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Angelo Mastrandrea
“Uè Mastrandrea, sono Della Mea. Ho scritto un articolo”. La telefonata sul cellulare poteva arrivare a qualsiasi ora del giorno o della notte. Voce inconfondibile, Ivan Della Mea non poneva limiti alla sua creatività. Scriveva quando ne aveva voglia, in un fluire di pensieri senza punteggiatura che avevano il merito di mantenerti inchiodato e divertito fino all’ultima righe. “Scrivo di getto come un do di petto uno e solo di un ex tenore asmatico romantico e negletto”, confessa in uno dei suoi tanti articoli per il manifesto (cui bisogna aggiungere anche un disco, “Ho male all’orologio”. Poi, a fatica esaurita, ti chiamava per metterti al corrente della sua ultima prestazione. Solitamente erano pezzi brevi, oggetto la sinistra e le sue debolezze da prendere in giro. Ma negli ultimi due anni aveva anche scritto dei racconti più lunghi. Il primo, “Vedo il luogo natio”, per la raccolta “I rifugi della sinistra”. “Ue’ Mastrandrea, sono Della Mea. Ho scritto un racconto un po’ particolare, di quelle cose strane che faccio io. Vedi un po’ se ti piace”, disse più o meno così nella telefonata di rito. L’anno dopo, cioè l’estate scorsa, per Italia underground (che è poi diventato anche un libro) si esibì nella Ballata del silenzio vegetale. Un inno alla natura di straordinaria bellezza infarcito di Nietsche, Marx e del ruolo dei contadini nella rivoluzione russa del ’17. Si concludeva così: “E per incanto ho trovato il silenzio, quello dentro di me: assomiglia tanto alla pace”. Non credo ci sia altro da aggiungere. Ancora una volta, caro Ivan, hai fatto tutto da solo.
pubblicato il 14 giugno 2009
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L’Onda e il manifesto, Uniriot e il Climate camp, Londra e Strasburgo e Atene, lo Slai Cobas e la Fiom. Sullo sfondo del Salone del libro e dell’Anarchy in Eu. Surfando sulle polemiche, di Marco Philopat e Duka rileggono le giornate torinesi.
Marco Philopat e Duka
Malcolm, un uomo alto e secco con il taglio a due lunghezze per mascherare i capelli già in caduta e due occhi da triglia, nella vita era uno sballato. Però sapeva benissimo che al salone del libro non avrebbe dovuto farsi le canne. Ma che cazzo! Quella fiera era fin troppo celebrale, una noia che non riuscivi a schiodarti di dosso.
Malcolm, aveva chiesto cambio di una mezzora allo stand e poi era uscito dai capannoni del Lingotto. Sotto un sole caldissimo raggiunse in pochi minuti il suo camper nel parcheggio. Dentro era un forno. Quest’anno il suo editore non pagava l’albergo. Finalmente si accese un cannone di Temple Ball. Aveva in mano il libro di Alex Foti, Anarchy in EU in cui aveva trovato degli steakers che ora si divertiva ad attaccare sulle pagine giuste. Un kit da comporre che mandava fuori di testa. La prima parte del libro era una specie di saggio cromatologico sui movimenti nel dopo Noglobal, nella seconda c’erano i diari psichedelici sulle trasferte europee dell’autore all’inseguimento della rivolta. Purtroppo la Temple Ball gli faceva attaccare storti gli adesivi. Questo lo spinse a riflettere sul perché anche quella volta si era fatto convincere di tornare a Torino. Malcolm doveva lasciare Roma al volo, un cupido lo aveva trafitto il mese prima, ma come al solito si trattava di un colpo di striscio, l’innamoramento era d’un tratto sparito. Eppoi, un amico gli aveva detto del G8 degli universitari. Da un po’ di tempo alla parola G8 gli veniva un strano tremolio al braccio, ma non capiva se era l’adrenalina o il primo sintomo dell’Alzheimer. Perciò aveva accettato di partire con un vecchio camper che gli aveva prestato suo cugino piccolo, un ravaiolo un po’ stanco di fare il traveller.Come molti amici e colleghi, Malcolm faceva parte di quella nuova professionalità che sta in mezzo tra lo scrittore e lo standista. Il suo editore era una brava persona, gli aveva pubblicato due libri da lui scritti che erano andati anche benino, poi però l’aveva coinvolto in tutto il resto… Da 8 anni si faceva un mazzo bestiale per 6 giorni senza quasi mai dormire. Montare il mercoledì, stand aperto il giovedì. Poi 14 ore filate a vendere, o meglio a tentare. Poi c’era l’obbligo di andare a tutte le feste già dalla prima notte, d’altronde al giovedì sono importanti i contatti, quando si è ancora freschi. Imperativo: essere disinibiti dall’alcol ma non permettersi di biascicare e fare il simpatico con tutti i giornalisti che potrebbero recensire i tuoi libri. A letto ore 4.00, sveglia ore 8.00. Venerdì era il giorno più importante, dove si inizia a sbattersi sul serio. Invece… Che palle! Erano appena le 15.00 doveva fare ancora otto ore di lavoro. Uscendo dal camper si era ricordato che doveva passare allo stand di A Est dell’Equatore, per prendere una copia di Milingo contro tutti, il romanzo più burroghsiano del momento, scritto da Filippo Anniballi. Qualche testo buono c’era ancora per fortuna. Ma intorno a lui sembrava un solo lamento, si vendeva meno, i conti non tornavano, i piccoli imprenditori inseguivano i propri creditori nel tentativo di sfuggire ai loro debiti. L’editoria era un settore nella merda e la vita di Malcom affondava sempre più nello sterco. Quella notte avrebbe dovuto presenziare alla festa della Minimum Fax, la solita affollatissima sala da ballo dove tutti confluivano alle due di notte. Era là che quelli reduci dal raduno d’elite all’Einaudi incrociavano i destini degli sfigati, tra questi gli scrittori/standisti come lui. Non aveva pranzato quindi doveva stare attento pure all’ora, alle 17 in punto, come ogni anno, scattava il buffet offerto dalla regione Umbria. Era una delle poche occasioni per mangiare qualcosa… L’effetto dello spinellone durò più del previsto, poi il vino dei diversi aperitivi aveva fatto il suo dovere portandolo in uno stato di apatia fino alla chiusura. Tutto come da programmi, senza nemmeno un’illusione.
