto riguarda le polveri e come 562 per quanto riguarda il monossido di carbonio. Mi chiedo: ma è possibile dare un dato cosí campato in aria senza che succeda niente? Non c`è una legge che punisca chi disinforma in tale maniera i cittadini? Perché nessun giornalista è andato a verificare i dati forniti dal Presidente del Consiglio? E in ultimo: può esserci democrazia se si danno ai cittadini dati non veri? Come possono i cittadini essere sovrani se non si fa sapere loro come stanno le cose, se li si disinforma?
* responsabile del settore Educazione sanitaria e ambientale Asl Napoli 1 Centro
pubblicato il 24 aprile 2009
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Ricchezza o miseria, chi costruisce un impero da 48 miliardi di euro nell’arco di pochi anni impara a guadagnare su tutto. Alfredo Romeo dalla sede partenopea al Centro direzionale, proprio di fronte al Consiglio regionale della Campania, organizza la sua rete di clientele e mega appalti, mentre la sua forza lavoro gestisce il piccolo tesoro che gli ha consentito di affacciarsi sul palcoscenico che conta, Roma e Milano, accanto a partner del calibro di Caltagirone. Il piccolo tesoro è il patrimonio del comune di Napoli, affidatogli in gestione nel 1989, un affare da 100 miliardi di lire che fruttò all’imprenditore una condanna a 4 anni per corruzione durante la tangentopoli partenopea. Si tratta di 35mila case di edilizia residenziale pubblica, con circa 135.000 inquilini, a cui si aggiunge un altro nucleo di alloggi avuti in eredità o acquisiti dall’amministrazione da enti dismessi. Appartamenti di pregio disseminati nel centro storico, ma anche in quartieri di lusso come Chiaia, accanto alle case popolari nelle zone periferiche che circondano la città. La Romeo si occupa di tutto: gestisce gli affitti, i contenziosi, la manutenzione, la dismissione. Tutta la filiera è stata organizzata nel tempo in modo da provoca un guadagno a ogni fase: il primo contratto, che prevedeva solo il censimento e l’amministrazione, venne rinnovato dalla prima giunta Bassolino con un ribasso del 30%, il ‘sacrificio’ venne compensato con l’affidamento della manutenzione, nel 2004 il comune gli assegna anche la dismissione del 70% del patrimonio immobiliare, con un compenso del 2% sulle vendite, e il cerchio si chiude. Una gestione impegnativa per una spa nata come semplice società di compravendita di immobili. Le professionalità sono state acquisite dopo, basta chiedere in giro a palazzo San Giacomo, sede del comune, dove in molti ricordano la fuga di dipendenti nei primi anni ’90, dal geometra al dirigente, verso la Romeo che imbarcava così, in un solo colpo, professionisti ed esperti della pubblica amministrazione. Tutto serve per offrire al meglio il servizio, che frutta profitti che si aggirano intorno ai 20 milioni l’anno per la manutenzione degli immobili più 15 milioni di euro per le partite straordinarie, 150 milioni per il patrimonio storico e 600 milioni per l’edilizia residenziale pubblica. Di che servizio si tratta lo raccontano gli inquilini. In un edificio di via Bellaria, a due passi dal Museo di Capodimonte, da cinque anni si susseguono gli interventi di riparazione per una perdita che dal terrazzo provoca la penetrazione d’acqua nella casa sottostante. Cinque anni di rattoppi pagati dal Comune, dalla canalina della pluviale all’impermeabilizzazione, che hanno avuto come solo effetto far estendere l’infiltrazione nell’appartamento accanto. Se poi si va sul forum dei dipendenti Rai di Napoli si leggono di squadre di intervento che arrivano, constatano il danno promettendo di tornare per la riparazione e poi spariscono. Sono i più fortunati, vivono in case popolari, subiscono pareti ricoperte di muffa e piccoli disservizi ma non sono ancora all’inferno. All’inferno, invece, vivono gli abitanti di quartieri come San Giovanni a Teduccio, Piscinola, Marianella, Miano, fino alle Vele di Scampìa, il Rione De Gasperi di Ponticelli, il Rione 25/80 di Chiaiano, il Rione dei Fiori di Secondigliano. Tutti serviti dalla Romeo. In molti casi si tratta di prefabbricati pesanti costruiti con la legge 219 del 1981 per affrontare l’emergenza post terremoto, dovevano essere solo case temporanee, per togliere la popolazione dalle roulotte nei freddi inverni seguiti al 1980, senza servizi e in molti casi senza l’allaccio alla fognatura e sono diventate definitive in assenza di interventi della politica. Edilizia povera soggetta a un rapidissimo degrado, affidata a un gestore privato senza alcun controllo pubblico. La cura ordinaria, prevista e pagata da contratto, è inesistente quando si può accedere a guadagni extra attraverso la manutenzione straordinaria: “Vengono a sostituire un filo di rame e dicono che hanno rifatto l’impianto elettrico” racconta Domenico Lo Presto segretario dell’Unione Inquilini, intervistato dai mediattivisti di InsuTv. Così 150 famiglie di Piscinola si organizzano per protestare contro il