Il sabato era scorso veloce al ritmo di un cannone fumato per ogni due libri venduti. Allo stand arrivavano le notizie sulla manifestazione degli operai della Fiat e la presunta aggressione a Rinaldini da parte dei Cobas. Pensando al G8 di martedì, un po’ di elettricità aveva scosso i nervi di Malcolm. A mezzanotte era passato dal campeggio degli studenti, lo Sherwood camp, per vedere che aria tirava. Aveva bevuto un bicchiere di vino biologico, a 50 centesimi e 50 di cauzione per il bicchiere di plastica, sentendosi un po’ meglio. Era una location della madonna. Il campeggio a impatto zero si trovava in un boschetto sulla riva del Po, dall’altra sponda poteva vedere il molo dei Murazzi pieno di locali e la gente che si divertiva. Stava seduto con un paio di amici su panchette di legno autocostruite in mezzo al bar gestito da giovani universitari troskisti e da qualche pink. Malcom aveva cercato l’assemblea per capire le loro intenzioni, ma quegli attivisti sembravano ancora molto impegnati a capire se stessi, poi si faceva tardi e quella notte aveva ancora la testa nell’editoria. Allora via di corsa alla festa di Fandango, dove si era pure divertito, ma sul più bello, quando le danze e le birre gratuite si erano diffuse come un morbo e Malcolm stava scatenandosi in pista con la sua amica Cristina, proprio nel momento in cui stava per battergli i pezzi, gli organizzatori avevano spento la musica e acceso delle orrende luci al neon. Solo un istante prima si sentiva in forma e famoso come Bret Easton Ellis, subito dopo erano affiorati i visi, dei presenti, già segnati dalla stanchezza e dalla dura realtà. La crisi… E chi la paga? Cristina, una giornalista del quotidiano locale di Cremona che una volta gli aveva scritto una bella recensione, gli offrì un passaggio in auto. Giunti davanti al parcheggio del lingotto, non trovando migliore battuta per fare lo splendido, gli disse che il suo look gli ricordava Jane Fonda durante le lezioni di aerobica. Cristina non l’aveva presa troppo bene, ma forse era davvero molto stanca anche lei.
Il bioritmo professionale imponeva quattro ore di sonno. La domenica ci si aspettava il pienone, Malcolm si addormentò pensando alle vendite del suo libro. Ma in fiera, inspiegabilmente, c’era poca gente. Gli editori che contavano su quell’unico giorno per andare a pari con le spese, avevano la bava alla bocca. Gli standisti in paranoia nera. “Qui non ci scappa manco la paga giornaliera…” Alle quattro del pomeriggio, chiese il cambio per due ore e si spostò alla manifestazione fluffy, in macchina con la sua amica Antonella che lavorava come ufficio stampa per un’altra casa editrice. Si congiunsero al piccolo corteo che era appena partito. C’erano solo trecento studenti, più o meno il numero dei campeggiatori. Una delusione, malgrado la trentina di pagliacci della Clown Army che con un ariete di polistirolo tentavano di sfondare gli scudi della polizia, Malcolm aveva capito che bisognava aspettare la manifestazione spiky… Fluffy e spiky, ancora quelle parole assurde inventate da Alex Foti sul libro appena letto. Dopo poco decisero di riprendere l’automobile per tornare ai rispettivi stand. Passando per piazza San Carlo capirono perché al salone c’erano così pochi visitatori. Decine e decine di migliaia di persone invadevano la piazza per le selezioni del Grande Fratello. Il reality televisivo vinceva sulla letteratura e spazzava via saggistica e narrativa, nemmeno il fumetto di Watchmen reggeva al violento impatto, la moltitudine dei teledipendenti aveva disertato il salone del libro. La domenica sera andò a dormire presto nel suo triste camper, le feste erano finite, l’indomani si era preso la mattinata libera per andare al secondo appuntamento anti G8 dell’università.
Le iniziative del lunedì erano state indette dai collettivi universitari autonomi, l’asse portante dell’onda torinese. Alla mattina presto Malcolm uscì dal camper per raggiungere un centinaio di manifestanti che stavano effettuando un blocco stradale davanti la stazione di Porta Nuova. Gli studenti, prima dell’arrivo di Malcolm, erano stati caricati dalla celere comandata da Mortola, uno dei macellai messicani della Diaz. Le guardie avevano ordinato di levare il blocco perché il traffico era paralizzato da più di un’ora. I manifestanti per non subire fermi e per non prendere altre manganellate avevano deciso di mollare il colpo. Ma entrati in via Roma erano stati caricati alle spalle dalla sbirraglia. Altre botte altri fermi, poi avevano proseguito per piazza Castello imboccando via Po per finire con un sit-in sotto il rettorato. Malcolm era per la prima volta dopo anni in mezzo alle cariche della polizia! Aveva corso avanti e indietro senza capirci niente, però sentiva che il fisico reggeva ancora e il fiuto tornava quello di una volta. Sì, la netta sensazione che l’unica difesa possibile, arrivati a quel punto della vita, con la crisi che gli divorava il già misero esistente, sarebbe stata quella di giocare in attacco.
Era ora di abbandonare i manifestanti e recarsi a lavoro. Arrivato al salone per l’ultimo giorno di lavoro, gli editori, persino Feltrinelli e Mondadori, facevano sconti fino al 50 per cento, molti erano i cartelli con le scritte cubitali a pennarello che dicevano: “Tutto a 5 euro”. Svendevano, pur di rimediare qualche monetina, per non spendere troppo con i corrieri che dovevano riportare i libri a casa. Il primo padiglione dove stavano i piccoli editori si era trasformato in un suq. Gli standisti urlavano come pescivendoli o se ne restavano attoniti nella loro depressione, oppure attaccavano pippe sui contenuti fantastici dei loro libri, in breve cercavano disperatamente di racimolare la propria paga. Durò così fino alla chiusura, con un forte mal di testa e le orecchie in preda a un’allucinazione uditiva.Martedì il gran momento, la mareggiata, finalmente Gran Torino… Si svegliò con un pensiero ossessivo. Oggi o mai più. Era l’ultima spiaggia, da Genova 2001 gli scontri mancavano dall’agenda del movimento. Non cavalcare quest’onda sarebbe stato disertare la vita. Si rendeva conto che peggio di così non si poteva andare, il suo lavoro da standista/scrittore glielo suggeriva, era l’incubo di una vecchiaia simile a quella di un baraccato di Mumbai che lo muoveva. Era giunto il momento di tracciare una linea netta, far saltare tutte le mediazioni: gli amici da una parte, i nemici dall’altra. Malcolm spense il mozzicone del suo cannone e iniziò la vestizione. Pantaloni neri, quelli militari con i tasconi, scarpe nere, etnies da skate, camicia nera, rigorosamente Ben Sherman a maniche corte. Scese dal camper, uscì dal Lingotto e si diresse alla fermata dell’autobus. Mentre viaggiava verso il concentramento, una paranoia lo investì: “Cazzo non ho un fazzoletto per coprirmi la faccia.” Arrivato alla fermata, prima di dirigersi a Palazzo Nuovo, andò in via Po dove c’era un negozio di accessori gotici per darkettoni, lì comprò un’inguardabile bandana. Al concentramento, in attesa della partenza del corteo, pensò di farsi un’altra canna. Se la fumò con Fritz, un vecchio amico di Bologna famoso per la logorrea da THC. “Vedi Malcolm, guarda cosa c’è scritto su questo volantino dell’onda di Camerino. Ci battiamo contro il potere dell’iniquità e della privatizzazione. Senti come gira bene, il linguaggio non è più quello del novecento… Iniquità, capito? Iniquità e privatizzazione…”. “Fritz non ci sto capendo un cazzo, fammi leggere come continua.” Con la canna in mano Malcolm si sforzava di capire più che i linguaggi, i contenuti del nuovo millennio: È scoppiata la crisi. Dall’abbondanza delle merci alla ristrettezza di vedute di ieri, dalla scarsità di merci agli orizzonti che si ampliano oggi. I comportamenti si radicalizzano. Le eresie si concatenano. Le proteste si moltiplicano. In effetti non era male… Fritz tirò fuori un altro volantino con un collage di immagini, sembrava una pagina di una punkzine anni ottanta. “Leggi qui, questo non so nemmeno dove l’ho trovato, si firmano i Surfisti dello Tsunami.” Il testo era po’ confuso, quasi situazionista, forse l’aveva scritto uno studente di scienze della comunicazione, ma il finale, per quanto bizzarro, era una bomba: I capitalisti simulano la propria immolazione per evitare la decapitazione. Ci vogliono far diventare protagonisti dei reality per non partecipare all’unico reality che sposta gli assetti di potere, quello del riot! La crisi gliela facciamo pagare noi, questa volta! A Malcolm scappò un sorriso. Dopo aver perso una parte del suo guadagno a causa delle selezioni del Grande Fratello, la metafora sul reality calzava a pennello sulla sua incazzatura. L’entusiasmo contagioso di quasi diecimila manifestanti, il suo completo nero in simbiosi con molti altri e l’ennesima botta di Temple Ball, fece scattare in lui uno strano effetto che creò un vortice d’immagini epiche. Sentì una sensazione simile al mal di mare, come un marinaio di Kronstadt in attesa dell’insurrezione, un brivido bollente come un bolscevico che aspetta il segnale della rivoluzione d’ottobre bevendo vodka.