Comune. Arrivati nelle case popolari nel 1986, dopo sei anni passati da sfollati in stanze d’albergo, si ritrovano a vivere un nuovo incubo: la Romeo nel 2000 toglie l’impianto di riscaldamento vecchio ma non completa i lavori, così dai tubi salgono i topi che infestano gli appartamenti. Non che la Romeo non accolga i reclami, a disposizione del pubblico c’è il numero 0816041155: si finisce ad aspettare mentre la musica, una di quelle che usano in Tv come colonna sonora dei successi sportivi, fa da ironico contrappunto in attesa che inevitabilmente cada la linea. La cura per le relazioni con il cliente porta anche all’apertura di quattro sportelli a Secondigliano, Piscinola, Pianura e Ponticelli: “I consiglieri circoscrizionali prima, di municipalità poi hanno la corsia preferenziale – racconta ancora Lo Presto alle telecamere di InsuTv – con la loro lista di amici e parenti. I poveri cristi fanno la fila e a volte non riescono nemmeno a entrare”. L’esempio migliore, però, lo offrono le Vele di Scampìa. Triangoli di cemento bianco costruiti nel 1980 per promuovere lo sviluppo della zona, con un intreccio fitto di ponti e viuzze che avrebbero dovuto riprodurre l’intrico dei vicoli di Napoli, sono diventati un monumento al degrado al punto che l’allora sindaco Bassolino, nel 1997, ne decretò l’abbattimento perché invivibili. Oggi ne restano in piedi quattro su sette in una visione spettrale di calcinacci caduti, porte divelte, pavimentazione sconnessa. Se si decide di effettuare un censimento, si scopre che gli impianti elettrici non sono a norma, in strutture con una forte infiltrazione d’umidità proveniente dai terrazzi di copertura, impianti di scarico otturati, contatori di luce e acqua non a norma, condotte corrose, riscaldamenti rotti da decenni e ascensori mai entrati in funzione in palazzi alti oltre dieci piani. La Romeo chiede 6 milioni di euro di affitti arretrati a inquilini che abitano case dichiarate dal comune inabitabili. Una visione apocalittica dove naturalmente si è sfiorata la tragedia più volte. Ad esempio il signor Pasquale Lubrano venne allontanato nel 2000 dal suo appartamento nel fabbricato C1 per il crollo della scale di accesso al suo alloggio, un incubo di calcinacci franati sul ballatoio sottostante e un ragazzo di 14 anni aggrappato al corrimano per non cadere. Il comune però paga alla Romeo il servizio di manutenzione, i consiglieri del Prc Franco Di Mauro e Rosario Bellotti chiedono una commissione di inchiesta sulla società di gestione ma il consiglio comunale vota contro e gli affari riprendono. Prima però la Romeo invia una nota a Palazzo San Giacomo, datata 31 gennaio 2001, a firma dell’amministratore delegato Enrico Trombetta, in cui attribuisce i disservizi ai pochi fondi stanziati dal comune (17.550 euro a fronte di una richiesta di 98.400) sottolineando poi il ruolo positivo svolto dalla società “per trasformare il ‘trattamento diseguale’ finora usato nei confronti dell’utenza dei meno abbienti che usufruiscono dell’edilizia residenziale pubblica, in un ‘trattamento uguale’ a quello assicurato a tutti gli altri cittadini napoletani, dai più abbienti della zona Chiaia-Posillipo, a quelli del Vomero, del centro storico e così via”. Sembrerebbe una battuta di pessimo gusto se non fosse un atto ufficiale regolarmente protocollato. Poi arrivano le dismissioni e il giro di affari si allarga. “Agli inquilini con redditi bassi, il gestore non indicava in modo chiaro il loro diritto a rimanere come affittuari. Il loro silenzio autorizzava a mettere la casa all’asta” racconta Alessandro Fucito, consigliere comunale del Prc e componente della commissione Patrimonio dal 2001. Sono circa 1.800 famiglie a rischiare direttamente la casa, mentre si
è raggiunta la cifra di undicimila udienze di sfratto. Molti legali della Napoli che conta ruotano intorno alla Romeo. Intentano cause contro gli affittuari morosi, facendo poi pagare loro le spese legali secondo le vecchie tariffe, più alte di quelle attualmente vigenti. Soprattutto mirano a far decadere i diritti di prelazione degli inquilini in modo da poter mettere le case sul mercato. Un meccanismo pericoloso se non governato dalla pubblica amministrazione. E’ ancora Lo Presto a spiegare cosa sta accadendo: molte famiglie camorristiche che gestiscono il territorio inseriscono un loro affiliato nello stato di famiglia degli aventi diritto all’alloggio, in cambio di denaro e della promessa di lasciare la casa all’inquilino finché è in vita, acquisendo però il diritto a compare la casa ala sua morte. Ancora la camorra tra i protagonisti delle aste delle case sottratte agli occupanti, in una sorta di insediamento nel territorio in sostituzione dello stato. Ogni passaggio un nuovo profitto per la Romeo, senza alcuna assunzione di responsabilità per lo stato dei luoghi e i processi sociali che pure contribuisce a generare.
pubblicato il 14 gennaio 2009
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