Il corteo si mosse e si snodò per le vie della città, fino a giungere in via Marconi. Davanti iniziava la zona rossa, con le sue barriere e i suoi cani in difesa del Palazzo del Valentino, la sede del G8 dell’università. Davanti a tenerlo unito c’erano i cordoni del servizio d’ordine con il compito di compattare. Due file di compagni avanzavano, frontali verso la celere, mentre altre due squadre chiudevano le strade laterali fronteggiando polizia e carabinieri. Malcolm stava nei dintorni a guardare. Lo scontro iniziò furioso. Fumogeni, gas lacrimogeni, manganellate, estintorate, ma soprattutto volavano pietre. A lanciarle ragazze e ragazzi, lui era già mezzo intossicato, lo sguardo gli finì proprio sopra un bel mucchietto di sampietrini che sembravamo messi lì apposta. Tra i conati di vomito e il respiro che mancava, Malcolm ne aveva raccolti due, erano perfetti. Il cuore batteva a tremila, il lanciò fu come liberarsi dall’ossessione di voler diventare un nuovo Lucarelli. Che cazzo! È qui la vera paura… Dopo il tentativo di sfondamento i cordoni d’attacco avevano ripiegato dove si era attestato il corteo, che composto li aspettava. La sassaiola non si fermava, nessuno la poteva fermare, si trovavano sassi ovunque e tutti li raccoglievano e li lanciavano, non esistevano più buoni e cattivi, le pietre piovevano sulla polizia. I celerini provarono a entrare dal lato destro, ma non furono abbastanza decisi, arretrarono e infine si ritirarono. I manifestanti si resero conto che non erano imbattibili, li caricarono e quelli fuggirono sotto i colpi dei sassi. La sindrome di Genova era guarita. L’onda li aveva travolti, una mareggiata li aveva spazzati via.
La sua camicia Ben Sherman si era sporcata del miscuglio d’acqua e malox che gli avevano rovesciato addosso per alleviare il bruciore agli occhi, forse era da buttare. Il cuore gli batteva ancora forte e la mancanza d’aria gli tagliava le gambe, ma Malcolm era contento, felice, cammina a testa alta con l’andatura dinoccolata. Dal sound del furgone echeggiavano i Body Count, purtroppo qualcuno s’era messo a cantare Non siam scappati più… “Socmel, ma che cazzo si mettono a cantare, il novecento è finito da un pezzo…” Fritz gli si era di nuovo avvicinato con altri volantini che aveva raccattato durante il corteo. “Leggi questo”. “Ma è in francese.” “Dai Malcolm, te lo traduco io”: L’ondata partita dalla Grecia e dagli atenei europei non si ferma. Il Piombo Fuso su Gaza l’ha radicalizzata e unita alla lotta dei migranti. Le proteste contro il G20 a Londra e la NATO a Strasburgo dove black e banlieue hanno stretto sodalizio, hanno segnato la dimensione pienamente europea e transnazionale. Da Istanbul a Berlino, il primo maggio è tornato nelle strade e sulle barricate. E ora la lunga estate del G8 in Italia: Torino, Roma, Lecce, l’Aquila. “Hai visto che roba… Socmel, guarda come si firmano: Atelier Mille Plateaux – Saint-Denis, una figata pazzesca, casseurs che hanno letto Deleuze!”
Il mercoledì mattina Malcolm viaggiava sull’Aurelia a bordo del camper, al suo fianco c’era Fritz che gli aveva chiesto un passaggio perché non se la sentiva di terminare in Piemonte quel fantastico viaggio. “Questa nuova generazione, secondo me è proprio estranea al vecchio patto sociale, rivogliono il futuro che la precarietà gli ha portato via. Punto e basta.” Malcolm era stufo di sentire quelle svalvolate, perciò l’aveva stoppato. “A Fritz, il cadavere del futuro gli ritorna indietro…” La giornata era splendida, calda, sembrava già di essere nel pieno dell’estate. La strada correva lungo il litorale tirrenico, il mare laggiù in fondo era calmo e invitante. Decisero di svoltare verso la spiaggia e si fecero un bel bagno. Mentre si asciugavano al sole Malcolm disse: “Ma tu hai visto il film Gran Torino?” “No! So solo che è di Clint.” “Neanch’io l’ho visto, però mi sembra un ottimo titolo per descrivere questi ultimi giorni”. Torino. Gran Torino. In effetti, per una settimana era stata il centro della crisi del mondo. “E adesso cosa si fa?” chiese Fritz… “Non so… Nel volantino di Mille Plateaux dicevano degli altri G8…” Nel pronunciare la parola G8, Malcolm sentì immediatamente lo stimolo per muovere il braccio nel gesto del lancio. Adesso ne era sicuro, si trattava proprio di adrenalina.
pubblicato il 23 maggio 2009
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Francesca Caliolo è la vedova di Antonino Mingolla, operaio di Mesagne, morto per una fuoriuscita di gas all’Ilva di Taranto il 18 aprile 2006. In questo racconto c’è tutto, la vita, il lavoro, Taranto e la fabbrica, l’amore e la morte.
Francesca Caliolo
Il giorno in cui misi piede per la prima volta come operaio nel cantiere Ilva di Taranto, fui preso dallo sconforto, come mai mi era accaduto nella mia lunga esperienza lavorativa. Difficile arrivare alla fine di quella giornata. Trovare quel lavoro non era stato facile: dopo mesi di mobilità e decine di domande inoltrate a ditte del settore, un contratto a due mesi mi aveva dato respiro. Conoscevo già il cantiere per averci lavorato in trasferta qualche anno prima. Quella sensazione che avevo ora però, era di definitiva appartenenza a quel luogo e questo mi infondeva pessimismo per il futuro. Dovevo avere un´espressione molto avvilita se, tornato a casa, mia moglie mi abbracciò forte, dicendosi sicura che presto avrei trovato qualcosa di meglio. Invece restai in quella ditta per due anni, passai in un´altra come caposquadra per altri due, per poi tornare alla prima, divenendo vice-capocantiere circa tre anni dopo.
Questo scatto di livello mi gratificò, gravandomi al tempo stesso di una grande responsabilità, a causa di lavori molto impegnativi che eravamo chiamati a fare. Ciò che restava immutato era il paesaggio. Contro un cielo velato dai fumi, si stagliavano bizzarre architetture: come cattedrali futuriste consacrate alla grande economia, svettavano numerose ciminiere, attorniate da condutture metalliche che percorrevano in lungo e in largo la città-cantiere, trasportando enormi quantità di gas, per arrivare ai potenti altoforni capaci di ridurre i metalli in lava incandescente.
A fumi e vapori si aggiungeva il polverino, come lo chiamavano qui, che si sollevava dalle nere colline di carbone dei parchi minerali, in una sorta di moderna rivisitazione dell´Inferno dantesco. Di tanto in tanto, paradossalmente, il tutto era avvolto dalle note dell’ ”Inno alla gioia” di Beethoven, diffuse dagli altoparlanti per sottolineare il momento culmine della “colata”. A questo scenario pian piano non ci feci più caso, se non per il fatto che gradualmente contribuiva ad aggravare la mia allergia. La prima estate che affrontai in Ilva fu una delle più calde in assoluto. Toccò i 40° e a noi toccò ristrutturare un altoforno ancora caldo, situato vicino a un altro in funzione, a 1.800°.
In seguito bisognò revisionare dei silos contenenti residui oleosi che impregnavano le nostre tute rendendole inutilizzabili: condutture buie e fuligginose che ci rendevano irriconoscibili come minatori a fine turno. Strutture poste ad altezze irraggiungibili da chi non avesse una qualche capacità funambolica. Difficile raccontare questo stato di cose a chi non conosceva quell’ambiente.
E infatti non lo raccontavo. Non lo raccontavo ai conoscenti, non lo raccontavo ai parenti. Non lo raccontavo agli storici amici, insieme ai quali avevo condiviso battaglie sociali. Col tempo le nostre vite erano cambiate; dal punto di vista del lavoro però, la mia vita era cambiata più delle loro. Lavoratori per lo più “di concetto”, li ritenevo teorici idealisti, lontani anni luce dal mondo cui accennavo loro con battute ironiche. Mia moglie era l’unica a conoscere nei dettagli la mia realtà lavorativa. Quasi ogni mattina, mi chiamava per un rapido saluto che mi rincuorava e poi, una volta a casa, mi martellava di domande per conoscere tutto della mia giornata.
Benché restìo a raccontare aspetti poco rassicuranti per lei, mi ritrovavo poi a farle un resoconto completo anche di dettagli tecnici. Questo suo modo di essermi vicina, era parte integrante di una condivisione totale della nostra vita e aveva in effetti il potere di alleviare tante giornate difficili. Così come mi aiutava il bellissimo, profondo legame con i nostri figli. Ma anche al lavoro mi aiutavano i contatti umani. Ci tenevo a stabilire rapporti di amicizia prima che professionali; una risata, una battuta, qualche aneddoto ci faceva superare le giornate più pesanti. Avevo buoni rapporti con tutti o quasi e avevo rispetto per i superiori come per l´ultimo arrivato.
In passato avevo subito troppe vessazioni solo per essermi opposto a delle ingiustizie, da parte di capi tesi ad affermare il proprio ruolo, per non nutrire rispetto per chi avevo di fronte. Oltretutto lavoravo quasi sempre al fianco dei miei operai per condividere rischi e fatica. Era nel periodo delle “fermate”, vale a dire il blocco produttivo di un settore del cantiere, che permetteva a noi di intervenire, che divenivo duro ed esigente, preoccupato che tutto andasse per il meglio.
Ad ogni modo, odiavo quel lavoro. Non lo lasciavo perché volevo mettere un po’ di risparmi da parte per avviare una attività indipendente, magari nella ristorazione. Cosa non facile con una famiglia monoreddito e due figli in crescita. D´altro canto, per quanto ancora avrei potuto svolgere un lavoro così usurante con due vertebre schiacciate, un menisco lesionato e una tendinite al braccio destro?
E comunque sognavo un lavoro che mi lasciasse più tempo per vivere insieme alla mia famiglia e programmare finalmente delle ferie in estate, seguire il calcio, la politica, fare passeggiate senza sentirmi stanco e stressato. E se la stanchezza era dovuta alla manualità del lavoro, lo stress derivava dal carico di responsabilità, per l’esecuzione tecnica secondo precisi parametri e tempi sempre troppo limitati, dettati da gare al ribasso, che ci imponevano turni impossibili, arrivando a volte a lavorare per 16 e addirittura 24 ore di seguito! Nel contempo bisognava fare attenzione che nessuno si facesse male e, a dire il vero, la frequenza degli incidenti in tutta l´Ilva non lasciava ben sperare.
A fine giornata pareva un bollettino di guerra, con incidenti di tutti i tipi: ustioni, intossicazioni, fratture e, qualche volta, si moriva anche. Le morti ci lasciavano attoniti, a pensare all´esagerato tributo da pagare in cambio di un lavoro di per sé duro e alienante.
Eroi, martiri del lavoro? Nessuna medaglia, non funerali di stato. E credo che nessuno di quegli uomini avesse voglia di immolarsi a un dio che chiedeva sacrifici in nome di interessi economici, e non si prodigava ad attuare migliori misure di sicurezza, definendo “morti fisiologiche” quelle 2-3 che in media si verificavano per anno in un cantiere dove operavano circa 20.000 persone. Ci sentivamo impotenti, rassegnate formiche al cospetto di un colosso. Protestavamo e poi, dovendo continuare a lavorare, cercavamo di scongiurare la morte cercando di non pensarci. D’altronde nella nostra ditta non era mai morto nessuno.
Sono passati ormai quasi nove anni dal mio ingresso in Ilva e sono ancora qui, alle prese con un´ennesima “fermata” che si presenta particolarmente complicata e che mi ha caricato di tensione già da qualche settimana. Neppure questa pausa pasquale è servita a ricaricarmi; neppure la giornata di ieri passata in campagna respirando aria pura, cosa non comune per me. Ho avuto da ridire con mia moglie anche prima di andare a dormire, col pretesto che non aveva sistemato bene la piega del lenzuolo. Lei ci è rimasta male perché era stanca, ma io ero nervoso e intrattabile e non ci siamo neppure dati la buonanotte. Più tardi appena avrò un po´ di tempo la chiamerò per scusarmi, tanto ormai lo sa che se non termina la fermata non torno sereno.
E questo lavoro ci dà già delle noie, un´operazione che non va per il verso giusto, ci tocca smontare e rimontare. Siamoa venti metri da terra per sostituire delle valvole di un enorme tubo che è stato svuotato, così ci hanno assicurato, del gas che trasportava. Indossiamo maschere collegate a bombole d´aria perché potrebbero esserci residui di gas, non è la prima volta che torno a casa con nausea e mal di testa da scoppiare. E infatti verso le dieci ho soccorso un ragazzo che si è sentito male. Questo gas è inodore e insapore, perciò più insidioso; un paio di noi hanno il rilevatore ma ormai è certo che da qualche parte c’è una perdita, comincio ad avere mal di testa.
Comunque noi siamo abituati ad operare così, né la ditta né l’Ilva si possono permettere di bloccare i lavori ogni volta che qualcosa non va, non gli conviene. A noi scegliere poi se ci conviene rischiare o non lavorare più. Meno male almeno che i turni ora sono regolari, in fondo non è la prima volta che respiro questo maledetto gas. Mi dà nausea, vertigini, mal di testa, ma una volta a casa mi riprendo, devo resistere fino ad allora.
Intanto il cellulare continua a squillare, sono quelli dell’altra squadra ed io per rispondere e richiamarli devo togliere la maschera. Non posso ogni volta scavalcare questo tubo che ha 3m di diametro per raggiungere la postazione di sicurezza, perderei troppo tempo. Anche la scala di accesso è dall´altra parte, così mi allontano del massimo che mi è consentito.
Stiamo lavorando come forsennati, vorrei che Gabriele fosse qui e ci vedesse, capirebbe perché insisto tanto sul fatto che studi. Ultimamente sono stato anche un po´duro con lui, ma non vorrei mai che si trovasse costretto un giorno a fare questo.
Ora non ce la faccio proprio più, mi sento mancare le forze. Mi allontano verso l´ufficio, vorrei chiamare Franca ma si accorgerebbe che qualcosa non va, non voglio preoccuparla.
Nella mente mi scorrono delle immagini. Mi rivedo ragazzino a bottega dal fabbro, durante le vacanze estive, mentre i miei amici giocano nel cortile dell´oratorio vicino. Ma io ho perso mio padre a nove mesi e son dovuto crescere in fretta. Mia madre, contadina, ha dovuto tirare su cinque figli da sola. Con un diploma professionale, non ho trovato di meglio da fare che il muratore, stringendo i denti per la fatica eccessiva per un fisico esile come il mio. Qualche anno dopo sono diventato un bravo venditore di macchinari per falegnameria, con i cui proventi ho potuto costruire la mia casa.
Dopo nove anni il mercato ristagna, torno così alla condizione di operaio stavolta metalmeccanico, nel Petrolchimico di Brindisi. Dopo altri nove anni la ditta ci impone la condizione di trasfertisti; non ce la faccio ad allontanarmi dalla mia famiglia e rifiuto, ritrovandomi così in mobilità. Fino ad oggi ho trascorso quasi nove anni qui in Ilva e chissà, forse la mia vita avrà una nuova svolta.
Non cerco di dare un senso a questa mia vita di fatica e sacrifici. Il senso è gia tutto negli affetti. D´altronde la felicità non è una condizione continua, se non nelle fiabe. Noi dobbiamo accontentarci delle piccole cose e vivere intensamente i momenti di felicità che ci capitano, come dice mia moglie, che sa restituirmi la gioia di vivere. Ora devo tornare al lavoro, non mi sento ancora bene.
Qualcuno mi sconsiglia di risalire, non ho un bell’aspetto, dice. Non posso, siamo una squadra ed io ne sono anche responsabile. Infatti i problemi non sono ancora risolti; insistiamo, ricominciano le telefonate. Cambia il turno, mi sollecitano a lasciare ad altri il completamento del lavoro. Non posso, ci sono quasi riuscito, è un lavoro pericoloso, meglio completarlo. Stasera a casa voglio abbracciare Franca, Gabriele e Roberta. Dire loro quanto li amo, proporgli di fare una crociera, è tanto che ci penso e poi voglio cambiare lavoro, non ce la faccio più, sono stanco, stanco, così stanco che all’improvviso ho voglia di dormire, mi si chiudono gli occhi, squilla il cellulare, dormo.
Amore mio, è passato tanto tempo da quando non ci sei più. Quante volte mi sono chiesta se non sentivi lo squillo della mia chiamata, se proprio in quel momento cadevi, se pensavi a noi. Di quel giorno posso ricordare tutto, posso anche rivivere lo straziante dolore di una realtà dura da accettare, così dura da far crescere in un attimo i nostri ragazzi, proiettati improvvisamente davanti alla morte, quella del loro adorato papà. Voglio credere che quel giorno il Signore ti abbia fatto cadere tra le sue braccia, per portarti a vivere una felicità mai provata prima. Voglio credere che tu sia qui tra noi, che continui a proteggerci col tuo amore e la tua tenerezza. Dev’essere così, altrimenti non saprei spiegarmi perché continuo ad amarti tanto e ad avere la forza di vivere senza di te.
pubblicato il 16 gennaio 2009
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Roberto Ferrucci
- Gratteri a via del Campo durante il G8. Foto Roberto Ferrucci
Dieci anni dalla morte di Fabrizio De André, sette e mezzo dai giorni di Genova, luglio 2001. E ancor prima di partire per Genova, quell’estate, prima che potessi immaginare ciò che sarebbe accaduto e prima di sapere che ne avrei scritto un romanzo, mi domandavo come li avrebbe raccontati lui, quei giorni, avesse potuto, Fabrizio De André. Come l’avrebbe cantata, la sua città trasformata in fortezza del potere, baluardo blindato della parte ricca e dominante del mondo. La domanda è diventata ancora più pressante durante e dopo quei giorni. Ma come tutti i classici, come sanno fare i poeti, la risposta a quella domanda De André l’aveva già data. Aveva già detto tutto in molte delle sue canzoni, anni prima. La Canzone del maggio, per esempio, che è stata una specie di colonna sonora morale lungo tutta la stesura del romanzo Cosa cambia. Non potevo raccontare Genova, anche la Genova del G8, senza fare i conti con la musica, con i versi di De André. Fisicamente non c’era, certo, ma la sua anima sì. L’anima di De André la sentivi ovunque, in quei giorni. Non ho potuto fare a meno, allora, un pomeriggio di quel luglio del 2001, di andare in via del Campo, che nell’immaginario di tutti è e sarà sempre una canzone di De André. Avevo sentito parlare del negozio di Gianni Tassio. Un piccolo negozio di dischi trasformato non proprio in un museo, bensì nel cuore pulsante di un luogo dell’anima qual è per tutti via del Campo. L’ho raccontato, nel romanzo, quel pomeriggio. Il quinto capitolo, che non poteva che chiamarsi Zone dell’anima, in un contrasto così netto alla zona rossa, alla zona gialla, che stavano così artificiose e minacciose, là attorno. Un capitolo che, a un certo punto, mentre il protagonista, quarantenne, cammina insieme a Giorgio, ventenne, fa così:
Speriamo che il negozio sia aperto, disse Giorgio. Tu cosa sai di Fabrizio De André?, gli chiesi. Ne so, ne so, fece sicuro, annuendo con la testa. I miei hanno tutti i suoi dischi, aggiunse. Poi si girò verso di me. Disse che gli era bastato sentire la sua voce. Non so quanti anni avevo, disse, ma all’inizio è stata solo una questione di voce. L’ho sentito e mi è venuta in mente una poltrona di velluto rosso scuro d’inverno, disse guardandomi. Come quella che aveva in casa mia nonna, aggiunse. Hai presente? Che tipo, questo Giorgio. A volte mi chiedevo se li avesse davvero, quello lì, i suoi vent’anni, che in quel preciso momento, mentre mi parlava di Fabrizio De André, sembravano il doppio. (…) Gli chiesi se i suoi non gli avessero mai detto niente di quelle canzoni. No, rispose. Che avrebbero dovuto dirmi?, chiese. C’erano i dischi lì in casa e io li ascoltavo. Leggevo i testi. Anzi i cd, mio padre li ha ricomprati tutti in cd, precisò soddisfatto.
Ascoltammo qualche disco in vinile, invece, Angela e io, un pomeriggio di non so quanti anni fa, dicembre, credo, con tutti gli inevitabili fruscii e i salti del tempo. Poi, la sera, al concerto, Angela pianse per quasi tutto il tempo. Fabrizio De André a teatro. Era un fatto, perché a teatro eravamo, e al tempo stesso il titolo della tournée. La sua ultima tournée. Non so se l’aveva cantata, quella sera, La canzone dell’amore perduto, non ricordo se era in scaletta. Marinella sì, però. E piangeva, Angela, ma erano lacrime diverse dalle ultime. Nessuno le aveva detto me ne vado, quella sera. Non c’entravano con l’amore, quelle lacrime. Con il nostro, almeno. De André cantava, lei piangeva e mi raccontava della sua adolescenza, di sua madre che le aveva proibito di ascoltarlo. Niente De André, in casa sua. Aveva letto i testi della Buona novella. Blasfemo e diseducativo, aveva detto sua mamma, professoressa al liceo, e le aveva sequestrato il disco. E Angela era salita sul tetto della casa, anche quella volta. Come da bambina. Un litigio con la madre e via, sul tetto, fatto in parte di lamiera, per ore. Incandescente, d’estate. Me lo sono bruciata lì, il cervello, da piccola, mi ripeteva spesso, quando la notte si svegliava urlando, in preda agli incubi. Quella sera, al concerto, ha pianto. Dall’inizio alla fine. Non le ho chiesto se aveva pianto anche davanti a sua madre, quella volta. Non l’ho mai chiesto a nessuno. Perché piangi? È una domanda talmente stupida. Una pugnalata all’intimità. Fu un pianto lento, il suo. Silenzioso. Forse, le seccava farsi notare da chi ci stava intorno. Forse, anche da me, non so. Forse, avrei dovuto abbracciarla mentre ascoltava De André e piangeva, Angela. Sì, e me lo stavo chiedendo anche al concerto quando invece si è girata e, sorridendo e tirando su col naso, mi ha detto ora stai piangendo anche tu. Ed era vero. Luvi, la figlia di De André, stava cantando Geordie insieme a suo padre, e aveva una voce, quella ragazza. Era il plaid ancora più rosso posato sopra la poltrona di velluto rosso.
Questo, sta scritto nelle pagine del quinto capitolo. Poi, quel pomeriggio, come in tutti i luoghi dell’anima, successe una cosa strana. Mentre Gianni Tassio ci raccontava di De André, entrò qualcuno. È uno di quei capitoli del libro, questo, in cui realtà e finzione si fondono con maggiore forza. Ma quel che accadde e che viene raccontato dal momento in cui quell’uomo entrò, è pura realtà.
L’avrei vista soltanto nel video, a quel punto, la sua faccia entrare nell’inquadratura dietro il profilo curvilineo della Esteve, leggermente fuori fuoco, lui là, dietro alle corde, che brillavano invece nette vicino alla luce della teca. Lo si sarebbe notato comunque, uno che entrava, con la poca gente che c’era in giro. L’abito, poi, l’occhio lo attraeva suo malgrado. Completo grigio scuro, cravatta blu, camicia azzurra, barba curata ma non troppo. Immaginatevi quei giorni di vuoto. Uno vestito in quel modo poteva appartenere solo a una determinata categoria. E immaginatevi il caldo, non facevamo che asciugarci il collo, la fronte, anche lì, niente aria condizionata dentro al negozio-museo di Gianni. Solo un piccolo ventilatore accanto alla cassa. Gli altri lo notarono perciò subito, il tizio elegante, barba curata ma non troppo, entrato insieme a uno jeans e camicia – maniche girate all’insù – che gli sarebbe stato sempre mezzo passo dietro. Io lo ebbi alle spalle per quasi tutto il tempo. Girò per il negozio e poi restò ad ascoltarci fin quando Gianni non si rivolse a lui. Vorrei, disse, il cd dell’ultima tournée, Fabrizio De André a teatro. Ecco. Voleva il concerto che io vidi con Angela. E lui chissà con chi. L’abbiamo finito, disse Gianni. Vide l’espressione del tizio elegante, barba curata ma non troppo, e aggiunse che poteva trovarlo nel negozio di dischi giù al Porto. In zona rossa, precisò con tono vagamente aspro. Dove c’è la sala stampa, precisò con tono subito più leggero. Giusto alla fine di questa via, fece infine, accennando adesso un sorriso. Ma io volevo comprarlo qui, in via del Campo, disse il tizio elegante, barba curata ma non troppo. Gianni gli mostrò dei vecchi vinili e gli raccontò aneddoti che aveva già raccontato a noi, gli mostrò alcune lettere che De André scrisse a non so chi e poi prese il quadernone. Questo però lo può firmare, gli disse. Con piacere, rispose il tizio elegante, barba curata ma non troppo, e tirò fuori dal taschino una penna stilografica, inchiostro verde. Con nostalgia, scrisse, e poi la firma, senza il cognome. Quello dev’essere proprio un pezzo grosso, disse Gianni appena il tizio elegante, barba curata ma non troppo, uscì seguito dall’altro in jeans e camicia.
Altroché se lo era. Era uno dei guardiani della zona rossa, quello. Il tizio elegante, barba curata ma non troppo, era uno dei responsabili dell’attività di bonifica preventiva della zona rossa e dei carruggi. Bonifica preventiva, come se si trattasse di togliere erbacce, stanare pantegane, trasformare una palude in giardino. Un paio di notti più tardi, il tizio elegante, barba curata ma non troppo, vestito allo stesso modo, ma con un casco azzurro in più sulla testa e un manganello in mano, entrò nella scuola Diaz. Chissà se anche lui ha pianto, a un concerto di De André. Chissà cosa pensava il tizio elegante, barba curata ma non troppo, uno dei guardiani della zona rossa, mentre entrava nel mattatoio Diaz. Chissà quale canzone di De André gli è venuta in mente quella notte mentre guardava tutto quel sangue, la gente picchiata, umiliata. Con nostalgia.
Avevo deciso di non scriverlo, a pagina 77 di Cosa cambia, il nome del funzionario che entrò nel negozio di Gianni Tassio, in via del Campo numero 29 r, quel pomeriggio del 19 luglio 2001. Avrebbe distratto il lettore, pensavo, leggervi il nome di Francesco Gratteri e, soprattutto, non mi sembrava il caso di fare entrare in un romanzo, nella collana di narrativa di una casa editrice prestigiosa, il nome di uno dei protagonisti del mattatoio della Diaz. Assolto per non aver commesso il fatto. Poi, però, finito il libro, ho deciso che un giorno avrei detto di chi si trattava. Era talmente stridente quella scena, talmente forte il contrasto di uno che, come milioni di altre persone in questo paese, ha Fabrizio De André come elemento fondante del proprio immaginario, la stessa persona che due giorni dopo decise di fare quel che ha fatto. Ma che la sentenza ha detto che non ha fatto. Così, pubblicato il romanzo, decisi che lo avrei detto al termine del processo della Diaz, a sentenza pronunciata. Dire il suo nome, Francesco Gratteri, con il fotogramma che lo ritrae mentre entra alle spalle di Gianni Tassio, che mi stava mostrando la chitarra di De André. Un fotogramma colto per caso dalla mia videocamera e che mi servì per riconoscerlo, qualche giorno dopo, il tizio elegante, barba curata ma non troppo. Che (non) ha fatto quel che ha fatto. Ne emerge come una figura complessa, a suo modo drammatica – ed è giusto che sia così: questi uomini sono così, così è il nostro tempo e, soprattutto, così è l’Italia. E allora, chissà se se la canticchia, ogni tanto, Francesco Gratteri, la Canzone del maggio del suo De André: “Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti”.
pubblicato il 13 gennaio 2009
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